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Il multiculturalismo non è il vero pericolo (3) Combattere la deculturazione

Il multiculturalismo non è il vero pericolo (3)
(continuazione)
Combattere la deculturazione

di Tzvetan Todorov


Tzvetan Todorov

Tzvetan Todorov (1939-2017) uno dei più grandi filosofi e saggisti del novecento in Europa.


Mi si potrebbe dire che il quadro così abbozzato pecca di buonismo e che volutamente ignoro la difficoltà della coesistenza tra persone appartenenti a culture diverse. Mi si ricorderanno, allora, le violenze di cui certi quartieri delle città e delle periferie sono terreno, quelle di cui parlano spesso i media o alcuni nostri dirigenti politici. La mia risposta a quest’obiezione sarebbe: lasciamo da parte il pericolo illusorio del multiculturalismo e occupiamoci attivamente del pericolo realissimo della deculturazione. Prendo di nuovo in prestito dagli etnologi questo termine, che designa la perdita di un’appartenenza collettiva senza che essa sia sostituita da una nuova appartenenza. Si può allargare la definizione e designare così l’assenza di una personalità di base, costruita tradizionalmente nel quadro familiare grazie all’amore e al rispetto di cui beneficia il bambino e che serve da punto di partenza per l’acquisizione di codici culturali.

I bambini delle città satellite svantaggiate provengono spesso da famiglie senza padre presente, oppure con un padre umiliato, senza prestigio. Poiché la madre è tutto il giorno al lavoro, o è anche lei priva di qualunque forma di integrazione sociale, non dispongono di un quadro in cui poter interiorizzare le regole della vita comune. Fin dalle prime classi della scuola si sentono emarginati. Quando arrivano dall’immigrazione, caso frequente ma non generale, sono distanti dalle origini almeno una generazione  e non dispongono di un’identità anteriore da poter mettere al posto di quella che hanno difficoltà a costruire sul posto. Non sempre padroneggiando perfettamente la lingua, non trovano le condizioni necessarie al lavoro sereno neanche a casa, dove manca lo spazio ma la televisione rimane accesa tutto il giorno; la loro scolarità è destinata al fallimento. In mancanza di un riconoscimento familiare o scolastico, si uniscono alle bande di quartiere, dove si coltivano i valori machisti, codice culturale minimo.

Raggiunta l’età lavorativa, non trovano nessuno che li assuma: non possiedono nessuna particolare competenza, il loro aspetto fisico non viene giudicato rassicurante. Non essendo loro accessibile nessuna delle altre vie che conducono alla riuscita sociale, un certo numero di loro si indirizza verso la piccola criminalità e il commercio di droga, oppure verso la violenza gratuita e la distruzione del quadro sociale in cui abitano.

Ricordiamoci delle rivolte nelle periferie francesi del novembre 2005. Qualche analista frettoloso era corso a gridare all’invasione dei barbari, all’attacco degli arabi contro la Francia e i suoi valori, al pogrom anti-repubblicano. Ebbene, nel corso degli avvenimenti le uniche voci islamiche che si sentivano erano quelle delle personalità religiose che chiedevano ai giovani di tornare a casa. Il procuratore generale di Parigi, da parte sua, non aveva trovato tra i rivoltosi «nessuna traccia di rivendicazione di tipo identitario. Nessun segno di un impulso o di un recupero politico o religioso». L’indagine della polizia aveva stabilito che il 13% di loro non era francese, ma anche che il 50% non era scolarizzato, benché ne avesse l’età. Gli stranieri che scelgono di imitare non sono gli imam del Cairo, ma i rapper di Los Angeles. I loro ispiratori abitano il piccolo schermo, essi stessi confondono fiction e realtà, tanto sono nutriti di immagini televisive. Invece del Corano, sognano telefoni cellulari all’ultimo grido, scarpe da basket di marca e videogiochi. Viene mostrata loro la ricchezza, mentre vivono in città satellite sprovviste di tutto, incastrate fra autostrade e binari della ferrovia, senza belle vie, senza negozi, senza servizi; i loro condomini a buon mercato cadono in rovina. Tanto vale incendiarli! Il problema di questi giovani, che sono in larga maggioranza di nazionalità francese, non è la presenza di una cultura straniera, ma l’assenza di quella cultura di base che permette di acquisire altri elementi. Il rimedio a questa evoluzione davvero inquietante non è culturale bensì sociale, ed è da ricercarsi in una politica della città, alla quale occorre assicurare mezzi sufficienti.

Le grandi religioni del passato e del presente raccomandano all’individuo di praticare l’ospitalità, di aiutare gli affamati e gli assetati, di amare il prossimo (che, come si sa, non è il vicino, ma il lontano). Una raccomandazione del genere non può essere rivolta agli Stati. Ma essi hanno tutto l’interesse a non lusingare passioni politiche primitive come la xenofobia. Nel mondo di oggi, segnato dallo sviluppo folgorante delle comunicazioni e della tecnologia, come dall’unificazione dell’economia, i popoli dei vari Paesi sono diventati più vicini tra loro e più dipendenti gli uni dagli altri. Gli incontri con gli stranieri sono destinati a moltiplicarsi. Ci tocca solo trarre il meglio da questi incontri, a casa loro come da noi, e questo passa attraverso la cooperazione laggiù, l’integrazione qui. Le forze del nostro interesse e della nostra coscienza ci spingono nella stessa direzione.

(Traduzione di Anna Maria Brogi)
http://rivista.vitaepensiero.it
1.6.2019

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Questa voce è stata pubblicata il 07/06/2019 da in Cultura, ITALIANO con tag , .

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