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Lectio sul Vangelo di Giovanni – Fausti (capitoli 20-21)

Lectio sul Vangelo di Giovanni – Capitoli 20-21
Silvano Fausti


Gv 21


Testo doc Fausti – Giovanni Cap. 20-21
Testo pdf Fausti – Giovanni Cap. 20-21

LEVARONO IL SIGNORE DAL SEPOLCRO
E NON SAPPIAMO DOVE LO POSERO
20,1-10

«Levarono il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove lo posero». È il grido di Maria Maddalena, che cerca e non trova l’amato del suo cuore. Morto per mano dei nemici, sepolto da mani amiche, ora è assente dal sepolcro.

Siamo al primo giorno dopo il sabato. Nel sesto giorno Dio compì la sua opera. Dopo le doglie del parto, è nato l’uomo nuovo (16,21), Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, che, con sangue e acqua, ha comunicato ai fratelli la propria vita. Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo hanno risposto con amore al suo amore: hanno preparato la grande festa deponendolo nel sepolcro. Qui, nel settimo giorno, il Signore riposò dalla sua fatica, compiendo il Sabato e la Pasqua. Ora siamo al primo giorno della settimana, che è diventato il giorno del Signore, la domenica.

La grande sorpresa del mattino della nuova Pasqua è il sepolcro vuoto. Come mai il Signore non è dove è stato posto, dove ognuno è o sarà posto per sempre? È un’assenza indebita, più angosciante della stessa morte: infrange l’unica certezza indubitabile. Infatti nasciamo per caso, ignoriamo come e quanto viviamo; siamo però sicuri di tornare alla terra dalla quale veniamo. Il sepolcro è il luogo di convegno universale. Lì gli uomini sono riuniti, tutti ugualmente sconfitti, preda della morte. L’unica differenza, per altro momentanea, è tra i già e i non ancora morti.

Maria, come i discepoli, ignora che il grembo della madre terra ha accolto lo Sposo. Il Crocifisso, Signore della Gloria, è sceso nell’inferno, è entrato nel regno della morte, per farle restituire alla vita il suo bottino.

Il sepolcro vuoto è il presupposto della fede cristiana, che pone come destino dell’uomo non la morte, ma la risurrezione. «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede», dice Paolo ai Corinzi (lCor 15,14). Chi nega la risurrezione dei morti, nega anche quella del Figlio, primizia di ogni fratello. «Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (lCor 15,19). Crociate a parte – le cose migliori sono ottimo pretesto per le peggiori -, l’amore per il Santo Sepolcro è intuizione del grande mistero.

Dio, amante della vita, nulla disprezza di quanto ha fatto (Sap 11,26.24): tutto ha creato per l’esistenza (Sap 1,14). Non la morte è un male, bensì il nostro modo di concepirla. Il suo pungiglione, che ci avvelena l’esistenza, è il peccato (1Cor 15,56). Se faccio del mio io il mio dio, principio e fine di tutto, allora per me la morte è la fine di tutto. L’uomo, essere corporeo, è delimitato dallo spazio e dal tempo: occupa un certo luogo per un certo numero di giorni. Ma il limite del suo spazio non è luogo di lotta, bensì di alleanza con gli altri; il limite del suo tempo non è la fine di tutto, ma la comunione con il suo principio. È l’interpretazione più bella, l’unica ragionevole, della vita e della morte.

Il Vangelo di Giovanni è, ancor più esplicitamente degli altri, una rilettura della vita di Gesù alla luce della sua risurrezione. Ciò che egli, già nella prima parte del racconto (cc. 1-12), fa e dice è «segno» della sua gloria, offerta a noi. Nella seconda parte, con il suo ritorno al Padre, apre a noi la via della verità e della vita (cc. 13-17), che si compie sulla croce nella consegna dello Spirito (cc. 18-19). Ora, nella terza parte del Vangelo (cc. 20-21), avvengono gli incontri con il Gesù risorto, che realizzano in noi quanto egli ha prefigurato nei cc. 1-12, promesso nei cc. 13-17 e compiuto in se stesso nei cc. 18-19. Per chi incontra il Risorto, sorge il sole dell’ottavo giorno, che non conosce più tramonto: Dio e uomo vivono dello stesso Spirito.

I racconti pasquali illustrano il modo in cui giungiamo alla fede, mostrandone nel contempo i vari aspetti. Il c. 20 presenta all’inizio due esperienze personali, rispettivamente del discepolo prediletto (vv. 1-10) e della Maddalena (vv. 11-18); prosegue poi con l’esperienza comunitaria (vv. 19-23), che si estende anche a chi non c’era (vv. 24-28), per ampliarsi alla fine a quanti, senza aver visto, crederanno sulla parola dei testimoni (v. 29), fino a raggiungere il lettore del Vangelo (vv. 30-31). Il c. 21 mostrerà come la comunità dei fratelli continua nella storia l’opera del Figlio.

Nei racconti pasquali i Vangeli si diversificano molto, pur avendo in comune gli elementi fondamentali. Questi sono il sepolcro vuoto, l’annuncio della risurrezione e gli incontri con il Risorto – dapprima non riconosciuto e poi riconosciuto attraverso la Parola e il Pane -, che fanno risorgere chi lo incontra. L’intenzione, comune a tutti, è quella di qualsiasi autore: coinvolgere il lettore nell’esperienza raccontata, perché diventi sua.

Ogni evangelista ha però un’ottica particolare: accentua un aspetto piuttosto che un altro, evidenziando della stessa realtà sfaccettature diverse. Si può dire che i quattro evangelisti ci offrono una visione quadridimensionale del mistero cristiano. Marco vuol portare alla fede nell’evangelo: chi ascolta la Parola, incontra direttamente il Signore che parla e opera in lui quanto dice. Matteo, supponendo questo, che è il fondamento della fede, mette in luce l’aspetto comunitario: la Parola del Figlio ci rende fratelli tra di noi. Luca, a sua volta, sottolinea la dimensione missionaria: la fraternità ci apre a tutti gli uomini, sino agli estremi confini della terra. Ciò che in un evangelista è implicito, è esplicitato dall’altro.

Giovanni, consapevole di essere l’ultimo tra quelli che hanno visto Gesù, dichiara l’importanza del «credere senza vedere». Ogni evento, unico e irripetibile, è visto solo da chi è vicino nel tempo e nello spazio. Tuttavia la parola di chi lo testimonia lo rende presente anche a chi l’ascolta. Tema di Gv 20 è il rapporto tra «vedere e credere» (vv. 8.29): si vede un fatto e si crede a ciò che significa. L’uomo è colui che sa leggere la realtà: ogni evento è un segno, che è significativo solo per chi lo intende. La fede non è cieca: è intelligenza che coglie il significato dei fatti e si rende conto del perché siano così e non diversamente. Credere non è creduloneria, ma la lettura più ragionevole della realtà.

I primi discepoli, contemporanei a Gesù, credono in lui non solo perché lo hanno visto risorto, ma anche perché hanno sperimentato cosa significa per loro che lui sia risorto. Noi, che veniamo dopo, crediamo sulla loro parola: accogliendo la loro testimonianza, vediamo con i loro occhi. Tuttavia chiunque crede, abbia o non abbia visto, fa la medesima esperienza: aderisce con amore al Signore risorto e vive del suo Spirito.

Chi ha scritto l’ultimo Vangelo sa che vanno scomparendo i testimoni oculari.

E sa anche che tutti gli uomini sono chiamati, per la testimonianza di chi ha udito e visto, a essere in comunione con loro, la cui comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo, per partecipare alla loro stessa gioia (cf.1Gv 1,1-4). È in quest’ottica che Giovanni scrive il suo Vangelo (cf. 19,35; 20,30s; 21,24s).

Egli si pone sulla soglia tra chi ha udito, visto e toccato il «Verbo della vita» nella carne di Gesù, e chi lo ascolta, vede e tocca mediante la Parola. Nel periodo in cui Gesù è stato tra noi, ci ha aperto il cammino verso il Padre. Dopo inizia una nuova presenza. Se prima era presso di noi, ora è in noi mediante la Parola e lo Spirito, il sangue e l’acqua, che ci fanno avere parte con lui e continuare la sua stessa missione. Non a caso le scene del c. 20 si svolgono di domenica, il giorno del Signore, in cui la comunità si riunisce per far memoria e ringraziare, leggendo la Parola e spezzando il Pane. Anche quelli che hanno visto e toccato il Signore nella sua esistenza terrena e nel breve tempo in cui si è manifestato dopo la risurrezione, devono accogliere la Parola che dà il potere di diventare figli di Dio (cf. 1,12). La Parola è diventata carne e ha posto tra noi la sua dimora per farsi nostro cibo e comunicarci la propria vita.

In tutti i Vangeli la vicenda di Gesù è descritta come discesa e ascesa, abbassamento e innalzamento, umiliazione e glorificazione. Per Marco, Matteo e Luca il moto verso il basso si compie nella crocifissione e nella sepoltura, quello verso l’alto nella risurrezione e nell’ascensione al cielo. Per Giovanni invece la discesa è il diventare carne del Verbo, mentre tutta la vita di Gesù è un’ascesa del Figlio al Padre, che culmina nella rivelazione della Gloria. L’esaltazione sulla croce è l’inizio dell’ultimo giorno, che continua per noi nell’incontro con il Risorto, nella recezione del suo Spirito e nella missione verso i fratelli. Sulla croce il dono di Dio è già perfetto: i cc. 20-21 mostrano come lo riceviamo.

Il testo presenta Maria Maddalena che va al sepolcro e lo trova vuoto (v. 1). Il racconto potrebbe continuare direttamente nei vv. 11ss, che descrivono il suo incontro con l’amato. Invece è interrotto dal suo ritorno al cenacolo per annunciare ai discepoli la scomparsa del Signore (v. 2). L’effetto è l’entrata in scena di Pietro e del discepolo amato, che constatano la verità di quanto Maria ha detto. Inoltre vedono i lini stesi e il sudario a parte, avvolto in un luogo. Davanti a questi segni, il discepolo amato «vide e credette» (vv. 3-8). L’evangelista commenta dicendo che ancora ignoravano la Scrittura, che parla della risurrezione di Gesù dai morti (v. 9). È infatti dal suo compimento che ogni Scrittura è compresa (cf. 2,22; 14,25s). Il testo conclude con il ritorno dei discepoli (v. 10).

Il racconto di Maria al sepolcro è ricordato anche negli altri Vangeli; il sopralluogo di Pietro è accennato in Le 24,12.24.

Gesù non è più nel sepolcro: amore più forte della morte (Ct 8,6), è il Figlio uguale al Padre, che desta i morti e fa vivere (5,21) mediante lo Spirito (v. 22; cf. 6,63). Il sepolcro è il letto nuziale dove egli si è unito a ogni uomo, comunicandogli il suo profumo.

La Chiesa nasce da una duplice assenza dello Sposo: ucciso dai nemici sulla croce e nascosto dagli amici nel sepolcro, prima è assente perché posto dove non doveva essere, poi è assente da dove l’hanno posto e doveva essere. La sposa non vede lo Sposo e lo cerca. Vedendo la sua prima e seconda assenza, nell’incontro con lui capirà che proprio così ha realizzato l’amore di cui ha dato prova nel tempo in cui era tra noi. L’amore è il principio della conoscenza di fede, come di qualunque relazione tra persone. Infatti rende presente l’amato in chi lo ama.

VA’ DAI MIEI FRATELLI E DI’ LORO:
SALGO AL PADRE MIO E PADRE VOSTRO E DIO MIO E DIO VOSTRO
20,11-18

«Va’ dai miei fratelli e di’ loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro». Chi ha visto il Signore, riceve questo messaggio da portare ai suoi fratelli.

Maria Maddalena è la sposa che cerca lo Sposo, figura della comunità che cerca il suo Signore. Finalmente i due si incontrano. Nel giardino, dove s’innalza l’albero della vita, c’è anche la stanza nuziale, dove lo Sposo si è unito all’umanità con un amore più forte della morte. Qui la sposa lo abbraccia. È la scena più bella, «entusiasmante» del Vangelo. Come nel Cantico dei Cantici, i due si ritrovano, anticipando le nozze di Ap 21-22. Dio raggiunge il fine che si era proposto dal principio: nel giorno «uno dei sabati» (cf. v. 1) si compie la creazione nuova. Gesù e Maria sono la nuova coppia originaria.

Questo racconto sviluppa il precedente, dove si parla del discepolo amato che «vide e credette» (v. 8). Si può guardare senza vedere: solo chi ama, vede. Infatti l’amore ha occhi nuovi, perché ha cuore nuovo; come sta scritto: «Vi darò un cuore nuovo» (Ez 36,26) e allora «tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande» (Ger 31,34). L’amore è principio di fede e di conoscenza: uno crede e conosce solo ciò che ama.

Ma chi ama rimane nella tenebra fino a quando non ascolta il proprio nome dalla bocca dell’amato. Egli conosce personalmente le sue pecore ed esse riconoscono la sua voce (cf. 1O,3s). Per loro ha esposto, disposto e deposto la propria vita; per questo ha il potere di riprenderla di nuovo, vincendo la morte (cf. 10,1-18). Ma, fino a quando il Risorto non si manifesta, Maria resta nel pianto. Il suo cuore è un sepolcro, dove l’amato è presente come morto e assente come risorto. Solo quando lui la chiama per nome, esce dal lutto al pascolo della vita, e della vita in abbondanza (cf. 10,3.9.10).

Il discepolo amato, che «vide e credette», rappresenta l’essenza della fede come risposta alla domanda che pone a tutti il sepolcro vuoto. Con Maria si esplicita un ulteriore aspetto: la fede è amore che vede, tocca e ascolta il Signore stesso. Se del primo si dice che «vide» – non Gesù, ma i segni – e «credette» in lui, di Maria si dice che «ha visto il Signore». Si passa ora dal vedere i segni che fanno credere, al vedere il Signore che rende credibili i segni. Le due scene hanno in comune l’amore.

Il racconto è riportato da Mt 28,9-10, con espressioni simili. Giovanni però non è preoccupato di annunciare che Gesù è risorto e si farà vedere in Galilea. Spiega invece, come al solito, cosa significhi per noi il suo farsi vedere.

In Maria vediamo come l’amore diventa esperienza del Risorto: «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (14,21b). L’amore infatti rende presente e manifesta l’amato a chi lo ama. «Vedere e toccare» il Signore, riservato a Maria e ai primi discepoli, è anticipo dell’incontro finale e, insieme, rivelazione del suo nuovo modo di essere sempre con noi: è la presenza, spirituale e gloriosa, di colui che, salito al Padre, ci dà il suo Spirito, perché anche noi, andando verso i fratelli, andiamo dove lui è. Il giorno di Pasqua in Giovanni è già il suo ritornare a noi, come aveva promesso (cf. 14,3.19-20; 16,16-20), per vivere in noi, come noi in lui. L’opera del Figlio, già perfetta in lui, continua nei suoi fratelli: il suo ritorno al Padre sarà pienamente compiuto quando anche noi tutti avremo fatto il suo stesso cammino. Allora la nostra casa sarà piena di profumo: il sepolcro odorerà di vita e Dio sarà tutto in tutti (lCor 15,28).

La presenza dei due angeli nel sepolcro, descritta pure dagli altri evangelisti, è ricordata da Giovanni come di passaggio, per sottolineare il lutto di Maria. La parola dell’angelo (= annunciatore), testimone della risurrezione, è necessaria. Ma qui, come nel racconto della Samaritana, si evidenzia l’importanza di giungere all’incontro personale con il Signore (cf. 4,41s): la fede è quel credere alla Parola che diventa esperienza diretta di Colui che parla. Ogni parola infatti comunica sia ciò di cui si parla, sia colui che parla. Il Vangelo di Giovanni inizia proclamando l’identità tra Gesù e le sue parole: egli è la Parola stessa, il Figlio rivelatore del Padre, che si volge a noi per comunicarci se stesso. Ogni parola esteriore suscita una parola interiore: dicendone il nome, fa venire alla luce ciò che è sepolto nel cuore. Così la parola del Figlio, che ascoltiamo nell’orecchio, risveglia in noi la nostra verità profonda: siamo suoi fratelli, figli dello stesso Padre.

Maria, piangente per l’assenza dello Sposo, è restituita alla gioia dalla sua presenza. È triste perché ama Gesù e non lo trova. La sua scomparsa dal sepolcro inquieta tutti, amici e nemici, anche se in modo, diverso (cf. Mt 28,11-15). È il fatto più sorprendente avvenuto nella storia, che restituisce all’esistenza il suo senso, liberandola dall’ipoteca della morte.

Nel racconto precedente si è accennato all’importanza dell’amore per vedere e leggere i segni del Risorto. Ma chi ama, finché non vede l’amato, è triste. Solo l’incontro con lui fa passare dal pianto alla gioia.

Il passaggio dalla tristezza alla gioia è la nostra stessa risurrezione, frutto dell’incontro con lui. È proprio di Dio dare gioia; è proprio e solo di Dio dare gioia senza altro motivo che il suo annunzi arsi al cuore. Allo stesso modo è proprio del nemico combatterla con tutti i mezzi. La gioia, corona dell’amore corrisposto, è manifestazione di Dio, segno sicuro della sua presenza: «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (lGv 4,16b). Dove non c’è gioia, non c’è Dio; anche se ci fosse perfetta osservanza e giustizia, c’è morte.

«Vedere» il Risorto è questione di «discernimento»: il cuore puro vede Dio (cf. Mt 5,8), che è sempre all’opera in noi e fuori di noi. E ciò che purifica il cuore è l’amore, che dà luce agli occhi.

Il racconto comincia con il pianto di Maria che resta presso il sepolcro (vv. 11-13). Gesù, di sua iniziativa, si fa riconoscere e la invia ai fratelli (vv. 14-17). Essa proclama loro d’aver visto il Signore e annuncia il messaggio ricevuto (v. 18).

Gesù viene incontro a Maria, che lo attende con amore, e si fa riconoscere da lei chiamandola per nome.

La Chiesa, rappresentata da Maria Maddalena, è la sposa che trova l’amato del suo cuore. Inizia così il cammino con il quale lo Sposo la attira a sé (cf. Ct l,4a) e la porta ad essere sempre là dove lui è (cf. 14,2-4).

COME IL PADRE HA MANDATO ME, ANCH’IO INVIO VOI
20,19-23

«Come il Padre ha mandato me, anch’io invio voi». Il Figlio, compiuta la sua missione, è presente nei fratelli con il dono del suo Spirito, perché continuino la sua opera: testimoniare l’amore del Padre suo, che è anche nostro.

Dopo il racconto del sepolcro vuoto e dell’incontro con Maria, c’è la visita di Gesù ai suoi discepoli. Nell’ultima cena aveva detto che non li avrebbe lasciati orfani: sarebbe tornato (14,18) per donare loro la sua pace (14,27) e la sua gioia (16,20.22) e renderli suoi testimoni in forza dello Spirito (15,26s). Ora mantiene la parola. L’episodio, simile a Lc 24,36-49 (cf. anche Mt 28,16-20), culmina nel dono dello Spirito che Gesù aveva promesso (14,15-29; 15,26-27; 16,7-15). In questo modo la Pentecoste (cf. 7,37-39), già anticipata sulla croce (19,30.34), avviene la sera stessa di Pasqua. Il Vangelo di Giovanni è tutto un intreccio di anticipi e compimenti della stessa realtà. Come nel tessuto della nostra esistenza, ciò che oggi è dato è presagio e seme di ciò che domani fiorisce e matura.

È un testo densissimo, che fa da raccordo tra l’ora del Figlio e quella dei fratelli, tra il tempo di Gesù e quello della Chiesa. Protagonista è sempre lo Spirito. All’inizio si posò e dimorò sull’agnello di Dio che toglie il peccato (1,12.13.16.29.3233). Adesso è alitato anche su di noi, perché continuiamo la sua opera di riconciliazione. L’epoca dello Spirito, inaugurata nella carne di Gesù, prosegue in noi: la gloria del Figlio è trasmessa alla comunità dei fratelli.

Alla presenza del Risorto il sepolcro delle nostre paure si apre alla pace e alla gioia. La Parola, diventata carne in Gesù e tornata Parola nel Vangelo, ora anima anche la nostra carne. La sua parola infatti è Spirito e vita (6,63).

I discepoli, pur sapendo che il sepolcro è vuoto ed avendo ricevuto l’annuncio della Maddalena, non hanno ancora incontrato il Risorto. È necessario, ma non sufficiente, che qualcuno l’abbia visto e annunciato. Bisogna giungere all’incontro con lui. Il c. 20 rappresenta, in modo graduale, il cammino di Pasqua. È innanzi tutto un cercare Gesù nel sepolcro e trovarlo vuoto (v. 1), un contemplare i segni del suo corpo assente, vederne il significato e credere in lui e nelle sue parole (vv. 2-10); poi è un incontrarlo, abbracciarlo ed essere inviati ad annunciarlo (vv. 11-18). Ora c’è il suo ritorno definitivo con il dono dello Spirito, che ci fa creature nuove, capaci di amare come lui ha amato (vv. 19-23). Da «come» avviene l’incontro, si passa a vedere «cosa» avviene nell’incontro.

Senza questo dono restiamo ancora nel chiuso delle nostre paure. Il Pastore bello entra nel nostro sepolcro, ci mostra nelle mani e nel fianco i segni del suo amore e ci tira fuori dalla prigione. Il Crocifisso non è un fallito, sconfitto dal male: vincitore della morte, è realmente in mezzo a noi nella sua gloria. Ci mostra quelle ferite da cui sgorga la nostra salvezza. Sono le stesse che ci testimonia il Vangelo, perché anche noi le contempliamo e tocchiamo. In esse vediamo il Signore, da esse fluisce quella pace che trabocca in gioia. E questa gioia è la nostra risurrezione. Infatti la gioia del Signore è la nostra forza (cf. Ne 8,10) per una vita nuova: ci fa uscire dalla tomba, ci comunica il «profumo» del Risorto e ci fa vivere del suo amore per noi.

In queste ferite scopriamo quanto Dio ha amato il mondo (3,16). In esse troviamo la nostra dimora e la nostra identità di figli: è l’amore del Padre che il Figlio ci ha donato. Ma l’amore è sempre «missione»; infatti è relazione, che manda la persona fuori di sé, verso l’altro. L’amore del Padre e del Figlio ci spinge verso i fratelli (cf. 2Cor 5,14), perché anch’essi lo scoprano e lo accolgano. Allora Dio sarà tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28), come tutto e tutti da sempre sono in Dio.

Perché possiamo compiere qesta missione, Gesù ci dona il suo soffio vitale: la vita di Dio diventa anche nostra. E lo Spirito nuovo, che ci toglie il cuore di pietra e ci dà un cuore di carne, capace di vivere secondo la parola di Dio e di «abitare» la terra (cf. Ez 36,24ss). Questo Spirito fa rivivere le ossa aride (Ez 37,9ss) e ci fa conoscere il Signore: «Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri» (Ez 37,13). È quel soffio che Dio alitò nel vecchio Adamo (Gen 2,7) e che il nuovo Adamo ci consegnò dalla croce, facendo scaturire dal suo fianco sangue e acqua (19,30.34).

È lo Spirito del Figlio, che ci rende capaci di vivere da fratelli, vincendo il male con il bene (cf. Rm 12,21). Per questo la missione dei discepoli consiste nel perdonare i peccati. Il perdono verso i fratelli realizza sulla terra l’amore del Padre. In questo modo la Chiesa, sacramento di salvezza per tutti, continua la missione dell’agnello di Dio che leva i peccati del mondo (1,29).

In questi racconti di risurrezione Gesù crea la sua comunità, primizia della creazione nuova. Il testo contiene allusioni eucaristiche, che saranno ampliate nel seguito del presente capitolo e nel successivo. Il luogo è il cenacolo, dove Gesù anticipò il dono di sé; il tempo è la sera, quando la comunità si riunisce per far memoria del suo Signore; il Vivente sta al centro, mostrando le ferite della sua passione; la pace e la gioia che ne scaturiscono sono il frutto dello Spirito, che abilita i discepoli alla loro missione di riconciliazione. Il corpo di Gesù, crocifisso e risorto, forma il corpo della Chiesa: è sorgente aperta in Gerusalemme, che lava peccati e impurità (Zc 13,1).

Il testo si articola in due parti. Nei vv.19-20, con il riconoscimento di Gesù, inizia il tempo della gioia messianica, compimento della Pasqua. Nei vv. 21-23, con il dono dello Spirito, inizia la creazione riconciliata, compimento della Pentecoste.

Gesù, risorto e tornato al Padre, è presente nei fratelli come fonte di pace e di gioia. Con il dono del suo Spirito, li invia a continuare nel mondo la sua opera di riconciliazione.

La Chiesa esce dal sepolcro contemplando, attraverso le ferite, l’amore del suo Sposo: nasce dal sangue e dall’acqua, dal dono della vita di Gesù e del suo Spirito, che la invia per testimoniare al mondo l’amore del Padre nel perdono dei fratelli. La sua «nascita» indica la sua «natura» permanente.

IL SIGNORE MIO E IL DIO MIO
20,24-31

«Il Signore mio e il Dio mio!», dice a Gesù Tommaso, detto Didimo. Quest’espressione costituisce l’apice della fede in Gesù, proposta anche a noi attraverso l’annuncio dei primi che lo hanno visto e accolto. Didimo significa gemello: è gemello di ciascuno di noi, increduli come lui, chiamati a diventare gemelli di Gesù mediante la fede.

Tommaso non c’era quando gli altri lo videro; ed è tentato di non credere alla loro testimonianza. Vuol vedere di persona il Signore. Gli sarà concesso, ma all’interno della comunità. Però Gesù gli rimprovererà di non aver creduto alla testimonianza altrui e proclamerà beati coloro che, a differenza di lui, crederanno senza aver visto.

Questo racconto conclude il cammino di fede dei primi discepoli, aprendolo a quanti in futuro crederanno sulla loro testimonianza. Oltre a sottolineare l’identità tra il Risorto e il Crocifisso, il testo sviluppa il rapporto tra «vedere e credere», appena accennato nel v. 8 a proposito dell’«altro discepolo».

Tommaso non solo ha dubbi sul Risorto, come anche gli altri che l’hanno visto (cf. Mt 28,17; Lc 24,11.38.41), ma esclude il valore stesso della testimonianza. È il primo fallimento dell’annuncio pasquale, anzi il secondo, dopo quello di Maria Maddalena riportato da Lc 24,11. Non accettare per principio la testimonianza distrugge ogni relazione e rende impossibile ogni trasmissione di conoscenza: senza fiducia ragionevole nella parola dell’altro, non esiste l’uomo, la cui natura è relazione e cultura.

Tommaso ama Gesù: è disposto a morire accanto a lui (11,16) e vuoI sapere dove va, per essere dove lui è (14,4s). Ma, quando il Signore viene dai suoi, insieme a Giuda è l’unico dei Dodici che manca (v. 24). Si può supporre che fosse assente perché, forse più coraggioso degli altri, ha osato uscire all’aperto, da solo o con altri più intraprendenti, come Cleopa e il suo compagno (Lc 24,13ss). Si trova fuori dalla comunità dei fratelli che vedono il Risorto e accolgono il suo Spirito. Anche lui vuole vederlo: è in gioco la sua vocazione di uno dei Dodici, chiamato ad essere testimone diretto del Crocifisso risorto (cf. At 1,21s). Per testimoniarlo deve poter dire: «L’ho visto anch’io!» (cf.1Cor 15,8-11).

È un bene per noi che sia stato assente; così comprendiamo meglio che cosa sia la fede. Gesù si mostra a Tommaso; ma dice pure che siamo più beati noi che crediamo senza averlo visto (cf. anche 1Pt 1,8!). Sia per i primi che per i successivi discepoli, la fede è identica nella sostanza. Il modo però nel quale si attua è necessariamente diverso. I primi, essendo contemporanei di Gesù, l’hanno visto; per questo hanno creduto e possono testimoniarlo. Noi, che veniamo dopo, non possiamo vederlo, ma possiamo credere in lui mediante la testimonianza di chi era prima di noi.

L’esperienza dei primi compagni di Gesù ha un aspetto unico e irripetibile, un altro comune e trasmissibile. Unico è il fatto che l’hanno visto. Comune invece è la loro esperienza di fede, che con l’occhio dello Spirito legge come segno della «Gloria» ciò che vedono con gli occhi di carne. Ogni evento passato, pur essendo irripeti bile, è tuttavia trasmissibile per mezzo della parola, la cui funzione è rendere presente ciò che è assente. Come i fatti raccontati, anche il racconto dei fatti è segno della Gloria. Chi accoglie la parola che li testimonia, si trova davanti al Signore della vita che gli parla.

Il tema del testo è la fede, che sempre vuol «vedere e toccare» il Signore. Ma c’è un vedere e toccare materiale, riservato ai contemporanei di Gesù, che vale solo nella misura in cui si aderisce a lui. Infatti l’hanno visto e toccato anche quelli che l’hanno messo in croce! C’è invece un vedere e toccare interiore proprio di chi crede in lui e lo ama: è la comunione con lui, che trasforma la vita. Incontrare il Risorto non significa solo che lui è risorto, ma essere risorti con lui, vivo e presente nella comunità con il dono del suo Spirito.

I suoi contemporanei hanno visto e toccato il suo corpo. Noi oggi lo vediamo nella Parola che lo racconta e lo tocchiamo nel Pane, memoriale della sua passione per noi. «Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2Cor 5,16b): lo conosciamo secondo lo Spirito, che ci fa vivere di lui e come lui. Per questo lo vediamo e tocchiamo anche nei fratelli, con i quali forma un unico corpo. Il Figlio, salito al Padre, torna a noi nella Parola, nel Pane e nell’amore dei fratelli, per salire con tutti al Padre.

Il testo inizia dicendo che Tommaso non era con gli altri quando videro il Risorto. Per questo non crede se non vede e non tocca (vv. 24-25). Il Signore, otto giorni dopo, viene tra i suoi discepoli e dice a Tommaso, mentre è insieme agli altri, di guardare e toccare le sue ferite (vv. 26-27). Tommaso risponde: «Il Signore mio e il Dio mio». Alla sua fede di uno che crede perché ha visto, Gesù contrappone la beatitudine di coloro che crederanno senza aver visto (vv. 28-29). È la nostra beatitudine. Infatti noi crediamo sulla parola di coloro che lo hanno visto e raccontato nel Vangelo, perché anche noi possiamo accedere alla fede in Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio, e avere in lui vita eterna (vv. 30-31).

Il c. 20 termina con la prima conclusione del Vangelo, che dichiara l’intenzione dell’autore: egli, che ha visto Gesù, lo testimonia a noi che non l’abbiamo visto, perché pure noi aderiamo a lui per avere vita, la sua vita. Chi scrive il quarto Vangelo sa di essere l’ultimo teste oculare. Con lui si chiude l’epoca di chi ha visto il Verbo della vita e si apre il cammino di chi crederà senza aver visto (cf.1Gv 1,1-4).

La Parola eterna di Dio, diventata carne in Gesù, è tornata Parola nel racconto del Vangelo per farsi carne in ogni carne e offrire a tutti la possibilità di diventare figli di Dio (cf. 1,12). Così dice il Prologo, dichiarando ciò che avviene al lettore: il Verbo è sempre all’opera per creare e salvare l’uomo e, in lui, la creazione tutta. Ciò che fu il corpo di Gesù, ora è per noi il racconto evangelico: mostrandoci la carne del Figlio, ci dona lo Spirito del Padre. Infatti mostrare, o rivelare, significa donare se stessi.

Nel succedersi degli incontri con il Vivente, Gv 20 delinea le tappe del nostro cammino di fede: attraverso l’ascolto della Parola contempliamo il sepolcro vuoto con Pietro, vediamo i segni e crediamo con il discepolo amato, incontriamo personalmente il Signore con Mariam, riceviamo lo Spirito e la missione con gli altri discepoli, vediamo e tocchiamo il suo corpo come Tommaso.

Gesù risorto è apparso ai primi nella sua carne crocifissa, perché potessero conoscerlo e aderire a lui e, a loro volta, testimoniarlo a noi.

La Chiesa ha la beatitudine di aderire a lui mediante la testimonianza dei primi, per avere la sua vita di Figlio che ama il Padre e i fratelli.

MI AMI?
21,1-25

«Mi ami?». Sono le parole di Gesù, morto e risorto, a Pietro. Ogni lettore le sente rivolte a sé, come fine o, meglio, principio di tutto il Vangelo.

Il racconto del quarto Vangelo è già perfettamente concluso con il c. 20. Ma il c. 21 non è un ‘aggiunta, più o meno superflua. È come il ripetersi successivo di quell’ondata che Gesù ha messo in moto; ora essa si ripercuote nei discepoli e, tramite loro, si allarga all’infinito, vivificando del suo Spirito il mondo intero. Questo capitolo si può chiamare un «epilogo» del Vangelo, iniziato con un «prologo». Il prologo ci ha presentato «la preistoria di Gesù»: il Verbo eterno di Dio, vita e luce del mondo, è diventato carne. Il racconto del Vangelo ci ha presentato «la storia di Gesù»: la sua carne ci ha rivelato il Padre e ci ha donato di diventare suoi figli. L’epilogo ci presenta «la storia dopo Gesù»: i discepoli continuano la sua opera e lo testimoniano al mondo.

Nel c. 20 i discepoli hanno visto il Risorto, accolto il suo Spirito, ricevuto la sua missione e creduto in lui, Signore e Dio, per avere vita. Ora vediamo come Gesù si «manifesta» loro mentre continuano la missione loro affidata. Egli è presente nella «pesca» (vv. 1-8), che raffigura la loro attività apostolica rivolta ai fratelli, e nel «banchetto» (vv. 9-14), che richiama l’eucaristia, principio e fine di ogni missione. Particolare attenzione è rivolta ai due aspetti essenziali della comunità, ambedue fondati sull’amore e sulla sequela: la dimensione «istituzionale», rappresentata da Pietro (vv. 15-19), e quella «carismatica», rappresentata dal discepolo che Gesù amava (vv. 20-23). Sono due istanze diverse, una pastorale, più attenta alla struttura e conservatrice, l’altra creativa, più attenta alle persone e libera. Il conflitto inevitabile tra i due aspetti trova qui una soluzione ideale, legittimando ambedue e dando la priorità all’amore e alla libertà. Alla fine il redattore conclude indicando nel discepolo che Gesù amava l’autore del Vangelo (vv.24-25).

Troviamo parte di questo materiale anche nei sinottici: la pesca (cf. Lc 5,1-11; cf. Mc 1,16-20p), il pasto con il Risorto (Lc 24,30s.41-43), il ruolo di Pietro (Mt 16,18) e l’invito alla sequela. Tutto è liberamente rielaborato e intrecciato sul tema dell’amore. Probabilmente è materiale giovanneo, redatto da altri e posto nel finale, con somiglianze e differenze di vocabolario, di stile e di temi rispetto al resto del Vangelo.

Il c. 21 sta al Vangelo di Giovanni come gli Atti degli Apostoli al Vangelo di Luca. Dopo il racconto di ciò che Gesù ha fatto e detto (At 1,1), si narra in modo sintetico e paradigmatico ciò che i suoi discepoli fanno e dicono. Nel Figlio dell’uomo innalzato tutto è compiuto: la «cristologia» dei cc. 1-19 culmina sulla croce, dove Gesù rivela l’amore estremo e consegna lo Spirito. Nel c. 20 la cristologia diventa «pneumatologia»: i discepoli vedono il Risorto, accolgono lo Spirito e sono inviati al mondo. Nel c. 21 cristologia e pneumatologia diventano «ecclesiologia»: chi ha visto la carne di Gesù e accolto il suo Spirito, diventa figlio e continua nel mondo la missione di rivelare il Padre.

Ora i discepoli sono all’opera. Non sono più di sera e al chiuso in Gerusalemme (20,19), ma di mattina e all’aperto sul lago di Tiberiade, luogo della vita quotidiana, loro e di Gesù. Il tempo e il luogo sono significativi: l’alba è il limite tra notte e giorno, il litorale è il limite tra mare e terra. Alba e litorale sono il tempo e il luogo tipico dell’uomo, posto tra due realtà contrarie, chiamato a varcare la soglia dalla tenebra alla luce, dalla morte alla vita.

I discepoli sono usciti da dove il Signore ha lavato loro i piedi (cf. 14,31) e affrontano con lui e come lui il mondo. Dopo il dono di Gesù, che li ha amati fino a dare se stesso ed è tornato mostrandosi vincitore della morte e principe della vita, inizia il giorno del Signore: è ogni giorno, da vivere ormai nell’amore del Padre e dei fratelli.

Per questo i sette vanno a «pescare uomini per la vita» (cf. Lc 5,10). Come ha fatto Gesù, anch’essi strappano i fratelli dall’acqua dove annegano, per comunicare loro la sorgente d’acqua viva. Questa pesca è il «molto frutto» (15,5) che Gesù aveva promesso a chi è unito a lui, obbedendo alla sua parola e osservando il suo comando di amarci come lui ci ha amati (15,1-17). Chi non è unito a lui, rimane nella notte, come Giuda. Ogni sua fatica è infeconda e mortifera. Comunque ormai la tenebra è sconfitta e la luce è venuta: il Signore già ha fatto dono della propria vita e ha preparato il suo banchetto. Non a caso la scena si svolge sul lago di Tiberiade, dove la Parola era diventata Pane (cf. c. 6).

Anche qui la missione culmina nel pasto comune (cf. Mc 6,7-13.30-44p), al quale i discepoli danno il loro contributo. Chi mangia il corpo del Signore, vive di lui e in lui: riceve il suo Spirito, che gli fa riconoscere il Risorto e lo rende capace di testimoniarlo (cf. 15,26-27). Uniti a lui e ascoltando la sua parola – questa è la sottolinea tura del testo – la nostra pesca diventa feconda, anche più della sua (cf. 14,12).

Il centro di tutto, come si vede nella triplice domanda rivolta a Pietro, è l’amore per Gesù, che lo fa dimorare in noi. Ma l’origine permanente del nostro amore per lui è il suo amore per noi, come ci testimonia il discepolo prediletto, che ha contemplato il Trafitto.

Questo capitolo, posto alla fine del Vangelo, più che una conclusione è un’apertura. Dischiude infatti al mondo intero l’orizzonte della vita nuova che il Figlio offre ai fratelli.

Alla luce di quanto abbiamo già visto nel Vangelo, la ricchezza di questo breve capitolo è inesauribile: si potrebbero scrivere tante cose che non basterebbe il mondo intero per contenerle (cf. v. 25). Trasformando il versetto finale del Vangelo, possiamo dire che ormai il mondo intero altro non è che la riscrittura, anzi il diventare carne della Parola, mediante la testimonianza dell’amore dato/ricevuto e corrisposto nella «pesca», che alimenta di nuovo cibo il banchetto imbandito dal Figlio. La storia del mondo è ormai storia di Dio, manifestazione progressiva della Gloria. Dio è entrato nel creato perché ogni creatura entri in Dio: il Verbo di vita è diventato carne perché ogni carne partecipi alla vita del Verbo.

La Chiesa, chiamata da Paolo «corpo di Cristo», ne è la pienezza anticipata (cf. Ef 1,1-23); come la carne di Gesù, dove tutto è compiuto. Attraverso di essa si rivela e, rivelandosi, si comunica a tutti il dono di Dio (cf. 17 ,22s): «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente» (1Gv 3,1).

Il c. 21 è composto di due parti principali, a loro volta molto articolate, dove si riprendono i temi fondamentali della vita di Gesù, che risuonano ormai in quella dei discepoli. La prima parte mostra i discepoli nella loro missione, con la presenza del Signore in mezzo a loro, e culmina nell’eucaristia (vv. 1-14); la seconda riabilita Pietro e il suo ruolo pastorale, fondato sull’amore e sulla sequela (vv. 1519), armonizzandolo con il ruolo del discepolo amato, testimone dell’amore (vv. 20-23). La conclusione finale (vv. 24-25) riprende 20,30s, identificando il discepolo amato con l’autore del Vangelo. Attraverso questa aggiunta, il Vangelo, come tutta la Scrittura, si dichiara esplicitamente come uno «scritto aperto», da riscrivere all’ infinito.

Gesù ha compiuto l’opera del Figlio: amare i fratelli con lo stesso amore del Padre. Ora, salito a lui, torna a noi, anzi in noi, con il suo Spirito perché portiamo avanti la sua opera.

La Chiesa, attraverso la testimonianza apostolica vitalmente ricevuta e trasmessa, diventa una «riscrittura» progressiva del Vangelo eterno di Dio nel mondo: è realmente «il quinto» Vangelo, il Vangelo vivo. Così dice Paolo alla comunità di Corinto: «Voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori» (2Cor 3,3). Nell’ascolto di quanto Gesù ha vissuto e il Vangelo ha raccontato, la nostra storia diventa storia di Dio, rivelazione della Gloria.

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Questa voce è stata pubblicata il 07/06/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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