COMBONIANUM – Formazione e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Domenica della Santissima Trinità (C)

Solennità della Santissima Trinità (C)
Gv  16,12-15

12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

(Letture: Proverbi 8,22-31; Salmo 8; Romani 5,1-5; Giovanni 16, 12-15).


El Greco, Trinità (particolare), 1577 - 1579, olio su tela, Museo del Prado

Una comunione d’amore e di vita
Enzo Bianchi

È la festa cosiddetta della Trinità, fissata dalla chiesa la prima domenica dopo la Pentecoste: una festa “strana”, perché non è memoriale di un evento della vita di Cristo, ma piuttosto una confessione e una celebrazione dogmatica dovuta ai concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381). In verità nella Bibbia non si trova mai la parola Trinità, ma vi è piuttosto la rivelazione di Dio come Padre, della Parola fatta carne, Gesù il Figlio di Dio, e dello Spirito santo che come forza scende su alcuni uomini, quindi su Gesù stesso, e poi sulla chiesa. Nelle Scritture vi è dunque il racconto del mistero di Dio, comunione di vita e di amore, ma mai appare la parola Trinità – anzi, sarebbe meglio dire Tri-unità –, termine proveniente dalla lingua greca, razionale e astratta: Dio si è rivelato mediante eventi e azioni, non con formule dottrinali. Noi cattolici però, in obbedienza all’intenzione della chiesa, celebriamo questa festa ascoltando i testi biblici nei quali troviamo la parola di Dio, e ci fermiamo a questo.

Il brano evangelico è tratto dai “discorsi di addio” di Gesù, già più volte incontrati nel tempo di Pasqua, quelli da lui rivolti ai discepoli prima della sua gloriosa passione. Chi parla è il Gesù glorioso del quarto vangelo, Signore del mondo e della chiesa nel suo oggi; parla qui e ora alla chiesa, spiegandole che egli, ormai risorto, è vivente presso Dio e in Dio quale Dio. Ha già promesso di non lasciare orfani quanti credono in lui (cf. Gv 14,18) e perciò di mandare loro lo Spirito Paraclito, avvocato difensore (cf. Gv 14,15-17.26; 15,26-27; 16,7-11); ha invitato i credenti ad avere fede in lui e li ha messi in guardia rispetto al mondo nel quale ancora essi vivono, preannunciando loro ostilità e persecuzione (cf. Gv 14,27; 16,1-4.33), ma dichiarando anche che il Principe di questo mondo è stato da lui vinto per sempre (cf. Gv 12,31; 14,30; 16,11).

Gesù, che ha insegnato per anni ai suoi discepoli e che nel quarto vangelo si attarda a lasciare loro le sue ultime volontà, a un certo punto deve confessare: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” (letteralmente: “portarle”). Anche Gesù ha fatto l’esperienza del desiderio di comunicare molte cose ma di rendersi conto che l’altro, gli altri non sono in grado di condividerle, di comprenderle, di portarle dentro di sé. In ogni relazione – lo sperimentiamo quotidianamente – l’assiduità provoca una crescita di conoscenza, l’ascolto e le parole scambiate permettono una maggior comunicazione con l’altro, ma a volte ci si trova di fronte a dei limiti che non si possono oltrepassare. L’altro non può comprendere, non può accogliere ciò che si dice, e addirittura comunicargli delle verità può diventare imprudente, a volte non opportuno. Si manifesta il limite, una barriera che può anche far soffrire ma che va accettata. Anzi, occorre non solo sottomettersi a essa, ma addirittura arrivare alla resa: non si può né si deve comunicare di più…

Non c’era difficoltà a esprimersi da parte di Gesù, bensì incapacità di ricezione da parte dei discepoli. Gesù però getta lo sguardo sul tempo dopo di sé, con fede-fiducia e con speranza: “Oggi non capite, ma domani capirete”. Perché? Perché egli sa che la vita e la storia sono anch’esse rivelatrici; che vivendo si arriva a capire ciò che abbiamo semplicemente ascoltato; che è con quelli con cui camminiamo che si comprendono più profondamente le parole affidateci. Si potrebbe dire – parafrasando un celebre detto di Gregorio Magno – che “la parola cresce con chi la ascolta”, con chi la scambia con altri, con chi la medita insieme ad altri, con chi sa ascoltare la vita, gli eventi, la storia. Il cammino della conoscenza non è mai finito, l’itinerario verso la verità non ha un termine qui sulla terra, perché solo nell’al di là della morte, nel faccia a faccia con Dio, conosceremo pienamente (cf. 1Cor 13,12).

Questa verità dà alla fede cristiana uno statuto che non sempre teniamo presente. Dovremmo cioè prestare più attenzione alle vicende di Gesù e dei suoi discepoli, leggendole non solo come fatti del passato ma anche come tracce sulle quali camminiamo ancora oggi. La nostra fede non è statica, non ci è data una volta per tutte come un tesoro da conservare gelosamente, ma è come un dono che cresce nelle nostre mani. Dicendo queste parole, Gesù certamente intravedeva anche tra i suoi discepoli il pericolo del voler conservare ciò che avevano conosciuto come uno scrigno chiuso, come un museo, invece di permettere alle sue parole di percorrere le strade del mondo e i secoli della storia crescendo, arricchendosi nell’incontro con altre parole, storie, culture. Sì, la verità che ci è stata consegnata progredisce in approfondimento e in estensione, e per molti aspetti la chiesa di oggi, come quella di ieri, conosce ciò che è essenziale alla salvezza; ma la chiesa di oggi conosce di più e comprende il Vangelo stesso in modo più approfondito. Non è il Vangelo che cambia ma siamo noi oggi a comprenderlo meglio di ieri – come diceva papa Giovanni –, meglio anche dei padri della chiesa.

Ma questa crescita della comprensione non avviene per energie che sono in noi, non è un’avventura dello spirito umano, ma è un cammino “guidato” dal dono del Risorto, lo Spirito santo: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Abbiamo una guida nel tempo in cui Gesù non è più tra di noi allo stesso modo in cui camminava accanto ai suoi sulle strade della Palestina. Siamo sulle strade del mondo, tra le genti, in mezzo ai pagani, come “viandanti e pellegrini” (cf. Eb 11,13, 1P 2,11): non siamo soli, orfani, senza orientamento. Ecco il dono di Gesù risorto, lo Spirito santo, “suo compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea), che ora è divenuto il nostro compagno inseparabile. Lo Spirito è luce, è forza, è consolazione, e ci guida: dolce luce quando è notte, brezza che rinfresca nella calura, forza che sostiene nella debolezza. Noi cercatori della verità mai posseduta percorriamo il nostro cammino, ma lo Spirito santo ci dà la possibilità di andare oltre la conoscenza della verità acquisita, attraverso inizi senza fine. E sia chiaro che questa comprensione non sta all’interno di una dimensione intellettuale, gnostica, ma è conoscenza esperita da tutta la nostra persona; e la verità che cerchiamo e inseguiamo non è una dottrina, non sono formule o idee, ma è una persona, è Gesù Cristo che ha detto: “Io sono la verità” (Gv  14,6).

Lo Spirito santo però non è una forza, un vento che viene da dove vuole e va dove vuole, ma è lo Spirito di Cristo, che resta libero rispetto alla chiesa, anche se mai dissociato da Gesù. Quando lo Spirito è presente e ci parla di Gesù, è come se ci parlasse Gesù stesso, e in questo modo ci parla di Dio, perché dopo la resurrezione non si può più parlare di Dio senza guardare e conoscere Gesù suo Figlio che lo ha raccontato (cf. Gv 1,18) con parole d’uomo e con la sua vita umanissima. Le parole di Gesù sullo Spirito santo, dunque, in realtà ci indicano il Padre, Dio, perché il Padre e il Figlio hanno tutto in comune: il Figlio è la Parola emessa dal Padre e lo Spirito è il Soffio di Dio che consente di emettere la Parola. È in questo modo che Giovanni, attraverso le parole di Gesù, ci accompagna a intravedere il nostro Dio come Padre, Figlio e Spirito santo: un Dio che è intimamente comunione plurale, un Dio che è comunione d’amore, un Dio che nel Figlio si è unito alla nostra umanità e attraverso lo Spirito santo è costantemente trascinato in questa comunione di vita.

Nel leggere o ridire questa pagina evangelica, stiamo però attenti a non trasformarla in un trattato di dottrina, in una sorta di enigma, in una formula matematica sconosciuta… Se questa è una verità, verifichiamola annunciandola ai “piccoli”, a quanti sono privi di strumenti intellettuali, ai poveri. Solo se essi, ascoltandola dalle nostre labbra, la capiscono, ciò significa che qualcosa abbiamo capito anche noi; altrimenti siamo nell’inganno di aristocratici gnostici che credono di vedere e invece sono ciechi (cf. Gv 9,40-41), credono di conoscere e invece restano ignoranti, credono di confessare la fede e invece sono legati alla dottrina. Il Vangelo è semplice, è per i piccoli, è una realtà nascosta agli intellettuali e agli eruditi (cf. Mt 11,25; Lc 10,21): non rendiamolo difficile o addirittura enigmatico, degno di stare su una stele di pietra e incapace di entrare nel cuore di ogni persona. Imprimendo su di noi il segno della croce, diciamo il nostro desiderio e impegno di credere con la mente, con il cuore e con le braccia, cioè con quanto operiamo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

http://www.monasterodibose.it

La Trinità comunione d’amore, flusso di vita divina
Ermes Ronchi

Verrà lo Spirito e vi annuncerà le cose future. Lo Spirito permette ai miei occhi, chini sul presente, di vedere lontano, di anticipare la rosa che oggi è in boccio, di intuire
già colore e profumo là dove ora non c’è che un germoglio.
Lo Spirito è la vedetta sulla prua della mia nave. Annuncia terre che io ancora non vedo. Io gli do ascolto e punto verso di esse il timone, e posso agire certo che ciò che tarda verrà, comportarmi come se la rosa fosse già fiorita, come se il Regno fosse già venuto.
Lo Spirito prenderà del mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio. In questa scambio di doni cominciamo a intravedere il segreto della Trinità: non un circuito chiuso, ma un flusso aperto che riversa amore, verità, intelligenza oltre sé, effusione ardente di vita divina.
Nel dogma della Trinità c’è racchiuso il sogno per noi. Se Dio è Dio solo in questa comunione, allora anche l’uomo sarà uomo solo in una analoga relazione d’amore.
Quando in principio il Creatore dice: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gen 1,26), se guardiamo bene, vediamo che Adamo non è fatto a immagine del Dio che crea; non a immagine dello Spirito che si librava sulle acque degli abissi, non a immagine del Verbo che era da principio presso Dio.
Molto di più, Adamo ed Eva sono fatti a immagine della Trinità, a somiglianza quindi di quella comunione, del loro legame d’amore, della condivisione. Qui sta la nostra identità più profonda, il cromosoma divino in noi. In principio, è posta la relazione. In principio a tutto, il legame.
Al termine di una giornata puoi anche non aver mai pensato a Dio, mai pronunciato il suo nome. Ma se hai creato legami, se hai procurato gioia a qualcuno, se hai portato il tuo mattone di comunione, tu hai fatto la più bella professione di fede nella Trinità.
Il vero ateo è chi non lavora a creare legami, comunione, accoglienza. Chi diffonde gelo attorno a sé. Chi non entra nella danza delle relazioni non è ancora entrato in Dio, il Dio che è Trinità, che non è una complicata formula matematica in cui l’uno e il tre dovrebbero coincidere: «Se vedi l’amore, vedi la Trinità» (sant’Agostino).
Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto e mi fa paura: perché è contro la mia natura. Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene, quando accolgo e sono accolto da qualcuno, sto così bene: perché realizzo la mia vocazione.
Tutto circola nell’universo: pianeti, astri, sangue, fiumi, vento e uccelli migratori… È la legge della vita, che si ammala se si ferma, che si spegne se non si dona. La legge della chiesa che, se si chiude, si ammala (papa Francesco)

Avvenire (2016)

Cose future di cui portare il peso
Clarisse di Sant’Agata

Riprendiamo l’itinerario del “tempo ordinario” dopo aver seguito il Figlio nel suo cammino verso la sua Pasqua fino a ricevere lo Spirito nella Pentecoste. Il primo passo nel tempo ordinario ci dona di riconoscere che la nostra vita ha in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, il suo principio e il suo approdo ultimo: “in Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (cf. At 17,28). Poiché Egli è “amore, verità e vita”, come afferma la colletta di oggi, noi non possiamo esistere se non in Lui, non possiamo vivere nella verità fuori di Lui, non possiamo amare se non impariamo il Suo modo di amare. La colletta quindi oggi ci invita a chiedere di “giungere alla piena conoscenza di Lui” per poter amare, essere nella verità e vivere, verbi sinonimi che indicano tutta l’esistenza umana.

La Parola di oggi tuttavia ci dice con forza che possiamo “giungere alla piena conoscenza di Lui” non per le nostre capacità di penetrare il mistero di Dio, ma perché è Dio stesso che si rivela a noi. Caratteristica specifica del nostro Dio è quella di essere relazione. Totalmente rivolto e donato nell’amore all’altro. Uno per l’altro. Dio è amore che si dona all’uomo e alla creazione perché è in Se stesso esperienza dell’amore donato e ricevuto, nel vincolo che unisce il Padre, il Figlio nello Spirito.

Di qui possiamo intuire l’itinerario delle letture di oggi che ci portano a riconoscere quell’amore del nostro Dio trinitario all’opera nella “creazione” (prima lettura), nella “redenzione” e nella “santificazione” dell’uomo (seconda lettura). Ma è nel Vangelo che scopriamo i tratti del volto di Dio così come il Figlio ce li ha rivelati e lo Spirito continua a plasmarli in noi (“prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”).

Oggi, nel Vangelo, Gesù proclama: “molte cose ho ancora da dirvi”. Giunto alle soglie della sua donazione ultima nell’amore (“…li amò fino alla fine” Gv 13,1), sembra di cogliere nelle parole di Gesù il suo desiderio di “narrare” fino in fondo il Padre (cf. Gv 1,18). Come se la sua vita non fosse stata una “Parola” “sufficientemente” chiara per parlare loro del’amore del Padre… Rimane una Parola ultima che Gesù deve pronunciare: “la Parola della Croce”, come la definisce S. Paolo in 1Cor 1,18. Il Figlio è la Parola definitiva del Padre: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1). E questa Parola che Egli ci ha “rivolto” “ha ancora molte cose da dirci” fino a quando non raggiungerà la nostra vita “Parola della Croce”, che è il Figlio Crocifisso.

Tuttavia Gesù afferma che “per il momento non siete capaci di portarne il peso”. La “Parola della croce” è una Parola “pesante”, incomprensibile, assurda, stolta, debole (cf. 1Cor 1,18-30) che non possiamo portare! Notiamo infatti che il verbo greco “portare il peso” è molto spesso utilizzato nel contesto della passione come ad indicare che “il peso” che non possiamo “portare” è quello dell’amore crocifisso, è la comprensione e la partecipazione al mistero pasquale di Gesù: l’amore che si rivela pienamente nello scandalo della morte:
“…Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato (ha portato il peso) delle malattie” Mt 8,17; “Colui che non porta (il peso) la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo” Lc 14,27; “egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota” Gv 19,17; cf. anche Mt 20,12; At 9,15; Rm 15,1; Gal 6,2.5; “io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo” Gal 6,17).
Con le nostre forze non possiamo portare il peso dell’amore di Dio che giunge a dare il proprio Figlio per amore dell’uomo: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8).

Sì, la “parola della Croce” sfugge alla nostra comprensione se pensiamo con ragionamenti umani (come è possibile che l’onnipotenza dell’amore di Dio si manifesti nella debolezza del Figlio che si dona fino a morire?) perché non è una Parola “basata su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza” (cf. 1Cor 2,4). Solo lo Spirito di Dio ci farà capaci di “portare il peso” di questa Parola nella quale è nascosta la dichiarazione ultima dell’amore di Dio! Infatti “quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”, cioè sarà la nostra guida, aprirà la strada perché possiamo entrare nella Verità che è l’amore di Dio nella forma in cui il Figlio ce lo ha rivelato.

La verità è Gesù stesso (“”Io sono la via, la verità e la vita” Gv 14,6), una verità che si manifesta pienamente nella sua Pasqua. Non dimentichiamo che Pilato davanti a Gesù durante il processo gli chiede cosa sia la verità (cf. Gv 18,38) e non riceve alcuna risposta, se non la persona di Gesù stesso: la verità è Gesù nell’ora in cui svuota se stesso e si consegna nell’amore. Lo Spirito quindi ci introdurrà nella verità che è il dono d’amore di Gesù sulla croce e renderà possibile la nostra sequela di Lui nella forma di quell’amore:
“Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo” Gv 13,7; “Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi” Gv 13,36 dice Gesù a Pietro prima della passione.  “Dopo” e “più tardi” sarà possibile seguire il Maestro nella sua stessa donazione d’amore, non prima!

Quel “dopo” e “più tardi” di cui Gesù parla a Pietro sono “le cose future” che lo Spirito “ci annuncerà”. “Le cose future” (letteralmente “le cose venienti”) non sono quindi eventi misteriosi che appartengono al futuro, ma fanno riferimento alla Pasqua di Gesù, all’Ora, secondo la teologia di Giovanni, in cui lo Spirito annuncerà “tutto ciò che avrà udito dal Padre”. La Pasqua di Gesù è il futuro e la verità ultima della vicenda umana. Cioè solo l’amore ostinato e perdente di Gesù costruisce la storia, rimane ed è la verità profonda dell’uomo e della storia. Quindi “le cose future” si sono “manifestate” nell’Ora della croce del Figlio. E da allora in poi costituiscono il senso profondo di tutte le cose che è già deposto nella realtà che stiamo vivendo.

Lo Spirito quindi ci condurrà a un nuovo modo di conoscere, a leggere la storia presente alla luce del futuro che è la Pasqua di Gesù, domani di Dio in noi. Le “cose venienti” sono perciò la Pasqua di Gesù in noi. Per questo Giovanni le chiama “cose future”, venienti in quanto deve avvenire la vita di Lui in noi. Lo Spirito ce le annuncerà: cioè ci donerà di camminare fino a che quel modo di amare che è in Dio Trinità e che il Figlio ci ha rivelato diventi la forma del nostro vivere. E sarà il cammino di tutta la nostra vita.

http://www.clarissesantagata.it (2016)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 11/06/2019 da in Anno C, Domenica - commento, Festività (C), ITALIANO.

  • 299.094 visite
Follow COMBONIANUM – Formazione e Missione on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 577 follower

San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
p.mjoao@gmail.com

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: