COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Lectio sulla Seconda Lettera ai Corinzi (cap. 1-3) Morelli (1)

SECONDA LETTERA AI CORINZI
(capitoli 1-3)

a cura di Mons. Morello Morelli

Testo doc Seconda Lettera Corinzi – Cap. 1-3 – Morelli (1)

Testo pdf Seconda Lettera Corinzi – Cap. 1-3 – Morelli (1)

Introduzione

San PaoloLa Seconda Lettera ai Corinzi rappresenta un vertice tra le opere letterarie dell’umanità. In “Teologia di San Paolo” Ferdinando Prat scrive: “Paolo non scrisse niente di più eloquente, di più commosso, di più appassionato che questa lettera. La tristezza e la gioia, il timore e la speranza, la tenerezza e lo sdegno vibrano con la stessa energia. L’arte di illuminare gli incidenti più comuni con i più alti principi della fede fa di essa una miniera inesauribile per l’ascetismo e la mistica”. Ogni pagina appare memorabile per la profondità delle idee, per la generosità dei sentimenti, per l’immediatezza dell’espressione, evidenziando una personalità ricca e complessa, tenera e forte, generosa e cauta al tempo stesso.

“La nostra bocca vi ha parlato francamente, o Corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore” (2Cor 6, 11-13).
Sono proprio questa spontaneità e immediatezza della Lettera, che bruciano le tappe del discorso e sorvolano sulle vicende trascorse, a creare non pochi problemi ai commentatori. Le difficoltà maggiori derivano dal fatto che non si conoscono le vicende che hanno determinato certe ostilità nei confronti dell’Apostolo e chi erano i suoi più accaniti avversari. Per questo la Seconda Lettera ai Corinzi è stata classificata “la più enigmatica tra tutte le lettere di Paolo”.

Cosa è successo nella comunità di Corinto dopo la spedizione della Prima Lettera?

Certamente la situazione era cambiata di molto e in peggio. Dal testo emerge una sequenza di tappe di un confronto drammatico tra Paolo e la chiesa di Corinto. Un confronto motivato da torbidi interni, dove almeno un certo gruppo aveva assunto atteggiamenti ostili, tendenti a minacciare e oscurare l’autorità dell’Apostolo. Ecco gli elementi:

  • a. In contrasto con quanto aveva deciso precedentemente (vedi 1Cor 16,3-6), Paolo prolungò il suo soggiorno a Efeso, comunicando previamente ai Corinzi che si sarebbe recato da loro, e successivamente sarebbe andato in Macedonia per tornare poi a Corinto e di lì mettersi in viaggio per la Giudea; in tal modo i Corinzi avrebbero avuto due volte la gioia di averlo tra loro.
  • b. Purtroppo la sua visita a Corinto fu l’occasione di un doloroso contrattempo, in quanto, mentre si trovava ancora in città o subito dopo averla lasciata, Paolo ricevette, di persona o in un suo collaboratore, una grave offesa che toccava da vicino la sua autorità di apostolo.
  • c. In passato era opinione comune che l’offensore fosse l’incestuoso di Corinto, ma questo è oggi generalmente escluso; sembra invece che l’offensore non fosse membro della comunità.
  • d. Nulla fa pensare che lo scontro riguardasse una questione dottrinale di rilievo: se l’incidente turbò i rapporti di Paolo con la comunità, ciò è dovuto al fatto che questa non prese probabilmente una chiara posizione in favore dell’Apostolo.
  • e. Tuttavia non è escluso che il personaggio in questione abbia agito come rappresentante di un fronte antipaolino più vasto, di cui si ha notizia nelle altre parti della lettera.
  • f. L’incidente costrinse Paolo a cambiare i suoi progetti: invece di andare in Macedonia per poi tornare, come aveva promesso, a Corinto, partì per Efeso, e di lì “in un momento di grande afflizione e con il cuore angosciato, tra molte lacrime”(2Cor 2,4), scrisse una lettera alla comunità e l’inviò con ogni probabilità per mezzo di Tito (Lettera andata però perduta).
  • g. In seguito l’Apostolo si recò a Troade per evangelizzare la città, sperando al tempo stesso di trovarvi Tito e di ricevere per mezzo suo notizie della comunità di Corinto.
  • h. A Troade il messaggio evangelico trovò una buona accoglienza, ma Paolo, non avendovi incontrato il suo collaboratore, partì per la Macedonia. In questa regione, probabilmente a Filippi, egli si scontra con gravi problemi e difficoltà sia all’esterno che all’intero della comunità: “Da quando siamo giunti in Macedonia, la nostra carne non ha avuto sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo tribolati, battaglie all’esterno, timori al di dentro” (2Cor 7,5).
  • i. Ha però il conforto di incontrare Tito, il quale gli riferisce che i Corinzi hanno castigato l’offensore e sono sinceramente dispiaciuti di quanto accaduto (7,6-7).
  • l. L’Apostolo allora scrive di nuovo alla comunità, rallegrandosi per l’avvenuta composizione del dissidio ed esortando i cristiani a perdonare l’offensore. Infine invia nuovamente Tito a Corinto per portare a termine la colletta per la Chiesa di Gerusalemme (8,6).

Luogo e data di composizione

Da vari indizi interni alla 2Cor è possibile evincere che Paolo abbia scritto questa Lettera dalla Macedonia, prima di fare la terza visita alla chiesa di Corinto e, da lì, intraprendere il viaggio per tornare in Giudea. Quanto alla data di composizione, alcuni esegeti collocano la stesura della Lettera fra la metà del 54 e il 55; altri invece la spostano verso la fine del 57 o gli inizi del 58.

L’importanza e il messaggio della Lettera

A prima vista la tematica unitaria di questa lettera potrebbe indurre a ritenerla poco rilevante per il lettore odierno: quale messaggio può infatti recare uno scritto nel quale l’Apostolo Paolo difende strenuamente il suo ministero di fronte a svariati detrattori? A ben pensarci, invece, la 2Corinzi, pur essendo una lettera circostanziale e fortemente ancorata all’epoca in cui fu redatta, rivela ed esprime un’attualità di grande spessore per qualsiasi lettore che desideri approfondire le diverse dimensioni del suo servizio al Vangelo e alla Chiesa. Di fatto parlando, in gran parte, di se stesso è come se Paolo indicasse il modello da seguire a chiunque è chiamato ad evangelizzare.

L’importanza della Lettera è duplice:

1 – Sul piano autobiografico, scopriamo in questa missiva, più che nelle altre, l’intensità polemica e affettiva dell’animo di Paolo in numerose sfumature, che offrono vivacità allo stesso procedimento letterario.
Abbiamo inoltre molte conoscenza sull’evoluzione del cristianesimo nascente, di cui la sofferta vita apostolica dell’Apostolo è parte integrante e propulsiva.

2 – Dal punto di vista teologico, questa Lettera si caratterizza per la profondità della sua dimensione ascetico-mistica.
Di notevole rilievo è la trattazione sulla natura dell’apostolato cristiano (vedi 2,14-6,10), da cui emerge la definizione dell’apostolo come araldo e mediatore della Rivelazione per mezzo della sua parola e del suo stesso sacrificio personale.
Ricorrenti, nella Lettera, i concetti di servizio o diaconia, riconciliazione, nuova alleanza, Spirito, libertà, urgenza della carità di Cristo.
A questo tema centrale e dominante si connettono alcune necessarie componenti della vita cristiana, come la realizzazione esistenziale del mistero pasquale (1,5; 4,10), i rapporti di carità fraterna tra le chiese (i capitoli 8 e 9), la potenza della grazia nella sofferenza (12,8-10), gli orizzonti escatologici della vita attuale (4,16 e 5,10) e la chiara formulazione della fede trinitaria (13,13).

Piano di lavoro

  1. – Il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione (Capp. 1 e 2)
  2. – Un’originale Lettera di raccomandazione (Cap. 3)
  3. – Il Vangelo della gloria (4-5,10)
  4. – Il Ministero della Riconciliazione (5,11-6,10)
  5. – Il Ministero della Paternità spirituale (6,11-7,16)
  6. – La colletta per la Chiesa di Gerusalemme (8,1-9,15)
  7. – La Lettera polemica (Cap. 10)
  8. – Apologia personale dell’Apostolo (11-12,10)
  9. – Segni dell’Apostolo autentico – Epilogo (12,11-13)

Lectio biblica 1
– ESORDIO –
IL PADRE MISERICORDIOSO E DIO DI OGNI CONSOLAZIONE
(Capp. 1-2)

La seconda Lettera ai Corinzi, ritenuta giustamente la missiva paolina più personale e autobiografica, è uno scritto di alto livello teologico. Anzi, in alcune pagine, si potrebbe parlare di “autobiografia teologica”, in quanto la vita di Paolo fa un tutt’uno con la sua fede e con la sua riflessione teologica. L’azione ministeriale dell’Apostolo, presentata con fierezza specialmente nelle sue concrete esperienze di debolezza e di difficoltà, può costituire un luogo privilegiato della manifestazione del Dio di Gesù Cristo. Ed è proprio questo volto del “Padre della misericordia e Dio di ogni consolazione” che traspare fin dalle prime parole della Lettera.

■ Canto di Lode (1,1-11)

Il prescritto: indirizzo e saluto (1,1-2)
1Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Timòteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto e a tutti i santi dell’intera Acaia: 2grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.

Nel prescritto sono presentati in primo luogo i due mittenti: Paolo con la sua credenziale di “apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio” e Timoteo, definito “fratello” per la condivisione della stessa fede e collaboratore nella missione evangelizzatrice. Ben precisati sono anche i destinatari della missiva, indirizzata alla “chiesa di Dio che è in Corinto e a tutti i santi (ossia i cristiani) che si trovano in Acaia”.
Ricca di significato è soprattutto la determinazione teologica dei destinatari: “Chiesa di Dio”, assemblea dei credenti chiamati da Dio alla salvezza per mezzo di Gesù Cristo.
Dal saluto iniziale: “grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo” emerge subito la fede di Paolo nella dignità divina di Gesù, al quale l’Apostolo attribuisce il titolo di “Signore”.
La costruzione del complemento di origine con l’unica preposizione greca “apò” = da Dio Padre nostro e Signore Gesù Cristo”, fa chiaramente capire che la “grazia e la pace” divine hanno un rapporto non solo col Padre, ma anche con Gesù Cristo. Dio Padre e Gesù Cristo sono tra loro strettamente congiunti.
L’allusione alla “pace” messianica è qui preceduta dal sostantivo “grazia”, che caratterizza l’augurio in termini paolini. Per Paolo, infatti, il sostantivo “grazia” indica soprattutto la “benevolenza gratuita” che, in Gesù Cristo, è dispiegata efficacemente sull’umanità da Dio.

La benedizione al “Dio di ogni consolazione” (1, 3-7)
3Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, 4il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. 5Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. 6Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo. 7La nostra speranza nei vostri riguardi è ben salda, convinti che come siete partecipi delle sofferenze così lo siete anche della consolazione.

Paolo benedice Dio in particolare perché è il “Dio di ogni consolazione”. Questo attributo divino è poi ribadito con un participio presente (ho parakalòn = colui che consola) che evidenzia un’attività di Dio perdurante nel tempo. Lo conferma pure il presente indicativo del v.4 “siamo consolati da Dio”, ripetuto ancora al v.6 c “quando siamo confortati”. La benedizione si apre, quindi, con la sottolineatura della persistenza dell’attività di Dio a favore dell’Apostolo (e del discepolo Timoteo).
Certo, da una parte, l’insistenza su “ogni consolazione … in ogni nostra tribolazione è spiegabile come un tratto caratteristico dello stile di Paolo, anzi della sua stessa personalità, portata all’esagerazione e all’eccesso.
Già indirizzando la Lettera ai Corinzi a tutti i santi che si trovano nell’intera Acaia, l’Apostolo dà l’impressione che l’intera regione si fosse convertita alla fede cristiana. Ma le esagerazioni diventano ancora maggiori, quando Paolo soffre o è preoccupato, come appare al v.8, in cui lamentandosi della tribolazioni capitatagli in Asia, scrive: “Ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze …”.
D’altra parte, la definizione di Dio come “Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione” lascia intravedere anche l’importanza che ha la consolazione di Dio nell’esperienza di fede di Paolo e degli altri apostoli.
Con questa continua consolazione Dio sostiene i suoi ministri nelle afflizioni e nelle prove, interpretate come una partecipazione alla stessa passione di Cristo (Fil 3,10). A traboccare negli apostoli sono gli stessi “patimenti di Cristo” (v.5), perché, più radicalmente, non sono più gli apostoli a vivere, ma è Cristo che vive in loro (Gal 2,20).
Ma la consolazione divina si riversa, attraverso gli apostoli, anche sui cristiani di Corinto. Avendo fatto in prima persona l’esperienza di essere confortati da Dio, gli apostoli diventano capaci di consolare a loro volta i cristiani sofferenti. Paolo è certo che i Corinzi, rimanendo uniti a lui e agli altri ministri del Vangelo, saranno in grado di perseverare nella fede, pur affrontando le medesime tribolazioni.
L’Apostolo potrebbe alludere qui a persecuzioni sofferte dalla Chiesa a Corinto o nell’Acaia. Ma, di fatto, a conferma di questo dato, non abbiamo altre attestazioni storiche. È più probabile, allora, il riferimento a varie tribolazioni, dovute al persistente scontro del cristianesimo con l’ambiente di Corinto e dell’Acaia.
In ogni caso, è significativo che Paolo, pur essendo venuto a conoscenza delle difficoltà che incrinano il suo rapporto con i Corinzi, insista sul valore evangelico del conforto reciproco nella sofferenza (vv. 6-7).

Il ricordo di “Dio che risuscita i morti” (1, 8 – 11)
8Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita”. 9Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. 10Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora, 11grazie alla vostra cooperazione nella preghiera per noi, affinché per il favore divino ottenutoci da molte persone, siano rese grazie per noi da parte di molti.

L’Apostolo dà spazio ad alcuni ricordi personali, assai concreti, sul suo recente passato. Dal tenore del testo pare che il rischio corso da Paolo in Asia Minore sia stato tremendo, tanto da mettere in pericolo la sua stessa vita. Così si esprime l’Apostolo senza entrare nei particolari della vicenda. Di per sé, Paolo usa la prima persona plurale, includendo nel ricordo anche Timoteo. Non è chiaro, però, se davvero entrambi avessero corso il pericolo di morte.
Resta oscura soprattutto la causa di quel pericolo: si tratta di qualche malattia di Paolo? Del tentativo di linciarlo a Efeso, ricordato in Atti 19, 23-41 e forse anche in 1Cor 15,32? Oppure Paolo allude alla sua probabile detenzione in carcere a Efeso (cfr. Fil 1,20-26), che era la metropoli della provincia romana dell’Asia?
Comunque sia, Paolo intende qui offrire una testimonianza di fede sull’intervento liberatore di Dio. Rilegge, alla luce della fede, le sofferenze del passato come un insegnamento divino a non confidare in se stesso, ma in Dio: “Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti” (v. 9). Probabilmente, Paolo era portato a fidarsi molto di se stesso, ma la sofferenza ha rimosso in lui ogni falsa fiducia nelle proprie forze.
Rievocata la sua percezione immediata e istintiva della tribolazione capitatagli in Asia, l’Apostolo tiene a ricordare anche la sua successiva reazione spirituale: “Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora (v.10). Quell’afflizione gli ha insegnato a riporre totale fiducia “nel Dio che risuscita i morti”. In tal modo, a partire da quell’esperienza concreta della recente liberazione dal pericolo, Paolo attesta la sua speranza nella futura liberazione divina dal male: se in passato Dio lo ha liberato dalla morte, anche in futuro farà lo stesso.
L’Apostolo, inoltre, fa della sua prova un’occasione per tentare di rafforzare i suoi legami con la Chiesa di Corinto, che in quel momento, pur essendo migliorati rispetto al passato, non erano ancora del tutto sereni. Perciò, guardando al futuro, raccomanda ai Corinzi di collaborare alla sua salvezza mediante la preghiera (v.11).
A cuore aperto dichiara di aspettarsi da loro un aiuto proprio attraverso la preghiera per lui e per Timoteo. La liberazione divina dalle prove future sarà un dono concreto di Dio, che i fedeli hanno la possibilità di invocare a favore degli apostoli. Se già in passato Dio ha liberato dai pericoli Paolo e Timoteo, anche in futuro la preghiera della comunità cristiana potrà cooperare alla loro liberazione. I contrasti attuali, dunque, non sono un impedimento a questa semplice ma efficace solidarietà vissuta per mezzo della preghiera.

■ Accuse e difesa: Paolo difende il proprio comportamento (1,12-2,13)

Dopo il canto di lode (1,1-11) Paolo entra decisamente nell’argomento della difesa del suo apostolato in vista della riconciliazione con la comunità di Corinto. Deve però sgombrare il campo da malintesi, equivoci e incomprensioni, difendere il proprio operato da critiche e accuse, spiegare decisioni a prima vista sconcertanti e, soprattutto, farsi capire.
Non si accontenta che la sua immagine non sia offuscata dalla campagna denigratoria scatenata dai suoi detrattori, perché ne risulterebbe screditato il suo annunzio evangelico. C’è uno stretto legame tra predicatore e predicazione: intaccata la credibilità di quello, anche questa verrebbe compromessa. In Paolo non è possibile separare la sua persona dalla sua missione apostolica, alla quale si è dedicato con tale radicalità e totalità da identificarvisi senza riserve (1Cor 9).
L’apostolo nella sua difesa non ha scopi di rivincita personale: è solo il Vangelo che gli sta a cuore, o più direttamente un corretto rapporto della comunità cristiana con la testimonianza apostolica (1Cor 15,11 …).
Certo, il brano si presenta come difesa personale e “professionale”. Ne fanno fede il richiamo alla sua coscienza e lo stesso ricorso al giuramento. Mai è venuto meno ai suoi compiti di responsabilità. È fiero di quanto ha fatto, non per vanagloria. Solo per la fedeltà alla grazia dell’apostolato.
In concreto, quali erano i capi di accusa? Quali gli addebiti mossi alla sua persona?
– Un comportamento privo di sincerità, di limpidezza.
Agisce secondo una logica egoistica, secondo una “sapienza carnale”.
– Ambiguità nelle sue lettere: promette una visita alla comunità, ma non la mantiene.
– Modo tirannico di trattare la stessa comunità, quasi i cristiani fossero dei minorenni.

Come fidarsi di Lui? Sono in Lui carenti le qualità di un vero apostolo. Gli altri predicatori, giunti a Corinto, si presentavano sicuri di sé, pronti a menare vanto delle loro manifestazioni carismatiche. Dal confronto con questi predicatori, Paolo ne usciva fortemente sminuito.

Paolo chiede di non essere frainteso (1, 12-22)
12Questo infatti è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e sincerità che vengono da Dio. 13Non vi scriviamo in maniera diversa da quello che potete leggere o comprendere; spero che comprenderete sino alla fine, 14come ci avete già compresi in parte, che noi siamo il vostro vanto, come voi sarete il nostro, nel giorno del Signore nostro Gesù. 15Con questa convinzione avevo deciso in un primo tempo di venire da voi, perché riceveste una seconda grazia, 16e da voi passare in Macedonia, per ritornare nuovamente dalla Macedonia in mezzo a voi ed avere da voi il commiato per la Giudea. 17Forse in questo progetto mi sono comportato con leggerezza? O quello che decido lo decido secondo la carne, in maniera da dire allo stesso tempo «sì,sì» e «no,no,»? 18Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è “sì” e “no”. 19Il Figlio di Dio, Gesù Cristo che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu “sì” e “no”, ma in lui c’è stato il “sì”. [20]E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute “sì”. Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro Amen per la sua gloria. 21È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l’unzione, 22ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito Santo nei nostri cuori.

L’apostolo inizia la propria difesa appellandosi alla testimonianza della sua coscienza, il cui responso è pienamente assolutorio dalle accuse dei suoi detrattori. La sua condotta è stata sempre contrassegnata da semplicità, purezza di intenzioni e da assoluta sincerità. Non ha seguito la logica egocentrica, propria della sapienza umana. Si è sempre lasciato guidare dalla grazia divina che lo ha aperto a orizzonti nuovi nel segno scandaloso della sapienza della croce di Cristo. Può quindi vantarsi. Non come fanno i suoi detrattori che ostentano se stessi e bramano il plauso umano. Il vanto di Paolo riposa, in ultima analisi, sulla grazia di Dio presente e operante in lui.
Allo scopo apologetico si aggiunge così un intento polemico: assolvendo se stesso, egli mette sotto processo i suoi avversari. La limpidezza del suo modo di agire non è venuta meno nelle lettere indirizzate ai corinzi. Non c’è in queste missive nessun doppio senso, nessuna riserva mentale. Sia nello scrivere sia nell’operare l’apostolo non nasconde secondi fini. Se ne deduce quindi che i suoi avversari lo accusavano di doppiezza e di astuzia nell’agire e nello scrivere, e su questo presupposto cercavano di alienargli l’animo e la stima dei corinzi.
Ma l’Apostolo esprime la “speranza” che i corinzi, come già hanno compreso “in parte”, così comprendano “fino in fondo” il vincolo indistruttibile che lo unisce a loro, il vincolo della comunicazione del Vangelo,per cui saranno a vicenda, Paolo e i Corinzi, oggetto di “vanto davanti al Signore nel giorno della parusia” (vv. 12-15).
Anche per la sua parola, Paolo non ha nulla da rimproverarsi. Aveva, sì, progettato il viaggio in modo da fare due volte visita alla comunità. Da Efeso avrebbe raggiunto direttamente Corinto; poi sarebbe andato in Macedonia per incontrare le chiese di Filippi e Tessalonica. Avrebbe quindi fatto ritorno nella capitale dell’Acaia, per proseguire infine per la Giudea. In questo modo, i corinzi avrebbero beneficato doppiamene della grazia divina. La presenza dell’Apostolo ne è infatti apportatrice.
Ma, andato a Corinto ebbe un incontro poco felice con la comunità. Ritornò perciò a Efeso. I corinzi gliene fecero una colpa: Paolo prende decisioni avventate; nei suoi viaggi si comporta con leggerezza imperdonabile; segue una logica di ripiegamento egoistico su se stesso; parla con doppiezza; è una persona che dice sì e no nello stesso tempo in flagrante contraddizione con la norma evangelica (Mt 5,34-37).
L’Apostolo difende la credibilità della sua parola con estrema energia. Giura per la fedeltà di Dio che la sua predicazione non è contemporaneamente sì e no. Insieme ai suoi collaboratori Silvano e Timoteo, ha annunciato a Corinto Gesù Cristo che è il sì personificato e incarnato pronunciato da Dio all’umanità. È il Figlio di Dio, di un Dio fedele. E al sì di Cristo fa ora eco l’Amen della comunità cristiana, che esprime il proprio sì alla chiamata di Dio.
Come si vede, Paolo si appella all’oggetto della testimonianza apostolica. La sua parola è tutta e sempre centrata sul Vangelo. Da ambasciatore di Cristo non può che essere messaggero di un sì limpido cristallino. Nell’evocare il proprio inserimento in Cristo, l’Apostolo menziona pure la compartecipazione dei corinzi col Signore: “È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo”.

I motivi del cambiato progetto (1,23-2,1-4)
23Io chiamo Dio a testimone sulla mia vita, che solo per risparmiarvi non sono più venuto a Corinto. 24Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi. 2,1Ritenni pertanto opportuno non venire di nuovo fra voi con tristezza. 2Perché se io rattristo voi, chi mi rallegrerà se non colui che è stato da me rattristato? 3Perciò vi ho scritto in quei termini che voi sapete, per non dovere poi essere rattristato alla mia venuta da quelli che dovrebbero rendermi lieto, persuaso come sono riguardo a voi tutti che la mia gioia è quella di tutti voi. 4Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e col cuore angosciato, tra molte lacrime, però non per rattristarvi, ma per farvi conoscere l’affetto immenso che ho per voi.

Esclusa dal proprio comportamento, per motivi teologici, ogni ombra di insincerità e volubilità, Paolo si sofferma in spiegazioni esistenziali circa i motivi che l’hanno indotto a cambiare i suoi progetti. Veniamo a sapere che non è andato a Corinto per ragioni di discrezione: non dover prendere misure severe. L’esercizio del ministero apostolico, dal quale non sono escluse le misure coercitive e disciplinari, è infatti finalizzato a far fiorire la vita cristiana. Paolo sostiene che a torto lo accusano di essere “tiranno” dei credenti. Il suo compito consiste nel collaborare, perché i Corinzi vivano nella gioia. Non hanno bisogno di tutori Nella sfera della fede essi godono di una legittima autonomia (vv. 23-24).
Sentendosi corresponsabile della gioia dei Corinzi, come poteva Paolo ritornare a Corinto? Li avrebbe di nuovo rattristati, come era successo poco prima. In una parola, la situazione non avrebbe permesso uno scambio positivo. La tristezza sarebbe stata reciproca: egli stesso sarebbe stato rattristato proprio da coloro che avrebbero dovuto recargli gioia. L’Apostolo e la comunità sono inseparabili nella partecipazione al dono evangelico della gioia: “la mia gioia è quella di tutti voi”.
Paolo allora sostituisce la visita con una lettera scritta in un momento di “grande afflizione” e con cuore angosciato, tra “molte lacrime”. Lo scopo non era, tuttavia, quello di rattristare, ma di manifestare il suo “affetto” e la sua premura verso la comunità. Questa lettera non ci è pervenuta e risultano vani tutti i tentativi per identificarla (2,1-4).

Il perdono verso colui che l’ha offeso (2, 5-13)
5Se qualcuno mi ha rattristato, non ha rattristato me soltanto, ma in parte almeno, senza voler esagerare, tutti voi. 6Per quel tale però è già sufficiente il castigo che gli è venuto dai più, 7cosicché voi dovreste piuttosto usargli benevolenza e confortarlo, perché egli non soccomba sotto un dolore troppo forte. 8Vi esorto quindi a far prevalere nei suoi riguardi la carità; 9e anche per questo vi ho scritto, per vedere alla prova se siete effettivamente obbedienti in tutto. 10A chi voi perdonate, perdono anch’io; perché quello che io ho perdonato, se pure ebbi qualcosa da perdonare, l’ho fatto per voi, davanti a Cristo, 11per non cadere in balìa di satana, di cui non ignoriamo le macchinazioni. 12Giunto pertanto a Troade per annunziare il vangelo di Cristo, sebbene la porta mi fosse aperta nel Signore, 13non ebbi pace nello spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello; perciò, congedatomi da loro, partii per la Macedonia.

Nei vv. 5-11 l’Apostolo rievoca l’incidente che aveva provocato “la lettera delle lacrime” e intende chiudere il triste e doloroso caso. Lo fa mostrandosi magnanimo verso il colpevole. Più che sufficiente è la riprovazione e il biasimo che la comunità gli ha già inflitto, sollecitata dallo scritto delle lacrime. Ora si impone l’esigenza del perdono e del conforto. Desiderando veder brillare nuovamente il sole della gioia e della comunione spirituale, Paolo invita la comunità ad imitare il suo esempio, concedendo il perdono al colpevole, perché “non soccomba sotto un dolore troppo forte”.
Aleggia  su questa pagina il grande precetto evangelico del perdono, il cui richiamo sembra implicito nell’evocazione di “Cristo”, al cui cospetto Paolo dichiara di agire. L’urgenza della conciliazione e della pace nel perdono è determinata dalla necessità di non presentare nessun fianco scoperto al Maligno. Quando gli uomini si irrigidiscono nella contesa e nella divisione diventano facile preda di Satana, sempre pronto a insidiare l’opera dell’evangelizzazione seminando la discordia e l’odio negli animi.

Nei vv. 12-13 Paolo riprende e completa l’esposizione e la giustificazione dei propri piani di viaggio. Sottolinea che anche questi sono subordinati alle ragioni dell’affetto e della comunione con i Corinzi. Con la scelta di abbandonare, in modo repentino, Troade, nonostante l’occasione propizia per diffondere il Vangelo, dimostra in concreto l’amore che lo lega alla comunità di Corinto. È talmente in ansia per loro che non riesce a darsi pace per dedicarsi all’evangelizzazione. Per loro è stato costretto a riprendere il viaggio alla volta di Filippi in Macedonia nella speranza che le relazioni con la comunità di Corinto vengano presto ristabilite in modo sereno e definitivo. Qualche volta lo zelo per evangelizzare Cristo può essere rallentato per attendere che i rapporti con coloro che si trovano sul percorso di maturazione della fede si rasserenino e si sia in grado di condividere la gioia per la mèta raggiunta.

Ringraziamento a Dio per un ministero sofferto ma autentico (2,14-17)
14Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! 15Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdono; 16per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita. E chi è mai all’altezza di questi compiti? 17Noi non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo.

In questo ringraziamento a Dio, Paolo fa riferimento a tre metafore per evidenziare il ruolo decisivo del ministero apostolico in vista della salvezza degli uomini.

La prima metafora è quella dei cortei trionfali, che si svolgevano dopo una vittoria militare dell’imperatore o di un suo condottiero. Dietro il carro del vincitore procedevano a cavallo i suoi ufficiali. Nella vittoria di Cristo risorto da morte, è Dio che trionfa, manifestando così tutta la sua onnipotenza salvifica. A tale trionfo sono associati e partecipano gli stessi apostoli “servi di Cristo”.

La seconda metafora è quella del profumo. Il ministero apostolico è descritto come uno strumento di diffusione del profumo della conoscenza di Cristo. È un’immagine probabilmente legata alla prima, perché, lungo la strada in cui si svolgevano i cortei trionfali si bruciavano dei profumi in grandi bracieri issati su aste. Ma, più probabilmente, si può sentire in queste parole l’eco del testo del Siracide: “Come cinnamòmo e balsamo ho diffuso profumo; come mirra scelta ho sparso buon odore …” (Sir 39,14).
Paolo non esita ad identificare se stesso con questo profumo: “Noi siamo dinanzi a Dio il profumo di Cristo…”. La sua persona è come se fosse stata completamente avvolta di questa flagranza da Dio. Mediante questa metafora l’Apostolo vuol dunque dire che è l’azione efficace di Dio in lui a consentirgli di diffondere intorno a sé la conoscenza di Cristo mediante la predicazione evangelica. Altrimenti, nessun uomo sarebbe all’altezza di svolgere tale missione in maniera adeguata.
L’idea che assilla Paolo è la discriminazione e la rottura che il messaggio del Vangelo reca inevitabilmente nel mondo dominato dall’egoismo. Ne ha fatto esperienza negli avvenimenti recenti di Corinto. Davanti al “profumo di Cristo” gli uni si rinnovano e si rigenerano per la vita; gli altri si allontanano e si chiudono per la morte.
Di fronte ad un risultato esistenziale così grave, l’Apostolo ha un grido di sgomento: E chi è mai all’altezza di questo compito? Nessuno può arrogarsi da sé un compito tanto carico di responsabilità, e in ogni caso chi lo esercita deve agire con fedeltà e limpidezza davanti a Dio. Paolo conferma l’origine divina del suo ministero apostolico, aggiungendo che i criteri di autenticità di tale ministero sono il permanente confronto con Dio e l’unione esistenziale con Cristo.

La terza metafora riguarda la Parola di Dio. Accusato di “mercanteggiare” il messaggio evangelico, Paolo ribatte l’accusa contro i suoi denigratori, identificati con un generico “molti” che falsificano la Parola di Dio. La metafora evoca un’operazione diffusa: adulterare o diluire la propria mercanzia per ricavarne profitto o guadagno.
L’apostolato è un nobile e terribile compito che oltrepassa le capacità umane e “richiede all’Apostolo di non essere un “Kàpèlos”, cioè come un “oste” di infimo livello che offre vino adulterato. Al contrario, egli è davvero autentico apostolo, che non opera alcuna contraffazione della Parola di Dio perché mosso da sincerità, da parte di Dio, e che sempre agisce alla presenza divina, in comunione costante con Cristo (v.17). Qui si radica la fecondità del suo ministero,il suo spandere dappertutto il buon profumo della conoscenza di Cristo” (P.R. Scalabrini).

Lectio Biblica 2
UN’ORIGINALE LETTERA DI RACCOMANDAZIONE (3, 1-18)

Tra Paolo e i suoi denigratori era in atto nella Chiesa di Corinto una dura lotta concorrenziale. Davanti alla comunità ciascuno esibiva i propri titoli di valore. Paolo non aveva ragioni esterne e palpabili da far valere. Rimandava alla sua persona dedita alla missione, alla sua azione di annunziatore del Vangelo. In breve, raccomandava se stesso, come gli rinfacciavano i suoi oppositori, che avevano motivi giuridici o comunque prove verificabili della legittimità del loro apostolato. Erano in possesso di lettere di raccomandazione da altre chiese.

■ Le credenziali dell’Apostolo (3, 1-3)

1Cominciamo forse di nuovo a raccomandare noi stessi? O forse abbiamo bisogno, come altri, di lettere di raccomandazione per voi o da parte vostra? 2La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. 3È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori.

Il brano comincia con due domande dall’evidente timbro apologetico e polemico: Paolo non intende auto-raccomandarsi. Non è un esibizionista. Non ha alcun bisogno di lettere di raccomandazione. È da questo netto rifiuto che scaturisce la suggestiva metafora della lettera di raccomandazione: l’unica lettera sulla quale può contare è la comunità stessa di Corinto, fiducioso com’è di essere difeso e sostenuto di fronte agli avversari. Al posto di una lettera, l’Apostolo può far valere l’esistenza della Chiesa stessa di Corinto. Ciò che lo accredita è la realtà viva e palpitante della fede maturata nei cuori dei corinzi e generata dalla predicazione evangelica dello stesso Apostolo. Con una espressione ardita Paolo afferma: “Siete voi la nostra lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini”.
Pur consapevole dell’ampia diffusione di questa testimonianza positiva a suo riguardo, Paolo riconosce con grande umiltà che, comunque, l’autore della “lettera” incisa “sui cuori di carne” non è lui, ma Cristo. Certo, l’Apostolo ha “servito” la chiesa corinzia e ha contribuito alla stesura di questa “lettera”; ma vi ha contribuito come può farlo uno scrivano, perché il vero autore della “lettera” è il Signore Gesù. In tal modo, Paolo, da un lato minimizza il proprio ruolo, confessando di essere un semplice servo del Signore, dall’altro, esalta il ministero apostolico in quanto strumento utilizzato da Cristo e dallo Spirito del Dio vivente. Stando all’immagine della missiva, l’Apostolo non può che svolgere il compito del redattore a cui Cristo detta la “lettera”.

Fuori dalla metafora: i Corinzi sono diventati cristiani perché hanno creduto in Cristo e sono stati battezzati nel suo Nome, ricevendo così il dono dello Spirito Santo. È precisamente lo “Spirito del Dio vivente” che ha agito, mediante Paolo, per far nascere e far crescere la comunità cristiana. Come la lettera non è stata scritta con inchiostro ma con lo Spirito Santo, così il materiale su cui è stata scritta non è costituito da “tavole di pietra” bensì da “cuori di carne”.
Echeggiano in questa antitesi (tavole di pietra e tavole di carne) alcuni riferimenti all’Antico Testamento: stando all’episodio di Esodo 31,18, Mosè sul Sinai ricevette due “tavole di pietra scritte dalla mano di Dio”. Ma il Signore, visti i continui peccati di idolatria degli Israeliti, promise, mediante il profeta Geremia, di stipulare con loro una nuova alleanza, scrivendo le sue leggi “sui loro cuori”(Ger 31,33).
Inoltre, attraverso gli oracoli profetici di Ezechiele 36,26, Dio fece questa promessa: “Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo e toglierò il cuore di pietra dalla vostra carne e vi darò un cuore di carne”. Combinando a modo suo questi passi dell’Antico Testamento, Paolo formula la duplice antitesi: la lettera è scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito; non su tavole di pietra, ma su cuori di carne.
Fuori metafora, nella nascita della Chiesa di Corinto era all’opera la forza vivificante dello Spirito di Dio. E il risultato fu la creazione di persone “con un cuore nuovo”, aperte e docili al progetto salvifico di Dio.

■ Il confronto tra i due ministeri – Il velo steso sui cuori (3, 4-18)

“4Questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio. 5Non però che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, 6che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito dà vita. 7Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu circonfuso di gloria, al punto che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore pure effimero del suo volto, 8quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito? 9Se già il ministero della condanna fu glorioso, molto di più abbonda di gloria il ministero della giustizia. 10Anzi sotto quest’aspetto, quello che era glorioso non lo è più a confronto della sovraeminente gloria della Nuova Alleanza. 11Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto più lo sarà ciò che è duraturo”. 12Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza 13e non facciamo come Mosè che poneva un velo sul suo volto, perché i figli di Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero. 14Ma le loro menti furono accecate; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. 15Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; 16ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto. 17Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. 18E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore.

Alle credenziali umane dei suoi avversari Paolo contrappone le sue che portano il segno dello Spirito del Dio vivente. Può dunque come apostolo nutrire motivata sicurezza. Non si tratta tuttavia di autosufficienza. Perché è in Dio, presente e operante in lui mediante Cristo, che egli nutre fiducia e fierezza apostolica. La sua stessa idoneità di apostolo non deve essere scambiata per una personale capacità o bravura. È solo dono gratuito, pura grazia (una chiara allusione alla vocazione sulla via di Damasco). Il Signore non si è limitato a sceglierlo e a chiamarlo all’apostolato. Lo ha trasformato perché diventasse servitore idoneo e capace della “nuova alleanza”.
L’Apostolo infatti confessa umilmente: “Non da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito dà vita”. Traccia poi un confronto tra le due alleanze (l’antica e la nuova) per mettere in risalto la diversità tra “il ministero di Mosè” e quello degli annunciatori del Vangelo. Quello mosaico è denominato ministero della morte e della condanna, perché coloro che ascoltano le prescrizioni di una legge scritta su “tavole di pietra” non sono in grado di osservarle e sono quindi sottoposti alla condanna di morte prevista per i trasgressori. La legge, infatti, nell’attuale condizione umana, non dà la capacità di fare ciò che comanda,perché – come Paolo sosterrà nella Lettera ai Romani 3,20; 5,21; 7,7.18 – per mezzo della legge si ha soltanto la conoscenza del peccato. Quello della nuova alleanza viene presentato come ministero dello spirito e della giustizia, perché il dono interiore dello Spirito Santo rende possibile l’attuazione della volontà divina.
Paolo prende inoltre lo spunto dall’episodio dell’Esodo 34,33, dove si narra che Mosè, dopo aver parlato ai figli di Israele, si metteva un velo sul volto perché gli Israeliti non vedessero la fine di ciò che era solo effimero (v.13). Questo fatto prefigura quello che capita ora agli Ebrei: “fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato” Per avvalorare questa affermazione circa la piena rivelazione dell’Antico Testamento in Cristo, Paolo fa lèva sul testo biblico dove si evidenzia che Mosè “quando entrava davanti al Signore, si toglieva il velo”(Es 34,34). L’Apostolo lo rilegge così: “ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto”. L’“entrare davanti al Signore” sta a significare “convertirsi”.
Per Paolo, dunque, la conversione al Signore Gesù è la condizione per accogliere la piena rivelazione dell’Antico Testamento. In sintesi: l’Apostolo,che sta al generoso e umile servizio del Vangelo, con il suo stile di vita, è un’interpretazione vivente dell’Antico Testamento. Nella sua rilettura dei testi biblici non solo afferma e ribadisce l’unità e la continuità dei due Testamenti, ma sottolinea il loro rapporto dinamico nel senso che il Primo Testamento è profezia di quella salvezza che si compie in Cristo morto e risorto e si prolunga nella comunità dei credenti nel suo Nome. Dal “volto” di Mosè al “volto” di Cristo, passando per la vita di ogni vero credente: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore”.

Diocesi di San Miniato
Anno Pastorale 2017/2018
http://sanminiato.chiesacattolica.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 13/06/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

  • 406.693 visite
Follow COMBONIANUM – Spiritualità e Missione on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 833 follower

San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
combonianum@gmail.com

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: