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Lectio sulla Seconda Lettera ai Corinzi (cap. 4-7) Morelli (2)

SECONDA LETTERA AI CORINZI
Capitoli 4-7 

a cura di Mons. Morello Morelli

Testo doc Seconda Lettera Corinzi – Cap. 4-7 – Morelli (2)

Testo pdf Seconda Lettera Corinzi – Cap. 4-7 – Morelli (2)

Lectio Biblica 3
IL VANGELO DELLA GLORIA (4,1-5,10)

■ Il tesoro in vasi di argilla (4,1-7)

300_St Paul1Perciò, investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo; 2al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio. 3E se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, 4ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio. 5Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù. 6E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo. 7Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi.

Paolo afferma ancora una volta che il servizio dell’annuncio evangelico, affidatogli dal Signore con gesto di grande misericordia, gli infonde fiducia e coraggio, tanto che nessuna difficoltà riesce a scoraggiarlo. Nella sua missione apostolica ha sempre tenuto un comportamento leale e corretto. Ha proclamato la Parola di Dio nella sua integrità e purezza, agendo con piena responsabilità davanti a Dio. Tutti gli ascoltatori possono dargliene atto. Totalmente infondate risultano perciò le accuse di falsità e dissimulazione, rivoltegli dai suoi denigratori. Sono, anzi, i suoi avversari a falsificare la Parola di Dio.
Se il vangelo da lui proclamato “rimane velato, lo è per coloro che si perdono”, perché costoro sono succubi dell’azione malvagia del Maligno (“del dio di questo mondo”) e, ostinati nella loro incredulità, non sanno vedere “lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio”. Paolo, dunque, difende la legittimità della sua missione apostolica, esaltandone l’importanza e lo splendore. I suoi oppositori, però, potevano pur sempre additare nella sua persona la presenza di una contraddizione insanabile. Si dichiara apostolo, ma intanto la sua esistenza si svolge all’insegna di una umiliante debolezza e impotenza. Com’è possibile che rappresenti Dio potente e glorioso? Non può essere un vero apostolo. Paolo ammette senza esitazione di essere un predicatore privo di qualsiasi aureola di gloria. Riconosce la sua debolezza umana, ma afferma di non essere per questo “squalificato”. Al contrario, realizza l’immagine autentica dell’apostolo di Cristo. Sì, perché questa non è gloriosa e trionfante, come pensano i suoi denigratori, ma povera e umile. Certo, il compito apostolico è splendido e importantissimo, ma l’apostolo non ne viene sublimato. Resta sempre legato alla sua umanità debole e impotente.
Per illustrare poi in che senso la vita di Cristo sia evidente nei ministri del Vangelo, Paolo ricorre all’immagine del “tesoro in vasi di argilla”. La metafora è fondata sulla relazione antitetica esistente fra contenitori fragili, fatti di materiale povero, come la creta e un contenuto prezioso, come un tesoro. Di quest’ultimo l’Apostolo precisa subito la potenza straordinaria, opposta alla fragilità dei vasi. La metafora evidenzia in modo chiaro l’antitesi tra la fragilità umana dell’Apostolo e la potenza divina del prezioso Vangelo di Cristo. Vangelo, dotato di una potenza tanto sublime, che non può essere frutto dell’attività di uomini deboli. La sua potenza deriva solo da Dio. Da una parte, dunque, la preziosità inestimabile della missione apostolica, dall’altra, la pochezza di chi ne è investito.

■ Tribolazioni, ma non annientamento (4,8-12)

8Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; 9perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, 10portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. 11Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. 12Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita.

Il brano è caratterizzato dallo stile della diatriba con martellanti contrapposizioni. Le quattro antitesi: “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo”, esprimono la situazione esistenziale di Paolo al limite del crollo definitivo e totale, eppure sempre tenuto in piedi dalla potenza e dalla grazia di Dio, che mai l’abbandona. L’avverbio “da ogni parte” sottolinea la persona dell’Apostolo implicata in un complesso di esperienze di vera crocifissione, ma non di annientamento, grazie appunto all’intervento divino: “Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale”. Sulla croce Cristo ha sperimentato l’impotenza più radicale; il suo apostolo, nella sua vita apostolica di derelizione, ne attualizza lo scandalo, incomprensibile per quanti hanno il culto religioso della potenza e del trionfo.
Paolo è perfettamente consapevole che la sua esistenza crocifissa ha un significato positivo, perché come è partecipe della morte di Cristo, così lo è pure della sua vita di risorto. Le due esperienze non appaiono successive, ma coesistenti. Certo, non manca del tutto la prospettiva escatologica, ma la sottolineatura è sul presente antinomico di morte e vita nello stesso tempo. Affermando poi “che in noi opera la morte, ma in voi la vita”, Paolo sostiene che non solo per lui, ma anche per la comunità di Corinto, la vita di Cristo risorto scaturisce dalla sua debolezza e impotenza di apostolo crocifisso. Il suo morire con Cristo nella quotidianità.
Senza dubbio queste parole erano provocatorie per gli oppositori di Corinto, i quali pensavano che Dio si rivelasse nella gloria e nella potenza dei predicatori. Sentirsi invece dire che la presenza vivificatrice e salvatrice del Padre di Gesù Cristo si realizzava nell’esistenza debole e derelitta di Paolo era un vero sovvertimento di prospettive.
Tutto questo, naturalmente, non era verificabile empiricamente, ma solo mediante una profonda visione di fede.

■ La fiducia nel ministero (4,13-15)

13Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo, 14convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. 15Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio.

L’Apostolo pone dunque a fondamento della sua attività apostolica la fede in Gesù Cristo. Così facendo, è coerente con la Sacra Scrittura, in particolare col Salmo 115 (116), che fa della predicazione una testimonianza di fede: “Ho creduto, perciò ho parlato”. Paolo “sa” che Gesù Cristo è stato risuscitato da Dio e che da Lui saranno risuscitati anche gli apostoli e chi avrà accolto la loro predicazione. La sua missione evangelizzatrice, sorretta dalla fede e animata dalla speranza nella risurrezione, diventa strumento privilegiato della grazia di Dio. Difatti, attraverso le parole e la vita dei missionari, la grazia di Dio raggiunge un numero sempre maggiore di persone. Se poi la predicazione apostolica è accolta con fede dagli ascoltatori, allora si diffonde la riconoscenza nei confronti di Dio, il quale resta all’origine dell’intera dinamica salvifica che coinvolge i predicatori e gli ascoltatori del Vangelo.

■ Corruzione e rinnovamento (4,16 –18)

16Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. 17Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, 18perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.

Rendendosi conto, in maniera acuta, dei contrasti e delle contraddizioni che segnano l’esistenza dei credenti, Paolo esprime la complessità della vita cristiana per mezzo di una serie di antitesi tra “uomo esteriore e uomo interiore”, tra “un momentaneo peso leggero e un peso eterno”, tra “tribolazione e gloria”, tra “realtà visibili e realtà invisibili”, tra “le realtà temporanee e quelle eterne”, tra “la nostra casa terrena che viene distrutta e una casa eterna, nei cieli, donataci da Dio”. Ma, nonostante queste tensioni e contraddizioni, l’Apostolo non si lascia sopraffare dall’avvilimento. Per lui, la vita terrena, pur ricolma di tribolazioni, non è che una preparazione alla comunione gloriosa con Dio. Dichiara, perciò, che mentre il suo “uomo esteriore” si va disfacendo, quello “interiore” si ricrea. Arriverà così a quella dimora spirituale in cielo, che sostituirà la sua “dimora carnale” sulla terra. Con tale visione di fede sulla vita eterna, riesce a vincere lo scoraggiamento, in cui potrebbe cadere nell’osservare il declino inarrestabile delle proprie forze fisiche. Sa, infatti, che, nonostante, tale declino, il suo “uomo interiore” non invecchia, perché lo stesso Spirito Santo agisce in lui, trasformandolo nell’immagine gloriosa del Signore.
La novità che caratterizza la vita cristiana (“Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate (di) nuove”) è dovuta all’evento della Risurrezione di Cristo, i cui effetti salvifici sono donati ai credenti dallo Spirito Santo. Paolo cerca così di rafforzare la fede dei Corinzi nella risurrezione, facendo lèva sulla sproporzione esistente tra i patimenti transitori della vita e la situazione smisuratamente gloriosa che attende il cristiano dopo la morte fisica (Rm 8,18). Non nega che, anche nella vita dei credenti, la “tribolazione”- dovuta soprattutto all’esercizio del ministero apostolico – abbia una sua pesantezza; ma la ridimensiona contemplando in anticipo la vita gloriosa e beata con Dio. In tal modo esclude che i cristiani autentici possano essere totalmente presi dalle “realtà visibili”, poiché chi ha in mente solo ed esclusivamente le “realtà terrene” e quelle “della carne” finisce per perdersi. I veri credenti fanno delle “realtà invisibili” ed “eterne” la mèta della loro tensione spirituale.

■ Abitazione terrena e abitazione celeste (5, 1-9)

1Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. 2Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste: 3a condizione però di esser trovati già vestiti, non nudi. 4In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. 5È Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito. 6Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, 7camminiamo nella fede e non ancora in visione. 8Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore. 9Perciò ci sforziamo, sia dimorando nel corpo sia esulando da esso, di essere a lui graditi.

Paolo propone una riflessione sulla risurrezione ricorrendo alle immagini dell’abitazione e del vestito. Più precisamente, la prima immagine è quella dell’esodo da una abitazione all’altra. Tra l’esistenza terrena e quella celeste esiste un’evidente sproporzione. La casa “terrena” non è altro che una “tenda provvisoria”, come le abitazioni dei nomadi o dei pellegrini. Il nostro corpo va inevitabilmente incontro alla morte fisica. In netto contrasto con la caducità e la provvisorietà dell’abitazione terrena, Paolo immagina quella celeste come “una dimora eterna, non costruita da mani di uomo”, ma “edificata da Dio”. Non diverso è il messaggio relativo all’immagine del vestito. Paolo non teme di trovarsi alla fine in situazione di nudità, perché sarà rivestito della vita eterna. Abiterà per sempre presso il Signore. Sarà unito a Cristo per sempre e in modo perfetto.
In 1Cor 13,12 aveva già scritto: “Ora vediamo Dio mediante uno specchio e in modo oscuro; ma allora lo vedremo faccia a faccia”. Certo, anche nel corso della vita terrena, l’Apostolo vive unito al suo Signore. Ma sulla terra il vincolo resta precario. Paolo è tuttavia ben consapevole che, fin quando non lascia il domicilio del corpo, è come se vivesse in esilio rispetto alla sua vera abitazione, che è presso il Signore. Da questo punto di vista, la vita terrena gli sembra come un esilio penoso; ma in lui – come in ogni credente – c’è la certezza che questo viaggio terreno ha una mèta ben precisa: “abitare presso il Signore”. Perciò Paolo giunge alla conclusione che sarebbe meglio per lui essere esiliato dal corpo terreno per poter condividere la stessa gloria del Signore Risorto. In attesa di questo beatificante incontro, si sforza “sia dimorando nel corpo sia esulando da esso, di essere a Lui gradito”.
Questa sua preferenza per la comunione indefettibile col Risorto non lo fa, comunque, evadere dall’oggi, dalla sua azione apostolica. Anzi lo impegna sempre di più nella sua missione di messaggero del Vangelo.

■ Impegno cristiano e retribuzione divina (5,10)

Ciò che veramente conta è condurre un’esistenza di gradimento a Dio, nella consapevolezza che ogni atto buono o malvagio compiuto durante il cammino terreno ha una rilevanza presso il tribunale di Cristo. L’Apostolo infatti dichiara:
10Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male.

La speranza nella vita eterna resta fortemente abbinata alla fede nel giudizio finale, verificativo e retributivo del bene e del male fatto durante la vita terrena. L’attesa fiduciosa del futuro ultimo non può dunque essere spensierata e pigra. Deve tradursi – come insegna il brano evangelico di Matteo 25 – nella realizzazione di un’esistenza storica, ricca di valori morali, di cui la retribuzione escatologica non è scopo e fine, ma risultato dell’eccedente dono di Dio.

Lectio Biblica 4
IL MINISTERO DELLA RICONCILIAZIONE (5,11 – 6,10)

■ Persuasione degli uomini per timore di Cristo (5, 11-13)

11Consapevoli dunque del timore del Signore, noi cerchiamo di convincere gli uomini; per quanto invece riguarda Dio, gli siamo ben noti. E spero di esserlo anche davanti alle vostre coscienze. 12Non ricominciamo a raccomandarci a voi, ma è solo per darvi occasione di vanto a nostro riguardo, perché abbiate di che rispondere a coloro il cui vanto è esteriore e non nel cuore. 13Se infatti siamo stati fuori di senno, era per Dio; se siamo assennati, è per voi.

Paolo – come ogni credente – sapendo che nel suo futuro dovrà comparire davanti al tribunale di Cristo, vive da persona timorata, vale a dire nell’obbedienza al Signore. Nella sua missione evangelizzatrice non ricorre a sotterfugi per strappare l’adesione degli ascoltatori. Davanti al Signore non ha proprio nulla da nascondere. Si rivela al contrario con tutta chiarezza. Spera dunque che anche i corinzi in coscienza lo apprezzino come un limpido e trasparente annunciatore del Vangelo. Anzi, pur ripetendo di non essere intenzionato a raccomandare se stesso, suggerisce ai suoi destinatari di vantarsi di lui. Già in 1,14 aveva espresso la convinzione che il legame tra lui e i Corinzi era tale che il vanto, nel momento del giudizio finale, avrebbe potuto essere reciproco. A questo punto, evitando di vantarsi in prima persona, pur sentendo l’esigenza di avere un sostegno contro i suoi rivali, auspica che a lodarlo con fierezza siano i Corinzi. Si accontenterebbe di questa loro presa di posizione a suo favore per contrastare i suoi oppositori.

Sembra infatti che costoro continuassero a vantarsi del possesso di lettere di raccomandazione, dell’appartenenza alla discendenza di Abramo, di avere notevoli capacità oratorie, estatiche e taumaturgiche (qui si intravedono già le avvisaglie della polemica che caratterizzerà la terza parte della lettera (vedi Capitoli 10-13). Si intuisce che Paolo vedrebbe bene che i Corinzi sconfessassero questi millantatori, schierandosi apertamente dalla sua parte. Per questo motivo, chiede quasi scusa ai Corinzi per avere osato domandare troppo a loro. Nel v.13 l’Apostolo gioca allora la carta dell’ironia. Da un lato, sembra non volere cedere al vanto e alla raccomandazione di sé, preferendo restare umile e “assennato” a vantaggio dei Corinzi. Dall’altro, “per Dio” ritiene giusto chiedere ai Corinzi – quasi uscendo di senno – di vantarsi. Ma se è giunto fin lì, è soltanto perché interiormente sospinto dalla “carità di Cristo”.

■ La carità di Cristo, fondamento dell’attività apostolica di Paolo (5,14-17)

14Poiché l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. 15Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. 16Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. 17Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.

È l’“agape di Cristo” il dato fondamentale di riferimento, sul quale Paolo si appoggia nella sua azione apostolica e, in particolar modo, nella sua attività riconciliatrice svolta in nome di Dio. Col termine “agapé “Paolo non intende l’amore dei ministri per Cristo, bensì l’amore generoso e incondizionato di Cristo per gli uomini. La sua attenzione, infatti, si concentra sull’amore del Signore per noi più che sul nostro per Lui. Del resto, questa è la novità principale, rivelatasi nell’evento della Croce. Il nostro amore per Cristo o per Dio, anche se importante (e tante volte sottolineato nell’epistolario paolino), non è mai totale o fedele come “l’agapé” divino.
Nel contemplare questo amore, Paolo e gli altri apostoli avvertono di non poter più vivere “secondo la carne”. Faranno, al contrario, di tutto per aiutare tutti i credenti a vivere “per colui che morì e fu risuscitato per loro”. L’Apostolo ricorda così ai Corinzi il nucleo incandescente della fede cristiana: la morte e risurrezione di Cristo a favore di tutti gli uomini.
Esplicita soprattutto la causa per cui Cristo è morto sulla croce, la sua solidarietà con l’intera umanità. È questa “carità di Cristo” che – secondo il testo greco – synéchei hémas” (la Volgata traduce: “caritas Christi urget nos”). Il verbo greco “synéchei”, scelto da Paolo, presenta una vasta gamma di significati per descrivere – più che per definire – l’amore di Cristo per noi. Un verbo che può significare: tenere insieme,sostenere, spingere, guidare, travolgere, costringere … L’amore di Cristo ha una portata talmente vasta che non può ridursi ad una sola funzione, ma raccoglie tutte le modalità con cui può essere ed è, di fatto, declinato. Dovendo tuttavia scegliere, ricorriamo a queste tre importanti sfumature: la carità di Cristo ci avvolge, ci coinvolge, ci travolge”.

– L’amore di Cristo ci avvolge, dato che Cristo è morto per tutti, come ha dichiarato nell’Ultima Cena. Il Signore non ha chiesto a noi peccatori di convertirci come condizione preliminare all’offerta del suo amore. Ci ha amati per primo e in maniera assolutamente gratuita. Di fronte a questa forza propulsiva del suo amore, nessuno può restare indifferente. Sente, anzi, di essere costretto (coinvolto) a fare la scelta tra una esistenza segnata dalla riconciliazione con Dio e col prossimo o un’esistenza da nemici della croce di Cristo, cadendo in forme di egoismo che generano solo inimicizie e rivalità. Benché, dunque, gli uomini peccatori vivano lontani da Dio, Cristo li avvolge del suo amore misericordioso.

– L’amore di Cristo ci coinvolge personalmente, dato che “tutti morirono” e, quindi, anche noi siamo morti con lui (vedi Rm 6,4-11). In che senso tutti gli uomini “morirono?” Questa consapevolezza di Paolo viene illustrata in Galati 1,4, in cui egli professa in termini generali che Cristo ha dato “se stesso per i nostri peccati per strapparci dal presente mondo malvagio”. Ma l’Apostolo, rendendosi conto di essere coinvolto personalmente in questo intervento redentore di Cristo, aggiunge in Galati 2,2: Il Figlio di Dio mi amò e consegnò se stesso per me. E, sempre nella stessa Lettera, afferma:“Con Cristo sono stato crocifisso” (2,19).
Questo concetto viene ulteriormente approfondito soprattutto al Capitolo 6 della Lettera ai Romani, dove Paolo specifica, prima di tutto, che i credenti in Cristo non sono morti fisicamente, ma sono morti “al peccato”, ossia sono stati liberati dalla schiavitù del peccato per avere la vita eterna. Questa libera partecipazione dei credenti alla vicenda salvifica di Cristo morto e risorto è realizzata nel Battesimo.

– L’amore di Cristo ci travolge, perché distrugge la nostra bramosia di vivere per noi stessi e ci “sospinge” a vivere “per colui che morì per noi e fu risuscitato”. In termini più personali, Paolo ammette in Galati 2,20: “Non sono più io che vivo; ma Cristo vive in me” e nella lettera ai Filippesi 1,21 aggiunge: “Per me vivere è Cristo. Quindi gli uomini, pur essendo totalmente recettivi rispetto all’“agapé” di Cristo, avvertono di essere “sospinti” a vivere come Cristo, con Lui e per Lui per non restare completamente passivi di fronte al suo dono.
In questa concezione cristiana della vita, la carità diventa il criterio di discernimento fondamentale. Perciò, chi – come Paolo – ha incontrato Cristo, non può non sentirsi travolto e sospinto dalla carità. Confessa l’Apostolo nella Lettera ai Filippesi 1,23: “Ora sono messo alle strette (synéchomai) da queste due cose: “il desiderio di essere sciolto dal corpo e di essere con Cristo – il che sarebbe assai meglio; ma è più necessario che io rimanga nella carne”.
Resta da comprendere come si attua questa dinamica storicosalvifica, in base alla quale l’amore solidale di Cristo per tutti gli uomini, abbraccia gli apostoli e i cristiani, spingendoli a non vivere più “per se stessi”, cioè in maniera egoistica, bensì a vivere “per colui che morì e fu risuscitato per loro”. A più riprese, in questa seconda Lettera ai Corinzi, Paolo ha lasciato intuire che Colui che rende possibile la partecipazione dei cristiani all’amore di Cristo è lo Spirito Santo. Lasciandosi vivificare dallo Spirito Paraclito, i cristiani vengono trasformati nell’immagine di Cristo stesso (3,18). Accolgono in se stessi la “carità di Dio” e di “Cristo”, vivendola concretamente nell’amore vicendevole verso il prossimo (2,10) e in concrete iniziative di solidarietà, come la colletta per i poveri di Gerusalemme (come vedremo al capitolo 8).

“Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e se anche abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così” (v.16).  L’Apostolo contrappone qui due conoscenze, una carnale e una spirituale, una vecchia e una nuova. Due conoscenze  che hanno anzitutto come oggetto Cristo, ma non solo Lui, perché – aggiunge subito Paolo – “non conosciamo più nessuno secondo la carne”. Conoscere secondo la carne non può significare semplicemente conoscere una persona nel suo aspetto terreno. Vuol dire piuttosto un modo vecchio, superato, di conoscere, di valutare e di giudicare. “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate,ecco ne sono nate di nuove” (v.17). Chi è, dunque, “in Cristo” vive secondo una scala di valori totalmente nuova, dato che in Cristo si verifica “originariamente” una nuova creazione, vale a dire “la nascita dell’uomo nuovo”.

■ È stato Dio a riconciliare con sé il mondo in Cristo (5, 18-20)

18Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. 19È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. 20Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. 21Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.

In questi versetti 18-20 subentra la realtà e il linguaggio della riconciliazione universale, compiuta da Dio nei confronti del mondo. In tutto il Nuovo testamento solo Paolo si serve del vocabolario della “riconciliazione” (Katallagé). Questo termine indica una radicale novità rispetto ai percorsi della riconciliazione riscontrabili nella storia delle religioni, compresa quella ebraica. Gran parte delle religioni propone percorsi diversi di riconciliazione con la divinità, ma tutti questi tragitti partono dal basso o dalla persona umana per raggiungere Dio. Strumenti della riconciliazione sono la preghiera, i sacrifici, il pentimento, la conversione.

– Al contrario, in questo paragrafo (come in Rm 5,10-11), non è la persona umana a riconciliarsi o a invocare la riconciliazione divina, ma è Dio stesso che, di sua iniziativa, “ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe” (v.19). – Paolo non accenna alle normali esigenze del pentimento e della conversione del cuore per suggerire il percorso della riconciliazione divina in Cristo, mentre invece concentra tutta la sua attenzione all’iniziativa divina, a quella “grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo” (Rm 5,2).
È chiaro che l’azione riconciliatrice di Dio mediante Cristo non toglie la responsabilità personale dei credenti, chiamati a riconoscere con verità e umiltà le proprie colpe, a convertirsi e ad accogliere la grazia donata dal Signore. L’Apostolo vuole comunque sottolineare che la storia della salvezza procede per l’iniziativa gratuita di Dio, non per lo sforzo volontaristico degli uomini. Soltanto la riconciliazione, che discende dall’amore gratuito e preveniente di Dio, è in grado di cambiare il cuore umano.
Paolo insiste nel dire che questa iniziativa di riconciliazione si è realizzata “mediante Cristo” (v.19). È, dunque, accettando per fede Cristo e aderendo a Lui che si entra nell’abbraccio del Padre. La parabola evangelica del “Padre misericordioso” (Lc 15, 11-32) rende visibile quanto Paolo sostiene e dimostra rispetto alla riconciliazione divina: è il Padre che corre incontro al figlio dopo lunghi anni di attesa e lo reintegra nella sua dignità. Nell’evento della riconciliazione di Cristo, Dio “esce dalla propria dimora”, compie un vero e proprio esodo, per venire incontro a ogni uomo, sia per raggiungere il “figlio minore” sia per andare incontro al “figlio maggiore”, così da far festa con entrambi.

– Ora questa “riconciliazione” si rinnova costantemente mediante il ministero affidato dal Signore agli apostoli, chiamati a proclamare al mondo “la parola della riconciliazione”. Paolo rivendica a sé in modo particolare questo compito: “Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro”. Da tale consapevolezza poi sgorga dal suo animo questa commovente invocazione: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (v.20).

■ Cristo divenuto “peccato in nostro favore” (5,21)

L’Apostolo è giunto a porre in risalto questa novità radicale della riconciliazione in Cristo, ricorrendo a questa frase paradossale:

21colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi diventassimo giustizia di Dio per mezzo di lui.

Occorre cogliere la natura paradossale, allusiva e provocatoria del senso della frase: un innocente (Gesù), pur non avendo “conosciuto peccato”, fu reso da Dio “peccato” (si badi, non “peccatore”), perché noi diventassimo “giustizia di Dio per mezzo di lui”.
“Siamo di fronte ad una formulazione altamente espressiva della sintesi spirituale dell’Apostolo, che non può fare a meno di riferirsi all’evento paradossale dell’Incarnazione e della croce di Cristo. La croce, scandalo e paradosso,diventa segno di peccato, di maledizione, di povertà, di sottomissione alla Legge e di asservimento in vista della salvezza. È la fede che insegna a leggere attraverso la croce la volontà salvifica di Dio e del suo amore che giustifica. Ciò che appare impensabile per la ragione umana solo Dio è capace di compierlo, diffondendo sui credenti benedizione e rinnovamento. È questo il senso del termine “giustizia”, nel quale si riassume il processo di giustificazione compiuto nel mistero pasquale del Figlio” (G. De Virgilio).

■ Ministri di Dio: gioie e tribolazioni del servizio apostolico (6, 1-10)

In questo lungo discorso sull’apostolato, Paolo si abbandona all’impeto di un’eloquenza dall’andamento innico. Vi si riscontrano concetti, immagini, antitesi, in una specie di fuoco incrociato. È evidente la concitazione dell’Apostolo, che rievoca e riflette in questa pericope commoventi brani della propria biografia. In cima ai suoi pensieri c’è la preoccupazione di salvare la verità della definizione degli apostoli come fedeli “ministri di Dio”.

Invito ad accogliere la grazia di Dio (6,1-2)
1E poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. 2Egli dice infatti: “Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso”. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!

Filo conduttore di questo brano è l’amore di Cristo, nel quale si rivela l’operato della grazia divina da accogliere nel presente, (qui e adesso). Risalta,anzitutto, la citazione di Isaia 49,8, dove il Signore si rivolge al suo popolo disperso per annunciare il tempo della restaurazione. Paolo applica ai Corinzi questa citazione profetica, aggiungendo ben due volte l’espressione “ecco ora”, in modo da rendere attuale e urgente l’accoglienza della grazia divina. Lasciarsi riconciliare con Dio, senza titubanza e senza dilazionare il momento (kairòs) favorevole, perché l’evento della croce deve essere accolto nel presente da coloro che aderiscono, per la fede, alla salvezza compiuta in Cristo. Nello stesso tempo, accogliere nell’oggi la grazia divina significa ospitare, dare spazio nel proprio cuore a coloro che della riconciliazione sono ministri, ambasciatori, collaboratori.

Condotta positiva dei ministri e nove situazioni negative (6,3-5)
3Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga biasimato il nostro ministero; 4ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, 5nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni.

Paolo sottolinea con fierezza che il suo ministero pastorale non può essere biasimato dai suoi rivali, perché non solo non ha mai agito in modo scandaloso, ma soprattutto perché le difficoltà e le sofferenze da lui affrontate sono la prova eloquente del suo essere “debole” in Cristo. Nel ripercorrere autobiograficamente la propria vicenda nella luce pasquale, l’Apostolo presenta, infatti, la debolezza della sua condizione antropologica e spirituale come “configurazione” al mistero del Cristo crocifisso e risorto.
Per testimoniare la propria partecipazione alle sofferenze di Cristo, presenta un quadro molto oscuro delle difficoltà incontrate nel ministero apostolico: tribolazioni, necessità, angosce, percosse, prigionie, tumulti, fatiche, veglie e digiuni. Gli Atti degli Apostoli ricordano queste situazioni concrete.
Unicamente a motivo della diffusione del Vangelo, Paolo, infatti, è stato percosso, è finito in prigione, si è trovato in mezzo a tumulti. Il ministero non gli risparmiato alcun tipo di “fatiche”, fra le quali va pure incluso il lavoro manuale da lui svolto per mantenersi. Come testimonia Atti 20,7-12, l’Apostolo talvolta predicava fino a notte fonda e, forse per avere più tempo per le attività pastorali, tralasciava perfino i pasti. Eppure, “in ogni situazione” non è mai venuta meno la sua perseveranza.

Nove qualità positive dei ministri (6, 6-7)
6Con purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero; 7con parole di verità, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra

In continuità con l’elenco delle avversità è posto anche quello delle nove virtù, disposte in due gruppi.

Nel primo sono incluse la purezza la sapienza, la pazienza e la benevolenza.

  • La purezza e la sapienza si riferiscono alla correttezza e alla semplicità delle relazioni interpersonali, che Paolo ha dimostrato nel suo agire e ha applicato al suo stile missionario. Chi vive il Vangelo secondo l’amore di Cristo sa veramente costruire relazioni autentiche, basate sulla sincerità e sulla trasparenza di giudizio.
  • La pazienza e la benevolenza si collegano in modo particolare alle relazioni ecclesiali: la pazienza indica l’atteggiamento mite, longanime nei confronti del prossimo. La benevolenza allude all’intenzionalità “costruttiva” che deve animare l’agire comunitario e ministeriale.

Nel secondo gruppo troviamo lo spirito di santità, l’amore sincero, parole di verità, potenza di Dio.

  • Notevole importanza assume l’espressione “spirito di santità”, con la quale Paolo probabilmente allude all’azione dello Spirito Santo, che è all’origine di ogni dono e ministero. Solo se sorretto dall’azione dello Spirito Paraclito, il credente diventa capace di vivere “un amore sincero”, senza alcuna ipocrisia, di ricercare costantemente, nelle relazioni interpersonali, le “parole di verità” del Vangelo e di affrontare “con la potenza di Dio” tutte le difficoltà e avversità del ministero.
  • La nona virtù segnalata è quella delle “armi della giustizia a destra e a sinistra”, come se Paolo si trovasse in un campo di battaglia per fronteggiare gli avversari. Il motivo è noto nella letteratura antica e rientra nel genere della panoplia o dell’armatura necessaria al combattimento. Seneca sosteneva che “vivere militare est” e Epitteto osservava che “la vita di ogni uomo è una campagna militare, ed essa è lunga e complicata. Tu devi conservare il carattere del soldato”.

Gli sviluppi maggiori sull’armatura delle virtù si riscontreranno nella Lettera agli Efesini 6,11-17: “Prendete dunque l’armatura di Dio perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superatole prove. State saldi dunque: attorno ai fianchi la verità; indosso la corazza della giustizia; i piedi calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, col quale potete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio”.
Non va dimenticato che in questo contesto il linguaggio paolino è metaforico, non reale, perché il Vangelo è messaggio di pace, non di guerra. Non è invece metaforica la lotta che ogni cristiano deve sostenere per restare fedele a Cristo. In questa lotta serve soltanto l’armatura di Dio. Paolo infatti puntualizza che non si tratta di armi militari, ma “armi di giustizia a destra e a sinistra”, cioè la giustizia morale come un’arma offensiva, impugnata dalla mano destra, quasi fosse una spada, e come un’arma difensiva, tenuta nella sinistra, quasi fosse uno scudo.

Le situazioni paradossali del ministero (6, 8-10)
8Nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama. Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; 9sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; 10afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto.

La vicenda cristiana è qui descritta con una serie di contrapposizioni che illuminano la dinamica del martirio quotidiano, presente nella vita di ogni credente. Essere discepoli di Cristo, ambasciatori del suo Vangelo e coerenti testimoni del suo amore, significa morire ogni giorno, passando attraverso il mistero della croce: “nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama”(8).
Paolo ricorre poi alla prima persona plurale, coinvolgendo così tutti i missionari.

  • La prima affermazione concerne la verità dell’annuncio: “Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri”.
  • La seconda affermazione fa riferimento alla visibilità dei missionari: “sconosciuti, eppure siamo notissimi”.
  • La terza affermazione parla del rischio della vita, a cui sono esposti i messaggeri del Vangelo: “moribondi, ed ecco viviamo”.
  • La quarta si riferisce al castigo subìto dai missionari, senza essere messi a morte: “puniti, ma non messi a morte”.
  • La quinta affermazione esalta quell’afflizione che non elimina la “gioia del cuore”, posseduta per sempre da coloro che ripongono in Dio tutta la loro fiducia: ”afflitti, ma sempre lieti”.
  • Le ultime due affermazioni riguardano la situazione economica dell’Apostolo e dei missionari: “poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto”.
    Il richiamo al tema della povertà e della ricchezza è particolarmente significativo nel contesto ecclesiale di Corinto, dove Paolo non si è mai stancato di testimoniare e di ribadire lo stile gratuito e libero del suo servizio apostolico. La paradossalità di una “ricchezza”, prodotta mediante la povertà evangelica, rappresenterà il vertice teologico della riflessione dei capitoli 8 e 9 concernenti la “colletta per la chiesa di Gerusalemme”.

In questi versetti 8-10 c’è una chiara connessione con la pagina evangelica delle Beatitudini (cf Mt. 5,3.12 e Lc 6,20-23), soprattutto per quanto riguarda i temi della povertà e della persecuzione a causa del Vangelo.

Lectio Biblica 5
IL MINISTERO DELLA PATERNITÀ SPIRITUALE (6,11-7, 16)

La lunga apologia sul ministero pastorale iniziata con 2Cor, 14 si chiude con questa perorazione (6,11-7,4), nella quale Paolo esorta i Corinzi a fidarsi di lui. Per questo rivolge due affettuosi inviti (6,1113 e 7,2-4), nei quali incastona un forte richiamo ai cristiani,perché siano sempre coerenti con la loro fede (6,14-7,1). Emerge così un ulteriore tratto del ministero apostolico: la paternità spirituale.

■ Invito ad aprirsi agli apostoli (6,11-13)

11La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi. 12Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. 13Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!

Paolo dimostra il suo affetto ai Corinzi, chiamandoli “figli” e dichiarando di aver parlato con loro a cuore aperto. Con atteggiamento paterno li rassicura che nel suo cuore c’è sempre spazio per loro, invitandoli a non rinchiudersi in se stessi: “è nei vostri cuori invece che siete allo stretto”. Chiede insomma ai Corinzi di essere ricambiato nell’affetto che egli continua ad avere verso di loro. Sperimenta, infatti, quanto sia amaro non sentirsi in comunione ecclesiale proprio con quelli che ha generato alla fede. Nell’intento di favorire questa comunione ecclesiale, si presenta come un padre affettuoso che cerca di essere accolto di nuovo dai Corinzi, nonostante le tante calunnie diffuse dai suoi oppositori nei suoi confronti. Certo, sa di essere padre dal punto di vista della fede cristiana a cui li ha generati. Tuttavia, non ricorre qui all’appellativo di “figli” solo per ricordare questo fatto. Gli preme piuttosto far capire che il suo affetto per loro è analogo all’amore viscerale di un padre per le proprie creature. Un vero amore paterno caratterizzato da manifestazioni passionali come una “gelosia divina” (così si esprimerà in 2Cor 11,2), che non tollera intrusioni esterne, tese a delegittimare il ruolo e le fatiche da lui affrontate per la crescita nella fede delle sue comunità.

■ Invito a separarsi dagli increduli (6,14-18 e 7,1)

14Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l’iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? 15Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele? 16Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo. 17Perciò uscite di mezzo a loro e riparatevi, dice il Signore, non toccate nulla d’impuro. E io vi accoglierò, 18e sarò per voi come un padre, e voi mi sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente. 7,1In possesso dunque di queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la nostra santificazione, nel timore di Dio.

Questa pericope (nella storia della ricerca esegetica sono state avanzate varie ipotesi sulla sua origine letteraria …) è un’articolata esortazione ai Corinzi perché sappiano testimoniare coerentemente la loro identità cristiana. Il ristabilimento di un sereno rapporto con l’Apostolo è condizionato dalle scelte che essi devono compiere, senza indecisioni, per mantenere la purezza della fede. L’esortazione di Paolo riguarda, infatti, l’integrità della condotta cristiana, la fuga dall’idolatria, la consapevolezza della speciale missione da compiere nel mondo pagano, vista l’incompatibilità di fondo tra il sistema di vita corrente nel paganesimo e i principi dell’esistenza cristiana.
La contrapposizione è ulteriormente irrigidita dai moduli letterari adoperati: “giustizia e iniquità”, “luce e tenebre”, “Cristo e Beliar” (Beliar è la forma ellenizzata dell’ebraico Belial, che significa “senza utilità”, “nocivo”, “maligno = demonio”), “fedele e infedele”, “il tempio di Dio e gli idoli”. Questa ultima antitesi permette a Paolo di definire la comunità cristiana come “il tempio del Dio vivente”. Una prospettiva chiaramente ecclesiologica, suffragata da un florilegio di citazioni e allusioni scritturistiche, che si apre con la formula “Come Dio stesso ha detto” e si conclude “dice il Signore onnipotente”.
Ne consegue che avendo Dio ha promesso di rimanere in una relazione profonda con i fedeli (“io vi accoglierò, e sarò per voi come un padre, e voi mi sarete come figli e figlie”), essi “in possesso di queste promesse” sono sollecitati a purificarsi “da ogni macchia della carne e dello spirito” per realizzare la loro santificazione nel timore di Cristo.

■ L’appello di Paolo al contraccambio di amore e gioia (7,2-4)

2Fateci posto nei vostri cuori! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato. 3Non dico questo per condannare qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e insieme vivere. 4Sono molto franco con voi e ho molto da vantarmi di voi. Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione.

Passando dalla prima persona plurale (7,2) alla prima singolare (7,3), Paolo lascia trasparire che di fatto è lui che sta dettando la lettera anche a nome di Timoteo (1,1). È, soprattutto, lui, che ha nel cuore questo atteggiamento di accoglienza paterna nei confronti dei Corinzi e di intensa gioia, a motivo della consolazione divina, che sempre lo sorregge. Tipico del comportamento di Paolo è il modo eccessivo col quale comunica ai lettori questa sua gioia: “Sono pieno di consolazione, stracolmo (hyperperisseùmai) di gioia in ogni nostra tribolazione”.
Non nasconde la sua sofferenza, causata forse dal ricordo di essere stato falsamente accusato dai suoi oppositori. Da tali ingiurie si difende subito con estrema chiarezza (v.2), senza tuttavia incolpare i corinzi (v.3). Anzi, dando prova di assoluta libertà nel confessare quanto sente (“sono molto franco”), rivela loro la sua tribolazione, sicuro del fatto che l’unione di una comunità cristiana, anche nella sofferenza e nella partecipazione solidale alle tribolazioni altrui, è un valore ecclesiale fondamentale.
I cristiani, uniti nelle tribolazioni,  testimoniano una carità a tutta prova, nella buona e cattiva sorte (per morire insieme e vivere insieme). È paradossale il fatto che Paolo sperimenti dentro di sé una gioia così traboccante proprio quando soffre (v.4). Razionalmente parlando, è inspiegabile la coesistenza di queste due realtà antitetiche; ma la chiave di questo paradosso sta nella fiducia di Paolo “nel Dio che consola gli afflitti”.

■ Ricordi autobiografici: Paolo in Macedonia, raggiunto da Tito (7, 5-7)

5Infatti, da quando siamo giunti in Macedonia, la nostra carne non ha avuto sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo tribolati: battaglie all’esterno, timori al di dentro. 6Ma Dio che consola gli afflitti ci ha consolati con la venuta di Tito, 7e non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi. Egli ci ha annunziato infatti il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me; cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta.

Nel riprendere il racconto autobiografico nel punto in cui l’aveva interrotto al Cap 2,12-13 (“Giunto a Troade per il Vangelo di Cristo, sebbene una porta mi fosse aperta nel Signore, non ebbi sollievo nel mio spirito, dato che non vi trovai Tito, mio fratello, ma congedandomi da loro mi recai in Macedonia”), Paolo rievoca il suo arrivo in Macedonia. Confessando di non aver trovato alcun sollievo in quella località, riconosce implicitamente la propria fragilità (= sàrx, carne) di fronte a tutte quelle tribolazioni, aggiungendo però che l’incontro con Tito risollevò il suo morale. Più propriamente, interpreta in un’ottica di fede tale incontro, come una vera consolazione donatagli direttamente dal Signore, “che consola i miseri”.
A confortare Paolo fu non solo l’incontro col suo collaboratore, ma soprattutto la notizia dell’esito positivo della missione di Tito a Corinto. L’Apostolo si rallegrò sentendo raccontare dal suo discepolo che i Corinzi erano desiderosi di rivederlo. Per di più venne a sapere con piacere che essi, dopo aver pianto per lui – probabilmente pentendosi del loro comportamento – avevano dimostrato persino della premura nei suoi confronti. Il conforto divino è, infatti, molto concreto: Dio utilizza fatti e persone per incoraggiare i credenti. Paolo lo ha messo in risalto fin dall’inizio della Lettera, quando ha sottolineato l’intervento liberatore del Dio di ogni consolazione” nelle concrete tribolazioni capitategli nel ministero missionario.

■ Effetti di una lettera di Paolo (7,8-12)

8Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto – vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati – 9ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; 10perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. 11Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda. 12Così se anche vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell’offensore o a motivo dell’offeso,ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio.

Verosimilmente la lettera qui menzionata fu scritta dopo la prima lettera ai Corinzi, anche se questo breve cenno di Paolo non permette di andare al di là delle ipotesi. L’Apostolo parla di questa missiva nel contesto dei ricordi sulla missione di Tito a Corinto. Si può congetturare allora che Tito abbia consegnato di persona lo scritto paolino alla Chiesa corinzia. La congettura permetterebbe di capire meglio sia l’ansia di Paolo di incontrare il suo collaboratore di ritorno da tale missione sia la sua gioia nel ricevere la notizia del miglioramento dei rapporti con la comunità.
In ogni caso, l’Apostolo riconosce che, in un primo momento, il suo scritto epistolare rattristò i Corinzi. Ma fu una tristezza positiva, perché “li spinse a ravvedersi” (v.9) e a mutare il loro atteggiamento negativo nei suoi confronti. Paolo, infatti, parla di una “tristezza secondo Dio”, vale a dire secondo la volontà salvifica di Dio (v. 10). Al contrario, la “tristezza del mondo”, ossia l’amarezza di chi in maniera libera e consapevole rifiuta Dio, rinchiudendosi nel proprio orgoglioso egoismo, non può che provocare la morte del peccatore, la sua perdizione eterna.
In concreto, i Corinzi non sono stati affatto puniti da Paolo (“non avete ricevuto nessun danno da parte nostra”), perché si sono ravveduti e hanno mutato il loro atteggiamento verso l’Apostolo e verso colui che lo aveva offeso con una ingiustizia (v.12). In particolare, a riguardo di quest’ultimo, i Corinzi sono stati pronti a punirlo, dopo essersi indignati di lui (v.11). Invece, verso Paolo – che verosimilmente è da identificare con l’offeso – i Corinzi si sono dimostrati non solo premurosi, ma anche pronti a scusarsi e a trattare l’Apostolo con rinnovato rispetto, esprimendo il vivo “desiderio” di rivederlo.
Alla luce di questa presa di posizione dei Corinzi, Paolo si rende conto che essi in realtà non erano corresponsabili dell’ingiustizia commessa contro di lui da quel tale (v.11). L’Apostolo precisa inoltre di non aver scritto la “lettera delle lacrime” per accusare il responsabile dell’ingiustizia commessa contro di lui (v.12). Voleva soltanto sollecitare i Corinzi a schierarsi apertamente dalla sua parte, dimostrando così i loro buoni sentimenti nei suoi confronti al cospetto stesso di Dio.

■ Accoglienza di Tito a Corinto e fiducia di Paolo nei Corinzi (7,13-16)

13Ecco quello che ci ha consolati. A questa nostra consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito, poiché il suo spirito è stato rinfrancato da tutti voi. 14Cosicché se in qualche cosa mi ero vantato di voi con lui, non ho dovuto vergognarmene, ma come abbiamo detto a voi ogni cosa secondo verità, così anche il nostro vanto con Tito si è dimostrato vero. 15E il suo affetto per voi è cresciuto, ricordando come tutti gli avete obbedito e come lo avete accolto con timore e trepidazione. 16Mi rallegro perché posso contare totalmente su di voi.

Visto il buon esito conseguito con la “lettera delle lacrime”, Paolo aggiunge ora che lo stesso Tito si rallegrò durante la sua visita ai Corinzi nel constatare la loro obbedienza e la loro cordiale ospitalità. Da parte sua, da tutta questa vicenda trae una conferma circa il suo giudizio positivo sulla Chiesa di Corinto, che, a ragione, aveva sulla Chiesa corinzia, così erano vere e sincere tutte le sue parole rivolte ai Corinzi, rimproveri inclusi.

Diocesi di San Miniato
Anno Pastorale 2017/2018
http://sanminiato.chiesacattolica.it

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Questa voce è stata pubblicata il 17/06/2019 da in ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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