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Io, prete indigeno, ascolto il grido della terra

Intervista a padre Xalxo sul ruolo della Chiesa Amazzonica per il mondo


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Un momento della processione sul fiume Caraparu a Santa Izabel do Para, in Brasile

MARCO GRIECO
Domenica 23 giugno 2019
http://www.interris.it

Con una superficie di oltre 5 milioni di chilometri quadrati estesi tra Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana Suriname e Guyana francese, la regione Panamazzonica rappresenta il polmone verde del pianeta.
Il Documento Preparatorio del Sinodo dei Vescovi per l’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica, presentato lo scorso anno, ne aveva descritto il territorio: “Il bacino amazzonico rappresenta per il nostro pianeta una delle maggiori riserve di biodiversità (dal 30 al 50% della flora e fauna del mondo), di acqua dolce (20% dell’acqua dolce non congelata di tutto il pianeta) e possiede oltre un terzo dei boschi primari del pianeta”. L’Instrumentum Laboris, il documento programmatico presentato il 17 giugno presso la Santa Sede in vista del Sinodo sull’Amazzonia e in programma in Vaticano dal 6 al 27 ottobre prossimi, sottolinea l’importanza dell’intera ecoregione quale “grande bacino di vita” e “sorgente dei popoli” all’interno del creato.
Sul documento, In Terris ha intervistato il gesuita Prem Xalxo, docente di teologia morale presso la Pontificia Università Gregoriana, studioso di etica ecologica e della comunicazione. Padre Xalxo ha 53 anni, viene dall’India e parla un fluente italiano che risente dei suoi vent’anni di vita romana. Dopo un’infanzia e gli anni di noviziato trascorsi tra il nord e il sud dell’India, la Compagnia di Gesù lo invia, fresco sacerdote, nella capitale italiana.
Oggi, con un’esperienza di docenza pluriennale alle spalle, coordina il Joint Diploma in Ecologia integrale, il primo corso di studi che vede la collaborazione di dieci Università Pontificie con l’obiettivo di promuovere e diffondere il messaggio dell’enciclica Laudato sì alla luce delle attuali sfide ecologiche di tipo teologico e socio-culturale. Per lui, l’ecologia è una missione radicata nella sua stessa vocazione: “Credo che l’ecologia abbia destato da sempre il mio interesse. Nella nostra lingua, noi ci definiamo ‘adiwasi‘, che significa abitanti originari; nella mia India, ho scoperto cosa significa concretamente appartenere alla terra”.

Ascoltare il grido dei poveri

Secondo P. Xalxo, la prima novità che emerge dal documento riguarda l’ascolto del grido dei poveri: “Sullo spirito del messaggio contenuto nel punto 49 dell’enciclica Laudato , Papa Francesco ha ribadito, ancora una volta, l’importanza dell’ascolto verso ciò che chiama ‘il grido della terra’. Lo stesso afflato ricorre anche nella Costituzione Apostolica Episcopalis Communio presentata lo scorso anno: nel testo, lo stesso grido arriva a coincidere con il ‘grido della gente’. Con tale Sinodo, la Chiesa, più che mai, si propone di ascoltare i poveri, che sono spesso vittime perché la loro voce non viene udita”.
Per il gesuita, “prestare attenzione agli ultimi è un atteggiamento fondamentale per la Chiesa”, poiché va alle sorgenti del messaggio profetico affidatole da Cristo. Nel Vangelo, Gesù è ritratto sempre come Maestro in ascolto e, conforme a uno spirito d’incarnazione al Crocifisso, la Chiesa ha il dovere di seguire il Suo esempio. Padre Xalxo ricorda di aver sperimentato in prima persona la potenza dell’ascolto: “Durante le vacanze di maggio e giugno, tanti giovani ritornavano a casa dalle città in cui studiavano. Ricordo l’entusiasmo dei genitori, spesso analfabeti, nell’ascoltarli. C’era un modo di insegnare senza un fare cattedratico. Questa era la maniera che noi, più acculturati, avevamo per ascoltare chi aveva sete di conoscenza”.

I valori degli indigeni

Una Chiesa che ascolta è una chiesa che mette al centro le popolazioni indigene: “Aprendoci a loro – ha sottolineato p. Xalxo – possiamo imparare molte cose. Innanzitutto, apprendiamo dalle comunità indigene il loro senso di solidarietà, la ricca spiritualità, che sono strettamente connessi a un senso di uguaglianza. Io stesso provengo da una comunità indigena e ho vissuto i valori costitutivi di tali realtà. Nei nostri villaggi, si viveva in pace a prescindere dal proprio credo religioso e tutti partecipavano alle ricorrenze religiose di ciascuno. Rammento con nostalgia quello spirito di condivisione”.
Per questo, l’Amazzonia rispecchia appieno lo spirito dei popoli che la abitano, dal momento che la loro presenza coincide con la natura pulsante di vita che la contiene. Il cammino del Sinodo pone, dunque, l’accento su una conversione innanzitutto ecologica, tale perché – citando l’Instrumentum – ruota attorno alla “vita, la vita del territorio amazzonico e dei suoi popoli, la vita della Chiesa, la vita del pianeta”. Per il gesuita, in secondo luogo il Sinodo potrà essere l’occasione per fare dell’Amazzonia un ponte verso altri biomi essenziali, ma altrettanto fragili, come quelli del mondo asiatico e africano. Si tratta di ecosistemi che coincidono con le periferie esistenziali che il Pontefice ha a cuore”.
Il documento non tralascia di sottolineare la ricchezza rappresentata dai popoli indigeni, i quali “hanno una saggezza ancestrale, uno stile di vita dove tutto è connesso: hanno il senso del legame alla trascendenza e alla natura, alla comunità e alla famiglia. La loro prospettiva di vita unisce, in un approccio totalmente olistico, educazione, lavoro e religiosità”.


Prem Xalxo
Padre Prem Xalxo – © AgenSIR

Proposte concrete

Nella seconda parte del documento, Ecologia integrale: il grido della terra dei poveri, la Chiesa si propone di procedere concretamente. “All’ascolto devono seguire necessariamente delle proposte concrete – ha sottolineato p. Xalxo -.Questo può senz’altro essere facilitato dalla collaborazione con i governi coinvolti”. Secondo un atteggiamento in cui ci si “sporca le mani”, la Chiesa può cogliere il problema che affligge la regione Panamazzonica solo se si cala nella sua “realtà contrastante”, scossa dalla deforestazione e dalle conseguenti migrazioni forzate.
Come ha scritto il gesuita Arturo Peraza sul numero 4045 de La Civiltà Cattolica “molti guardano all’Amazzonia come una sorta di terra nullius, perché non considerano sue effettive proprietarie le popolazioni che da millenni conducono la loro esistenza in quel territorio”. Questo porta alcuni paesi a dare il via libera a concessioni per l’utilizzo intensivo della terra, che è la ragione principale del cosiddetto “modello estrattivista” che continua a danneggiare il polmone verde.
Secondo i dati satellitari forniti dall’Agenzia di ricerca spaziale brasiliana (INPE), solo in Brasile sono stati registrati circa 739 chilometri quadrati di foresta pluviale andati perduti soltanto a maggio 2019: il dato peggiore degli ultimi dieci anni, se si pensa che lo scorso anno, nello stesso periodo, erano stati disboscati 550 chilometri quadrati. Il disboscamento è la principale minaccia alle forme di vita dell’ecoregione: il rapporto del Wwf Amazzonia viva afferma che, nel periodo compreso tra 2000 e 2013, è andato perduto il 4,7% della foresta amazzonica con una diminuzione della copertura da 575 a 548 milioni di ettari, convertiti a pascoli e coltivazioni.
In questo senso, in quanto studioso esperto di etica della comunicazione e conflitti di civiltà, p. Xalxo ravvisa nel Sinodo un ruolo chiave per arginare la deriva di sfruttamento della regione: “Negli ultimi anni, l’intera regione Panamazzonica è stata contraddistinta da una sistematica violazione dei diritti umani per sfruttare le risorse. Dobbiamo tenere a mente che chi minaccia la vita degli uomini, minaccia tutto il pianeta e anche la Chiesa stessa”.

La conversione pastorale

L’Instrumentum laboris riconosce che la conversione ecologica non può svincolarsi da un cammino pastorale altrettanto radicale. “Quest’aspetto, tipico dell’ecologia integrale – sottolinea p. Xalxo – mette sì l’uomo al centro, ma lo sgrava dal ruolo di dominatore. L’essere umano, calato nella vita pulsante del creato, accompagna l’intero creato. In questo modo, l’ecologia integrale è l’ideale anticamera per la teologia del popolo, dove l’uomo, povero, diventa ricchezza per la Chiesa”. Una Chiesa incarnata, dunque, che rifugge ogni tipo di clericalismo. Come ha spiegato padre Humberto Miguel Yáñez, che ha presentato la sintesi del documento presso la Sala Stampa della Santa Sede, “la Chiesa deve incarnarsi nell’alto senso di comunità delle culture indigene”.
Del documento, P. Xalxo ha sottolineato l’importanza del passaggio in cui si descrive la transizione da “una Chiesa che visita” a una “Chiesa che rimane”: “Dovrebbe essere essenziale promuovere vocazioni autoctone di uomini e donne in risposta ai bisogni delle comunità. Sono cresciuto anch’io in una comunità indigena dell’India e so cosa significa aspettare il sacerdote una volta all’anno per celebrare Messa. Ascoltare il popolo significa cogliere il desiderio che la gente ha dei sacramenti quali nutrimento spirituale, l’Eucaristia prima di tutti”.

Le sfide del Sinodo

Quali sfide attendono la Chiesa in un’area così vasta e altrettanto poliedrica? Come ha dichiarato il Segretario generale, cardinale Lorenzo Baldisseri, “è necessario promuovere vocazioni autoctone di uomini e donne in risposta ai bisogni di un’attenzione pastorale sacramentale”.
Viene in mente la questione dei viri probati, cioè l’eventualità di delegare ai laici coniugati la possibilità di svolgere mansioni ministeriali in contesti difficilmente raggiungibili per mancanza di sacerdoti. Come osserva p. Xalxo, “si tratta di un aspetto che i vescovi della Panamazzonia stanno valutando da tempo. Per esperienza personale, in alcune comunità periferiche i sacerdoti spesso mancano nei momenti cruciali della vita dei credenti. Per questo, si tratta di una possibilità che la Chiesa sta valutando: alla fine, ogni decisione sarà presa seguendo la virtù della speranza”.
Secondo il gesuita, il Sinodo guarda al futuro con gli occhi profetici del Concilio Vaticano II: “La Chiesa ha la necessità di interpellarsi guardando oltre i fatti contingenti, con un atteggiamento che si ponga nel solco di San Papa Paolo VI, che parlava di ‘segni dei tempi’. Ora ci è data la preziosa occasione non solo di poter vedere, ma anche di giudicare e agire sul modo con cui stiamo costruendo il futuro di tutto il pianeta”.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 23/06/2019 da in ITALIANO con tag .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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