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Il rigurgito jihadista che infiamma il Sahel

Un fondamentalismo che si insinua nelle fratture antropologiche: una pericolosa polveriera nell’Africa occidentale.


Camionette nel territorio del Mali

Convoglio militare, Mali

DAMIANO MATTANA
http://www.interris.it
1.7.2019

C’è un problema di fondo che si nasconde dietro ai poligoni quasi regolari che corrispondono ai confini dei 54 Stati che compongono l’Africa: quella spartizione, livellata a colpi di squadra, non tenne conto di quanto e di cosa stava dividendo. Perché all’epoca della grande “zuffa” al continente africano si guardava come a un catino di possibili sfide commerciali, a rotte di esplorazioni per scoprire se il Congo e lo Zambesi fossero o meno navigabili, se il bacino del Niger celasse qualche ricchezza o se il Nord non contenesse solo fasti delle civiltà passate.
Attorno al tavolo di Berlino, nel 1884, si discusse solo di come spartirsi il tutto, perché lo “scramble for Africa” era iniziato da un pezzo: da Capo Verde a Equatoria e da Alessandria fino alle già sfruttate riserve diamantifere di Kimberley, ai confini del Transvaal boero, la strategia coloniale europea fu una “corsa” in tutto e per tutto. E in quanto tale, non tenne in considerazione quello che stava travolgendo.
Niente di strano che, pur a distanza di un paio di secoli (più o meno), l’eredità di una spartizione quasi geometrica continui a sortire effetti devastanti sugli abitanti ancestrali di quelle terre, preda facile delle inevitabili intemperanze etniche, così come della dilagante azione del fondamentalismo. Una situazione che contraddistingue larghe parti dell’Africa centrale ma che, allo stesso modo, cresce in altre aree del continente, interessando in particolar modo la fascia del Sahel, ritenuta al momento la più sensibile all’influenza dei gruppi jihadisti.

Il caso del Mali

Quello del Mali è un caso limite. Interamente attraversato dalla fascia del Sahel, il Paese presenta le tracce forse più evidenti degli attriti etnici dovuti alla frammentazione territoriale della fascia al di sopra e al di sotto del Sahara. La riduzione degli spazi in una regione estremamente frammentata come quella maliana (da un punto di vista antropico) ha indirettamente favorito il contatto fra etnie lontane fra loro per tradizione e vocazione, i cui dissensi sulla questione territoriale sono stati esasperati da influenze esterne che, a loro volta, sono andate a inserirsi nelle fratture antropologiche favorendo l’instabilità sociale dei popoli e, di conseguenza, quella di tutta l’area geografica.
Una polveriera di cui si conosce relativamente poco, nonostante la violenza esercitata dagli attori in campo. Forse per un’attenzione globale poco propensa a gettare uno sguardo su aree remote del pianeta, pur nella parziale consapevolezza di come la lotta al fondamentalismo passi anche da una garanzia di stabilità in situazioni di devastanti fratture etniche.
In Mali, la più grave di queste corre lungo le frastagliate pareti della Falesia di Bandiagara, nel sud-est del Paese, non lontano dal confine con il Burkina Faso e terra ancestralmente dimora della tribù Dogon, coltivatori e astronomi, ormai in perenne contrasto, estremamente violento, con l’etnia nomade dei Fulani, pastori e notoriamente praticanti dell’Islam.

Faida etnica

Non c’è solo una distinzione culturale che infiamma il contrasto sul confine, nonostante la spartizione dei territori, fra porzioni di terre coltivabili e altre utili per i pascoli, costituisca uno dei motivi più frequenti delle intemperanze fra i due gruppi etnici: il fattore religioso, infatti, sarebbe il principale veicolo dell’instabilità, ovviamente declinato nella sua versione meno spirituale. L’Islam dei Fulani, infatti, sarebbe in buona parte influenzato dalle interferenze dei gruppi jihadisti, vicini alle bandiere nere che operano più a sud ma con reclutatori dati piuttosto operosi in una zona fragile come quella attorno a Bandiagara.
Un’affiliazione, quella che scelgono alcuni pastori Fulani, malvista dai vicini Dogon, animisti e, a loro volta, accusati di intrattenere relazioni di collaborazione non dichiarate con l’esercito maliano. Uno scambio di accuse che, in un clima di forte instabilità, significa quasi inevitabilmente violenza.
Una furia di cui si conoscono i nomi e, purtroppo, anche i numeri: ad aprile 150 morti ad Ogassogou, nel Mopti, quasi tutti di etnia fulani. Responsabili, pare, i cacciatori Dogon. Il 10 giugno la risposta, un’altra strage: il villaggio di Sobane-Kou viene spazzato via dai jihadisti fulani, stroncando almeno 95 persone. Solo gli ultimi episodi di una faida che, di mese in mese, cresce nel suo tributo di sangue.

Un Paese instabile

Gli scontri in atto nella zona centro-occidentale del Mali avvengono quasi inosservati, in una condizione di silenzio che, di fatto, taglia il Paese in due. Non più tardi di sei anni fa, nel 2013, l’Operazione Serval, guidata dalla Francia, aveva rappresentato il primo intervento internazionale nella sanguinosa guerra civile esplosa a seguito della ribellione dei Tuareg nel nord del Mali appena un anno prima, con la dichiarazione d’indipendenza (non riconosciuta da nessuno Stato) della regione dell’Azawad (durata comunque appena un paio di mesi). Una situazione che, anche per lo schieramento francese al fianco del governo di Bamako, aveva richiamato l’attenzione della Comunità internazionale, senza però considerare gli effetti collaterali della mossa dei Tuareg, che aveva di fatto ravvivato le pretese islamiste su una regione dove la compressione degli spazi aveva già fomentato i dissapori etnici. E dove, per effetto domino, era già aumentata l’infiltrazione jihadista.
Il punto di non ritorno, in questo senso, è stato raggiunto nel 2015, quando il gruppo fondamentalista creato da Amadou Koufa, il Front de Liberation du Macina, aveva già iniziato il reclutamento fra i pastori fulani, coinvolti indirettamente dalle intemperanze nell’Azawad. Porzioni di territorio che, in sostanza, sono rimaste fuori dal ripristino dell’ordine operato su gran parte dei principali poli urbani del Paese da Bamako e che, ora come ora, pagano lo scotto di una frattura che ha permesso alla shari’a di tornare a far leva, insinuandosi in quelle divisioni ancestrali che, fino a poco tempo fa, costituivano solo una separazione culturale, non certo una ragione per dar parola alle armi. Un’instabilità che, oggi, rischia di creare il possibile embrione di un jihadismo che ha già raggiunto gravi livelli di efferatezza. Situazione che non riguarda solo il Mali, ma che corre, quasi in una tragica retta, lungo tutta la fascia del Sahel.

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Questa voce è stata pubblicata il 02/07/2019 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , .

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