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La necessità della disobbedienza civile, da don Milani a don Konrad a Carola


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Nel mese di maggio 2019, il cardinale elemosiniere vaticano Konrad Krajewski, con il pieno sostegno di Papa Francesco, si è personalmente calato in un tombino per riallacciare l’energia elettrica agli occupanti di uno stabile romano.

Si è trattato di un gesto di disobbedienza civile che ha fatto molto scalpore nell’opinione pubblica e che affonda le proprie radici nella coscienza che alimenta atti concreti, fino alla scelta di non rispettare norme giuridiche ritenute inconciliabili con la religione o l’etica.

Quasi due mesi dopo, in condizioni diverse, ancor più drammatiche, la comandate della nave Sea Watch 3 Carola Rachete, dopo una lunga ed estenuante attesa, ha violato il divieto di attracco al porto di Lampedusa, portando in salvo oltre quaranta migranti, accettando l’arresto come conseguenza del proprio atto di disobbedienza civile.

Tornando a don Konrad, la motivazione del gesto è stata quella di: “soccorrere quanto prima, in stato di emergenza, piccoli e ammalati fortemente compromessi dalla mancanza di energia elettrica”.

Dopo aver sollecitato inutilmente l’intervento delle istituzioni pubbliche locali, il cardinale si è assunto la piena responsabilità della propria azione, come dimostrato dal biglietto da visita lasciato sul luogo e dalla dichiarazione successiva, con la disponibilità a sanare economicamente la situazione. Un gesto politico, non solo umanitario e, come quello della giovane “capitana” tedesca della Sea Watch, di disobbedienza civile: è considerato possibile, per motivi gravi, agire contro una legge (non contro l’autorità), assumendosi la relative responsabilità.

Un gesto che aiuta a riflettere, facendo eco del pensiero di Paul Ricoeur, sul rapporto tra amore e giustizia, poichè: “il giusto appartiene al buono, prima ancora che al legale”. Se, come scriveva il filosofo francese, “l’amore obbliga ad una giustizia educata all’economia del dono”, esso ci porta anche ad “uscire” da una giustizia istituzionalizzata, assumendo, come ci insegnano Papa Francesco e in primis il Vangelo, il volto di una profezia intransigente e dell’azione dirompente, disubbidiente, destabilizzante della misericordia.

Come ha ricordato l’ex presidente dell’Azione Cattolica Luigi Alici, commentando il gesto dell’elemosiniere del Papa in una bellissima riflessione sul proprio blog, l’amore, ammoniva Ricoeur, esprime la propria forza nella fragilità, destabilizza, disorienta una concezione puramente utilitaria della giustizia e la instrada verso una nuova dimensione di cooperazione e di “mutuo indebitamento”. Per spostare di poco la barriera, scriveva ancora Ricoeur, sono stati necessari atti intempestivi, spesso illegali nei riguardi della legislazione vigente.

Coerentemente a tutte queste riflessioni è stata ampiamente rilevata, nell’occasione dei gesti del cardinal Krajewski e di Carola Rachete, ma, indirettamente anche di Papa Francesco, l’eco degli scritti e delle azioni di don Lorenzo Milani[1].

La scelta della disobbedienza civile, come è noto, costò al priore di Barbiana un processo (e una postuma condanna) per apologia di reato. Quando, nel marzo 1965, fu pubblicata la “Lettera ai cappellani militari”, l’obiezione di coscienza al servizio militare non era, infatti, un diritto riconosciuto dalla legge, nonostante già diversi anni prima il politico cattolico fiorentino Nicola Pistelli, ne avesse proposto la piena accettazione in Parlamento.

I gesti di Konrad, Carola (e Francesco) hanno sortito un risultato concreto per famiglie, minori e migranti in difficoltà, ma, soprattutto, hanno coraggiosamente rilanciato il dibattito (e anche le polemiche) sul valore e la legittimità, oggi, della disobbedienza civile.

Un dibattito, non fine a se stesso, è bene ricordarlo, ma rivolto alla modifica di leggi profondamente ingiuste, come lo erano quelle che, negli anni sessanta, punivano duramente l’obiezione di coscienza al servizio militare e così come lo sono quelle contenute nei decreti sicurezza dell’era Salvini.

Una differenza rilevante con il 1965 è che il pontificato di Papa Francesco appare chiaramente da una parte, anche se, purtroppo, non riesce a mobilitare dietro di sè l’intera comunità ecclesiale.

L’eco di Barbiana è, però, davvero forte nelle parole e nei gesti di un pontificato che ha definitivamente “riabilitato” e pienamente riconosciuto la figura, gli scritti, le opere di don Lorenzo Milani e che si confronta apertamente con le sfide complesse della nostra modernità.

Compito di chi si sente “dalla stessa parte” non è quello di sentirsi appagato da “gesti eroici”, ma di attingere all’esempio di Konrad, Carola, Francesco.

Per cambiare il corso della storia, esattamente come nel 1965, occorre, infatti, incidere concretamente sulle contraddizioni morali, sociali, economiche, giuridiche e politiche che hanno generato la necessità e l’urgenza stessa di questi gesti di disobbedienza civile.

Francesco Lauria

(Curatore del testo Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana. Don Milani e il mondo del lavoro, Edizioni Lavoro, 2019)

[1] Si veda, a mero titolo di esempio, l’articolo di Alberto Chiara: “Legge e coscienza, da Don Milani a Konrad” in Famiglia Cristiana del 15 maggio 2019.

https://www.c3dem.it

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Questa voce è stata pubblicata il 08/07/2019 da in Attualità sociale, Giustizia e Pace, ITALIANO con tag , .

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