COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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XV Domenica del Tempo ordinario (C) Commento

XV Domenica
Tempo ordinario – Anno C
 Luca 10,25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto (…)
(Letture: Deuteronomio 30,10-14; Salmo 18; Colossesi 1,15-20; Luca 10,25-37).


Otto Dix, Il venditore di fiammiferi, 1920,olio e collage su tela, Staatsgalerie, Stoccarda

Il Buon Samaritano e le azioni della misericordia
Ermes Ronchi

Una parabola che non mi stanco di ascoltare; un racconto che continuo ad amare perché generativo di umano, perché contiene il volto di Dio e la soluzione possibile dell’intero dramma dell’uomo.
Chi è il mio prossimo? È la domanda di partenza. La risposta di Gesù opera uno spostamento di senso (chi di questi tre si è fatto prossimo?) ne modifica radicalmente il concetto: tuo prossimo non è colui che tu fai entrare nell’orizzonte delle tue attenzioni, ma prossimo sei tu quando ti prendi cura di un uomo; non chi tu ami, ma tu quando ami.
Il verbo centrale della parabola, quello da cui sgorga ogni gesto successivo del samaritano è espresso con le parole “ne ebbe compassione”. Che letteralmente nel vangelo di Luca indica l’essere preso alle viscere, come un morso, un crampo allo stomaco, uno spasmo, una ribellione, qualcosa che si muove dentro, e che è poi la sorgente da cui scaturisce la misericordia fattiva.
Compassione è provare dolore per il dolore dell’uomo, la misericordia è il curvarsi, il prendersi cura per guarirne le ferite. Nel vangelo di Luca “provare compassione” è un termine tecnico che indica una azione divina con la quale il Signore restituisce vita a chi non ce l’ha. Avere misericordia è l’azione umana che deriva da questo “sentimento divino”.
I primi tre gesti del buon samaritano: vedere, fermarsi, toccare, tratteggiano le prime tre azioni della misericordia.
Vedere: vide e ne ebbe compassione. Vide le ferite, e si lasciò ferire dalle ferite di quell’uomo. Il mondo è un immenso pianto, e «Dio naviga in un fiume di lacrime» (Turoldo), invisibili a chi ha perduto gli occhi del cuore, come il sacerdote e il levita. Per Gesù invece guardare e amare erano la stessa cosa: lui è lo sguardo amante di Dio.
Fermarsi: interrompere la propria strada, i propri progetti, lasciare che sia l’altro a dettare l’agenda, fermarsi addosso alla vita che geme e chiama. Io ho fatto molto per questo mondo ogni volta che semplicemente sospendo la mia corsa per dire “grazie”, per dire “eccomi”.
Toccare: il samaritano si fa vicino, versa olio e vino, fascia le ferite dell’uomo, lo carica, lo porta. Toccare è parola dura per noi, convoca il corpo, ci mette alla prova. Non è spontaneo toccare il contagioso, l’infettivo, il piagato. Ma nel vangelo ogni volta che Gesù si commuove, si ferma e tocca. Mostrando che amare non è un fatto emotivo, ma un fatto di mani, di tatto, concreto, tangibile.
Il samaritano si prende cura dell’uomo ferito in modo addirittura esagerato. Ma proprio in questo eccesso, in questo dispendio, nell’agire in perdita e senza contare, in questo amore unilaterale e senza condizioni, diventa lieta, divina notizia per la terra.

Avvenire 2016

Una Parola vicina

Una “Parola vicina” a noi è quella che ci annuncia e ci consegna la liturgia di questa domenica. Una Parola né troppo alta, né troppo lontana; una Parola che è sulla nostra bocca e nel nostro cuore e attende di diventare vita della nostra vita.

Nell’evangelo questa Parola assume un volto e un nome: il nostro prossimo. Questo è il luogo nel quale passiamo dall’ascolto alla vita. “Ed ecco un dottore della legge si alzo per metterlo alla prova dicendo: Maestro, facendo che cosa erediterò la vita eterna?”. Gesù viene interrogato sul rapporto che intercorre tra fare e vivere ed è subito chiaro dalla sua risposta quale sia l’orizzonte di riferimento per Lui: “cosa è scritto nella Legge? Come leggi?”. E’ lo stesso movimento che abbiamo già incontrato al capitolo 4 dell’evangelo di Luca, quando Gesù è condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato e a colui che lo mette alla prova egli risponde continuamente: “sta scritto…”. L’esperienza della prova non annienta Gesù, ma fa risplendere di cosa vive: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio”. Veramente per Lui quella del Padre è una Parola vicina, nella sua bocca e nel suo cuore, una Parola alla quale attinge per vivere.

Interessante è la domanda che Gesù pone al dottore della legge: “cosa è scritto nella Legge? Come leggi?”. Quasi fossero due le cose da cercare nella Parola: ciò che è scritto e cosa noi comprendiamo di quello che è scritto. Nel versetto 12 del salmo 62 leggiamo: “una parola ha detto Dio, due ne ho udite…”. San Bernardo di Chiaravalle, nel commentare il salmo si chiede perché se Dio ha detto una Parola noi ne udiamo due. E risolve il dilemma affermando che una è la Parola che Lui pronuncia, l’altra è tutto quello che questa Parola suscita nel nostro cuore. “Cosa è scritto nella Legge? Come leggi?”. E’ il movimento che mette in atto Gesù per condurre questo dottore alla vita eterna che desidera. Lo fa passare dall’ “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore…” all’invito della fine della pericope: “va e anche tu fa lo stesso”. Quasi a dire anche a noi che occorre entrare in questo “gioco” per poter vivere la vita eterna, quello di stare davanti alla Scrittura disposti continuamente a passare dal “cosa è scritto” al “come leggi”.

Il seguito della pericope evangelica ci rivela che la vera prova per il dottore della legge sta nel riconoscere il luogo in cui la Parola che chiama alla totalità dell’Amore a Dio e ai fratelli si fa carne e chiede di essere vissuta. Sembra che anche per questo dottore della legge il vero “scandalo”, il luogo dell’inciampo sia il mistero dell’Incarnazione. “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e si imbatté nel briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto”. E’ questo il cammino della discesa che la vita in maniera più o meno evidente spesso ci costringe a vivere. E’ il cammino della discesa che, come ci testimonia la lettera ai Filippesi, anche Gesù ha compiuto: “Cristo Gesù pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini ”. Se sfogliamo i racconti della passione ritroviamo che anche Gesù ha vissuto tutto questo attraverso la stessa parabola che vive l’uomo che scende da Gerusalemme a Gerico: spogliato, percosso e ucciso.

Per coloro che passano dalla stessa strada, il sacerdote, il levita e il samaritano, la scena nella quale si imbattono non cambia; quello che cambia è la decisone di lasciarsi coinvolgere con quello che si vede, oppure passare oltre. Quello che cambia è se in ciò che è sotto i nostri occhi noi impariamo a scorgere l’invisibile oppure se passiamo oltre. Anche Isaia nel canto del servo ci dice chiaramente che egli “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi…”. Per riconoscerlo allora occorre imparare ad affinare i nostri sguardi e a vedere l’invisibile perché la Parola coinvolga tutto il nostro cuore, la nostra anima, la nostra mente, le nostre forze.

“Un samaritano invece, essendo in viaggio venne presso di lui e avendolo visto si commosse ed essendosi avvicinato gli fasciò le ferite…”. Una serie di gesti concreti che nascono dall’aver interrotto il cammino e dall’essersi lasciato coinvolgere vedendo in quell’uomo quello che gli altri non hanno visto. “Cosa è scritto nella legge? Come leggi?” . Perché riconosciamo che la Parola è vicina a noi, è nella nostra bocca e nel nostro cuore, occorre accettare la sfida di fermarci lungo la strada e di imparare a riconoscere in quello che la vita pone sotto i nostri occhi, il luogo nel quale Dio si fa carne, ci dona la sua vita e ci chiede la vita.

Sorelle Povere di Santa Chiara – Monastero S.M. Maddalena

Fare misericordia
Enzo Bianchi

Il brano evangelico di questa domenica ci mette in guardia dal pensare che la misericordia sia solo un sentimento, una commozione profonda che ci coinvolge alle viscere e al cuore. Certamente essa è originata da tale sentimento, ma deve poi tradursi in un’azione, in un comportamento, in un fare misericordia. L’insistenza in questa pagina sul verbo “fare”, e in particolare la risposta finale del dottore della Legge (“Chi ha faro misericordia”), seguita dall’approvazione di Gesù (“Va’ e anche tu fa’ così”), ci illuminano su questa pratica della carità verso i nostri fratelli e le nostre sorelle. Leggiamo perciò insieme questo brano conosciutissimo, ma che sempre ha bisogno non di essere ripetuto pedissequamente, bensì di un’attenzione nuova e puntuale, come se lo leggessimo per la prima volta. Sì, tante volte l’ho commentato, ma sarebbe un’offesa verso la sua qualità di parola di Dio se lo presentassi a voi lettori tramite un “copia e incolla” di altri miei scritti. No, questo vangelo oggi risuona così in me e ne condivido gli effetti oggi, per l’appunto, non nel passato.

Stiamo sempre seguendo Gesù nella sua salita a Gerusalemme, ed ecco un altro incontro: questa volta tra Gesù e un dottore della Legge, un giurista (nomikós). Questo esperto della Torà e della sua tradizione in Israele vuole mettere alla prova Gesù, vuole verificare la sua conoscenze scritturistica e la sua fedeltà o meno alla tradizione. Gli pone quindi una domanda classica, tipica di ogni persona e di ogni tempo: “Che fare?”; domanda che nello spazio religioso dell’ebraismo risuona con un’aggiunta: “Che fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli risponde con una contro-domanda: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”, cercando in questo modo di portarlo a esprimersi in prima persona.

L’esperto cita allora il grande comandamento attestato nel Deuteronomio, che ogni ebreo conosce a memoria e ripete tre volte al giorno, lo Shema‘ Jisra’el: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente” (Dt 6,4-5). Poi, con intelligenza spirituale, aggiunge il comandamento dell’amore del prossimo, estraendolo dal libro del Levitico (Lv 19,18). Secondo Luca il dottore delle Legge compie un’interpretazione che ha come fondamento il parallelo tra i due comandamenti dell’amore. Gesù non può fare altro che approvare una tale interpretazione, che raggiunge il suo insegnamento sull’amore esteso addirittura ai nemici, ai persecutori (cf. Lc 6,27-35), e di conseguenza invita quest’uomo a realizzare, a mettere in pratica quotidianamente quanto ha saputo affermare.

Ma quell’esperto che aveva voluto mettere alla prova Gesù, volendo giustificare la sua domanda iniziale, lo interroga di nuovo: “E chi è il mio prossimo?”. Ancora una volta Gesù non risponde direttamente perché, se acconsentisse alla domanda del suo interlocutore, dovrebbe dare una definizione del prossimo e così situarsi all’interno della casistica degli scribi e dei farisei, ai quali il dottore della Legge appartiene. No, il prossimo non può essere rinchiuso in una definizione, perché in verità è colui che ognuno di noi decide di rendere prossimo avvicinandosi a lui. Ecco perché racconta Gesù una parabola, aggiungendovi alla fine un’altra contro-domanda.

Un uomo anonimo, del quale Gesù non precisa nulla – né nazionalità, né condizione sociale, né appartenenza religiosa –, mentre percorre la strada che da Gerusalemme scende a Gerico viene assalito da banditi che lo depredano, lo picchiano e lo lasciano mezzo morto sul ciglio della strada. Nulla di straordinario, ma un fatto che è quotidiano nelle nostre città, soprattutto dove i banditi borseggiano, strattonano, malmenano e finiscono per lasciare le persone aggredite a terra sulla strada…

Su questa strada – dice Gesù – passano due persone segnate dalla loro funzione religiosa: un sacerdote e un levita, uomini ai quali è affidata la cura del tempio di Dio a Gerusalemme e che in Israele si vogliono esemplari per gli altri. Ebbene, questi due uomini religiosi, conoscitori della Legge, tesi a onorare la dimora di Dio, passando su quella strada vedono quell’uomo a terra, ferito e bisognoso, ma passano oltre, dall’altra parte. Stanno lontani e proseguono il loro cammino. Perché? Sono forse insensibili, malvagi? No. E allora perché? Perché sono abitati innanzitutto dal dovere di restare lontano da un possibile cadavere, per timore di diventare impuri (cf. Nm 19,11-16). O forse perché vedono ma non guardano veramente, non sono abituati a vedere discernendo (“Beato chi discerne il povero e il misero” [Sal 41 (40),2 LXX]). Non fanno alcun male, ma certo omettono di fare qualcosa. E così anche per noi: la maggior parte dei nostri peccati, delle nostre contraddizioni all’amore fraterno, non è originata da odio o cattiveria, ma si tratta di azioni mancate per indifferenza. Esattamente come ci ricorderà il Signore nel giorno del giudizio: “Via, lontano da me, maledetti, perché non avete fatto questo e quello” (cf. Mt 25,41-45)…

Ciò che sorprende nel prosieguo della parabola è che al sacerdote e al levita, i tipici religiosi, Gesù oppone un samaritano, l’antitipo, cioè il perfetto contrario dei due osservanti e puri giudei. I samaritani, infatti, erano considerati gente impura, scismatica ed eretica, detestata dai giudei e sempre in lotta contro di loro. Insomma, un samaritano era certamente la persona più disprezzata dai giudei… ma proprio lui Gesù pone come esemplare: questo è troppo! Anche il samaritano, passando su quella strada, vede, e per vedere bene si avvicina, si fa prossimo all’uomo ferito: allora, volto contro volto, il samaritano è commosso nelle viscere, sente salire dalle sue profondità un sentimento di compassione, di sdegno, di pietà. La misericordia è questo sentimento viscerale, materno, che in realtà raduna tanti sentimenti e come una pulsione sale dalle nostre viscere, facendosi sentire come sofferenza, con-sofferenza con chi è nel bisogno. Dal sentimento nasce l’azione: il samaritano versa olio e vino sulle ferite, le fascia, poi carica quell’uomo sul suo giumento e lo conduce in una locanda, affidandolo al locandiere per le cure e la convalescenza. Questo samaritano si prende cura dell’uomo ferito dai banditi fino al possibile esito positivo: fa tutto quello che può.

Ecco allora emergere la verità: ci sono persone ritenute impure, non ortodosse nella fede, disprezzate, che sanno “fare misericordia”, sanno praticare un amore intelligente verso il prossimo. Non si devono appellare né alla Legge di Dio, né alla loro fede, né alla loro tradizione, ma semplicemente, in quanto “umani”, sanno vedere e riconoscere l’altro nel bisogno e dunque mettersi al servizio del suo bene, prendersi cura di lui, fargli il bene necessario. Questo è fare misericordia! Al contrario, ci sono uomini e donne credenti e religiosi, i quali conoscono bene la Legge e sono zelanti nell’osservarla minuziosamente, che proprio perché guardano più allo “sta scritto”, a ciò che è tramandato, che non al vissuto, a quanto avviene loro nella vita e a chi hanno davanti, non riescono a osservare l’intenzione di Dio nel donare la Legge: e quest’unica intenzione, al servizio della quale la Legge si pone, è la carità verso gli altri! Ma com’è possibile? Com’è possibile che proprio le persone religiose, che frequentano quotidianamente la chiesa, pregano e leggono la Bibbia, non solo omettano di fare il bene, ma addirittura non salutino i con-fratelli e le con-sorelle, cose che fanno i pagani? È il mistero di iniquità operante anche nella comunità cristiana! Non ci si deve stupire, ma solo interrogare se stessi, chiedendosi se a volte non si sta più dalla parte del comportamento omissivo proprio di questi giusti incalliti, di questi legalisti e devoti che non vedono il prossimo ma credono di vedere Dio, non amano il fratello che vedono ma sono certi di amare il Dio che non vedono (cf. 1Gv 4,20); di questi zelanti militanti per i quali l’appartenenza alla comunità o alla chiesa è fonte di garanzia, che li rende bendati, ciechi, incapaci di vedere l’altro bisognoso.

Allora Gesù alla fine della parabola chiede all’esperto della Legge: “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei banditi?”. L’altro risponde: “Colui che ha fatto misericordia” (Vulgata: “Qui fecit misericordiam”). E Gesù dunque conclude: “Va’ e anche tu fa’ così”, cioè fa’ misericordia, ovvero guarda bene, con discernimento, avvicinati, fatti prossimo, senti una compassione viscerale e fa’ misericordia nel prenderti cura del bisognoso. Non esiste il prossimo: il prossimo è colui che io decido di rendere vicino.


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Un commento su “XV Domenica del Tempo ordinario (C) Commento

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Questa voce è stata pubblicata il 09/07/2019 da in Anno C, Domenica - commento, ITALIANO, Tempo Ordinario (C).

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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