COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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FP.it 7/2019 Siamo esseri in cammino


sulla strada

Il mio luogo dello spirito non è un luogo, o meglio: non è un luogo preciso, identificabile sulla carta geografica. Perché il mio luogo dello spirito è la strada.

So già che in qualche lettore sarà scattato il pregiudizio: “strada” suona tanto di parole chiave come “periferie”, “scartati”, “ultimi”. No, la mia strada non è quella in cui incontri “il prete di strada”, “l’ultimo della strada”. O forse li incontri anche, ma in modo diverso. Perchè la strada di cui parlo è proprio da intendersi in senso fisico, reale, come sentiero, via. Infatti in estate, da alcuni anni, amo prendermi lo zaino sulle spalle (ogni anno sempre più leggero) e mettermi in cammino, facendo della strada la mia vacanza e la mia fonte di rigenerazione.

Ho fatto diversi cammini tradizionali: in principio fu Santiago. Poi, con qualche pausa in mezzo, ho puntato su qualcosa di meno affollato. Così ho percorso in più estati la via Francigena (qualche anno fa meno gettonata di adesso); poi il cammino di Francesco, in due volte (Assisi-Roma e La Verna-Assisi). E, credo, sono diventato “dipendente” dalla strada. Non mi è facile spiegarne i motivi. Qualcuno mi è chiaro, qualcun’altro sento che abita nel profondo della mia persona.

In primo luogo vivo i giorni del cammino come un tempo di attenzione e sosta: attenzione in primo luogo per me, perché prendo il tempo giusto per prendermi cura di me stesso; tempo per riflettere, per pregare, per osservare le bellezze naturali o storiche che mi si offrono. Ma, paradossalmente, all’attenzione si accompagna la sosta: sostare per rileggere la mia vita, i miei mesi. Sosta dai ritmi del quotidiano, sosta dal “programma del giorno”. Sostare per ricordarmi di essere dotato di un corpo (da alimentare e idratare, da far riposare e da viziare anche un po’con qualche buon piatto), di una mente (che scruta, che riflette) e di un’anima (che cerca di ascoltare creazione, Creatore e cerca anche di dire qualche parola).

In secondo luogo la strada è, di conseguenza, il luogo in cui abito una dimensione umana del tempo, dettata dalle leggi di natura: sveglia presto e riposo notturno nella giusta quantità, per non camminare nel caldo pomeridiano e per ritemprare le forze; tempi apparentemente morti da godere; tempo di fermarsi a osservare la bellezza senza scadenze o appuntamenti (ricordo, un paio di anni fa, un campo di grano con centinaia di rondini che tratteggiavano le loro rotte festose: uno spettacolo che mi rapì per quasi un’ora). Abitare il tempo per me significa staccare il cellulare, da accendersi solo alla sera; non guardare le mail per giorni. Non cercare continue comunicazioni. Fuggire la fretta, ma al tempo stesso la pigrizia (bisogna pur arrivare alla tappa successiva!).

Tutto questo mi porta al terzo motivo che fa della strada il mio luogo dello spirito: il sentiero è il luogo dell’incontro. Ho percorso cammini sia in gruppo che con pochi amici, ma soprattutto in solitudine. Nella consapevolezza che si parte soli, ma non si arriva mai soli. Negli anni ho incontrato persone di nazionalità, cultura, professione, carattere, temperamento, età, sensibilità diverse; credenti e non credenti; laici e consacrati; uomini e donne. Tutti, anche i più fugaci incontri, mi hanno lasciato qualcosa. Ho instaurato buone amicizie, che perdurano. Perché condividere la fatica e la bellezza del cammino rende vicini, l’abitare il tempo con calma permette dialoghi e conversazioni di grande profondità. Soprattutto, il cammino rende uguali nelle esigenze, nelle richieste, nell’impegno: tutto ciò porta ad abbassare le difese che nel quotidiano ci dividono e ci corazzano dagli altri. La strada, invece, è molto più libera e liberante.

Altra motivazione: il cammino educa all’essenzialità. Si portano pochi indumenti nello zaino, si fa il bucato tutti i giorni, si dorme dove capita. Ogni oggetto ha un peso, e il peso sulle spalle, quando cammini per 300, 400 km, si fa sentire. Ecco, allora, che il poco diventa sufficiente, anzi: quasi è in abbondanza. Lo si impara con il tempo e l’esperienza: siamo bisognosi di poche essenziali cose. Invece, nel nostro anno, di quanto ci carichiamo, inutilmente?

Da ultimo: la strada è il luogo del silenzio, soprattutto interiore. Quindi, la strada è il luogo dell’ascolto. Anche quando conosco persone e si formano piccoli gruppi, amo fare sempre qualche ora da solo, ogni giorno. Fermarmi, in silenzio, a pregare, a leggere, a visitare un’antica pieve di cui è costellata l’Italia, un monumento archeologico, o semplicemente ascoltare i rumori della natura o dei borghi. Fare silenzio; e qui, mi è capitato più volte, cogliere la presenza dello Spirito. Intuire la sua grandezza, la sua custodia, il suo camminare con me. Con questa percezione, chiara in quei giorni, riesco ad accostarmi a qualche volto, qualche vita, qualche storia; con questa consapevolezza posso visitare luoghi bagnati dalla grazia, che siano celebri come Assisi, Roma, Santiago o meno noti come Spello, Greggio, Bolsena.

Per questo  la strada è il mio luogo dello Spirito; lì, sento, lo Spirito soffia, con quel mormorio biblico, alla mia vita.

di Sergio Di Benedetto | 01 luglio 2019
http://www.vinonuovo.it

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Questa voce è stata pubblicata il 09/07/2019 da in Articolo mensile, Fede e Spiritualità, ITALIANO.

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