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Lectio sul Vangelo di MATTEO (Cap. 10-12) Fausti (4)

Lectio divina sul Vangelo di Matteo
Capitoli 10-12


MatteoTesto doc Fausti – Matteo Cap 10-12
Testo pdf Fausti – Matteo Cap 10-12

dal libro di Silvano Fausti,
“Matteo. Il Vangelo della Comunità”

Messaggio del testo nel contesto

36. CHIAMATI, LI INVIÒ
10, 1-15

Chiamati, li inviò”. La vocazione e la missione dei Dodici sono messe di seguito. Le due stanno sempre insieme. La vocazione ad essere figli si realizza infatti nella missione verso i fratelli.

Gesù chiama a sé operai, che continueranno a fare e a dire quanto lui, prima di loro, ha fatto e detto. Nasce la Chiesa, che ha nei Dodici la radice che li unisce alla terra promessa, a Cristo. Essa è apostolica non solo perché fondata sugli apostoli, ma perché fatta di apostoli, di figli inviati ai fratelli.

La missione corrisponde sempre al proprio nome, alla propria storia: Mosè, “salvato dalle acque”, salverà dalle acque i fratelli; Elia, “il mio Dio è HYWH” testimonierà a tutti che solo HYWH è Dio; Gesù, “Dio salva”, salverà il popolo dai suoi peccati!

Inoltre sia la vocazione che la missione sono comunitarie: i Dodici rappresentano le dodici tribù d’Israele, sono nominati a coppie e saranno mandati a due a due (Mc 6,7). La comunità è punto di partenza e d’arrivo della missione: realizza la filialità nella fraternità. Solo chi è fratello è figlio, e solo chi è figlio si fa fratello.

I Dodici, come sono i depositari del discorso sul monte – tranne Matteo il peccatore, che ha accolto Gesù in casa sua -, sono i destinatari del discorso apostolico: sono inviati a portare alle dodici tribù la Parola del Figlio, che poi sarà offerta a tutte le genti.

Nei vv. 1-4 c’è la vocazione dei Dodici e i loro nomi, nei vv. 5-15, le istruzioni che Gesù dà loro: rivolgersi alle pecore perdute d’Israele (vv. 5-6), annunciare il regno (v. 7), restituire l’uomo a se stesso (v. 8a) in gratuità e povertà (vv. 8b-10); la loro accoglienza porta la pace messianica (vv. 11-13), il loro rifiuto il giudizio (vv. 14-15).

Gesù è il primo apostolo.

La Chiesa ha in lui le sue radici attraverso i primi gli apostoli, e fruttifica nell’apostolato di figli inviati ai fratelli. L’itineranza e la mobilità, l’annuncio della Parola e il servizio ai poveri, la gratuità e la povertà sono le sue caratteristiche, così ben incarnate da Paolo l’Apostolo.

37. IO MANDO VOI COME PECORE IN MEZZO AI LUPI
10,16-25

Ecco, io mando voi come pecore in mezzo a lupi”, dice Gesù agli apostoli. Nella missione il discepolo è associato al destino dell’Agnello, preda della ferocia del lupo. L’aggressività del male si scarica su di lui, “che porta il peccato del mondo” (Gv 1,29).

La legge fondamentale della storia è questa: il male lo porta chi non lo fa; e proprio chi non lo fa, portandolo su di sé senza restituirlo, lo vince. Il Giusto è il Servo dalle cui ferite siamo guariti (Is 53,5; 1Pt 2,24s): percosso dalle nostre iniquità e trafitto per i nostri delitti, si è caricato le nostre sofferenze e addossato le nostre malvagità (Is 53,11). Così compie la volontà di Dio (Is 53,10), che è la salvezza dei peccatori (Is 53,12). Il Signore infatti vuole che tutti gli uomini siano salvati (1Tm 2,4).

L’Agnello immolato è il solo capace di aprire i sette sigilli del rotolo scritto dentro e fuori (cf Ap 5,1-13). La croce è la chiave per accedere al mistero di Dio e del mondo – è quanto spiegherà ai due di Emmaus il Gesù risorto (Lc 24,25-27.46). L’Agnello immolato chiarisce l’enigma della storia: il bene vince perdendo e il male perde vincendo, la violenza è vinta dalla non-violenza di chi la porta su di sé.

Per questo Paolo condensa la sapienza nella “parola della croce”, e ritiene di non sapere altro se non Gesù Cristo, e questi crocifisso (1Cor 1,18; 2,2). In lui vediamo sia la nostra realtà di male – cosa c’è di peggio che crocifiggere il Signore della gloria, uccidere l’autore della vita? -, sia la verità di Dio, amore assoluto per noi, che si fa carico del nostro male. La croce, sapienza di Dio e potenza del suo amore, è la Gloria che entra nel mondo e lo salva.

Il discepolo deve comprendere che il mistero del Maestro è anche il suo. Noi, per paura di soffrire e di morire, ci chiudiamo in noi stessi e ci difendiamo, facendo male a noi e agli altri. Quando capiremo che il male non è soffrire e morire – e neanche essere uccisi -, ma far soffrire e far morire?

Il male che uno fa “pro-voca” (chiama-fuori) quello latente nell’altro, con una reazione a catena, che si arresta dove c’è uno tanto forte da non restituirlo. La vita è sempre anche sacrificio, di sé o dell’altro. L’amore è quel sacrificio di sé che ci fa simili a Dio, capaci di rispondere alla provocazione del male col bene.

Gli apostoli testimoniano nel mondo la vittoria dell’Agnello. Le difficoltà, le lotte e le persecuzioni non devono spaventare: sono i costi della vittoria del bene, segno della distruzione del male, che esce allo scoperto ed è sconfitto.

Gesù è il Figlio che vince l’inimicizia: come Giuseppe, salva con la sua disgrazia i fratelli che gliel’hanno procurata (cf Gen 51,19s).

La Chiesa è il popolo chiamato a portare avanti la sua missione nel mondo.

38. NON TEMETE
10,26-31

Non temete”, dice Gesù agli apostoli, dopo averli mandati come pecore in mezzo a lupi. La paura è il motore primo dell’agire umano; dovrebbe invece essere solo il freno!

Evitare i pericoli vita è giusto; non diventi però la preoccupazione che distoglie da ogni occupazione. L’istinto di autoconservazione in sé è sano: serve per evitare il male. Ma è principio insufficiente per vivere, se contemporaneamente non c’è la fiducia nel bene. Senza fiducia l’uomo è bloccato e disperato; senza paura è sventato e temerario – solo gli incoscienti, oltre i dittatori e i pazzi, non hanno paura; ma c’è d’aver paura per loro e di loro!

Fiducia e paura sono due principi antagonisti, ambedue necessari. Il secondo sovrabbonda, il primo invece scarseggia. Il Signore è venuto a donarci una fiducia in lui che ci libera dalla paura della morte, con la quale il nemico ci tiene in schiavitù per tutta la vita (Eb 2,15).

La morte è un evento naturale: non è un male, anche se, a causa del peccato, la viviamo male! È giusto non cercarla; ma è demoniaco rifiutarla. Siamo mortali; ma il nostro limite non è la fine di noi stessi, come teme il nostro egoismo, bensì l’inizio dell’Altro e della nostra comunione con lui.

Principio e fine della nostra vita non è il nulla che temiamo, ma il Padre che ci ama e che amiamo. Il perfetto amore scaccia ogni timore (1Gv 4,18). Finché viviamo, il nostro amore non è ancora perfetto. Per questo abbiamo anche paura; ma non ne siamo dominati.

L’apostolo, pur sentendo timori e incertezze (1Cor 2,3), non si lascia guidare da questi, ma dallo Spirito di colui che ha dato la vita per tutti (cf 2Cor 5,14).

La paura della morte non diventi una filosofia di vita. Nostra “filosofia” sia “l’amore della sapienza” del Padre. L’uomo è sempre conteso tra due amori: quello della sapienza della carne, che chiude nella paura della morte, e quello della sapienza dello Spirito, che apre alla fiducia e alla vita. Ogni volta deve decidere quale sposare.

Il brano è scandito da tre imperativi: “Non temete”, seguiti da motivazioni.

Il ritornello “non temete” (cf “non preoccupatevi”: 6,25.27.28.31.34bis!) significa innanzitutto che noi siamo effettivamente in preda alla paura. Questo è il punto di partenza da riconoscere. Ma non deve essere il punto di arrivo. Diversamente si rinuncia fin dall’inizio a ogni cammino. La paura fa fare ciò che si teme; solo la fiducia fa fare ciò che si desidera.

Gesù è il Figlio: la fiducia nel Padre è la sua vita. È venuto a comunicarla anche a noi, per liberarci dalla paura della morte.

La Chiesa ha come principio di vita il battesimo, che ci immerge nel Figlio, nel suo amore per noi, che è lo stesso del Padre.

39. DEGNO DI ME
10,32-11,1

Degno di me”, è il ritornello che Gesù ripete, completando il ritratto del suo apostolo: inviato come lui in gratuità e povertà (vv. 1-15) – agnello in mezzo a lupi (vv. 16-25), forte solo della sua fiducia nel Padre (vv. 26-31) -, è chiamato a “riconoscerlo” davanti agli uomini per essere riconosciuto davanti al Padre (vv. 32-33). Con lui è giunto sulla terra il giudizio divino (vv. 34-36): la salvezza è un amore per lui più grande di qualunque affetto (vv. 37-39), che assimila a lui, il Figlio affidato nelle mani dei fratelli come in quelle del Padre. Chi lo accoglie, accoglie il Figlio, e si fa lui stesso figlio che accoglie il Padre (vv. 40-42). Dopo queste parole, Gesù continua la sua missione ormai non più solo, ma insieme con i suoi discepoli (11,1).

Il c. 10 ci presenta l’identità dell’apostolo, che è la medesima di Gesù. Come il Padre ha mandato lui a testimoniare il suo amore verso i fratelli, allo stesso modo lui manda quelli che già si sanno figli verso gli altri fratelli, fino a quando tutti abbiano accolto l’amore del Padre.

Gesù è il Figlio inviato ai fratelli per testimoniare nella sua carne l’amore del Padre. Chi lo accoglie e si fa suo fratello, accoglie il Padre e diventa figlio.

La Chiesa è fatta da coloro che già l’hanno accolto, e, uniti a lui nell’unico amore, con lui e come lui vanno verso gli altri.

40. SEI TU?
11,2-6

Sei tu?” è la domanda fondamentale dell’uomo per riconoscere il suo Signore. Gesù risponde rimandando alle sue opere, come se dicesse: “Io sono colui che vedi attraverso ciò che faccio”. La salvezza è accogliere lui che viene così come si rivela, non come lo vorremmo noi.

Il c. 11 chiude la prima e apre la seconda parte del vangelo. Dopo ciò che Gesù ha detto e fatto e i discepoli continuano nella missione, c’è da pronunciarsi su di lui: accoglierlo è il regno. Il capitolo inizia con l’interrogativo del Battista e la risposta di Gesù (vv. 2-6), continua con l’elogio del Battista da parte di Gesù (vv. 7-15) e con il suo lamento sulla sua generazione (vv. 16-19) e sulle città che lo rifiutarono (vv. 20-24), per concludere, in contrappunto, con i piccoli che accolgono il suo mistero (vv. 25-27) e in lui trovano la gioia e il riposo di Dio (vv. 28-30).

Il c.11 parla del rapporto dell’uomo con il Figlio dell’uomo: inizia col dubbio, si apre alla domanda e si conclude nell’accettazione o nel rifiuto. Tutto il capitolo è un unico discorso di Gesù che chiama a uscire dall’ambiguità e a verificare la propria posizione nei suoi confronti.

Si apre così una nuova sezione, che mostra come il regno si incontra e scontra col mondo e il mondo col regno: è un contrasto e un giudizio in atto che verrà chiarito nelle parabole (c. 13).

In questo brano Gesù risponde alla domanda di chi l’attende, concludendo con una beatitudine che contiene le nove precedenti (5,3-11): “Beato chi non si scandalizza di me!” Lui infatti incarna la Parola detta sul monte.

La domanda di Giovanni in carcere costituisce il punto d’arrivo della profezia, come messa in questione delle proprie attese per aprirsi all’ascolto di ciò che l’altro dice. Giovanni è l’uomo che si fa domanda per ricevere dal Signore la risposta.

Gesù è il promesso dai profeti, che ci fanno traghettare dalle attese nostre a quelle di Dio.

La Chiesa deve mettere in questione le proprie certezze, senza confonderle con la verità di Dio. Il quale, per fortuna, compie le sue promesse e non le nostre attese.

41. COSA USCISTE A VEDERE NEL DESERTO?
11,7-15

Cosa usciste a vedere?”, domanda Gesù alle folle sul Battista. Cerca di far loro capire l’importanza della sua figura: egli rappresenta il mistero dell’uomo davanti al mistero di Dio.

La vita del Precursore è inseparabilmente intrecciata con quella del Salvatore, come la voce alla Parola, l’attesa all’Atteso, l’acqua allo Spirito, la domanda alla risposta.

Non maestro di certezze, ma ricercatore di verità, Giovanni si pone in questione e si mette in ascolto. Gesù lo elogia come uomo autentico, così diverso dai mezzi busti che si mettono in mostra: è il più grande tra i nati da donna (vv. 7-11a) – anche più dei patriarchi e dei profeti. Infatti il suo farsi domanda: “Sei tu?”, lo pone sulla soglia del Veniente, pronto ad accoglierne la risposta. Però il più piccolo nel regno è più grande di lui: se lui è il punto d’arrivo della promessa, il più piccolo nel regno è l’inizio del compimento. E questo inizio è violento, come le doglie del parto (vv. 11b-15).

Gesù è il Signore che viene per il “suo” giudizio. Giovanni è il messaggero davanti al Volto (Ml 3,1), l’Elia redivivo che ne prepara l’accoglienza (Ml 3,23s).

La Chiesa è fatta dai piccoli che trovano nel più grande tra i nati da donna il loro patriarca: sono generati dalla sua domanda, vertice di quell’attesa alla quale l’Atteso può e desidera rispondere.

42. A CHI PARAGONERÒ QUESTA GENERAZIONE
11,16-19

A chi paragonerò questa generazione?” È il lamento di Gesù per la sua generazione, prototipo di ogni altra. Essa rifiuta il gioco di Dio, che invita con Giovanni al lutto e con Gesù alla danza.

C’è un duplice linguaggio nel cuore dell’uomo: la tristezza e la gioia. Il cuore buono si contrista del male e gioisce del bene. Quello cattivo invece gode del male e si contrista del bene. Così fa “questa” generazione perversa.

Dopo il peccato – diversamente non sarebbe così – il primo gioco che Dio propone è quello del Battista: la conversione dal male, con dispiacere e vergogna, per accogliere il bene. A questa prima proposta, dolorosa come l’incisione di un ascesso, anzi una trafittura del cuore malvagio (cf At 2,37), resistiamo dicendo: “Fa male. È una esagerazione! Dio non ci ha fatto per la gioia?”

Il secondo gioco, riservato a chi ha accettato il primo, è quello di Gesù: la gioia per le nozze messianiche. A questo resistiamo come i demoni, dicendo: “Che c’entra con noi?” oppure come le persone pie, che dicono: “Non è giusto, né meritato!” La gioia per la quale l’uomo è fatto, è scambiata per empietà.

Siamo bambini dispettosi, senza sapienza né discernimento, che distruggono il gioco di Dio, e alla fine, se stessi (cf vv. 20-24)! Gesù smaschera le nostre puerili e nocive astuzie, perché diventiamo come i “piccoli”, i figli della sapienza che conoscono il dono di Dio (cf vv. 25-27).

Questo brano ci chiama al discernimento: c’è una tristezza che viene da Dio e una che viene dal nemico, una gioia autentica e un’altra che ne è la contraffazione. Solo sapendo questo, possiamo con libertà e responsabilità scegliere ciò che ci rende felici, e respingere ciò che ci rende infelici.

Siamo chiamati a discernere in ogni tempo – che è sempre il presente – i due segni con cui Dio parla: il lutto per il male e la gioia per il bene. Il nemico invece inganna facendo apparire piacevole il male e spiacevole il bene.

Il discernimento è come il fiuto, che istintivamente distingue la puzza di morte dal profumo di vita. Eppure basta poco perché l’odorato si anestetizzi. È lenta la guarigione del nostro fiuto, alterato dall’influenza del male!

Gesù ci offre la gioia delle nozze tra uomo e Dio. Per accettare la sua danza, bisogna prima accettare il lamento di Giovanni.

La Chiesa, se non è disposta a convertirsi dal male e a gioire di ogni bene, non è come i piccoli evangelici, ma come questi bimbi guastafeste e senza discernimento.

43. GUAI A TE!
11,20-24

Guai a te!”, sono le dure parole per chi rifiuta il gioco di Dio, nonostante che gli sia esplicitamente rivelato e vi sia ripetutamente invitato. Gesù nomina le città nelle quali ha operato, paragonandole alle città pagane e a Sodoma, luogo di corruzione, che avranno sorte migliore di loro nel giorno del giudizio, perché meno colpevoli.

È un testo di crisi: esprime con chiarezza il giudizio su chi conosce Gesù e non lo accetta, ponendo corrispondenza tra conoscenza e responsabilità, tra responsabilità e colpa, tra colpa e punizione. Si tratta di un’invettiva di stampo profetico: è una minaccia contro l’indurimento nel male, e vuol essere un invito ad aprire gli occhi per uscire dall’accecamento.

Gesù condanna il male, non chi lo fa. Infatti ha detto di amare i propri nemici, e darà la vita per i peccatori. Se il male condanna il malvagio, inchiodandolo a sé, il Signore lo libera, restando lui stesso inchiodato alla croce, cifra di ogni male e perversione. La parola profetica fa verità: dichiara il male con evidenza, facendone vedere le conseguenze negative.

Questo testo consente di vedere il tema fondamentale, non solo del vangelo, ma di ogni religione: il nostro destino eterno di felicità o meno. È la cosa che più inquieta l’uomo, e anche Dio.

Invece del solito commento, cercheremo di approfondire il testo riflettendo su alcuni concetti che contiene: quelli di minaccia, punizione, salvezza, felicità, inferno, giustizia, libertà dell’uomo e libertà di Dio.

Gesù, dando la vita per i peccatori, rivela nella sua misericordia di Figlio il volto di Padre, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti (5,44-48).

La Chiesa, come Corazim, Betsaida e Cafarnao, è il luogo dove avvengono di continuo i prodigi di Gesù. Li usiamo per convertirci a lui o per difenderci da lui?

44. TI BENEDICO, PADRE
11,25-27

Ti benedico, Padre”: dopo il lutto per chi non accoglie la Parola, c’è la danza per chi l’accoglie. Quest’inno di benedizione è un apice del vangelo: il Figlio gioisce della stessa gioia del Padre perché i suoi fratelli partecipano del loro mistero.

La conoscenza che c’è fra il Padre e il Figlio, l’amore mutuo che è la loro vita, è donato anche agli “infanti”. Ciò che Dio è per natura, noi lo siamo per grazia. Lo Spirito fa zampillare nel nostro cuore e fiorire sulle nostre labbra la stessa parola per cui il Verbo è Verbo: “Abbà”. Entriamo nella Trinità, partecipando al dialogo ineffabile tra Padre e Figlio.

La creazione raggiunge il suo fine, che è il suo principio: al suono del flauto di Gesù, Figlio di Dio e dell’uomo, danziamo le nozze fra Dio e uomo. Accogliere lui è la salvezza: nella sua carne ogni carne è unita ormai alla gloria. Beato chi non se ne scandalizza!

I sapienti e i furbi cercano un dio sapiente e potente. I piccoli invece incontrano la sapienza e la potenza di Dio lì dov’è: nell’insipienza e debolezza di Gesù. Chi l’accoglie ha il potere di diventare figlio di Dio (Gv 1,12).

Il fine della missione del Figlio è aprire ai fratelli e condividere con loro il suo tesoro, la sua vita di Figlio del Padre. E la nostra salvezza è diventare ciò che siamo: figli!

Gesù è il Figlio: la sua umanità è la porta di comunicazione fra la creatura e il Creatore, fra il Padre e i suoi figli; è la scala di Giacobbe, che unisce cielo e terra (Gen 28,10-17; Gv 1,51).

La Chiesa è fatta dai piccoli ai quali è rivelata la loro realtà, che è la stessa del Figlio.

45. VENITE A ME
11,28-30

Venite a me voi tutti”. Gesù, offrendoci di entrare con lui nell’amore del Padre, ci invita al banchetto della Sapienza (Sir 51,23-27). Il vero cibo è conoscere Dio come Padre e se stessi come figli: è il dono dello Spirito, che fa godere di una vita filiale e fraterna. Questa è la nuova legge, il giogo di libertà del Figlio.

Anche la legge data a Mosè è per la vita; ma non dà la vita. È solo un pesante fardello che ordina, denuncia, giudica e condanna ciò che è contro di essa. L’amore invece è pieno compimento della legge (Rm 13,8.10; Mt 7,12; 22,34-40): dà quella “giustizia superiore” che introduce nel regno (5,20).

Il brano precedente rivela la proposta di Dio: il dono della sua vita nel Figlio. Questo rivela qual è la nostra risposta: la responsabilità di vivere questo dono. Prima ci è stato detto ciò che siamo, ora cosa dobbiamo fare. La legge dice: sii ciò che sei! Il dovere consegue l’essere. Ora il nostro “dovere” è vivere il “piacere” di essere figli e fratelli.

La grazia non abolisce il nostro agire; anzi lo rende possibile in modo che realizziamo ciò che siamo. Il vangelo è dono, quindi gratuito. Ma l’amore vive della reciprocità, e chiede di essere liberamente amato. L’amore amato è salvezza; l’amore non amato è perdizione, dramma di Dio, prima che nostro.

All’etica di norme e divieti succede quella della libertà, alla legge subentra il vangelo! La legge può essere paragonata alla descrizione minuziosa che un botanico fa dei meccanismi che regolano lo sbocciare di un fiore. Tale faticosa spiegazione non farà mai fiorire una gemma. Inoltre nessuna legge è in grado di prescrivere e far eseguire ciò che una madre per amore fa per il figlio.

L’amore è libertà non perché trasgredisce la legge – chi la trasgredisce è suo schiavo ribelle -, ma perché da esso germina tutto. Chi ama è suddito non più della legge, bensì dell’amore, unico sovrano, legge a se stesso.

In Gesù, “sì” dell’uomo a Dio e di Dio all’uomo (cf 2Cor 1,20), c’è il passaggio dalla lettera che uccide allo Spirito che dà vita, dalla legge alla libertà (2Cor 3,1-18), dalla fatica al riposo.

Gesù, il Figlio, è per noi sapienza nuova e riposo. La sua mitezza e umiltà è la nuova legge: la legge di libertà del Figlio, uguale al Padre.

La Chiesa in lui è libera dal fardello pesante delle prescrizioni e sta sotto il giogo dell’amore, l’unico che non opprime.

46. IL FIGLIO DELL’UOMO È SIGNORE DEL SABATO.
12,1-8

Il Figlio dell’uomo è Signore del sabato”. Gesù, sapienza e forza di Dio, è lo scandalo (11,6) contro cui inciampano sapienti e intelligenti, e la beatitudine di cui godono i piccoli.

Il c. 12 è un conflitto fra sapienza vecchia e nuova, fra carne e Spirito, fra morte e vita. Questo brano (come il seguente) riguarda il sabato. I discepoli sono nel “riposo” di Dio: possono, senza colpa, fare di sabato ciò che è concesso ai soli sacerdoti. Sono infatti il popolo messianico, libero e sacerdotale.

All’obiezione dei farisei Gesù risponde con argomentazioni scritturistiche (vv. 3.5.7), per concludere con la grande rivelazione: Gesù, il Figlio dell’uomo, è Signore del sabato (v. 8). Chi viene a lui, è come lui: figlio e libero.

Le argomentazioni, di tipo rabbinico, spiegano quello che affermano anche gli altri sinottici: il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato. È il senso di tutta la Scrittura, che ci narra la passione di Dio per noi.

Sono illuminanti alcune parole del racconto – discepoli, mangiare, giorno di festa, Davide, i pani dell’offerta, il sacerdote, i sacrifici, la misericordia – che richiamano l’eucaristia. Il dono che il Figlio dell’uomo fa a ogni uomo è di cibarsi del sabato, di vivere la vita di Dio stesso! Mangiare è vivere; il grano, il cibo, è la conoscenza del Figlio offerta agli infanti; il sabato è Dio stesso, compimento della creazione e della redenzione; lecito o no è ciò che la legge determina per raggiungere il sabato; il sacerdote ha libero accesso al tempio; Davide è figura del Messia; i discepoli, che mangiano di sabato, non mangiano il frutto proibito – lo fanno senza colpa, perché compagni del Messia, sacerdoti che mangiano il pane dell’offerta, che li rende simili a Dio, che vuole misericordia e non sacrificio.

Gesù, Figlio dell’uomo e Signore del sabato, è il nostro pane, la nostra vita.

La Chiesa è fatta da coloro che lo mangiano, vivendo la libertà dei figli che amano i fratelli. Non sono più schiavi, ma signori della legge, perché vivono la misericordia del Padre (Lc 6,36-38; Gc 2,12-13).

47. STENDI LA MANO
12,9-14

Stendi la tua mano!”, ordina Gesù all’uomo che aveva la mano rattrappita.

In Africa talora si vede uno che, morso da un serpente, rimane con il braccio secco e mummificato. Anche Adamo, da quando la tese al frutto proibito, rimase con la mano senza linfa. Gesù è venuto a guarirla: chiusa nel tentativo di rapire dall’albero della morte, la riapre al dono dell’albero della vita.

Il Signore non solo ci fa dono del sabato, ma ci restituisce la capacità di accoglierlo. Un dono senza una mano aperta a riceverlo, è come la luce senza l’occhio.

Il punto d’arrivo dell’azione di Dio non è il dono di sé, ma il dono che ci fa di poterlo accogliere.

Questo miracolo determina la sua uccisione: “Tennero consiglio contro di lui come toglierlo di mezzo”(v. 14). Ma proprio così si consegnerà nella nostra mano di peccatori, che, mentre gli dà la morte, riceve la sua vita.

Anche questa scena, come la precedente, si svolge di sabato. In essa si consuma il conflitto tra Gesù e i rappresentanti della legge. È lo scontro definitivo tra la lettera che uccide e lo Spirito che dà la vita (2Cor 3,6).

La domanda dei farisei è provocatoria (v. 10). Per loro non è lecito curare in giorno di sabato, se non in caso di pericolo mortale. Già sanno cosa farà: cercano solo il pretesto per accusarlo.

Gesù risponde spostando la questione: il problema non è del lecito o meno secondo la lettera, ma del fare il bene o il male (vv. 11-12). Ciò che lui compie non è solo un “curare”, ma “salvare la vita”, dice Mc 3,4. Infatti aprire la mano al dono, è questione di vita o di morte. Gesù ce la apre al dono del sabato, perché ogni giorno possiamo agire da figli di Dio, nell’amore e nella cura dei fratelli. Questa è la norma suprema di colui che misericordia vuole, e non sacrificio (v. 7).

La legge, fatta di norme e divieti, non è Dio e non dà la vita: è sacrificio dell’uomo. Il Signore del sabato ci rivela il vero volto di Dio: la misericordia. Proprio per questo giungerà al sacrificio della croce; lì le sue mani inchiodate schioderanno la paralisi della nostra mano rattrappita.

La mano è per l’uomo ciò che è il morso per l’animale: gli media la realtà. Questa non è da prendere, distruggere e divorare con la bocca, ma da ricevere, lavorare e donare. La mano, in quanto riceve è quella del Figlio, in quanto lavora è potenza dello Spirito, in quanto dona è come quella del Padre: la mano del Figlio dell’uomo, che “prende, spezza e dà”, realizza la vita di Dio tra gli uomini.

La mano può aprirsi o chiudersi, allevare o uccidere, costruire o distruggere, piantare o sradicare, donare o rubare, abbracciare o soffocare. Essa segna il passaggio dalla natura alla cultura. La sua storia è la stessa dell’uomo: può essere divina e realizzare il sabato di Dio, può essere bestiale e far regredire tutto al caos.

Dopo il peccato è mortalmente chiusa, e stritolerà anche il Signore del sabato! La croce sarà il passaggio obbligato.

Come al solito, Matteo trascura i dettagli di Marco e di Luca, e pone l’accento sull’iniziativa dei farisei che vogliono accusare e uccidere Gesù. In più ha il detto sulla pecora (v. 11s).

Gesù pone come principio della legge la misericordia. Non ciò che è lecito o meno secondo le prescrizioni, ma ciò che dà la vita, è la nuova legge.

La Chiesa sa di essere graziata e chiamata a vivere la sua grazia (Ef 4,32): apre di continuo la mano che sempre tenta di richiudersi.

48. PERCHÉ SI COMPISSE QUANTO FU DETTO
12,15-21

Perché si compisse quanto fu detto”. Gesù, scartato dai capi, ripiega in un’attività più segreta. Non si tratta, come pare a prima vista, di un fallimento, bensì del compimento della Scrittura. Attraverso la figura del “Servo” descritta da Isaia, Matteo ci aiuta a capire ciò che sta accadendo. La medesima realtà può avere molte interpretazioni, che alla fine si riducono a due: quella dell’uomo e quella di Dio. La Scrittura ci presenta quella di Dio.

La decisione di ucciderlo induce Gesù a ritirarsi. Ma la sua opera continua in modo più efficace, anche se nascosto: cura “tutti” e impone che non lo si dica a nessuno. Il suo messianismo è diverso dalle attese dell’uomo – anche del Battista (11,3): passa infatti attraverso la stupidità e la debolezza della croce, sapienza e potenza di Dio (cf 1Cor 1,18).

Gesù è il Figlio del Padre in quanto servo dei fratelli; è l’eletto, perché ha il suo stesso Spirito; non è rissoso, né violento, né spettacolare; è invece attento alle persone, alle loro fragilità e incertezze. Così fa trionfare sulla terra la giustizia di Dio e offre speranza a tutti i popoli.

Questa lunga citazione di “compimento”, presa dal primo Canto del Servo (Is 42,1ss), esplicita l’ultima, posta a conclusione della prima giornata di miracoli, che interpreta l’azione di Gesù come quella del capro espiatore, che porta su di sé i nostri mali (8,17 = Is 53,4; cf Gv 1,29).

Dopo la condanna appena decisa, tutto è chiaro. Il bene non resta mai impunito, ma proprio così ottiene la sua vittoria.

Il testo si divide in due parti. Gesù si ritira; ma la sua attività si espande a “tutti” – anticipo di ciò che avverrà nel suo ritiro ultimo (vv. 15-16); così compie la Scrittura che presenta il Salvatore come il misterioso Servo (vv. 17-21 = Is 42,1-4). Si approfondisce quanto già fu detto nel battesimo (3,17) e ribadito dopo la prima serie di miracoli (8,17).

Gesù è il Servo di Dio attraverso il quale si compie ogni giustizia (3,15). È la giustizia superiore (5,20), quella del Padre, che fa piovere la sua misericordia su tutti (5,43-48): è il giogo dolce e soave del Figlio, offerto a tutti i piccoli, affaticati e oppressi (11,25-30)

La Chiesa è fatta da quanti hanno accolto il mistero del Servo di Dio.

50. CHI NON È CON ME È CONTRO DI ME
12,22-37

Chi non è con me, è contro di me”, dice Gesù. Il Signore del sabato si offre: o lo accogliamo o gli diamo la morte.

Essere con lui, il Figlio, è essere se stessi. Non essere con lui, è perdere se stessi: è morire, come una pianta staccata dalla propria radice.

Questo brano segna l’apice della crisi tra Gesù e i farisei. Appena guarito un indemoniato cieco e muto (v. 22), le folle si interrogano su di lui con meraviglia (v. 23), e i farisei lo accusano di connivenza col capo dei demoni (v. 24). Gesù risponde con sei argomentazioni progressive: è assurdo che satana sia contro se stesso (vv. 25-26); inoltre anche i giudei, come lui, fanno esorcismi (v. 27); il fatto che lui scacci gli spiriti immondi nella potenza dello Spirito, segna l’inizio del regno di Dio (v. 28); lui è il più forte, che vince la forza del nemico (v. 29): essere con lui o meno è la salvezza o la perdizione dell’uomo (v. 30); chi lo accusa, mente contro la verità e pecca contro lo Spirito (vv. 31-32); i farisei sono un albero cattivo che dà frutti cattivi: la loro menzogna è frutto di un cuore cattivo – e dalla loro parola saranno giudicati (vv. 33-37).

L’indemoniato cieco e muto è immagine dei farisei: non vedono la realtà, ma le proiezioni del loro cuore malvagio; non dicono la verità, ma la menzogna che hanno dentro. Non sono figli di Abramo, ma del serpente (3,7), menzognero e omicida fin dal principio (Gv 8,44).

Il loro peccato è il peccato: la resistenza alla verità. È più grave del peccato stesso di Adamo. Come lui, non prestano ascolto a Dio; ma, a differenza di lui, non lo fanno per errore: coscienti della menzogna, la difendono, come satana, per un miope interesse che poi li rovina.

Con la sua forte denuncia, Gesù cerca di convincerli della loro cecità, per guarirli (cf Gv 9,39-41). Hanno già deciso di uccidere il Signore del sabato (v. 14). Il loro è il peccato contro lo Spirito: l’indurimento nel male di un cuore che non vuol arrendersi alla verità che conosce.

Gesù porta il giudizio di Dio: essere con lui è la salvezza. Chi è contro, lo uccide. Ma a chi gli toglie la vita, il Signore la dona, e proprio così compie il giudizio di Dio – che è amore assoluto per tutti, senza condizioni (cf At 4,28).

La Chiesa accoglie e annuncia il giudizio di Dio: il Messia, rifiutato e crocifisso, apre a tutti le braccia di Dio.

50. Il SEGNO DI GIONA
12,38-42

Il segno di Giona”, che sta tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, è profezia del Figlio dell’uomo, che entrerà nel sepolcro. Chi non crede a lui, chi non apre la mano per accogliere il dono, chi non vuol riconoscerlo contro ogni evidenza, lo toglie di mezzo (v. 14) e commette il peccato contro lo Spirito (v. 31s). Ma proprio per lui, che non accetta nessuno dei suoi segni, Gesù dà il segno di Giona: la propria vita.

Il male provoca (chiama-fuori) ciò che è dentro: in noi provoca altro male, e restituiamo moltiplicato quello che abiamo ricevuto; in Dio provoca il suo amore incondizionato, e dà la vita a chi gliela toglie. Questo è il segno definitivo, che inequivocabilmente lo rivela come Dio.

O Dio o satana, o la verità o la menzogna, o con Gesù o contro di lui, diceva il brano precedente (vv. 22-32). Chi sceglie contro di lui, conoscendolo, ha scelto per satana, contro Dio. Ma questo, che è “il” male, pro-voca il Figlio dell’uomo a entrare per tre giorni nel cuore della terra, in solidarietà assoluta con l’uomo che lo rifiuta. Segno più grande neppure Dio può dare. In esso rivela la sua identità: misericordioso e clemente, longanime, di grande amore, che davanti al male si lascia impietosire (Gn 4,2) – e, davanti al male estremo, si fa pietà estrema, fino a portarlo su di sé.

Altro segno non sarà dato, perché questo è il segno dell’Altro, rivelazione della sua alterità unica.

Gesù, con il “suo” segno, è ben più di Giona profeta: ci fa vedere Dio nella sua realtà più intima, la misericordia. Ed è anche ben più di Salomone, il sapiente: è la Sapienza stessa di Dio, nascosta e invisibile, che imbandisce il suo banchetto.

La Chiesa, composta da giudei e pagani, riconosce il segno del Figlio dell’uomo: vede nel Crocifisso la potenza e la sapienza di Dio.

51. COSÌ SARÀ ANCHE PER QUESTA GENERAZIONE PERVERSA
12,43-45

Così sarà anche per questa generazione perversa”, dice Gesù ai suoi ascoltatori, allora come adesso. La sua venuta segna l’inizio del regno e la liberazione dal male. Ma è sempre possibile precipitare in una situazione peggiore della precedente. Se uno conosce la verità e le volta le spalle, sarebbe meglio per lui non averla conosciuta: si è vaccinato contro di essa. Per lui si verifica il proverbio: “Il cane è tornato al suo vomito, e la scrofa lavata è tornata ad avvoltolarsi nel brago” (Pr 26,11; 2 Pt 2,22).

Il maligno è in ritirata, ma non ancora morto: c’è sempre il pericolo di ricadere nelle sue mani. E ciò avviene quando, invece di convertirci e seguire i segni che ci sono, ne chiediamo altri o di altro tipo.

La nostra lotta contro il male dura tutta la vita: è una colluttazione non contro creature fatte di carne e di sangue, ma contro gli spiriti cattivi, che abitano quella regione celeste (Ef 6,12) che è il nostro cuore. È una battaglia interiore con momenti di resistenza e di resa, sia al Signore che al nemico. Quando vogliamo fare il bene, il male è accovacciato alla nostra porta – anche dopo il battesimo, come attesta Paolo (Rm 7,21.17). Non siamo del mondo, ma restiamo nel mondo (Gv 17,6.11): anzi, il mondo resta sempre in noi. Siamo chiamati a vivere da figli della luce proprio nella notte, che non è solo attorno a noi (1Ts 5,1-11): il sole è sorto, ma la tenebra del dubbio, delle passioni e dell’incredulità ci insidia dal di dentro.

La lotta contro il male comincia quando ci opponiamo ad esso. Se gli siamo contro, anche lui è contro di noi. Le difficoltà e le tentazioni sono la prova che gli resistiamo. Come sono lo spurgarsi del male che abbiamo subìto e anche fatto, sono pure la medicina che ce ne guarisce.

Sia Israele dopo il Mar Rosso che Gesù dopo il battesimo subirono le tentazioni del deserto. Così anche noi, dopo la nascita nello Spirito, se camminiamo secondo lo Spirito, sperimentiamo l’avversità dello spirito contrario. I due spiriti si oppongono a vicenda, sicché non facciamo mai impunemente ciò che vorremmo (Gal 5,16s). Dentro di noi c’è sempre una dualità. Se rifiutiamo il conflitto, non andremo mai avanti.

Il brano è una esortazione alla vigilanza e alla perseveranza. Chi crede di stare in piedi, stia attento a non cadere (1Cor 10,12). Una volta liberati dal male e illuminati, non dobbiamo indietreggiare a nostra perdizione (Eb 10,39). La recidività è sempre possibile – e la ricaduta è peggiore della malattia (Eb 6,4-6).

Gesù, il più forte che ha vinto il forte, ci ha liberati perché restassimo liberi (Gal 5,1).

La Chiesa accetta di vivere la libertà di Cristo, e continua con perseveranza la sua stessa lotta contro il male fino alla fine, stando attenta ai colpi di coda del drago, mortalmente ferito ma non ancora morto.

52. ECCO MIA MADRE E I MIEI FRATELLI
12,46-50

Ecco mia madre e i miei fratelli”, dice Gesù, stendendo la mano su coloro che hanno steso la mano per mangiare il suo cibo, che è fare la volontà di Dio (Gv 4,34).

In ognuno di questi versetti si parla di madre e fratello – alla fine anche di sorella – di Gesù. Ne parlano il narratore, un anonimo, e, per tre volte, Gesù stesso. Il tema riguarda chiaramente l’essere “consanguinei” di Gesù.

Marco riferisce l’episodio con un’altra intonazione: è l’apice della crisi (Mc 3,20-35). Matteo ne fa la conclusione positiva di due capitoli di crisi.

Gesù ci porta la conoscenza e l’amore reciproco Padre/Figlio (11,25-30). Il dono sublime spiazza ogni attesa, anche quella del Battista (11,2-15). La sua generazione non lo capisce (11,16-24), i farisei decidono di ucciderlo (12,14), lo accusano di collaborazione con satana (12,24) e gli chiedono segni (12,38ss). Anche i suoi, riferisce Marco 3,21, lo ritengono pazzo. Matteo, tralasciando questo particolare negativo, mostra ora chi è il discepolo di Gesù: uno che fa parte della sua famiglia.

I due capitoli si chiudono così con un’apertura positiva: Gesù non è più solo. Alla parentela nella carne, succede quella nello Spirito. Dice Paolo: “Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così” (2Cor 5,16). Nasce la famiglia del Figlio, con madre, sorelle e fratelli.

C’è una parentela con Dio – “di lui stirpe noi siamo” (At 17,28)! – aperta a ogni uomo, vicino e lontano: si fonda sul fare la volontà del Padre, che si esprime nella parola del Figlio. Uno diventa la parola che ascolta e fa: essa è un seme che genera secondo la propria specie (cf 13,1ss). Quella di Dio ci genera della specie di Dio, partecipi della sua natura divina (cf 1Pt 1,23; 2Pt 1,4). Chi accoglie il Verbo ha il potere di diventare figlio di Dio, generato non da carne né da volere d’uomo, ma da Dio stesso (Gv 1,12s). La comunità dei credenti sa di aver parte con colui che è con noi per sempre (28,20). Vero discepolo non è chi dice: “Signore, Signore!” (7,21), come neppure chi ha la sua carne, ma colui che ha lo Spirito del Figlio e fa la volontà del Padre. Da questo dipende la nostra identità, al di là di ogni barriera di razza e cultura, allora come adesso.

Quale amore ci ha dato il Padre: siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente (1Gv 3,1)! È inimmaginabile la nostra dignità!

Gesù è il Figlio perché compie la volontà del Padre: ha il suo stesso amore verso di lui e verso i fratelli.

La Chiesa, ascoltando e facendo la sua parola, riceve la rivelazione e l’amore di Dio, che la rende partecipe della sua stessa vita.

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Questa voce è stata pubblicata il 14/07/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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