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Il viaggio dell’ingiustizia: nell’agosto di 400 anni fa lo sbarco dei primi schiavi africani in Virginia


Slaves of Gen. Thomas F. Drayton, Hilton Head, S.C. in 1862 after Drayton deserted them, fleeing from the Union army (1862)

Schiavi del Gen. Thomas F. Drayton, Hilton Head, S.C. in 1862 (Wikipedia)


Nell’agosto del 2019 ricorre il 400° anniversario dell’arrivo dei primi schiavi africani in quelle colonie inglesi che oggi sono note come Stati Uniti d’America: era il 1619. Il Congresso americano ha creato una commissione speciale che, insieme alla Presidente della Camera dei Rappresentanti, si è recata nello stato africano del Ghana. Incontrando il Presidente del Paese, Nancy Pelosi si è congratulata per l’iniziativa ‘L’Anno del Ritorno’ promossa dal governo ghanese: grazie ad alcuni incentivi, infatti, per tutto il 2019 le persone di origine africana potranno visitare più facilmente l’Africa e riscoprire così la propria storia.Il viaggio dell’ingiustizia: nell’agosto di 400 anni fa lo sbarco dei primi schiavi africani in Virginia

Il viaggio dell’ingiustizia: nell’agosto di 400 anni fa lo sbarco dei primi schiavi africani in Virginia (video)

a cura di Sofia Gadici
http://www.repubblica.it
2 agosto 2019

LA SCHIAVITÙ IN AMERICA, UNA “PECULIARE ISTITUZIONE”

Si calcola che tra l’inizio del Cinquecento e la metà dell’Ottocento circa dieci milioni di africani furono trasferiti in catene nel continente americano. Divennero la forza lavoro delle grandi piantagioni, rendendo la schiavitù la peculiare istituzione di quei territori, posta a fondamento non solo di un sistema economico ma di un’intera civiltà. Sul lungo periodo questa massa umana si rivelò tuttavia un elemento di debolezza per gli Stati meridionali del Nordamerica.

di Roberto Poggi
1.10.2015
http://www.storiain.net

Il prezzo richiesto nell’agosto del 1619 per i primi venti schiavi neri sbarcati da una nave da guerra olandese sulle coste della Virginia fu giudicato senza dubbio vantaggioso dai piantatori, che non tardarono a individuare nella schiavitù una soluzione definitiva al problema della carenza di manodopera bracciantile che stava paralizzando le loro attività. Prima di allora i piantatori virginiani avevano sperimentato senza successo il ricorso a forme di servitù temporanea, imposte a criminali condannati a lunghi periodi di lavoro forzato oppure a emigranti disposti a ripagare con anni di lavoro servile il prezzo della traversata oceanica. Il clima insalubre delle piantagioni aveva decimato i lavoratori coatti provenienti dalla vecchia Europa. Quei pochi che erano riusciti ad acclimatarsi si erano mostrati tutt’altro che docili, poiché la grande disponibilità di terra e l’opportunità di poter costruire finalmente la propria fortuna li spingevano a rompere ogni vincolo contrattuale e a ribellarsi a ogni imposizione. Ma la soluzione adottata nelle colonie inglesi per sopperire alla mancanza di manodopera fu tutt’altro che originale.

Intorno al 1510 la popolazione indigena di Cuba era quasi completamente estinta, erano stati gli schiavi acquistati sulle coste dell’Africa a prendere il posto degli indios sterminati dalle malattie provenienti dall’Europa e dalle durissime condizioni di lavoro imposte dai brutali colonizzatori spagnoli. La corona di Spagna aveva garantito grazie all’Asiento, cioè alla concessione, prima a compagnie private e poi a governi stranieri del monopolio della fornitura di schiavi neri, il fabbisogno di braccianti per dissodare e mettere a frutto gli sconfinati territori del Nuovo Mondo. Tale imponente traffico di esseri umani si era rivelato talmente lucroso da spingere le potenze mercantili europee escluse dall’Asiento a dedicarsi attivamente al contrabbando. I negrieri riconosciuti dal re di Spagna e i contrabbandieri avevano popolato di schiavi il Nuovo Mondo assicurandosi enormi profitti e offrendo ai piantatori un costo molto contenuto della manodopera.

L’Africa, in cui la schiavitù era praticata da tempo immemorabile, poteva fornire schiavi in abbondanza. Si calcola che tra l’inizio del Cinquecento e la metà dell’Ottocento circa dieci milioni di africani furono trasferiti in catene nel continente americano. I capitribù dei villaggi affacciati sull’oceano Atlantico erano ansiosi di scambiare i loro prigionieri di guerra oppure le vittime di razzie tra le popolazioni dell’interno con rum e altre merci di poco valore. I negrieri portoghesi, olandesi, francesi o inglesi potevano così realizzare profitti favolosi a fronte di investimenti relativamente modesti.

Lo sbarco dei primi venti schiavi sulle coste della Virginia non fu nient’altro che il tentativo, pienamente coronato dal successo, di creare un nuovo mercato alternativo a quello ormai saturo rappresentato dai possedimenti spagnoli. Nell’arco di qualche decennio la schiavitù si diffuse infatti in tutte le colonie inglesi del Nord America. Nel New England la struttura economica, caratterizzata dalla presenza di attività commerciali e manifatturiere e di una piccola proprietà terriera, mal si adattava a una massa di braccianti resistenti alla fatica ma privi di specifiche competenze, perciò la presenza di schiavi rimase molto limitata. Al contrario, nelle colonie meridionali della Virginia, del Maryland, della Georgia e della Carolina gli schiavi importati dall’Africa divennero rapidamente la forza lavoro delle grandi piantagioni, rendendo la schiavitù la peculiare istituzione di quei territori, posta a fondamento non solo di un sistema economico, ma di un’intera civiltà.

Nonostante la diseguale distribuzione degli schiavi sia le colonie meridionali sia quelle settentrionali si arricchirono grazie alla schiavitù. I piantatori meridionali sfruttarono il lavoro degli schiavi, mentre i mercanti del New England, seguendo l’esempio di quelli europei, lucrarono sulla tratta dei neri, inserita nel contesto di un sistema commerciale triangolare. Le navi del puritano New England facevano rotta sui Caraibi per acquistare melassa e canna da zucchero da trasportare nei loro porti di partenza dove venivano trasformate in rum. Cariche di liquore le stesse navi volgevano poi la prua verso l’Africa, dove ogni barile veniva scambiato con uno schiavo. Il Middle Passage, cioè la traversata atlantica dalle coste occidentali dell’Africa sino ai porti delle colonie meridionali come quello di Charleston, poteva durare a uno a sei mesi a seconda delle condizioni atmosferiche. All’aumentare del periodo di navigazione cresceva la probabilità che il carico di merce umana si riducesse anche sensibilmente, a causa della scarsità delle razioni alimentari e del diffondersi a bordo di malattie come la dissenteria, lo scorbuto e il vaiolo. Tra gli schiavi incatenati a coppie e costretti per giorni a una immobilità pressoché assoluta non mancavano inoltre i casi di suicidio. Per massimizzare i loro profitti i negrieri non dovevano fare altro che sovraffollare le loro stive, sfruttare i venti più favorevoli e distribuire quel tanto di cibo e di acqua sufficienti a tenere in vita i loro prigionieri.

Dopo aver venduto il loro carico umano ai mercanti di schiavi di Charleston, di Savannah o di Annapolis, le navi negriere tornavano a fare rotta verso i Caraibi per caricare altra melassa e altra canna da zucchero da cui ricavare rum da offrire ai capitribù del golfo di Guinea.

L’orrendo commercio di esseri umani del Middle Passage rimaneva così invisibile alle comunità puritane del Massachusetts o del Rhode Island che prosperavano sulla tratta degli schiavi senza vederli mai sbarcare nei loro porti. L’opinione pubblica del New England, composta da artigiani, piccoli proprietari terrieri e marinai, era così tenacemente avversa alla concorrenza rappresentata dal lavoro servile che già alla fine del Settecento impose in quei territori l’abolizione della schiavitù. Tale misura non significò tuttavia né una affermazione della parità di diritti tra bianchi e neri, né tanto meno l’abolizione della tratta atlantica.

Il continuo afflusso di schiavi nelle colonie meridionali finì per allarmare la classe dirigente, preoccupata dai rischi per l’ordine pubblico generati dalla crescita della popolazione africana e soprattutto dal crollo dei prezzi dei neri, su cui i piantatori avevano investito una parte rilevante della loro ricchezza. Prima dell’indipendenza dalla corona inglese i governi sudisti, a cominciare da quello della Virginia, tentarono di vietare la tratta atlantica, ma si scontrarono con la netta opposizione di Londra, che non era disposta a penalizzare gli interessi dei propri mercanti. Sciolto ogni vincolo con la madrepatria, la Virginia si affrettò a vietare la tratta, ma altri Stati come la Georgia e il Sud Carolina non poterono fare altrettanto. Durante la guerra di indipendenza quei territori erano stati occupati dalle truppe inglesi che avevano provveduto a liberare gli schiavi per punire i piantatori ribelli. La necessità in alcuni Stati di riprendere la più presto l’attività produttiva con l’importazione di nuovi schiavi e la volontà dei negrieri del New England di continuare a fare affari finirono per imporsi nel 1787 in seno alla Convezione costituente, che rifiutò di abolire la tratta nell’Unione.

Anche il parlamento del territorio della Louisiana, acquistata dalla Francia nel 1803, si affrettò a consentire l’importazione di schiavi africani per assecondare la forte richiesta del mercato. Nei primi anni dell’Ottocento entrarono nel territorio degli Stati Uniti tra i 75.000 ed i 100.000 nuovi schiavi. Soltanto una piccola parte di essi fu destinata a sostituire la massa di braccianti dispersa durante la guerra di indipendenza, la maggior parte fu invece impiegata in un poderoso aumento della produttività delle piantagioni di cotone, reso possibile da una innovazione tecnologica. Nel 1797, un giovane studente, Elia Whitney, inventò una sgranatrice meccanica per il cotone che assunse ben presto la denominazione di cotton gin, abbreviazione di cotton engin. Prima di allora il cotone era sgranato a mano, un uomo ben addestrato poteva produrne circa mezzo chilo in un giorno. La prodigiosa invenzione di Whitney innalzò tale quantitativo sino a mezzo quintale.

In tutti gli Stati meridionali dell’Unione furono abbandonate le vecchie coltivazioni, ovunque fu seminato cotone, che richiedeva una grande massa di schiavi per essere coltivato e sgranato. La produzione di cotone grezzo passò da meno di 4 milioni di chili nel 1796 ad oltre 46 milioni di chili nel 1816. Benché il prezzo del cotone grezzo fosse destinato a calare con l’incremento della produttività, per i piantatori meridionali si inaugurò un’era di grande prosperità. Il continuo aumento dell’estensione dei terreni coltivati a cotone e del numero di schiavi impiegati garantivano una prospettiva di rapido arricchimento a chiunque disponesse di capitali da investire.

Mentre la cotton gin trasformava profondamente il volto economico e produttivo degli Stati meridionali, sull’altra sponda dell’oceano atlantico il governo britannico andava mutando il suo tradizionale atteggiamento benevolo nei confronti del commercio di schiavi. Dopo la bocciatura di diverse proposte di legge, presentate a partire dal 1792, finalmente il parlamento di Londra approvò nel 1807 lo Slave Trade Act, che poneva fuori legge il commercio degli schiavi in tutti i territori della corona inglese.

Gli Stati Uniti non poterono ignorare la netta presa di posizione inglese. Sotto l’impulso del presidente Jefferson, fiero oppositore, come il suo predecessore Washington, della schiavitù, benché proprietario di schiavi, il Congresso mise fuori legge la tratta atlantica a partire dal primo gennaio del 1808, lasciando però liberi gli Stati meridionali dell’Unione di preservare la peculiare istituzione nelle loro legislazioni. Gli afroamericani liberi presero a celebrare tale data in luogo del 4 luglio. L’attività di contrasto al contrabbando, inizialmente fiacca e discontinua, si fece più incisiva dopo il 1820, quando la tratta atlantica degli schiavi fu assimilata alla pirateria. Il crescente impegno delle autorità federali non riuscì comunque a debellare il fenomeno. Ancora nell’aprile del 1861, quando le prime cannonate della guerra civile erano già state sparate, una nave negriera di Boston fu sequestrata con a bordo un carico di oltre 900 schiavi.

Benché persistente, il contrabbando non riuscì mai a soddisfare la crescente domanda di braccianti da parte dei piantatori meridionali. L’effetto più immediato della cessazione dell’importazione di schiavi fu quindi l’impennata dei prezzi che continuarono a lievitare sino alla vigilia dell’abolizione della schiavitù nel 1863. Ad alimentare il mercato interno di schiavi fu soprattutto la crescita vigorosa della popolazione nera, resa possibile dalle condizioni di vita mediamente buone garantite dai piantatori ai loro braccianti. Nel 1860 sui circa 31.500.000 abitanti dell’Unione poco meno di 4.500.000 erano neri, di cui 4.000.000 schiavi impiegati nelle piantagioni del Sud, dove costituivano il 40% dell’intera popolazione.

La proprietà degli schiavi era concentrata in poche mani. Degli otto milioni di bianchi residenti negli Stati meridionali oltre sei milioni non possedevano schiavi. La maggior parte dei proprietari, circa 1.400.000, disponeva di una forza lavoro che oscillava tra uno e dieci schiavi, soltanto una ristretta élite di 200.000 piantatori possedeva più di venti schiavi.

Pochi o tanti che fossero, gli schiavi rappresentavano per i loro proprietari un investimento da tutelare, esattamente come gli altri animali da lavoro di cui disponevano.

(…)

In tutti gli Stati del sud schiavista esistevano leggi che comminavano pene severe a coloro che uccidessero, ferissero o torturassero uno schiavo, ma di fatto rimanevano lettera morta, dal momento che era fatto divieto ai neri di testimoniare contro i bianchi. Nonostante tale divieto, vi furono sporadici casi di lievi condanne di bianchi assassini o seviziatori di schiavi. La riprovazione sociale intimoriva i violenti ben più del rigore della legge. L’opinione pubblica del Sud non tollerava la crudeltà verso gli schiavi, i proprietari che si guadagnassero la poco invidiabile fama di “ammazza-negri” rischiavano di perdere del tutto il rispetto delle loro comunità e persino di subire gravi ritorsioni.

(…)

Quando il rigore della disciplina e i ritmi di lavoro si facevano insopportabili, gli schiavi ricorrevano alla fuga. Tra la Virginia e la Carolina settentrionale si estendeva un’ampia zona paludosa, detta Dismal Swamp, che con le sue foreste inestricabili offriva un nascondiglio sicuro a numerosi fuggiaschi. Una alternativa alla sopravvivenza in condizioni estreme, tra gli acquitrini popolati di insetti e serpenti, era raggiungere gli Stati settentrionali, dove il movimento abolizionista poteva garantire protezione e soccorso. Dall’inizio dell’Ottocento sino alla guerra civile si sviluppò dagli Stati meridionali sino al Canada una vasta rete di itinerari segreti e di rifugi chiamata underground railroad, ferrovia sotterranea, volta ad assicurare agli schiavi una via di fuga.
La crescente determinazione degli abolizionisti a sostenere ed incoraggiare gli schiavi a riprendersi la loro libertà finì per urtare la suscettibilità dei piantatori meridionali, che usarono tutta la loro considerevole influenza politica sul Congresso per ottenere una legge nettamente repressiva. Il Fugitive Slave Act, approvato nel settembre del 1850, si rivelò per il sud un rimedio peggiore del male. Tale legge, consentendo ai proprietari di reclamare un schiavo fuggiasco in qualunque Stato dell’Unione presentando una semplice dichiarazione, senza che al presunto schiavo venisse concesso di porre il suo caso davanti a una giuria popolare e obbligando gli agenti polizia e le corti federali a provvedere alla cattura e alla riconsegna dei fuggiaschi, non solo si rivelò ben presto di fatto inapplicabile, in quanto lesiva sia della sovranità degli Stati, sia del diritto alla difesa degli imputati, ma suscitò anche una viva indignazione che si estese a fasce dell’opinione pubblica del nord prima di allora neutrali o indifferenti al tema della schiavitù.

Dopo l’approvazione della legge sugli schiavi fuggitivi, la ferrovia sotterranea poté quindi contare su di un maggior numero di persone disposte a prodigarsi per strappare i neri dalla loro condizione di schiavitù, tuttavia il numero di schiavi che riuscirono a mettersi in salvo in Canada o altrove fu nel complesso irrisorio. Si stima che su una popolazione di circa quattro milioni di schiavi non più di un migliaio ogni anno riuscirono a conquistarsi la libertà. A molti di coloro che fallirono i piantatori riservarono dure punizioni.

(…)

http://www.storiain.net

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Questa voce è stata pubblicata il 03/08/2019 da in Attualità sociale, Cultura, Giustizia e Pace, ITALIANO con tag , , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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