COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Lectio sul Vangelo di MATTEO (Cap. 15-17) Fausti (6)

Lectio divina sul Vangelo di Matteo
Capitoli 15-17


MatteoTesto doc Fausti – Matteo Cap 15-17
Testo pdf Fausti – Matteo Cap 15-17

dal libro di Silvano Fausti,
“Matteo. Il Vangelo della Comunità”

Messaggio del testo nel contesto

64. QUESTO POPOLO MI ONORA CON LE LABBRA,
MA IL LORO CUORE È LONTANO DA ME.
15,1-20

Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”, dice Gesù subito dopo l’avventura in barca coi discepoli.

Riconoscere il Signore nel pane senza scambiarlo per fantasma non è problema di occhi, ma di cuore (vv. 8.19). Il cuore è il centro della persona, che ri-corda ed esprime ciò che gli interessa (inter-esse = essere-dentro!). Al credente interessa il “pane”, il suo corpo dato per noi, o altre cose? Il suo cuore è con il Signore o lontano da lui?

Il brano inizia e finisce con i discepoli che mangiano senza lavarsi le mani (vv. 2.20), trascurando le norme date dagli antichi. Hanno un’altra tradizione: quella del suo corpo dato nelle nostre mani di peccatori. Il fatto dà occasione a una polemica contro le norme religiose che non rispettano la parola di Dio (vv. 3-9), e ad un chiarimento fondamentale su ciò che è bene o male, puro o impuro (vv.10-19). Al centro sta “il cuore”: se è lontano dal Signore, vanifica la sua parola e rende tutto immondo (v. 8s.19s), se è con il Signore, ne vive la parola e mangia.

In questo brano si toccano i temi fondamentali di ogni religione: la tradizione, il lecito e l’illecito, il bene e il male.

L’uomo vive di tradizioni, di ciò che riceve e scambia con gli altri. A differenza dell’animale, non è regolato dall’istinto, ma dal cuore, dai desideri e da ciò che in una lenta e lunga acquisizione ha messo dentro: vive di ri-cordo, di memoria amata e custodita che lo apre al suo futuro e gli suggerisce che fare qui e ora. Conosce co-mandamenti (co-mandare = mandare insieme) e interdetti (interdetto = detto-tra), frutto di esperienza precedente, che gli offrono orizzonti comuni su cosa fare e cosa non fare per raggiungere la pro-messa di felicità che tiene viva la sua esistenza. L’uomo è cultura. Non deve ogni volta inventare il da farsi; lo trova già nella memoria, nella tradizione. Il problema è quello di capirla e usarla. Infatti può ridursi a erudizione sterile che ingessa la persona. Allora c’è un tradizionalismo che butta via l’anima della tradizione: dimentica il senso di ciò che trasmette – la volontà di Dio significata dalla sua parola – e riduce la pratica religiosa a ritualismo.

In questo caso la tradizione diventa strumento di oppressione e di morte: un cumulo di formule vuote, con un cuore lontano da Dio e dagli uomini.

Il puro e l’impuro, il lecito e l’illecito, il bene e il male, ciò che mette in comunione o divide dalla vita, ciò che dà felicità o infelicità, dipende in ultima istanza non dalla tradizione o da regole che classificano cose o azioni, ma dal cuore stesso: tutto è buono nella misura in cui è vissuto con un cuore puro. Il cuore puro vede Dio (5,8): libero dall’egoismo, riflette la sua bontà, e fiorisce in ogni frutto buono. Un cuore impuro, lontano da Dio, produce opere di morte. Il bene viene da un cuore vivificato dallo Spirito d’amore; il male da un cuore posseduto dallo spirito immondo.

Non solo il mondo religioso, ma anche quello laico vive di tradizioni e riti, di comandi e divieti. Oggi più che mai siamo amministrati da infinite norme – tanto più subdole quanto meno dichiarate – che si impongono, in modo inavvertito e arbitrario, come “moda”. Il lavoro, le relazioni, lo stile di vita e, soprattutto, gli stessi valori – bevuti acriticamente da tutti i pori grazie ai mass-media – costituiscono un campo di leggi ferree, da osservare con rigore per non essere emarginati.

È necessario misurare tutto questo sulla Parola e sul Pane, sulla Parola che si fa Pane: aiutano o meno ad amare i fratelli, producono frutti velenosi o buoni?

Tutto il brano è sul cibo. L’uomo è ciò che mangia attraverso i canali dei suoi sensi e assimila attraverso le sue facoltà; o, meglio, è come mangia. Con che cuore, con che spirito mangia? È da verificare se mangiamo o meno secondo la tradizione che Gesù ci ha lasciato, se viviamo o meno della memoria di lui che ha dato il suo corpo per noi.

Gesù è la nostra tradizione fondamentale, misura di ogni altra.

La Chiesa ha al suo centro l’eucarestia: sa che il vero culto spirituale, gradito a Dio, è il nostro stesso corpo (Rm 12,1) che mangia e vive di questa tradizione, che è quella del Figlio.

65. O DONNA, GRANDE È LA TUA FEDE:
SIA FATTO A TE COME VUOI
15,21-28

O donna, grande è la tua fede: sia fatto a te come vuoi”, è l’esclamazione di Gesù davanti alla donna pagana, che ottiene il “pane dei figli”!

Il racconto, parallelo a quello del centurione (8,5-13), fa da contrappunto alle rimostranze dei farisei e degli scribi (15,1ss), alla non fede dei suoi di Nazareth (13,58) e alla poca-fede dei discepoli (8,26; 14,31). Il dono del Signore è per chi lo chiede con fiducia, non per chi lo pretende o per chi, invece di aver fiducia, chiede segni (16,1).

Questa donna è immagine della nostra Chiesa, che proviene dal paganesimo: partecipa alla promessa di Abramo mediante la fede.

La fede agisce a distanza, anche in assenza di Gesù (cf. anche 8,1-13). È la condizione nostra: dopo la sua missione a Israele, lui è assente, ma la sua stessa forza opera in coloro che per primi hanno veduto e creduto, e continua anche in quanti, pur non avendo visto, credono (cf. Gv 20, 29).

Solo la fede dà accesso al “pane dei figli”, sia per Israele che per i pagani, sia per chi ha visto che per chi non ha visto.

Nel brano si sottolinea il limite della missione storica di Gesù, destinata a Israele, erede primo della promessa che attraverso lui passerà a tutte le genti. Questa donna, con il centurione, ne è l’anticipo profetico.

Il brano è un dialogo serrato e drammatico tra la donna e Gesù, con l’intervento dei discepoli. Si intravedono le difficoltà che anche in seguito incontrerà il passaggio della salvezza ai pagani, gli immondi. La fede dà il via libero all’intervento di Dio al di là di ogni barriera culturale e religiosa, allora come oggi. Dio stesso interviene dal cielo per vincere la resistenza della Chiesa primitiva nei confronti dei pagani (cf. At 10,9-48).

Tipici di Matteo sono l’intervento dei discepoli e la dichiarazione di Gesù circa la sua missione verso le pecore perdute d’Israele (vv.23.24).

Il dialogo tra Gesù e la donna riguarda “il pane dei figli”, e a chi spetta. Matteo scrive per i giudei cristiani, per aprirli alla missione verso i pagani (cf. 28,20). Inoltre vuol stimolare la gelosia di quei figli che ancora non accolgono quel pane del quale invece i cani (i pagani) per la loro fede si saziano (cf. Rm 11,14).

La distinzione cani/figli è quindi abbattuta dalla fede: già Abramo, padre di Israele, era pagano, e divenne erede della promessa e patriarca del nuovo popolo per la sua fede. “Quelli che hanno fede sono benedetti insieme ad Abramo che credette”; suoi figli “sono quelli che vengono dalla fede”, perché lui stesso fu il primo che “ebbe fede in Dio, e gli fu accreditato a giustizia” (Gal 3, 9.7.6).

Gesù è il Messia promesso e inviato a Israele. Dall’Israele che lo accoglie sorge la luce per tutte le genti (Lc 2,32): i suoi discepoli saranno dopo di lui inviati per tutto il mondo ( 28,20). La missione del Messia verso di loro è la loro stessa verso tutti.

La Chiesa è fatta innanzitutto da giudei e poi da quanti, per la loro fede, diventano figli di Abramo, il primo che dà credito a Dio e alla sua promessa.

66. HO COMPASSIONE DELLA FOLLA
15,29-39

Ho compassione della folla”, dice Gesù ai suoi discepoli, che dovranno ricevere e dare il suo pane. È una folla composta da zoppi, ciechi, storpi, sordi e malati di ogni tipo. Gesù si prende cura di loro, e comunica ai discepoli la sua compassione e il suo proposito di sfamarli, ripetendo il gesto di 14,13-21.

Il pastore riunisce attorno a sé le pecore oppresse e sfinite (9,35s; cf. 4,23s ); il popolo dei poveri riceve “il pane dei figli” di cui, per la fede, si erano saziati anche i cagnolini (15,27).

Il Signore torna in mezzo al suo popolo: “Io sarò il loro Dio, ed essi il mio popolo” (Ger 31,33). Per questo si aprono gli occhi dei ciechi, lo zoppo salta come un cervo, grida di gioia la lingua del muto (Is 35,5s). Tutti vedono il lavoro delle sue mani e glorificano il suo nome: gli spiriti traviati apprendono la sapienza e i brontoloni la lezione (Is 29,23s).

Siccome è una lezione difficile da imparare, il Maestro comincia daccapo, ripetendo con pazienza quanto già ha fatto. Del suo pane infatti abbiamo bisogno non una sola volta, ma sempre ancora una volta, ogni giorno. Questo pane è il cibo che sazia le nostre fami, la compassione che guarisce i nostri mali.

Per noi la vita è possibile nella ripetizione del respiro e del battito del cuore, della veglia e del sonno, del cibo e delle solite parole scambiate – le fondamentali sono sempre le stesse! Ma nessun giorno è come l’altro. Nel ritmo l’uomo cresce fino alla sua maturazione intellettuale e spirituale. Ripetere è la condizione per ricordare, portare al cuore. Uno vive dei suoi ricordi: la sedimentazione di esperienze successive e ripetute diventa la “memoria”, il programma di vita. Il credente fa memoria del corpo del Signore dato per lui, ricorda la sua compassione: mangia e rimangia di questo pane, fino a quando tutta la sua vita è eucaristia – donata dal Padre e ai fratelli.

Il brano ci presenta Gesù sul monte che realizza il regno per i poveri: le folle di malati accorrono a lui per essere curate (vv. 29-31) e ricevere il pane e la sazietà che viene dalla sua compassione (vv. 32-39).

La comunità che spezza il pane continua la sua opera, vivendo del banchetto della Sapienza. Non solo fa un rito, ma vive nella quotidianità ciò che celebra.

Questo racconto ha somiglianze e differenze con il precedente. Ogni ripetizione è una variazione sul tema: la realtà è una, ma ogni volta ne colgo un aspetto complementare e più profondo.

Qui si evidenzia maggiormente la compassione di Gesù e l’incomprensione dei discepoli direttamente interpellati, che pure dovrebbero aver capito qualcosa dall’esperienza precedente.

Nonostante che ripetiamo l’eucaristia, fatichiamo ad entrare nella compassione di Gesù. Per questo, direbbe Paolo, molti tra noi sono malati e infermi, e un buon numero morti. Perché mangiamo questo pane senza riconoscere il corpo del Signore (1Cor 11,30.29).

Ma proprio questa ripetizione, giorno dopo giorno, ci guarisce. Il Signore è paziente: sempre, ogni volta, riprende a dirci la sua parola e a darci il suo pane.

Gesù è il maestro che ricomincia sempre la sua lezione, e a sue spese; è il Signore che di continuo ci offre la sua eterna compassione.

La Chiesa, come i discepoli, non comprende: tuttavia esegue l’ordine del Signore, dando a tutti il pane che riceve. Chi capisce il dono, entra nel regno.

67. GUARDATEVI DAL LIEVITO DEI FARISEI E DEI SADDUCEI
16,1-12

Guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”, ripete Gesù ai discepoli che si lamentano di non aver pane. Anche qui, come dopo il primo fatto dei pani, li chiama “voi di poca fede” (v.8; 14,31).

Il “pane” non è mai sufficiente (15,33; cf. 14,17). Eppure c’è, e in sovrabbondanza (cf. 14,20; 15,37; 16,9-10), se è vissuto secondo la parola di Gesù: è la vita stessa del Figlio offerta a tutti i fratelli. Ma c’è qualcosa che lo insidia: è il lievito dei farisei e dei sadducei, come qui si dice.

I farisei sono gli osservanti della legge; i sadducei sono i ricchi proprietari. Legge e danaro sono rispettivamente il mezzo per possedere Dio e le cose. Ma il possesso è un fermento micidiale, che distrugge l’essenza del vangelo: si oppone al dono.

Il pane – la vita del Figlio – non è salario del nostro sudore, frutto del nostro accumulare ricchezza religiosa o mondana: è dono gratuito del Padre. Legge e potere sono il lievito che impediscono di vivere da figli e da fratelli.

In barca i discepoli hanno sempre tempesta (8,23-27; 14,22-33). Questa terza volta la burrasca non è più esterna, ma interna. Si lamentano di non avere pane, mentre Gesù li rimprovera di avere lieviti diversi da quello del regno. Il problema reale del discepolo è sempre la “poca fede” in Gesù e nella sua parola (v.8; 8,26; 14,31).

Il brano è diviso in due parti. Nella prima Gesù risponde ai farisei e ai sadducei che chiedono un segno dal cielo, invitandoli a leggere i segni dei tempi e riproponendo loro il segno di Giona (vv.1-5; i vv. 2b-3, simili a Lc 12,54-56, mancano in importanti manoscritti). Nella seconda parte Gesù dice ai discepoli, preoccupati di non aver pane, di guardarsi dal lievito dei farisei e dei sadducei (vv.6-12): è questo che impedisce loro di capire e vivere il pane – il segno di Giona.

In questo brano si nomina sette volte il pane e tre volte il lievito; inoltre per quattro volte si parla di farisei e sadducei. Essi rappresentano quel lievito che mette alla prova il Signore, e impedisce al discepolo di vivere del suo pane.

Gesù richiama tutti, e in particolare i discepoli, a saper leggere il segno definitivo, quello di Giona, in cui si fa nostro pane.

La Chiesa capisce e vive questo segno nella misura in cui è libera dal lievito della legge e del potere: sono i due nemici che stanno sempre dentro le mura di ogni città e di ogni cuore, per quanto santi siano.

68. MA VOI CHI DITE CHE IO SIA?
16,13-20

Ma voi chi dite che io sia?” Io-Sono chiede con umiltà ai discepoli: “Chi sono io?”, per introdurli nel suo mistero. Non è una crisi di identità sua: è in gioco l’identità loro. Gesù rivolge loro la domanda con trepida attesa: essere riconosciuto è il desiderio fondamentale dell’amore che si rivela. La risposta personale a questa sua domanda costituisce il discepolo. Il cristianesimo non è un’ideologia, una dottrina o una morale, ma il mio rapporto con Gesù, il “mio” Signore che amo come lui mi ama (cf. Gal 2,20).

Ai discepoli si chiede prima cosa dicono gli uomini e poi cosa dicono loro, per suggerire che la loro risposta non deve essere come quella degli altri. Né la carne né il sangue, ma solo il Padre può rivelare chi è il Figlio.

Siamo alla svolta decisiva del vangelo: finalmente Pietro e quelli con lui lo riconoscono come il Messia e il Figlio di Dio. Avvinti a lui, d’ora in poi potranno ricevere il dono di quella conoscenza di lui che può essere fatta solo a chi lo ama.

Il brano è un dialogo tra Gesù e i discepoli: i vv. 13-16 contengono le due domande sulla identità sua e le due risposte dei discepoli, la seconda delle quali è riservata a Pietro. Nei vv. 17-19 Gesù proclama beato Pietro perché ha accolto la rivelazione (v.17), e per questo gli dà la funzione di “pietra” per la Chiesa (v.18), insieme al suo stesso potere di legare e sciogliere (v.19). Il v. 20 conclude con l’ordine di tacere.

Il brano presenta il riconoscimento di Gesù e il conferimento del primato a Pietro. Riconoscere Gesù come il Cristo e il Figlio di Dio è il centro della fede. Il ruolo di Pietro è quello della “pietra” su cui si edifica la comunità che professa tale fede.

Il primato di Pietro fu occasione di tante separazioni, antiche e recenti, prima in Oriente e poi in Occidente. Il servizio dell’unità nella fede e nella carità è stato spesso “scandalo”, motivo di divisioni e odi. Non è sempre facile vedere in quale misura ciò sia dovuto al cattivo modo di servire, e in quale, invece, all’inevitabilità dello scandalo stesso della verità, che è sempre segno di contraddizione (cf. Lc 2,34). Anche l’identità di Gesù, vero uomo e vero Dio, è stata ed è occasione di tutte le eresie!

Questo brano è un contrappunto al precedente: al dialogo di incomprensione, succede il riconoscimento. Chi è libero dal lievito dei farisei e dei sadducei, vede nel pane il Cristo, il Figlio di Dio dono del Figlio dell’uomo a ogni uomo.

Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Questa è la fede cristiana che i discepoli hanno maturato e ci hanno trasmesso.

La Chiesa ha la beatitudine di vivere questa fede, direttamente rivelata dal Padre. Pietro ha la funzione di “pietra”, di fondamento su cui il Signore edifica la sua Chiesa; a lui inoltre è confidato il servizio delle chiavi del regno, la funzione di interpretare autenticamente ciò che è conforme a tale fede e ciò che è difforme da essa.

69. DIETRO DI ME
16,21-28

Dietro di me”, dice Gesù a Pietro e a tutti i discepoli. Dopo essere stato riconosciuto, gioca a carte scoperte: mostra che il Cristo e il Figlio del Dio vivente non è quello che pensiamo noi. La sua salvezza non consiste nella soddisfazione delle nostre brame di avere, di potere e di apparire, ma nella povertà, nel servizio e nell’umiltà. Questa è la via di quel Dio che è amore, attraverso la quale “deve” passare il Figlio dell’uomo per vincere il male dell’uomo.

Siamo a una svolta decisiva del vangelo: Gesù fa il primo annuncio della sua morte-risurrezione. Per la prima volta parla della croce, e mostra l’abisso che c’è tra Dio e tutte le nostre immagini su di lui. Essa ci fa vedere chi è il Figlio a immagine del Padre, l’uomo pienamente realizzato.

Il brano presenta in un quadro sintetico l’identità di Gesù, il Crocifisso risorto (v. 21), e quella del discepolo, specchio della sua (vv. 24-26); al centro c’è la reazione di Pietro e la controreazione di Gesù (vv. 22-23) e, alla fine, troviamo il richiamo alla sua venuta nella gloria (vv. 27-28).

La croce è scandalo per tutti (1Cor 1,23). Davanti ad essa anche Pietro, la “pietra”, diventa scandalo, inciampo per il Signore stesso.

La reazione di Pietro è di capitale importanza: svela la nostra lontananza da Dio. Pietro vuol bene a Gesù: gli vuole il bene che vuole a se stesso. In questo è umano, molto umano, anzi diabolico: ritiene che il bene sia quello che pensa lui. Dovrà scoprire che il bene che il Signore gli vuole è ben altro. Lo scontro tra il pensiero di Dio e quello dell’uomo è ineludibile: fa uscire allo scoperto l’inganno che è nascosto nel nostro cuore. Il volto del Figlio dell’uomo illumina progressivamente le nostre oscurità, fino a farci riflesso della sua gloria. Andando dietro di lui, diventiamo come lui: il nostro non è più un cammino dalla vita alla morte, ma di vittoria sulla stessa morte, per giungere a quella pienezza di vita che da sempre desideriamo.

Pietro, pur avendo ricevuto la rivelazione del Padre sull’identità di Gesù, non per questo ha capito chi lui è: è vero che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio, ma la verità di Cristo e di Dio non è quello che lui intende. È costante il pericolo di ridurre a “ovvietà” umana anche la rivelazione di Dio – facendo di Gesù l’attaccapanni delle nostre fantasie religiose. Questo avviene ogni volta che la nudità della croce non ci scandalizza.

Il seguito del vangelo mostrerà chi veramente è il Cristo e il Figlio di Dio: il mistero di Gesù, che Pietro ha appena intuito, sarà proclamato senza equivoci solo sul Calvario (27,54).

Il Figlio dell’uomo deve andare a Gerusalemme: lì, con le sue ferite, sanerà le nostre ferite (cf. Is 53, 5.6; 1 Pt 2,25). Proprio così è il Cristo che salva, il Figlio di Dio che rivela il Padre della vita.

La “passione” del Signore manifesta la vera e profonda identità sua e nostra: lui è amore infinito per noi, e noi siamo amati infinitamente da lui. La sua gloria diventa la nostra stessa gloria.

La giustapposizione tra l’identità di Gesù e la nostra mostra come la cristologia è ecclesiologia: il discepolo è specchio del suo maestro e Signore. La rivelazione di chi è lui è anche rivelazione di chi siamo noi. Inoltre la “rivelazione” diventa “etica”: siamo chiamati a diventare ciò che siamo – fratelli che rispecchiano di gloria in gloria il volto del Figlio, trasfigurati a sua immagine per l’azione del suo Spirito (2Cor 3,18) .

Gesù, il Figlio dell’uomo, proprio in quanto crocifisso è il Risorto, il Cristo salvatore, il Figlio del Dio vivente, vero volto dell’uomo e di Dio.

La Chiesa è costituita non solo dalla professione di fede di Pietro, ma anche dal suo confronto con Gesù. Continuamente deve essere purificata dal suo modo satanico di intendere l’uomo e Dio attraverso l’incontro/scontro con la parola della croce.

70. ASCOLTATE LUI
7,1-13

Ascoltate lui!”, dice la voce dal cielo. Infatti “Questi è il Figlio mio, l’amato, in cui mi compiacqui!”

Il Padre parla solo due volte dicendo e ribadendo la stessa cosa: proclama Gesù come Figlio una prima volta dopo il battesimo (3,17) e una seconda qui (v. 5), dopo la predizione della sua morte e risurrezione (16,21). La trasfigurazione è la conferma della via intrapresa nel battesimo, anticipo della gloria di Pasqua. Alla sua luce “il Servo” inizia il cammino verso Gerusalemme.

Il racconto è carico di reminiscenze bibliche. Nel Nazoreo infatti si compie ogni profezia (2,23). La scena richiama Mosè che sale sul monte con Aronne, Nadab e Abiu, e che al settimo giorno è chiamato da Dio nella nuvola (Es 24,1.9.15s). Ancora ricorda Mosè che scende dal monte con il volto splendente (Es 39,29-35), e che promette alla fine un profeta del quale dice: “Ascoltate lui”! (Dt 18,15). Le parole della “voce” riecheggiano il Salmo 2,7, che parla dell’intronizzazione del Messia; alludono inoltre al sacrificio di Isacco (“il figlio amato”: Gen 22,2.12.16) e al primo canto del Servo (“in cui mi compiacqui”: Is 42,1). Proprio in quanto servo dei fratelli, il Figlio dell’uomo è il Figlio amato, la Parola stessa da ascoltare, l’irradiazione della gloria del Padre, il Messia che ci salva.

Il Padre conferma così quanto Gesù ha appena detto: riconosce colui che accetta di essere riconosciuto da Pietro come il Cristo e il Figlio di Dio (16,16), colui che afferma di essere il Servo sofferente che Pietro non accetta (16,21-23), colui che chiama al suo stesso cammino (16,24) e si dichiara il giudice del mondo (16,27). Davanti a tre uomini, il Figlio dell’uomo è proclamato dal Padre come suo Figlio. È la fine del dibattito su chi è Gesù, e l’inizio del suo cammino verso Gerusalemme.

Il Padre ha una sola Parola, che lo rivela pienamente: il Figlio. A noi dice di ascoltarlo, perché, ascoltando lui, diventiamo come lui, figli.

La trasfigurazione è l’esperienza fondamentale della vita di Gesù: la scelta fatta nel battesimo, che ora si concreta nella prospettiva della croce, è confermata come la via alla libertà e alla gloria di Dio. È una illuminazione interiore tanto forte che “trasforma” il suo stesso corpo in sole e luce. È importante anche per i discepoli averlo visto: quando sarà risorto, potranno capire che il Risorto è lo stesso Gesù che fu crocifisso.

La trasfigurazione del Figlio rappresenta anche l’anticipo di ciò che saremo. Il seme della nostra gloria divina è gettato quando decidiamo veramente di “ascoltare” lui e di fare la sua parola: questa è la “forma” che trasforma la nostra vita a immagine della sua, fino alla sua misura piena.

Il brano presenta la salita sul monte dove avviene la trasfigurazione (vv.1-8) e la discesa dove la si interpreta come anticipo della risurrezione che passa attraverso la croce (vv.9-13).

Gesù, nella sua umanità, mostra la divinità: i discepoli vedono il suo corpo che riluce della gloria del Figlio nel quale il Padre si compiace, raggio anticipato della risurrezione.

La Chiesa è rappresentata dai tre apostoli che, a viso scoperto, riflettono come in uno specchio la gloria del Signore, e vengono trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore (cf. 2Cor 3,18).

71. NIENTE VI SARÀ IMPOSSIBILE
17,14-21

Niente vi sarà impossibile”, dice Gesù ai discepoli che non avevano potuto scacciare il demonio. La fede è la possibilità dell’impossibile: dà all’uomo il potere del Figlio di Dio.

Mentre Gesù è sul monte con il Padre nella gloria, i discepoli sono al piano tra i fratelli nella fatica. Cercano di continuare la loro missione, che è la sua stessa. Ma inutilmente: non riescono ad averla vinta sul male.

Il brano risponde alla domanda fondamentale della Chiesa dopo Pasqua: come continuare la sua missione ora che lui è definitivamente assente?

Il brano ha come ritornello il non-potere (vv. 16.19.20) del discepolo, che non riesce ad esercitare quel potere sul male affidatogli dal suo Signore (cf. 10,1), che gli ha garantito di essere sempre con lui (28,20). Il tema è la “non-fede” e la “poca-fede”, causa di quest’impotenza; per la “fede” invece nulla è impossibile. Il problema è far sì che la nostra “poca-fede” davanti al male non ripieghi nella “non fede” che nulla può, ma diventi quella fede che tutto può.

In concreto la fede è obbedire al Padre che dice di ascoltare il Figlio sul monte (v. 5). Questa fede sposta ovunque “questo monte” (cf. v. 20), che è quello della trasfigurazione, della gloria di Dio sulla terra. Chi ascolta Gesù ha già vinto il male: la sua parola ha il potere di generarlo figlio di Dio (Gv 1,12).

Il racconto, come al solito più sintetico e meno pittoresco che negli altri sinottici, si articola in due parti: la richiesta del padre e la guarigione del figlio (vv. 14-18), la domanda dei discepoli sulla loro incapacità e la catechesi di Gesù sul potere della fede (vv. 19-21). L’accento è posto sulla fede, che conferisce all’uomo il potere stesso di Dio.

Nell’epoca della Chiesa, contrassegnata dall’assenza del Figlio, solo chi ha la fede vince il male. Essa rende presente l’Assente, e consiste nell’ascoltare e fare le sue parole (7,21.24).

Gesù sarà tolto dal mondo: la sua azione di Figlio continuerà in quella dei suoi fratelli (cf. 21,18-20).

La Chiesa mediante l’ascolto di Gesù diventa come lui, capace di vincere il male. Il discepolo è rappresentato sia dal padre che dal figlio: come il figlio non sa vincere il male perché ne è ancora posseduto; come il padre desidera la guarigione e invoca con fede il Signore. In Mc 9,21-24 si mostra come il padre, nel dialogo con Gesù, passi dalla poca-fede alla richiesta di una fede incondizionata.

72. I FIGLI SONO LIBERI
17,22-27

I figli sono liberi”, dice Gesù a Pietro. Liberi davanti a Dio e agli uomini. La libertà è il grande tema, mai abbastanza capito, del cristianesimo; è anche il punto d’onore della nostra epoca, più che mai proclamato e insidiato. Non c’è nulla di più bello: ci rende come Dio. I cristiani sono liberi: il loro unico tributo al tempio e al re è quello di un rapporto filiale con il Padre e fraterno verso tutti.

Tuttavia per non scandalizzare, si sentono liberi di pagare quei tributi che anche gli altri pagano. La loro libertà infatti è quella di amare: sono tanto liberi da saper rinunciare ai propri diritti, se questi vanno contro i fratelli.

Il danaro che essi usano per pagare il tributo viene dalla bocca di un pesce pescato dall’abisso! Dio stesso provvede ai suoi figli ciò di cui hanno bisogno; e in modo misterioso, attraverso l’acqua, simbolo della morte.

La seconda predizione della passione, che immediatamente precede senza alcun nesso, fa vedere da dove viene la libertà dei figli e il tributo che pagano: dal Figlio dell’uomo consegnato nelle mani degli uomini. È il prezzo che il Figlio offre liberamente per sé e per i fratelli. Seguirà il c.18 che parla della comunità: essa è il nuovo tempio in spirito e verità (Gv 4,24), costituito da quelle pietre vive (1 Pt 2,5) che sono i figli del Padre, perché fratelli tra di loro.

Nella comunità di Matteo, di origine giudaica, c’era la tentazione di osservare rigorosamente le leggi e le tradizioni, rischiando di dimenticare la verità del vangelo e la libertà dei figli. Nelle altre comunità, di origine pagana, c’era la tentazione di vivere la libertà propria senza rispettare quella altrui (cf. 1Cor 8,1ss). Qui troviamo una soluzione “cattolica”, aperta sia ai giudei cristiani della Chiesa di Matteo che ai cristiani di provenienza pagana delle chiese paoline.

I cristiani per sé sono liberi dal tributo al tempio, come dalle leggi giudaiche. Tuttavia, per non scandalizzare i fratelli giudei, limitano questa libertà per rispettare i loro correligionari. Allo stesso modo Paolo, che si sente libero di mangiare la carne immolata agli idoli, per non scandalizzare i fratelli pagani da poco convertiti, rinuncia a questa sua libertà, disposto a non mangiar carne in eterno (1Cor 8,13).

La libertà cristiana infatti non è né l’osservanza della legge, propria dei religiosi e degli stoici, né la sua trasgressione, propria dei libertini. È la libertà di amare il fratello, pieno compimento della legge (7,12; Rm 13,10): è la legge di libertà (Gc 2,12), che ha come criterio ciò che giova all’altro. Il vero tributo al tempio, che ci dà accesso a Dio, Gesù l’ha pagato con la sua libertà di Figlio che dà la vita per i fratelli.

I due brani, accostati senza apparente collegamento, si illuminano a vicenda: il consegnarsi del Figlio dell’uomo nella mani degli uomini è il riscatto di tutti gli uomini. Nella sua fraternità essi diventano figli di Dio. Liberati finalmente dal demonio invincibile della diffidenza (cf. brano precedente!), costituiscono una comunità di fratelli (cf. capitolo seguente), dove ognuno è debitore all’altro del perdono fraterno, vero tributo da pagare al Padre (cf. Rm 13,8).

I vv. 22-23 sono l’annuncio più sintetico della passione-risurrezione di Gesù, tributo che Dio stesso paga al suo amore per l’uomo; segue la reazione dei discepoli. I vv. 24-25a contengono la domanda degli esattori a Pietro e la sua risposta. I vv. 25b-27 presentano il dialogo tra Gesù e Pietro sulla libertà dei figli e su come trovare il tributo da pagare all’amore verso i fratelli, per non scandalizzarli. La libertà vera infatti è quella di edificare l’altro, non di farlo cadere. Il pagamento avviene in modo prodigioso, con una moneta pescata dal mare – allusione alla morte del Figlio dell’uomo, principio di libertà per ogni uomo.

Gesù è il Figlio. La sua libertà è la stessa di Dio: amare e dare la vita, consegnandosi nelle mani dei fratelli come in quelle del Padre. Questo è il tributo al tempio: fa dell’uomo il vero tempio di Dio.

La Chiesa, riscattata da questo tributo, libera come il Figlio, vive la fraternità. La sua libertà è quella di amare e servire il fratello. Questo è il suo tributo al Padre.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 13/08/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

  • 311.319 visite
Follow COMBONIANUM – Spiritualità e Missione on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 708 follower

San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
combonianum@gmail.com

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: