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Lectio sul Vangelo di MATTEO (Cap. 18-20) Fausti (7)

Lectio divina sul Vangelo di Matteo
Capitoli 18-20


MatteoTesto doc Fausti – Matteo Cap 18-20
Testo pdf Fausti – Matteo Cap 18-20

dal libro di Silvano Fausti,
“Matteo. Il Vangelo della Comunità”

Messaggio del testo nel contesto

73. SE NON VI CONVERTIRETE E NON DIVENTERETE COME I BAMBINI NON ENTRETE NEL REGNO DEI CIELI
18,1-5

Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. Così esordisce il quarto discorso di Gesù, sulla comunità. La parola del Figlio, rivelata sul monte, proclamata nella missione e spiegata nelle parabole, si realizza nella comunità dei fratelli: il regno del Padre si compie nella fraternità tra i suoi figli. Nel rapporto con l’altro si vive quello con l’Altro, nel rapporto col fratello quello col Padre.

La comunità cristiana non è formata da persone esemplari o eccezionali, ma di piccoli (vv. 1-11) e perduti (vv. 12-14), da peccatori (vv. 15-18) perdonati che a loro volta perdonano (vv. 21-35). La sua forza è la preghiera rivolta al Padre nel nome di Gesù, sempre presente in mezzo ai suoi (vv. 19-20). Le parole chiave del cap. 18 sono: il bambino (vv.1-5) – il piccolo che si scandalizza, si disprezza, si smarrisce e non va perduto (vv.6-14) – e il fratello che pecca, che va ammonito e perdonato (vv.15-18.21-35).

Questa comunità, dove ci si accoglie come lui ci ha accolti, è il vero tributo che dobbiamo e possiamo rendere a Dio: è la fraternità, presenza del Figlio e del Padre nello Spirito, salvezza di ogni uomo.

In questo c.18 ci sono i cardini dello stare insieme. Ciò che unisce non è la bravura reale o presunta, ma la “piccolezza” accolta nel Figlio. Ciò che mantiene l’unione non è l’accordo impeccabile e perfetto, ma il perdono costantemente ricevuto e accordato.

Il fine dell’azione del Figlio è la comunità, dove siamo fratelli perché figli e figli perché fratelli. Essa è il regno stesso di Dio in terra: la fraternità aperta a tutti mostra al mondo che Dio è Padre.

Nella comunità è impegnato cielo e terra. Da una parte c’è il Padre con i suoi angeli e il Figlio con il suo Spirito, dall’altra gli uomini, così come sono, con le loro piccolezze, scandali, smarrimenti e peccati. In essa c’è di tutto; non si presuppone né persone migliori né un mondo migliore. Il male non ostacola il bene; ne esplica anzi tutta la potenzialità: ogni miseria si fa luogo della misericordia.

I vv. 1-5 costituiscono il principio e fondamento del nuovo modo di stare insieme: l’obiettivo da perseguire è, paradossalmente, diventare bambini. Chi è piccolo ha bisogno di essere accolto per crescere, chi è grande deve farsi piccolo per accogliere – e il più piccolo è il più grande.

La comunità ha al suo centro, come valore assoluto, colui che si è fatto ultimo e servo di tutti: il Signore crocifisso, rivelazione del Dio amore che si è fatto piccolo per accogliere i piccoli.

I limiti propri e altrui, dove non sono accettati, diventano luogo di difesa e attacco, di violenza e divisione; dove vengono accettati, diventano invece luogo di gioia e di amore, di intesa e comunione. Tutto può essere vissuto con antagonismo e conflittualità o, al contrario, con rispetto e accettazione, a seconda che lo si vive con lo spirito di morte o con lo Spirito di Dio.

In ultima analisi possiamo dire che sempre l’altro mi fa da specchio. Per questo è l’inferno o la salvezza mia. Ma non posso farne a meno: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18). Senza l’altro, non sono me stesso: sono infatti a immagine di Dio, che è trinità d’amore.

Gesù è il Figlio che vive verso i fratelli lo stesso amore del Padre.

La Chiesa è fatta di piccoli, smarriti, perduti e peccatori, che in forza della preghiera sono perdonati e perdonanti. Nel perdono è vinta la morte e si risorge alla vita di Dio. Nella fraternità brilla la gloria del Figlio: il volto del Padre.

74. GUAI AL MONDO PER GLI SCANDALI
18,6-9

Guai al mondo per gli scandali”. Chi scandalizza commette il peccato peggiore: induce l’altro a peccare. Lo scandalo è un contagio, un male che si diffonde per induzione. L’uomo spontaneamente si comporta secondo i modelli che ha davanti. Questi creano un “costume”, una moda, un consenso implicito che regola l’agire comune, sia nel bene che nel male. Oggi i mass-media fanno da cassa di risonanza immediata e di dimensione universale.

Originariamente “scandalo” indica una trappola per far cadere la preda. Scandalizzare è il contrario di accogliere: se questo è il miglior servizio, quello è il peggiore che si possa fare al prossimo.

Il mondo è pieno di scandali, come il campo di zizzanie: è inevitabile che ci siano, anche all’interno della comunità. Il male che uno fa, pro-voca, chiama-fuori e fa uscire quello che c’è nell’altro.

Gli scandali, come le zizzanie, non si possono eliminare: sarebbe contro la misericordia. Guai a me però se li produco. Non posso estirpare il male dagli altri; devo però estirparlo in me. È questo il miglior servizio che posso rendere agli altri: mi fa capace di accoglierli e di non scandalizzarli.

Qui si passa dal tema del “bambino” a quello dei “piccoli”. I piccoli sono quelli immaturi nella fede: non sono ancora diventati “bambini”, e la loro fiducia facilmente si incrina; per questo corrono il pericolo di smarrirsi e perdersi.

I vv. 6-7 parlano della gravità degli scandali e della loro inevitabilità. Il fatto che siano inevitabili non toglie la responsabilità di chi li compie! L’uomo ha sempre la libertà di non fare il male, anche se tutti lo fanno.

I vv. 8-9 parlano della necessità di togliere ciò che è occasione di caduta non solo per l’altro, ma anche per se stessi. Bisogna togliere il male nella sua radice, tenendo presente che ogni caduta personale ha sempre anche una ricaduta sull’altro.

Gesù, con la sua croce, è scandalo. Ma scandalo di salvezza e non di perdizione: è sapienza e potenza del Dio amore che fa cadere la sapienza e la potenza dell’uomo.

La Chiesa vive dello scandalo della croce, che vince in sé ogni male.

75. NON È VOLONTÀ DAVANTI AL PADRE VOSTRO NEI CIELI CHE SI PERDA UNO SOLO DI QUESTI PICCOLI
18,10-14

Non è volontà davanti al Padre vostro nei cieli che si perda uno solo di questi piccoli”, dice Gesù. Lui stesso è venuto a salvare ciò che era perduto. Così mostra l’amore del Padre verso tutti i suoi figli, cominciando dagli ultimi, dai piccoli.

Il giusto non siede in compagnia dei peccatori (cf. Sal 1); si sente anzi in dovere di sterminare ogni mattina tutti gli empi del paese (Sal 101,8). Gesù, al contrario, si fa loro compagno e commensale. È chiamato “mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori” (11,19), e sarà alla fine annoverato tra gli empi (Lc 22,37; Is 53,12).

In Luca questa parabola è diretta a scribi e farisei, perché, invece di brontolare contro di lui che accoglie i peccatori e mangia con loro, gioiscano con lui per il loro ritorno (Lc 15,1-7). In Matteo è posta all’interno del discorso sulla comunità, perché essa abbia verso i piccoli, i fratelli deboli e smarriti, lo stesso atteggiamento di Gesù che, invece di emarginarli, li pone al centro della sua attenzione. Dio non vuole che si perda nessuno dei suoi figli. La preoccupazione del Pastore supremo è regola prima di ogni sollecitudine pastorale.

Sullo sfondo della parabola c’è Ez 34,1ss. Contro i capi, che non fanno il loro dovere di pastori, il Signore dice: “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata”(Ez 34,11.16).

La comunità è fatta di piccoli che facilmente si smarriscono: se nessuno li cerca, sono perduti. Il piccolo non è solo da accogliere; è anche da non scandalizzare se è debole, da cercare se è smarrito, da correggere se è deviato, da perdonare settanta volte sette se ha peccato. Questo significa accogliere veramente l’altro nella sua dignità di figlio. Cemento della comunità è vivere i limiti propri e altrui come luogo di comunione, di aiuto e di perdono reciproco.

L’ammonimento a non disprezzare il debole, perché prezioso agli occhi del Padre e del Figlio (vv. 10-11), introduce l’esortazione a cercarlo quando è smarrito, perché non si perda (vv. 12-14). Siamo chiamati ad avere verso di lui la stessa cura del Padre e del Figlio.

Gesù è il Figlio, che è “sceso dal monte della Trinità” e si è fatto nostro fratello per cercare i fratelli perduti.

La Chiesa non è una setta di giusti che si separano dai peccatori; è una comunità di giustificati che giustificano, di graziati che graziano, di perdonati che perdonano. Il centro di ogni cura pastorale è la ricerca del fratello smarrito.

76. AVRAI GUADAGNATO IL TUO FRATELLO
18,15-20

Avrai guadagnato il tuo fratello”, dice Gesù a chi è riuscito a ricondurre un peccatore a riconoscere il proprio errore. Infatti ha ristabilito la fraternità: non è più solo, e dove due fratelli sono insieme, il Padre si compiace e il Figlio è tra loro.

La verità va fatta nella carità (Ef 4,15); ma la carità non è mai disgiunta dalla verità. Il primato è sempre dell’amore; ma questo si manifesta sia nel cercare lo smarrito che nell’illuminarlo nel suo smarrimento – e alla fine nel perdonarlo comunque (vv. 21-35).

Quanto si dice sulla correzione fraterna sembra in contrasto con il non giudicare (7,1ss), con la ricerca della riconciliazione (5,23-26), con la parabola delle zizzanie (13,24-30.49). In realtà la correzione fraterna è segno di grande amore: è possibile in una comunità dove ognuno è accolto nei suoi limiti, non è giudicato se sbaglia, è assolto se è colpevole, è ricercato se si smarrisce, è perdonato se pecca. Senza accettazione incondizionata, non esiste correzione fraterna: c’è semplice contrapposizione tra critica malevola e indurimento difensivo. Una persona, solo se è accolta e nella misura in cui è accolta, è disposta ad accettare eventuali osservazioni senza avvertirle come aggressione.

La correzione fraterna è indispensabile perché il nostro stare insieme sia per il meglio, e non per il peggio (cf. 1Cor 11,17). Essa è un modo concreto per cercare chi è smarrito, perché non si perda: è l’espressione più alta della misericordia. La correzione fraterna è l’esatto contrario dello scandalo. Se questo trascura il fratello e lo induce al male, la correzione ha cura di lui e lo deduce dal male. Se lo scandalo perde, la correzione guadagna il fratello.

Il peccato infatti rompe la fraternità. Se perdoni, la ristabilisci solo a metà: tu sei fratello, ma l’altro non ancora, fino a quando non riconosce l’errore e accetta il perdono. La correzione, quando riesce, ristabilisce la fraternità da ambo le parti.

Bisogna tentare tutte le vie per ricondurre lo smarrito a casa. Prima a tu per tu, poi con la mediazione di altri e, se necessario, della stessa comunità. Chi non vuol ricredersi, verrà ritenuto come pagano e peccatore. Non si tratta di eliminare la mela marcia per preservare le altre; è un rendere noto la situazione di fatto: il peccato ha rotto la fraternità. Non è giudizio o condanna, ma medicina perché lo smarrito riconosca il suo male e possa ravvedersi.

Solo se il bene è buono e il male è cattivo, si può parlare di riconciliazione e di perdono. Render nota la verità è grande servizio di carità. Trattare uno come pagano e pubblicano non significa escluderlo dal proprio amore: Gesù è amico di pubblicani e peccatori (11,19), è venuto a salvare ciò che è perduto (v. 11) e invierà i suoi discepoli verso tutti i pagani (28,19).

La comunità ha lo stesso potere di Pietro (16,19), che è il medesimo del suo Signore: rendere presente sulla terra il giudizio del Padre che è nei cieli, il quale non vuol perdere nessuno dei suoi piccoli (v. 14). Per avere questo spirito è necessaria la preghiera fraterna, rivolta al Padre che ci garantisce la presenza del Figlio.

Il testo contiene quattro detti di Gesù: i vv. 15-16 sulla correzione fraterna, i vv. 17-18 sul potere della comunità di legare e sciogliere, il v. 19 sull’efficacia sicura della preghiera fraterna e il v. 20 sulla presenza del Signore in mezzo ai suoi.

Gesù, come è il buon pastore, è anche il Figlio: guadagna i fratelli alla misericordia del Padre accogliendo i peccatori e convincendo di peccato quelli che si ritengono giusti.

La Chiesa ha ricevuto lo stesso potere di Gesù, e deve usarlo allo stesso modo. La preghiera comune, che le garantisce la presenza del Figlio, ottiene dal Padre la forza per vivere il dono di aiutarsi a stare insieme per il meglio. Una comunità cristiana è spiritualmente matura nella misura in cui è capace di esercitare la correzione fraterna. È utile tener presente che essa è proposta al centro del discorso sulla comunità, dopo ben diciotto capitoli di istruzione. Noi siamo tentati di porla all’inizio del capitolo primo!

77. NON BISOGNAVA CHE ANCHE TU AVESSI COMPASSIONE DEL TUO COMPAGNO COME ANCH’IO HO AVUTO COMPASSIONE DI TE?
18,21-35

Non bisognava che anche tu avessi compassione del tuo compagno come anch’io ho avuto compassione di te?” Il fondamento del mio rapporto con l’altro è l’imitazione del rapporto che l’Altro ha con me: quanto il Signore ha fatto con me è principio di quanto io faccio col fratello. Gesù dice di amarci a vicenda con lo stesso amore con il quale lui ci ha amati (Gv 13,34); e Paolo dice di graziarci l’un l’altro come il Padre ha graziato noi in Cristo (Ef 4,32).

La giustizia del Figlio, che introduce nel regno del Padre, non è quella che ristabilisce parità, secondo la regola: chi sbaglia paga. È una giustizia superiore, propria di chi ama, che è in debito verso tutti: all’avversario deve la riconciliazione, al piccolo l’accoglienza, allo smarrito la ricerca, al colpevole la correzione, al debitore il condono. È la disparità della giustizia divina, che è misericordia, dono e perdono.

Alla giustizia della legge che uccide, succede quella dello Spirito che dà la vita (cf. 2Cor 3,6). In quanto figlio sono chiamato ad avere verso i fratelli gli stessi sentimenti. Le colpe altrui nei miei confronti mi permettono di perdonare come sono perdonato: mi fanno figlio perfetto come il Padre (5,43-48)!

Ciò che mi dà tanto fastidio e mi fa dire: “Sarebbe bello se non ci fosse!”, è paradossalmente ciò che mi aiuta a diventare come Dio. Verrebbe da dire: “Meno male che c’è il male!”. Non per questo devo farlo (Rm 3,8; 6,1.15); tuttavia è vero che, dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia (Rm 5,20). Il male che faccio è l’occasione che, facendomi sentire perdonato di più, mi farà amare di più il Signore (cf. Lc 7,42s); il male che subisco è, a sua volta, l’opportunità di perdonare e amare di più i fratelli, diventando sempre più simile al Signore. Il male mio diventa perdono di Dio, quello dell’altro perdono mio, che mi fa come Dio! Il perdono che ricevo e che accordo è il respiro stesso di Dio, lo Spirito Santo, che diventa mia vita. Il perdono è il cuore della vita cristiana: mi rende figlio del Padre e fratello dei miei simili, in comunione con Dio e con gli uomini. Il perdono non nega la realtà del male. Lo suppone; ma proprio in esso si celebra il trionfo dell’amore gratuito e incondizionato. Un amore che non perdona, non è amore.

Il brano si divide in due parti: i vv. 21-22 contengono il dialogo tra Pietro e Gesù sul perdono illimitato, i vv. 23-35 contengono una parabola che ne mostra il motivo. Essa è costruita sul contrappunto tra la magnanimità del Signore che perdona il debito incalcolabile di un servo (vv. 23-27), e la spietatezza di questo che non perdona a un suo compagno un piccolo debito (vv. 28-30). Conclude la dichiarazione che chi non perdona non è perdonato (vv. 31-35). Il perdono che accordo scaturisce dal perdono che ho ricevuto. Il ricordo di questo è non solo principio di tolleranza, ma sorgente della capacità di perdonare.

Questa parabola propria di Matteo, posta a conclusione del discorso sulla comunità, è un’esortazione al perdono. Si può stare insieme non perché non si sbaglia o non ci si offende, ma perché si è perdonati e si perdona. Il male, invece di dividere e isolare l’uno dall’altro, unisce e rinsalda nel perdono reciproco. Proprio nella comunità esce il male – e dove potrebbe uscire se non in essa, dal momento che tutta la legge si compendia nell’amore del fratello? Il perdono è la vittoria costante dell’amore.

È utile tener presente che si può perdonare all’altro solo se si sa perdonare a se stessi. E si perdona a se stessi se si accetta di essere perdonati da Dio.

Gesù è il Figlio che ama i fratelli come è amato dal Padre.

La Chiesa riceve la vita dal perdono e la mantiene perdonando: l’amore ricevuto e accordato, come la fa nascere, così la fa vivere.

78. COLUI CHE CREÒ, DA PRINCIPIO MASCHIO E FEMMINA LI FECE
19,1-12

Colui che creò, da principio maschio e femmina li fece”. Il progetto originario della creazione contempla l’unione tra i due come immagine e somiglianza di Dio, che è distinzione e unità di amore.

Nel c.19 si tratta dei tre beni fondamentali della persona umana: il partner (vv. 1-12), i bambini (vv. 13-15) e i beni materiali (vv. 16-30). La comunità, fatta di piccoli, perduti e peccatori, perdonati e perdonanti – che ha al suo centro il bambino e Gesù (18,2.20) -, vive il rapporto con l’altro diverso da sé, con l’Altro in sé e con il resto non come rapina e possesso, ma come dono e comunione. Gesù ci offre ciò che “era da principio”, e che rende possibile vivere ora da figli e da fratelli, come descritto al c.18.

In questo brano si parla della sessualità umana. Essa non è per la semplice conservazione della specie, come per l’animale. Non è un istinto alla cui soddisfazione è connesso un piacere. È invece l’ambito della libera realizzazione della persona come relazione di amore e appartenenza vicendevole, che fa sì che uno diventi la vita dell’altro e si possa trasmettere una vita sensata ad altri.

La sessualità indica l’insufficienza radicale dell’uomo nei confronti della vita: il limite di un sesso è rimando all’altro, diverso. Questa alterità può essere vissuta come minaccia e aggressione, in difesa e in attacco, o come attrazione e cura, in comunione e dono reciproco. Nel primo caso c’è la distruzione della vita; nel secondo la divinizzazione dell’uomo. Nel rapporto con l’altro, diverso da sé, si riflette e concreta il rapporto stesso con il primo Altro e diverso, con il Santo.

Nella cultura antica la donna era considerata possesso dell’uomo. Così era di fatto anche in Israele, nonostante Gen 1,27 e Gen 2,18-25, che prospettano ben altra cosa. Infatti, se non “da principio”, subito dopo intervenne il peccato, che alterò il rapporto che ognuno ha con l’Altro, guastando ogni altro rapporto (cf. Gen 3,1ss). Tuttavia la coppia è sempre rimasta un’alleanza tra due che sta a principio della società e della trasmissione della vita.

La coppia monogamica è frutto di evoluzione culturale, possibile come libera scelta d’amore: due estranei lasciano padre e madre per formare tra loro un’intimità più grande di ogni vincolo. L’amore, che riporta all’unità l’estraneità, è un “grande mistero” (Ef 5,32), un fatto divino! Ma proprio l’amore, sorgente di ogni desiderio e promessa di ogni gioia, sta all’origine di tante paure e pene. Constatiamo un’incapacità ereditaria di amare, che ci viene dal trauma di non essere stati adeguatamente amati dalla coppia di origine. La relazione di coppia è determinante per il bene e il male della società umana: nella famiglia vengono al pettine i nodi e le contraddizioni di tutti i tipi.

La fedeltà indissolubile nel matrimonio che Gesù propone non è da intendere come legge, ma come vangelo. Lui è il Dio che salva, e risana in radice il nostro male che è la chiusura egoistica in noi stessi e la non accettazione dell’altro.

La proibizione del divorzio e le affermazioni di principio non servono molto per vivere bene il matrimonio. È necessaria una formazione che ne faccia scoprire la bellezza e le difficoltà, unita a una determinazione nel creare condizioni adatte alla vita di coppia in una società sempre più complessa e frammentata, che tende a dividere più che a unire. Normalmente uno condivide più tempo, raggiungendo più familiarità, con altre persone di sesso diverso che con il proprio partner. Nessun divieto può tenere insieme una coppia; solo una libertà educata ad amare e affrontare le difficoltà è in grado di realizzare il disegno originario di Dio.

Il matrimonio, oggi, non è né migliore né peggiore di una volta – quando era tenuto assieme da leggi repressive e le notizie negative erano amplificate solo dal pettegolezzo e non dai mass-media. Oggi, con una maggior libertà, il matrimonio può diventare ciò che veramente è: dono d’amore reciproco e fedele tra uomo e donna, riflesso in terra del “mistero grande” di Dio (Ef 5,32). Ciò che più impressiona non è il numero di matrimoni che falliscono, quanto la sfiducia che il matrimonio possa riuscire. Si tende a mettersi insieme con la prospettiva di stare in compagnia fin che va e di lasciarsi quando non va più. Il che significa stravolgere l’amore nel suo contrario, riducendolo a convenienza propria. I limiti reciproci non sono più luogo di accettazione e comunione, ma di rifiuto e divisione.

La proposta di Gesù punta in alto. La relazione di coppia è rivelazione e partecipazione alla vita di Dio. Dal punto di vista pastorale è necessario oggi più che mai educare all’amore coniugale e cercare le condizioni concrete che lo favoriscono. In caso di fallimento – l’uomo è sempre peccatore !- con il perdono e la misericordia bisogna fare del male il luogo di conoscenza ed esperienza più profonda di Dio.

In questo testo, oltre il matrimonio, si considera anche il celibato per il regno, che è un’altra via per realizzare l’unico amore, che è Dio. È lui il nostro vero partner, la nostra altra parte. Il comandamento primo infatti è quello di amare il Signore con tutto ciò che abbiamo e siamo (22,37; cf. Dt 6,5ss).

Il celibato, come alternativa al matrimonio, è una via eccellente. Ma si tratta di un carisma, che è dato a qualcuno per testimoniare a tutti ciò che appaga il cuore di ciascuno: è l’anticipo della vita futura, dove non si prende né moglie né marito (22,30).

Dopo l’introduzione (vv. 1-2), c’è la discussione sul divorzio e la posizione di Gesù che restituisce il matrimonio al suo stato originario (vv. 3-9). Conclude la proposta del celibato, per coloro ai quali è dato (vv. 10-12).

Gesù è colui nel quale divinità e umanità sono indissolubilmente unite, in una sola carne. È il mistero stesso di Dio che si offre a ogni uomo. In lui è possibile vivere con fedeltà l’amore per l’Altro, sia direttamente sia per mezzo di un altro, secondo che a ciascuno è dato.

La Chiesa è quella parte di umanità che, in Cristo, si riconosce come l’altra parte di Dio, il suo partner che l’ha amata e ha dato se stesso per lei, l’ha purificata e unita a sé, perché viva la sua stessa vita (cf. Ef 5,25-33).

79. DI QUESTI È IL REGNO DEI CIELI
19,13-15

Di questi è il regno dei cieli”, dice Gesù dei bambini che vengono da lui. Tutto il c.18, che parla della comunità, si svolge nella casa dove lui sta con i suoi discepoli. Al centro ha posto lui stesso un bambino con il quale si identifica (18,1-5). Questo brano è un richiamo dell’episodio; ne è una ripetizione, fatta a poca distanza.

Si è tentati di sorvolarla con un “già visto”, “niente di nuovo”. La ripetizione invece è una sottolineatura, un sostare voluto sull’argomento, di particolare significato. Quanto è già detto deve penetrare, trapassare il cuore ed essere ribadito, perché non ne esca mai più.

Qui si ribadisce che il regno dei cieli è dei bambini: invece di impedirne l’accesso a Gesù, bisogna diventare come loro per accedere a lui.

Dopo aver parlato di matrimonio, si parla di bambini. Non solo perché dal matrimonio nascono i figli, ma anche perché il riconoscersi figli rende possibile diventare madre/padre. Infatti chi non accetta di essere figlio, non ha la propria identità, ed è incapace di relazioni.

In questo brano si dice del rapporto che l’uomo ha con il “primo Altro”, con Dio, e quindi con se stesso come suo figlio – presupposto di un corretto rapporto con gli altri e con le cose.

Il breve racconto ha fatto da supporto teologico alla pratica del battesimo dei bambini. Non è chiaro se già in Matteo fosse questo il senso del testo. Certamente è una suggestione sul significato profondo del battesimo che ci fa figli, e rende possibile la comunità di fratelli.

Questa scena ripropone la centralità del bambino all’interno della vita nuova del credente. Colui che nella tradizione giudaica ed ellenistica era considerato una semplice appendice della donna – a sua volta possesso del maschio – sta al centro della fede cristiana. È il Signore stesso. La sapienza del Figlio – il mistero che Dio è Padre!- è nascosta ai sapienti e agli intelligenti, ma è rivelata agli infanti. A questi il Figlio fa fiorire sulle labbra la Parola, il grido che esprime il Padre e genera il Figlio nell’unico amore: “Abbà” (cf. 11,25-27).

Nel bambino si manifesta l’essenza dell’uomo: egli esiste in quanto accolto e amato, e diventa adulto quando accetta di essere accolto e amato nella sua piccolezza. Solo allora sa accogliere ed amare i piccoli: è figlio e si fa fratello!

Il brano, parallelo a Mc 10,13-16, è incorniciato dal gesto importante dell’“imporre le mani” da parte di Gesù sui piccoli.

Gesù è il più piccolo tra tutti: è il Figlio che acconsente al dono del Padre ed è dono ai fratelli. Egli è il “sì”, l’Amen di Dio rivolto agli uomini (2Cor 1,20).

La Chiesa è fatta dai suoi fratelli che, come lui, sono dei piccoli che amano e accolgono come sono amati e accolti.

80. VA’, VENDI CIÒ CHE HAI E DA’ AI POVERI E AVRAI UN TESORO NEI CIELI, E VIENI, SEGUI ME
19,16-30

Va’, vendi ciò che hai e da’ ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; e vieni, segui me!”. È la proposta di Gesù a chi gli chiede “che fare per avere la vita eterna”. È una proposta oltre la giustizia; realizza quella “giustizia eccessiva” che introduce nel regno (5,20). È rivolta a ogni uomo, chiamato ad essere discepolo di Gesù, Figlio perfetto come il Padre (5,48).

Per un figlio i beni sono dono del padre da condividere con i fratelli. Chi li accumula rende se stesso schiavo dell’egoismo e i fratelli schiavi della miseria. Libero è colui che è capace di usarli a servizio degli altri.

L’attaccamento ai beni è il grande inganno, la seduzione che soffoca la Parola (13,22). La brama di ricchezze è principio di tutti i mali (cf. 1Tm 6,10), vera idolatria (Ef 5,5; Col 3,5), che esclude dal regno, che è per i “poveri in spirito” (5,3).

Gesù ci offre di vivere come “da principio” non solo il rapporto con l’altro e con noi stessi, ma anche con i beni del mondo. Questi non sono il fine a cui sacrificare la vita propria e altrui, ma il mezzo da usare “tanto-quanto” serve per vivere da figli e da fratelli, con piena libertà, senza lasciarci condizionare. Ciò che teniamo in proprio, ci divide dagli altri; ciò che doniamo, ci unisce. I beni materiali sono quindi benedizione e vita se liberamente condivisi, maledizione e morte se compulsivamente accumulati.

Gesù ci dona di essere uomini liberi, che sanno servirsi di tutte le cose invece di servirle ed esserne asserviti come schiavi. Siamo figli, signori e non servi del creato, proprio in quanto con esso serviamo i fratelli.

Da principio” tutto è dono. Possedere e accumulare è distruggere la radice stessa della creazione: la violenza per appropriarsi delle cose distrugge, non solo la fraternità, ma anche i beni stessi di cui viviamo. La cacciata dall’Eden, come l’esilio dalla terra promessa, è conseguenza amara del voler “rapire” ciò che è donato. Il senso dell’anno santo in Israele è ristabilire la condivisione dei beni (Lv 25, 8-17), che inevitabilmente tendono ad accumularsi nelle mani di pochi a svantaggio di tutti. Questa è la condizione “per abitare la terra” (Lv 25,18s). Diversamente la terra è inabitabile: diventa un deserto dove regna l’ingiustizia e la violenza dei potenti.

Nudi siamo usciti dal ventre materno; nudi torneremo alla terra (cf. Gb 1,20s). Ogni uomo, almeno alla fine, compirà il precetto del Signore di lasciare tutto e tornare bambino. Ciascuno porterà con sé il suo tesoro vero: non saranno le ricchezze possedute e accumulate, ma quelle vendute e condivise. Di queste nulla andrà perduto; tutto il resto sarà bruciato come paglia al fuoco (cf. 1Cor 3, 12-15).

Quanto Gesù dice al giovane ricco (v. 21) non è “un consiglio evangelico” per qualcuno che vuol essere più bravo: è la perfezione che il vangelo di libertà offre a tutti. Uomo perfetto, maturo e completo, è colui che concretamente vive tutto come dono ricevuto e donato. Così diventa figlio, e realizza il comando di amare gli altri con lo stesso amore con il quale Gesù lo ha amato (cf. Gv 13,34).

L’interpretazione di queste parole di Gesù ha una lunga e varia storia. L’evangelista Luca le prende alla lettera: Gesù realizza “oggi” l’anno santo (vedi il suo discorso programmatico in Lc 4,18-21). La Chiesa, dopo di lui, porta avanti la sua salvezza di Figlio, vivendo concretamente la fraternità (At 2,42-48; 4,32-35; cf. Lc 3,11; 5,11.28; 6,30; 7,5; 11,41; 12,33s; 14,13.33; 16,9; 18,22; 19,8). Ma è un gesto di libertà, al quale nessuno è costretto (cf. At 5,4!).

Origene dice ai ricchi di far parte dei beni materiali coi poveri per aver parte ai loro beni spirituali. S. Giovanni Crisostomo avvisa che la povertà interiore è necessaria, ma non sufficiente: occorre aiutare i poveri con le proprie ricchezze. S. Basilio richiama anche i padri di famiglia a disfarsi della ricchezza – intesa come il superfluo – per non andare contro il comando dell’amore, che esige una certa uguaglianza tra gli uomini. La sollecitudine per i figli non deve essere un pretesto per trascurare l’ordine del Signore!

I credenti hanno cercato di comprendere, interpretare e vivere secondo le diverse circostanze queste parole di Gesù con maggiore o minore difficoltà – sempre comunque rigettando, almeno a parole, l’amore per la ricchezza e il possesso che danneggia i fratelli.

Il “consiglio evangelico” – che diventa poi il voto di povertà dei religiosi – è valido solo nella misura in cui è inteso come segno profetico di ciò che tutti sono chiamati a vivere. I voti di povertà, castità e obbedienza sono una testimonianza radicale e visibile di quella libertà evangelica nei confronti delle cose, delle persone e di noi stessi, che tutti dobbiamo avere per amare Dio e servire i fratelli. La testimonianza radicale è però riservata a qualcuno come dono particolare. Ma non tutti capiscono questa parola: chi può capire, capisca (vv. 11s). Dio fa un dono diverso a ciascuno: “Ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro” (1Cor 7,7). Ma ogni dono è per il bene comune (1Cor 12,7), manifestazione dell’amore, che è per tutti e mai tramonterà. Non tutti faremo come Madre Teresa di Calcutta; ma nessuno di noi può trascurare di vivere, come può, quell’amore per gli ultimi che essa ha così mirabilmente testimoniato.

Per tutti la via della vita passa attraverso la povertà, l’umiltà e il servizio. Possesso e ricchezza, orgoglio e dominio sono le armi con le quali il nemico ci tiene in schiavitù. Il povero a sua volta stia attento a non avere il cuore del ricco. Oggi i mass-media propongono anche a lui un modello che gli aliena la sua vera ricchezza: quella povertà che apre al regno!

Ciò che vale dei beni materiali, vale di ogni altro bene, intellettuale, morale e spirituale: è un dono da ricevere come figli e da donare ai fratelli, per il servizio comune.

Il brano si articola in tre parti: la necessità di essere liberi dai beni per realizzarsi (vv. 16-22); la ricchezza, reale o desiderata, non è aiuto, ma impedimento ad entrare nel regno (vv. 23-26); al discepolo è donato al presente questa libertà che gli dischiude il futuro (vv. 27-29). Per questo molti dei primi saranno ultimi e viceversa (v. 30).

Gesù è il povero, ultimo e servo di tutti, perché è il Figlio (Fil 2,6-11).

La Chiesa segue lui, diventando sale della terra e luce del mondo (5,13ss): conosce la grazia di colui che da ricco si fece povero per arricchirla con la sua povertà (2Cor 8,9).

81. IL TUO OCCHIO È CATTIVO PERCHÉ IO SONO BUONO?
20,1-16

Il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?”, chiede a quelli che vorrebbero essere primi, colui che presta attenzione agli ultimi.

I primi sono ultimi e gli ultimi primi anche nei beni spirituali. Chi lascia tutto per lavorare nella vigna, come Pietro e compagni, riceve una grande ricompensa, come appena detto (19,27-29). Questa parabola ci mostra che essa è un dono di grazia accordato a tutti, cominciando dagli ultimi arrivati. Il Signore, il solo buono (19,17), fa alla perfezione ciò che dice al giovane ricco: dà tutto ciò che è suo ai poveri (v. 21).

La vigna è il popolo, chiamato a portare i frutti del regno, che sono l’amore di Dio e del prossimo. Il Signore esce di continuo, a tutte le ore, per chiamarci e richiamarci. Tutta la nostra giornata – la storia di ogni singolo e di tutti – non è che una chiamata costante a fare frutto.

Questa parabola distrugge alla radice la logica del possesso e della pretesa: nessuno può vantare titoli di credito per ciò che è puro dono di grazia.

I primi chiamati, sia in Israele che nella Chiesa, sono come Giona: si incupiscono nel vedere che Dio è “misericordioso, clemente, longanime e di grande amore” (Gn 4,2). Sono attaccati ai loro beni spirituali, come il giovane ricco a quelli materiali. Sono simili a Paolo, che si gloriava della sua irreprensibilità nella giustizia della legge (Fil 3,3-6); sono come il fratello maggiore, che si adira nel vedere che il Padre è buono con il fratello minore (Lc 15,28).

Questa parabola è un vangelo “in nuce”, simile a Luca 15,1ss. È in contrasto con l’etica del capitalismo, materiale o spirituale che sia. Non è contro la legge o la giustizia – agli operai della prima ora è dato quanto è giusto -; accentua però la grazia. La legge e la giustizia di Dio è quella dell’amore e della liberalità; la sua retribuzione eccede ogni merito: è un premio, dato per misericordia a tutti.

I primi chiamati al lavoro nella vigna rischiano di rifiutare il Signore, perché è magnanimo verso gli ultimi. Per tutti la salvezza è l’amore gratuito del Padre. Non si può rapirlo con astuzia o guadagnarlo con sudore: è grazia.

La vita eterna, che il giovane ricco vuole avere (19,16), si può ottenere non facendo qualcosa di più, ma lasciando tutto. Bisogna lasciare, oltre i beni materiali, anche quelli spirituali. Il regno è dei poveri in spirito (5,3), di chi è diventato come un bambino e lo accoglie come dono del Padre ai figli nel Figlio. Il privilegio dei piccoli e degli ultimi è che, non meritandolo, capiscono che è un dono. Gli altri – i ricchi in spirito – lo accoglieranno solo se, a differenza del fratello maggiore, accetteranno il minore; solo se, a differenza di chi ha lavorato dall’alba, saranno contenti che i loro fratelli dell’ultima ora, abbiano il loro stesso stipendio di figli.

Questa parabola, insieme a quella dell’amministratore di Lc 16,1ss, è anche più irritante di Lc 15,1ss perché usa un linguaggio economico: è una stoccata al nostro modo mercantilistico di concepire l’amore.

Il brano si divide in due parti: ci sono cinque diverse chiamate dall’alba fino a un’ora prima del tramonto (vv. 1-7): al calar del sole c’è la ricompensa, cominciando dagli ultimi che ricevono lo stesso compenso pattuito con i primi, che, ovviamente, si lamentano (vv. 8-16). Il fulcro è il rimprovero a uno degli operai della prima ora, che non accetta che il Signore tratti come lui quelli dell’ultima ora.

Gesù riporta sulla terra ciò che era al “principio”: il modo di agire del Padre, che è benevolo con tutti i suoi figli, anche con chi non lo merita (cf. 5,45).

La Chiesa, se cerca salvezza dalle proprie opere, sa che non ha più nulla a che fare con Cristo: è decaduta dalla grazia (Gal 5,4). I cristiani, consci di essere stati salvati per grazia (cf. Ef 2,5), deponendo asprezza, sdegno, ira, clamore, maldicenza e ogni genere di malignità, sono benevoli gli uni con gli altri: si fanno vicendevolmente grazia come Dio li ha graziati in Cristo (Ef 4,31s).

82. SALIAMO A GERUSALEMME
20, 17-28

Ecco noi saliamo a Gerusalemme”, dice Gesù ai discepoli: lì si rivelerà lo splendore del Volto, suo e del Padre.

Il brano è un contrappunto tra due glorie: quella del Figlio dell’uomo e quella degli uomini. La prima sta nel consegnarsi, servire e dare la vita; la seconda sta nel possedere, asservire e dare la morte. È una lotta tra l’egoismo e l’amore, dove l’amore vince con la propria sconfitta, e l’egoismo perde con la propria vittoria.

L’uomo è desiderio di riconoscimento: è come è visto. Ma, ignorando come Dio lo ama, difetta di quel riconoscimento assoluto di cui è fame assoluta. Per questo cerca costantemente di essere visto dagli uomini, e riduce la propria esistenza a puro apparire, a idolatria (“culto dell’immagine”). La sua realizzazione non è più diventare conforme alla Gloria, di cui è riflesso, ma corrispondere all’immagine che gli altri debbono avere di lui.

Gli idoli non danno che morte, rendendo simile a sé chi li fabbrica (Sal 115,8). Invece della Gloria, danno vana-gloria: il vuoto di un’immagine, senza peso né consistenza.

Il racconto è un dialogo di equivoci tra Gesù e i discepoli che, come tutti, sono ciechi proprio davanti alla “Gloria”. Ciò che la madre dei figli di Zebedeo vuole da Gesù è la vana-gloria, che pure gli altri dieci desiderano.

Tutti dovranno capire di essere ciechi e invocare con i ciechi di Gerico che si aprano i loro occhi (v. 33), per vedere la gloria di Dio. Solo così verranno alla luce del Volto, ritrovando la salvezza del proprio volto. Saranno illuminati: nasceranno come uomini liberi, figli del Padre e fratelli degli altri.

Siamo al passo decisivo per l’illuminazione: riconoscere la propria cecità è la condizione per invocare la luce. Gesù è venuto per compiere un giudizio, in modo che coloro che non vedono vedano, e chi crede di vedere sappia di essere cieco. Il nostro male non è tanto essere ciechi, quanto credere di vedere (Gv 9,39ss).

Il racconto è un dialogo serrato, che si articola in tre parti: la vera gloria del Figlio dell’uomo (vv. 17-19), la cecità dei discepoli che la scambiano con la gloria degli uomini (vv. 20-24) e il confronto tra le due glorie (vv. 25-28).

Questo brano ci prepara al successivo, con il quale fa tutt’uno: l’illuminazione dei ciechi di Gerico sarà la caduta della vana-gloria, il muro che ci impedisce di ricevere la Gloria. È la conversione radicale, che ci introduce nella terra promessa della nostra identità: ci fa uscire dalle tenebre e venire alla luce come figli di Dio, sua immagine e somiglianza. Senza questa conversione non siamo ancora nati come uomini: restiamo nel sonno delirante della morte.

La rivelazione del Figlio dell’uomo che sale a Gerusalemme è luce che squarcia violentemente le nostre tenebre. Dopo la prima predizione della passione/risurrezione ci fu la reazione “satanica” di Pietro e la controreazione di Gesù (16,22-23). Dopo la seconda i discepoli reagirono con incomprensione e tristezza (17,22-23; in Mc 9,31-34, addirittura litigando su chi fosse il più grande); dopo questa terza lo scontro si fa generale e dichiarato. Siamo ormai prossimi a Gerusalemme, dove la “Gloria” si rivelerà dall’alto della croce.

Gesù è il Figlio dell’uomo che svela a ogni uomo la propria verità: il volto del Figlio uguale al Padre, la cui gloria è amare, servire e dare la vita.

La Chiesa di nient’altro si vanta, se non della croce (Gal 6,14): ha capito la “Gloria”, anche se sempre è insidiata dalla vana-gloria.

83. COSA VOLETE CHE IO FACCIA PER VOI ?
20,29-34

Cosa volete che io faccia per voi?”, chiede Gesù ai due ciechi. Questi, a differenza di Giacomo e Giovanni, sanno di essere ciechi e sanno cosa chiedere: che si aprano i loro occhi.

Il vangelo è un’educazione dei desideri, perché arriviamo a chiedere ciò che lui ci vuole dare: vedere lui e seguirlo nel suo cammino.

È l’ultimo dei miracoli di Gesù, al quale seguirà il contro-miracolo del fico sterile. Chi non apre gli occhi sulla gloria del Signore, non viene alla luce: non è ancora nato alla propria identità, perché non vede il Volto, di cui è immagine e somiglianza. A lui avverrà come al fico: aprirà gli occhi sulla propria nudità (cf. 21,18ss).

Gesù è la luce non solo di Israele, ma anche del mondo: illumina ogni uomo (Gv 8,12; 1,4.9). Alla sua luce vediamo la luce (Sal 36,10); anzi ci accendiamo e diventiamo noi stessi luce (5,14).

L’illuminazione, punto di arrivo del vangelo, è vedere nel Figlio dell’uomo che sale a Gerusalemme la gloria del Figlio di Davide che, come la luna, giunge al suo pieno splendore; ma, ancor di più, vedere in lui il Signore stesso, il sole che la illumina.

Questo miracolo è il capolavoro di Gesù. La vista e la sequela costituiscono il dono della fede. Qui se ne tracciano le tappe: ascoltare Gesù che passa, gridare il Nome, invocare la luce, vedere il Signore e seguirlo fino a Gerusalemme. La fede coinvolge tutte le facoltà dell’uomo: è orecchio che ascolta, cuore che grida, bocca che invoca, occhio che vede e piede che segue il Signore.

Il brano precedente evidenziava la cecità dell’uomo davanti al volto del Figlio dell’uomo, gloria di Dio e vita di ogni uomo. È una cecità invincibile, come le mura di Gerico. Nessuna forza umana è in grado di abbatterle. Anzi, tende a ricostruirle. Infatti, nonostante le parole di Giosuè: “Maledetto chi ricostruirà Gerico” (Gs 6,26), risulta che questa antichissima città fu riedificata sei volte. Solo il grido è capace di far crollare le mura delle tenebre e farci venire alla luce di Dio.

Dopo questo miracolo possiamo entrare a Gerusalemme con il figlio di Davide intronizzato sull’asinello e vedere il Volto che si rivela – riconosciuto addirittura dai pagani (27,54).

Gesù è la luce del mondo.

La Chiesa è fatta di persone illuminate dalla sua luce, perché ne ascoltano la parola, vedono la propria cecità, gridano a lui, invocano la sua misericordia, aprono gli occhi sul suo volto e lo seguono nel suo cammino.

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Questa voce è stata pubblicata il 13/08/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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