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Profezia è storia /10. I piedi diversi delle donne


camminatrice

Luigino Bruni
Avvenire, sabato 3 agosto 2019

La voce del Signore provoca le doglie alle cerve e affretta il parto delle capre. Nel suo tempio tutti dicono: “Gloria!”
Salmo 29

L’equilibrio è spesso una virtù, ma, come tutte le virtù, se assolutizzato anche l’equilibrio diventa un vizio. Durante le crisi etiche e spirituali, solo scelte squilibrate ci possono salvare. Dietrich Bonhoeffer non fu equilibrato quando nel febbraio del 1938 scelse di entrare nel gruppo cospirativo anti-nazista dell’ammiraglio Canaris. I suoi colleghi teologi più equilibrati trovarono mille ragioni di prudenza per assistere passivi all’orrore, e ne divennero complici. Quel comportamento squilibrato generò, in carcere, forse la teologia più profetica del Novecento. E fu un altro comportamento imprudente e squilibrato a generare il Golgota e il sepolcro vuoto.

La Bibbia non è stata scritta da un gruppo di intellettuali imparziali ed equilibrati. La comunità di scribi che raccontò la storia di Israele era parte della storia che raccontava, ed era una parte schierata. Scriveva per far risorgere il passato dentro un presente ferito e esiliato. Quindi era parziale, partigiana, esagerata, fino a intervenire sulle fonti con operazioni che noi moderni considereremmo scorrette. Il merito di quegli scribi che composero la grande storia di Israele, dalla Genesi ai Libri dei Re, fu quello di proporre una lettura forte e quindi parziale della loro sventura. Quando dobbiamo capire e raccontarci perché la nostra storia d’amore è finita, possiamo leggere le carte degli avvocati e le sentenze del giudice, ma per capirlo veramente c’è bisogno di un esercizio spirituale della memoria, che sa individuare pochi momenti, parole, gesti, perché nelle storie importanti non tutte le parole e i giorni sono uguali. Se vogliamo capire che cosa è accaduto alla nostra comunità sfiduciata e appassita, possiamo e dobbiamo leggere i verbali dei consigli, le statistiche e gli annali ufficiali; ma per capirlo veramente dovremmo imparare a leggere altri verbali, interpretare i segnali deboli che ci sono sfuggiti, rileggere alcune parole sbagliate pronunciate in certi momenti, perdoni mancati, peccati di superbia e di potere. E una volta individuata una chiave di lettura, provare ad agire su quella per cambiare e risorgere, consapevoli che quella chiave è parziale, è esagerata, è squilibrata.

Le comunità ideali costituite attorno a una promessa, durante e dopo gli esili, devono imparare a fare domande radicali alla loro storia. E se non lo fanno, l’esilio diventa infinito. Queste domande sono essenziali, anche quando le risposte sono inadeguate e insufficienti (come qualche volta sono quelle dei redattori dei libri storici). Come siamo finiti fin qui? Come ci siamo ridotti in questa condizione? Dove abbiamo sbagliato? Quando e perché l’alleanza si è spezzata? Se la Bibbia è giunta viva fino a noi, se da un “resto” è nato secoli dopo Gesù di Nazareth, ciò è accaduto perché un’anima vera di quel popolo ha saputo farsi, e fare a Dio, domande difficili e squilibrate. Ci salviamo soprattutto e forse esclusivamente se nelle crisi impariamo a formulare domande radicali, perché sono queste che ci accompagnano e nutrono quando il tempo passa, il dolore aumenta e le risposte non arrivano.

Il grande tema che occupa il capitoli 12-16 del primo Libro dei Re sono le ragioni dello scisma del regno del Nord e le vicende dei primi re dei due regni. Alcuni dati storici utili. Le scoperte dell’archeologia nelle terre della Bibbia, e nelle aree limitrofe, mostrano una storia diversa, a tratti molto diversa, da quella raccontata dai questi capitoli. Essi ci raccontano che dopo la liberazione dall’Egitto per opera di Mosè e dopo l’occupazione militare della terra promessa di Giosuè, le dodici tribù di Giacobbe-Israele conobbero uno sviluppo progressivo, fino all’istituzione della monarchia di Saul, Davide e infine Salomone, quando il regno raggiunse il suo massimo benessere ed estensione geografica da Nord a Sud. Questa “età dell’oro” termina con lo scisma di Geroboamo, che innesca una decadenza che raggiungerà il suo culmine con l’occupazione babilonese e l’esilio. La rottura dell’unità nazionale fu conseguenza della punizione di YHWH all’idolatria e alla corruzione del regno del Nord (Israele).

I dati extra-biblici (sui quali una lettura ottima è il testo di Mario Liverani Oltre la Bibbia) e le iscrizioni ritrovate in alcune steli ci dicono cose diverse. In primo luogo, è ormai quasi certo che alcune delle tribù fossero autoctone della regione palestinese secoli prima del tempo di Giosuè e della monarchia. La crescita del regno di Israele fu una unificazione/conquista di clan che furono annessi a un nucleo israelitico all’inizio relativamente piccolo (si noti che il territorio delle dodici tribù nel suo insieme era grande circa come le Marche), che corrispondeva forse alle sole tribù di Efraim e Beniamino, quindi il Nord, mentre il Sud (Giuda) sarebbe di formazione più recente. Una figura chiave nel processo di allargamento del regno sarebbe stata quella di Omri (IX secolo), il fondatore di Samaria, al quale la Bibbia dedica soltanto poche righe (1 Re 16,22-28). Omri fu talmente importante che per molto tempo dopo la distruzione della sua dinastia si continuava a parlare di “Casa di Omri” per indicare il popolo di Israele.

I dati recenti mettono dunque in crisi il racconto biblico di un unico regno poi divisosi in due, sostenendo che il regno unito di Davide-Salomone fosse una età dell’oro mitica ma non storica – e che forse alcune delle imprese attribuire dalla Bibbia a Davide fossero invece imprese di Omri. Inoltre, tutta la narrazione dei libri de I Re viene composta dalla prospettiva del regno del Sud, da cui emerge una lettura molto negativa dei re del Nord, accusati di idolatria. Il realtà è molto probabile che i re del Nord non fossero più idolatri di quelli del Sud. Ma, come spesso succede, la Bibbia conserva anche alcune tracce di altre tradizioni “nordiche” (lo abbiamo visto a suo tempo con la storia di Saul), da cui emergono altre ragioni dello scisma (conflitto, tra l’altro, naturale nei Paesi che si sviluppano verticalmente).

È dentro questa spiegazione parziale basata sull’infedeltà del Regno del nord che va letto anche il racconto, tremendo e bellissimo, della visita della moglie del re al profeta Achia: «In quel tempo si ammalò Abia, figlio di Geroboamo. Geroboamo disse a sua moglie: “Àlzati, cambia vestito perché non si sappia che tu sei la moglie di Geroboamo e va’ a Silo. Là c’è il profeta Achia… Prendi con te dieci pani, focacce e un vaso di miele. Egli ti rivelerà che cosa avverrà del ragazzo”. La moglie di Geroboamo fece così. Si alzò, andò a Silo ed entrò nella casa di Achia, il quale non poteva vedere, perché i suoi occhi erano offuscati per la vecchiaia» (1 Re 14,1-4). Geroboamo conosce il profeta, e sa che è venuto a sapere della sua idolatria, e quindi fa travestire sua moglie. Ma il profeta cieco la riconosce da come camminava: «Appena Achia sentì il rumore dei piedi di lei che arrivava alla porta, disse: “Entra, moglie di Geroboamo. Perché ti fingi un’altra? Io sono stato incaricato di annunciarti una dura notizia”» (14,6). La notizia è un tremendo oracolo di maledizione: «Manderò la sventura sulla casa di Geroboamo … I cani divoreranno quanti della casa di Geroboamo moriranno in città; quelli morti in campagna li divoreranno gli uccelli del cielo» (14,10-11). E poi aggiunge la frase più tremenda di tutte: «Tu àlzati, va’ a casa tua; quando i tuoi piedi raggiungeranno la città, il bambino morirà» (14,12). La donna partì, e «proprio mentre lei varcava la soglia di casa, il bambino morì» (14,17). Il bambino Abia morì. Ogni tanto la Bibbia usa la morte dei bambini per dare dei messaggi ai genitori e a noi. È il suo linguaggio. Ma noi non possiamo passare oltre senza stare un po’ sotto le croci di questi innocenti, nella Bibbia e nella vita.
Una donna travestita per ordine del marito, per coprire la sua vergogna. Qui non è il re a travestirsi, come fu con Saul che si recò dalla negromante di Endor (1 Sam 28), in un altro episodio stupendo. Il re resta a casa e chiede alla moglie di travestirsi e la invia. Il testo non ci parla di colpe di questa moglie di Geroboamo, ma è lei che esegue la parte più dura in questa tragedia. Si traveste per nascondere la vergogna del marito – quante volte lo vediamo nelle nostre famiglie, o nelle nostre imprese, quando è una moglie che “si traveste” per una vergogna non sua e va a parlare con avvocati, banchieri, giudici, per sperare di ottenere una notizia buona.

Questa donna, questa regina, non dice una parola in questo racconto scritto da maschi per maschi, dove si comunica la morte di un figlio con insufficiente pietas – come, e con quali parole, avrebbe dato questo stesso annuncio una profetessa? Facciamo alla Bibbia queste domande, crescerà con noi. Una madre mascherata inviata a un profeta, usata come messaggero, cui non è dato né il diritto di parola né quello di esprimere le sue emozioni. Al testo non interessa come quella donna reagì alla condanna a morte di suo figlio, non ci dice se implorò il profeta perché chiedesse al suo Dio di cambiare idea – quella madre lo avrà fatto certamente, perché le donne lo fanno ogni giorno da millenni. Quel profeta si limita invece a dire: «riferisci a Geroboamo», come se quella vita sacrificata fosse una faccenda tra uomini, senza riconoscerla nel suo essere madre di quella “brutta notizia” che le stava dando. C’è anche questa spietatezza nella Bibbia, non dobbiamo dimenticarlo.
Ma in questa storia tremenda la Bibbia ci fa “vedere” un dettaglio della donna: i suoi piedi. Nei dettagli non si nasconde solo il diavolo. Come in origine della citazione, dove in essi c’è Dio e non il grande divisore, nei dettagli della Bibbia ogni tanto si nascondono anche benedizioni, che qualche volta riscattano maledizioni. Il profeta udì il “rumore dei piedi di lei”; quando “i tuoi piedi raggiungeranno la città, il bambino…”; mentre “varcava” la soglia di casa, il bambino… I momenti decisivi di questo racconto sono segnati e scanditi dal movimento dei piedi della donna.

La Bibbia e i Vangeli sono popolati di donne che camminano, si spostano, e quasi sempre “di fretta”. Maria “andò in fretta” da Elisabetta; Maria di Betania “di fretta” va incontro a Gesù per dirgli della morte di Lazzaro; e “abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli”. Camminano e corrono; amano con le mani e con i piedi, che conoscono perché se ne prendono cura: “Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli”. Questo tipo di agape si chiama Maria.
La fede e la pietà continuano la loro corsa nel mondo perché uomini e donne continuano a correre lungo la via. E in questa comune corsa, i piedi delle donne corrono diversamente e di più.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/08/2019 da in ITALIANO con tag , , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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