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Lectio sul Vangelo di MATTEO (Cap. 23-25) Fausti (9)

Lectio divina sul Vangelo di Matteo
Capitoli 23-25


MatteoTesto doc Fausti – Matteo Cap 23-25
Testo pdf Fausti – Matteo Cap 23-25

dal libro di Silvano Fausti,
“Matteo. Il Vangelo della Comunità”

Messaggio del testo nel contesto

94. IL PIÙ GRANDE TRA VOI SARÀ VOSTRO SERVO
23,1-12

«Il più grande tra voi sarà vostro servo». Con queste parole di Gesù si conclude la prima parte del c. 23, rivolto alle folle e ai discepoli – alle folle di discepoli di tutti i tempi -, per metterli in guardia dagli scribi e dai farisei. Ogni pagina del Vangelo è scritta per la Chiesa. Gli scribi e i farisei, di cui si parla in tutto il discorso, siamo noi, chiamati a riconoscerci in loro. Essi hanno usurpato il posto di Mosè, che liberò il popolo dalla schiavitù e trasmise loro le dieci parole di vita. Prenderanno anche il posto di Gesù, il Figlio di Dio mite e umile di cuore, dal giogo soave e leggero, per imporre alla comunità dei fedeli insopportabili fardelli.

Gesù ha cambiato l’acqua in vino: alle purificazioni esteriori della legge ha sostituito il dono dello Spirito, che ci dà un cuore nuovo, quello del Figlio che ama come è amato. Ma noi, inavvertitamente, siamo come il cane che torna al suo vomito, come la scrofa lavata che si riavvoltola nel fango (2Pt 2,22): cambiamo il vino in acqua, sostituendo il Vangelo con la legge o imponendolo come legge!

Questa è e resta la prima tentazione della Chiesa, come testimonia in particolare la lettera ai Galati (cf. anche At 15). È un tornare dallo Spirito che dà vita alla lettera che uccide (2Cor 3,6), pervertendo lo stesso Vangelo (cf. Gal 1,7). È facile scambiare, o almeno offuscare, il Vangelo con la legge! Lo ha fatto anche Pietro ad Antiochia, come apertamente lo rimprovera Paolo (cf. Gal 2,l1ss). Non certo per cattiveria o stupidità, ma, come dice Paolo, per «ipocrisia», ovviamente travestita di bontà e premura pastorale. Pietro pensava di garantire una miglior gestione della comunità, senza avvertire che in questo modo non camminava secondo la verità del Vangelo (Gal 2,14). Questa perversione del Vangelo in legge è un ritorno dallo Spirito alla carne, che taglia fuori dalla grazia di Cristo (Gal 5,4).

Le leggi sono certamente necessarie. L’uomo senza di esse non vive, né tantomeno convive con gli altri. Sono positive se nascono dallo Spirito di libertà (Gal 5,1s), se vengono dall’amore e portano all’amore, pieno compimento della legge (Rm 13,10). Diversamente distruggono la vita filiale, sopprimendo diversità e alterità.

Ogni istituzione, spontaneamente, tende ad autoconservarsi, centrandosi su di sé. Ma chi vuol salvare la propria vita, la perde; solo chi perde la sua vita per amore del Signore la salva!

I vv. 1-4 presentano gli scribi e i farisei nel loro atteggiamento di fondo: legiferano per gli altri, ma non fanno quello che dicono. Sono pseudodiscepoli (cf. 7,2123). I vv. 5-10 indicano il motivo del loro agire: l’ipocrisia, il desiderio di apparire grandi, intelligenti e stimati. Al centro pongono ancora il proprio io invece di Dio. Ma non può credere in Dio chi cerca la gloria dagli uomini (Gv 5,44), perché la sua gloria è diversa. I vv. 11-12 dicono qual è la grandezza e la gloria di Dio: la sua grandezza è l’essere piccolo, la sua gloria il servire in umiltà.

Prima del suo ultimo discorso (cc. 24-25), Gesù mette in guardia contro il pericolo che il Vangelo sempre corre nella storia, mostrando che, ciò che è capitato a Israele, è profezia costante di ciò che capita a noi (cf. 1Cor 10,11).

Gesù ha sostituito il fardello pesante della legge con il giogo soave e leggero del Figlio che ama il Padre e i fratelli (cf. 11,25-30; 22,34-40).

La Chiesa è chiamata a riconoscere il suo peccato di fondo. È lo stesso di Israele e di ogni uomo: impadronirsi della Parola, invece di accettare colui che parla. La Parola diventa «legge», invece che comunicazione e comunione con colui che parla. Questo atteggiamento, che sembra zelante, è in realtà rifiuto di Dio come Padre e di se stessi come figli. Solo chi cerca di fare ciò che dice si accorge che le leggi sono impossibili da osservare e danno morte, e può capire che soltanto l’amore, lo Spirito del Padre, è dato re di vita. Senza questo, la stessa legge resta inevasa, e ogni osservanza non è che una vernice di perbenismo. Convertirsi significa innanzi tutto vedere in sé questo peccato di «ipocrisia» di cui parlerà tutto il c. 23. Diversamente, anche con il pretesto di «migliorare» l’osservanza del Vangelo, lo si perverte. Il vino nuovo non può stare in otri vecchi. Non si può combinare Vangelo e legge, Spirito che dà la vita e lettera che uccide. La «nuova» legge è il cuore nuovo: l’amore è legge a se stesso, e compie pienamente la volontà di Dio. Il ruolo della legge è preso dal «discernimento» dello Spirito, che mette a nudo il cuore e fa vedere quanto ancora è schiavo dell’egoismo. I puri di cuore vedono Dio (5,8) e sanno capire ciò che qui e ora aiuta a vivere concretamente l’amore del Padre verso i fratelli.

95. GUAI A VOI!
23,13-39

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti!», dice Gesù parlando alla folla e ai discepoli, cioè a noi (v. 1). C’è un sapere e un fare che è violenza e morte, ma si traveste di giustificazioni religiose. Il male può uscire come trasgressione della legge, e si rivela come tale; ma può uscire più sottilmente con la maschera dell’osservanza. Allora è più difficile da riconoscere. È l’ipocrisia di chi fa il bene, ma non è mosso dall’amore. Il brano è tutto un «test» sull’ipocrisia religiosa, che c’è soprattutto là dove non è avvertita. Sorprende il tono minaccioso usato da Gesù, che si è definito «mite e umile di cuore» (11,29).

Il Signore parla delle deviazioni culturali (scribi) e pratiche o legali (farisei), che sempre sono accovacciate in noi: dobbiamo riconoscerle e non farcene dominare (Gen 4,7), per non uccidere, come Caino, il fratello e il nostro essere figli. La sua parola richiama le vigorose invettive dei profeti: servono per scuotere da quella «pace perniciosa» (Cassiano) del male, che è il suo aspetto peggiore. È segno di grande misericordia denunciare il male e maledirlo, dire-male del male e fame apparire l’inganno. Se la verità va fatta nella carità (cf. Ef 4,15), anche la carità va fatta nella verità. Noi preferiamo trascurare la verità in nome dell’amore, o trascurare l’amore in nome della verità; e così perdiamo ambedue, perché ciò che è vero e ciò che è buono coincidono (verum et bonum convertuntur!). Al bianco e al nero preferiamo la confusione indistinta del grigio uniforme. Ma, fin dal principio della creazione, la vita è distinzione. Chiamare le cose con il loro nome, facendole uscire dal caos, è l’opera di Dio, che l’uomo è chiamato a continuare responsabilmente.

L’oggetto del «guai!» è l’ipocrisia nelle sue varie manifestazioni. L’ipocrita, nella tragedia greca, è il solista che risponde alla folla anonima del coro: è il capocoro, il protagonista del gruppo. La sua caratteristica prima è quella di essere un teatrante, non se stesso: è una maschera, la principale! Dice ciò che gli impone il ruolo, non ciò che è lui.

Se questo va bene nel teatro, nella vita personale uno che «recita» non entrerà mai in relazione con nessuno. La scissione tra ciò che si è e ciò che si dice, è l’empietà radicale: la menzogna che priva l’uomo del suo volto. Uno dei detti segreti di Gesù dice che: «quando le due cose saranno una, e l’esterno come l’interno», allora sarà il Regno (Clemente Rom., II, 12,1-2).

Il nostro essere è essere figli del Padre. Il nostro apparire deve manifestarlo nella fraternità. Nelle opere uno realizza o contraddice ciò che è. Non dobbiamo recitare: bisogna essere non attori, ma «fattori» della Parola. Per Matteo l’ipocrisia, male supremo, è questa contraddizione tra dire e fare o, meglio, tra dire e non-fare ciò che si dice: è un abortire della Parola, invece che essere generati e generarla (7,21-23; 12,25s; 25,31-46).

L’ipocrita «si serve» della Parola per ottenere l’approvazione dagli uomini, e fa consistere in questa, invece che in quella, la sua identità: la vana-gloria prende il posto della Gloria, il falso io quello del proprio io, che è Dio stesso!

Il discorso, sviluppo del brano precedente, si divide in due parti: la denuncia del male e il giudizio sulle nefaste conseguenze che esso comporta. La denuncia è puntualizzata in sette esempi e in altrettanti «guai a voi!» (vv. 13-33). Il giudizio resta sospeso e viene dopo la requisitoria (vv. 34-39), per continuare poi nei cc. 24-25.

In concreto si denuncia la contraddizione tra dire e fare (v. 13), tra zelo grande e risultato catastrofico (v. 15), tra legalismo rigoroso e mancanza di discernimento (vv. 16-22), tra esteriorità ineccepibile e interiorità perversa (vv. 25-26): siamo sepolcri imbiancati (vv. 27-28) che, con la facciata del perbenismo, colmiamo la misura della violenza di chi ci ha preceduto (vv. 29-32).

Segue il giudizio: non siamo figli di Dio, ma del serpente (v. 33), e portiamo a compimento la perversità dei nostri padri (vv. 34-36).

Dopo aver espresso con ira la maledizione del male e il giudizio su di esso, Gesù conclude con la condanna che il male porta con sé: la devastazione di chi lo compie! E qui Gesù si esprime con un tenero lamento su Gerusalemme, la cui desolazione durerà fino a quando non riconoscerà colui che viene nel nome del Signore (vv. 37-39).

Gesù piange per il male che, chi lo uccide, fa a se stesso (cf. Lc 19,41), non per quello che fa a lui, che sarà ucciso! Non c’è segno maggiore di amore. Il male di chi rifiuta ricade infatti su chi ama. Tutte le maledizioni del c. 23 porteranno lui in croce, dove si farà carico della nostra cattiveria. Quando diremo di lui, crocifisso e maledetto, che è veramente il Figlio di Dio (27,54), il Benedetto che viene a salvarci, allora la nostra casa non sarà più deserta: lui abiterà in noi e noi in lui. Allora Dio non sarà più senza l’uomo né l’uomo senza Dio: i due saranno casa l’uno all’altro!

Gesù denuncia il male e annuncia il giudizio, che si compirà su di lui dopo due giorni: il Crocifisso, fatto per noi maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21), sarà bersaglio di tutto il nostro male.

La Chiesa è l’oleastro: come l’olivo su cui è innestata, resterà deserta fino a quando riconoscerà il Benedetto che viene proprio in colui che si è fatto maledizione e peccato. Il riconoscimento del Signore da parte dei suoi è il fine del mondo!

96. GUARDATE CHE NESSUNO VI INGANNI
24,1-28

Guardate che nessuno vi inganni”, ripete Gesù all’inizio, al centro e alla fine di questo brano (vv. 4.11.24), in cui parla di ciò che precede la venuta del Signore per il suo giudizio.

La dominante del discorso sulla “fine del mondo” è un ribaltamento: chi è in ansia sul futuro, è rimandato a vivere il presente con vigilanza e responsabilità. Il giudizio finale non è che il disvelamento di ciò che viviamo nel presente: qui e ora siamo chiamati a testimoniare l’amore del Padre verso i fratelli, a fare la sua volontà, ad agire “con giudizio”. Tutto si gioca in questo tempo.

L’esistenza nostra e del mondo ha certamente una fine, perché ha avuto un inizio. La vita va rispettata, ma non mantenuta con accanimento. Si perde comunque! Solo chi la sa dare per amore, la ritrova! Va vissuta in pienezza, e proprio alla fine raggiunge il suo fine: la comunione e l’incontro con il Signore. Il futuro non è la distruzione, da cui inutilmente si cerca di fuggire, ma ciò verso cui tende con desiderio ogni nostro passo presente.

Il discorso di Gesù vuole incoraggiarci, perché non siamo senza speranza, come quelli che ignorano il disegno di Dio sul mondo (cf. 1Ts 4,13). Vuole toglierci la paura, madre di ogni inganno. Ciò che ci attende non è un’inevitabile catastrofe, ma la più bella prospettiva alla quale possa aprirsi il nostro cuore. La storia, sottratta all’ipoteca fatale del nulla, è consegnata alla libertà dell’uomo, che va incontro al Signore della vita.

Il discorso è, senza soluzione di continuità, la prosecuzione del c. 23. Dopo aver messo in guardia contro i mali che sorgono all’interno della comunità e lasciano la nostra casa deserta (23,38), Gesù esce dal tempio, lasciandolo deserto e predicendone la distruzione (24,1s). La fine del tempio indica la fine del mondo e la venuta del Signore per il suo giudizio. I discepoli chiedono “quando” e “quali i segni” di tutto questo (24,3).

Nei vv. 4-28 Gesù parla dei vari “quando” che precedono la fine: non sono che i vari momenti del tempo presente, da leggere alla luce del futuro; nei vv. 29-31 parla della venuta del Signore e del suo “segno”; nei vv. 34-36 dice che tutto questo avviene “in questa generazione”, ossia in ogni generazione, ma se ne ignora il giorno e l’ora. Per questo seguono le parabole sulla vigilanza e sull’operosità fedele e saggia (vv. 37-51). Questo tema sarà sviluppato nel c. 25 con tre grandi parabole: la prima sulla vigilanza (25,1-13), la seconda sulla responsabilità (25,14-30) e la terza sul giudizio finale, che dipende esclusivamente da ciò che facciamo ora (25,31-46).

Come si vede da questo sommario, tutto il discorso sul futuro non è un alibi all’impegno, un oppio per dimenticare le difficoltà. Il tempo della salvezza è “questo”: qui e ora viviamo o meno il nostro essere figli e fratelli. La vita non è un’attesa di ciò che sarà, ma un’attenzione verso ciò che c’è: l’Emmanuele, il Dio-con-noi, è sempre presente per portare il mondo al suo compimento (28,20).

Determinante per ciò che sarà il futuro è ciò che facciamo al presente. Il giudizio di Dio non farà altro che svelare se abbiamo o meno vissuto secondo il suo giudizio.

Questo lungo discorso viene prima della morte e risurrezione di Gesù. La sua vicenda è la medesima di ogni discepolo e della Chiesa, di ogni uomo e del mondo intero, della piccola storia di ognuno e della grande storia del cosmo: alla luce del Figlio dell’uomo, primogenito di ogni creatura (Col 1,15), comprendiamo il mistero di tutta la creazione. Nel NT, quando si parla della fine del mondo, si intende qualcosa che è già avvenuto al Figlio, che avviene ad ogni fratello e avverrà a tutti.

Come detto, questo brano è un richiamo contro i turbamenti e gli allarmismi, per non cadere in inganno. Il primo inganno infatti è la stessa paura, che fa chiudere gli occhi e impedisce di vedere la realtà.

I discepoli, che lo interrogano sul “quando” e sui “segni” della fine, sono rimandati alla quotidianità, che è tutta da leggere come segno della presenza del Dio con noi. Il Figlio dell’uomo viene in ogni ora come è venuto allora, sotto il suo “segno”: la croce, dove la violenza del male si svela e si arresta nell’amore di chi la porta senza restituirla. Il male non è la fine, né tanto meno il fine del mondo! È invece il luogo della testimonianza dell’amore del Figlio e dei suoi fratelli.

La vicenda umana è tutta un travaglio del parto della creazione nuova (Rm 8,19ss). Il capo è già venuto alla luce: segue la nascita di tutto il corpo!

Questo testo si articola più dettagliatamente come segue: i vv. 1-3 predicono la distruzione del tempio, che suscita la domanda dei discepoli sul tempo e i segni della fine; i vv. 4-5 mettono all’erta contro gli inganni; i vv. 6-8 descrivono gli ingredienti normali della storia, i cui dolori sono da leggere come “doglie” del parto; i vv. 9-14 mostrano come il discepolo è generato uomo nuovo proprio da questa situazione, che lo rende testimone del suo Signore; i vv. 15-22 parlano del momento decisivo della testimonianza, in cui è necessaria risolutezza e pazienza; i vv. 23-28 chiudono, come l’inizio, mettendo all’erta contro i facili inganni.

Gesù mette in guardia contro gli allarmismi sulla fine del mondo, per farci vivere il presente come il tempo di grazia, in cui possiamo nascere come figli e vivere da fratelli.

La Chiesa vive alla sequela del suo Signore, continuando la sua lotta e la sua vittoria, la sua morte e la sua risurrezione, portando con lui il mondo al proprio compimento. La parola del Figlio (cc. 5-7) – seminata nell’annuncio (c. 10), che cresce tra mille contraddizioni (c. 13) e fruttifica nella comunità (c.18) – è il giudizio di Dio sulla storia presente. Ed è ciò che Gesù ha pienamente realizzato con la sua vita, la sua morte e risurrezione..

97. VEDRANNO IL FIGLIO DELL’UOMO CHE VIENE
24,29-31

Il quadro finale della storia è la visione del Figlio dell’uomo da parte di tutti i figli d’uomo. Punto d’arrivo del creato è incontrare il suo Creatore! Il compimento del tempo è vedere il “Volto”, che è la luce del nostro volto. Allora cesserà l’inganno che ci ha fatto nascondere nelle tenebre, e ci ricongiungeremo al nostro principio, dal quale ci siamo allontanati perdendo ciò che siamo.

Questa “visione” avviene nel “segno” del Figlio dell’uomo: la croce. Essa è la differenza radicale tra Dio e ogni nostra immagine di lui. In essa anche il più lontano, il centurione pagano, vede il Figlio di Dio (27,54)! Finisce la fuga, e inizia la riunificazione davanti al Signore della luce della vita. Il desiderio segreto del cuore, diventare come Dio (Gen 3,5), si avvera: lo vediamo così come lui è (1Gv 3,2).

Quanto qui si narra sul fine del mondo è già avvenuto storicamente nella croce di Gesù. Ciò che è accaduto allora è il “segno” del Figlio dell’uomo, anticipo di ciò che sarà per ogni uomo. Quando ogni creatura, attraverso l’annuncio del vangelo (cf. 28,19), lo riconoscerà, si batterà il petto e vedrà la gloria di Dio.

L’evento della croce non è solo passato: è verità del presente e del futuro. La nascita del Figlio è seguita da quella dei suoi fratelli. Il capo è già venuto alla luce: segue il corpo, che è tutto il creato fatto in lui, per lui e in vista di lui (Col 1,15-20). Quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28), il Figlio avrà raggiunto la sua statura piena (Ef 4,13), e sarà il compimento del tempo. Tutta la creazione infatti geme nelle doglie del parto, in attesa di riflettere la gloria dei figli di Dio (cf. Rm 8,19ss). La storia universale è tutta un travaglio del parto, per la generazione del Cristo totale.

All’origine della creazione c’è il desiderio di Dio di comunicare sé a ogni creatura nel Figlio; questa sua aspirazione risucchia il creato, e realizza il desiderio più profondo di ogni creatura. Non la morte, o il nulla ci attende, ma la comunione piena di amore con lui.

Gesù, il Figlio dell’uomo che è venuto, viene e verrà, è il compimento della storia. Verrà come è già venuto, con il “suo” segno. E con questo viene ogni momento, per essere riconosciuto e accolto. Così ogni istante della nostra vita è un passo verso la meta.

La Chiesa riconosce la gloria del suo segno: in ogni uomo vede il Figlio dell’uomo e ha verso di lui lo stesso amore del Padre. Quando, attraverso la sua testimonianza, tutti gli uomini riconosceranno il Figlio, allora il mondo sarà “compiuto”, e Dio riposerà da ogni sua fatica (Gen 2,2). Noi saremo il suo e lui sarà il nostro riposo: ogni figlio gioirà del Padre e il Padre di ogni figlio, nel Figlio.

98. VEGLIATE DUNQUE!
24,32-51

Vegliate dunque”, dice Gesù ai discepoli che gli chiedono “quando” sarà la fine del mondo e “quali i segni” che preannunciano il giudizio di Dio. Tutte le cose, di cui ha appena parlato, sono da leggere come segni della sua venuta.

Possiamo dire che il “quando” è sempre il “banale quotidiano”; in esso si opera il giudizio di Dio. Nel nostro lavoro di ogni giorno si decide la salvezza o la perdizione, l’essere con lui o lontani da lui, la benedizione o la maledizione. La vita o la morte dipende dal fare o meno la “Parola”, che il Signore ci ha messo davanti (cf. Dt 30,15-20). Alla fine uno raccoglie ciò che prima ha seminato (cf. Gal 6,8).

Il cristianesimo non è un anestetico che fa dimenticare il male presente nell’illusione di un bene futuro. È invece un’illuminazione, che fa vedere la realtà e la fa assumere con intelligenza e responsabilità, in vista di un fine positivo. Consapevoli del momento presente, ci svegliamo dal sonno e viviamo da figli della luce (cf. Rm 13,11-14)!

Chi ha discernimento, nei travagli appena descritti, vede colui che sta per venire (vv. 32-33). In “questa generazione”, come in ogni altra, si compie il mistero della sua croce e della sua gloria (v. 34). La sua parola si avvera con certezza; non dice però il giorno e l’ora, perché ogni ora e ogni giorno lui viene, per chi ha gli occhi aperti (vv. 35-36).

La serie di parabole, che concludono il cap. 24 e abbracciano il cap. 25, ci descrivono quale deve essere il nostro atteggiamento. È necessario essere vigilanti, perché la sua venuta, come il suo giudizio di salvezza, avviene sempre nel momento presente: nello stesso tempo e facendo le stesse cose, si può, come Noè, costruire l’arca che salva o essere travolti dal diluvio che inghiotte (vv. 37-42). Due uomini o due donne fanno lo stesso lavoro nei campi o alla mola, ma con esito diverso: chi è preso e salvato, chi è abbandonato e perduto (vv. 40-41). Il perché sarà chiaro dalle parabole che seguono: il diverso comportamento che si ha nel momento presente.

Il discernimento e la vigilanza ci servono per vedere l’Emmanuele, che è sempre con noi. Chi lo attende e riconosce, coi fatti e non solo a parole, lo incontra come lo sposo che viene. Diversamente è come il ladro, che scassina la casa (vv. 42-44).

Discernimento e vigilanza, a loro volta, si traducono in un’operosità quotidiana fedele alla sua parola, dalla quale dipende il futuro eterno (vv. 45-51).

Gesù, invece di predirci il futuro, ci rimanda a leggere il presente alla luce della sua storia. Con lui il tempo è compiuto (Mc 1,15), e ci è offerta la possibilità di viverlo con pienezza. Infatti il giudizio futuro di Dio su di me non è altro che il mio giudizio presente su di lui: lo compio io qui e ora nel mio riconoscerlo o meno nel fratello.

La Chiesa è “illuminata”: non è come quelli della notte, ma resta sempre vigilante e sobria (cf. 1Ts 5,1-11).

99. ECCO LO SPOSO USCITE PER L’INCONTRO CON LUI
25,1-13

Ecco lo sposo, uscite per l’incontro con lui!”. È il grido che si leva nel cuore della notte. Colui che la sposa e lo Spirito invocano: “Vieni!”, e che ha detto: “Verrò presto” (Ap 22, 17.20), finalmente viene!

È la metafora più bella dell’esistenza umana, paragonata a un uscire per andare incontro allo sposo. Tutta la nostra vita è un’“uscita”, finalizzata a questo: usciamo dal grembo della madre alla luce del sole, usciamo ogni istante da ciò che siamo verso ciò che diventiamo, fino a quando usciamo dalla vita per incontrare la nostra vita, nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3). Ignoriamo il giorno e l’ora dell’arrivo, ma sappiamo che ogni giorno e ogni ora è un passo verso di lui. A condizione però che ne ascoltiamo e seguiamo la parola. Questo è l’olio che le vergini sagge portano con sé, e le fa entrare alle nozze. Tutta la loro esistenza infatti è stata un vigile e operoso riconoscere le visite quotidiane dello sposo, fino a diventare piena di olio, colma di Spirito Santo. Le vergini stolte invece non hanno ascoltato e fatto la sua parola: non l’hanno atteso, riconosciuto e amato. La loro esistenza è un vaso vuoto, senza amore. Invece di andargli incontro, si sono allontanate da lui e dalla sua voce, fino a non conoscerlo. Per questo dirà loro: “Non vi conosco!”.

Questo brano, come i due seguenti, non vogliono spaventarci riguardo al futuro. Vogliono invece responsabilizzarci sull’importanza del momento presente: è l’unico che ci è dato per vivere e acquisire l’olio necessario. La salvezza o perdizione eterna dipende esclusivamente da ciò che qui e ora liberamente facciamo. Il futuro è affidato alle nostre mani. La minacciosa descrizione del fallimento serve a risvegliarci dall’incoscienza e dall’ozio, per attivare la nostra libertà.

Questo brano richiama quelli della zizzania e della rete (13,24-30. 36-43.47-50): è rivolto alla comunità dei discepoli, perché non si aggiudichino automaticamente la salvezza per il semplice fatto di essere credenti. Non chi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel regno dei cieli, ma solo chi fa la volontà del Padre (7,21), che consiste nel vivere da figlio amando i fratelli (cf. il seguito del capitolo!).

Il racconto è un’allegoria che ci fa leggere il senso profondo della nostra storia quotidiana in termini di salvezza o di perdizione. Ci vuol far identificare con le vergini stolte, perché diventiamo come quelle sagge. Il futuro è l’incontro con lo sposo; ma questo si realizza per chi accumula ogni giorno quell’olio che rimane in eterno. Se uno non investe nell’amore, la sua vita è spenta!

Tra la vita e la morte, scelgo la chitarra”, diceva un poeta: scelgo di cantare al Signore, con la bocca, con il cuore e con le opere!

Gesù è colui che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20): è lo Sposo (cf. Ef 5,25-27).

La Chiesa invoca: “Maranà tha: vieni, o Signore” (1Cor 16,22); e ogni singolo discepolo dice con Paolo: “Vivo, però non più io, ma vive in me Cristo. La vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Rispondere all’amore con l’amore è la vita dell’uomo. Ed è la vita stessa di Dio, Padre e Figlio.

100. SERVO CATTIVO E PAUROSO
25, 14 – 30

Servo cattivo e pauroso”, dice il Signore a chi non ha “duplicato” il capitale affidatogli.

Questa parabola è cara all’etica del capitalismo: i talenti sono da far fruttare, l’abbondanza è segno di benedizione divina, l’indigenza di maledizione!

In realtà i talenti non sono le doti o i beni da moltiplicare; rappresentano invece l’olio del brano precedente, che è l’amore verso i poveri del brano seguente. Il talento è l’amore che il Padre ha verso di me, che deve “duplicarsi” nella mia risposta d’amore verso i fratelli. Rispondere a questo amore mi fa ciò che sono, figlio uguale al Padre.

Il Signore è andato lontano, elevato prima sulla croce e poi in cielo. Ma non ci ha lasciati soli: ci ha dato il suo Spirito, e aspetta di essere riamato, perché noi, amando, realizziamo la nostra identità. Lui stesso resta sempre con noi, sotto il “suo” segno. È andato ad abitare tra i poveri, e ciò che facciamo per loro, lo facciamo per lui (vv. 31-46). Siamo chiamati a fare con loro ciò che lui per primo ha fatto con noi. Se il talento è il dono d’amore ricevuto, il nostro amore per lui nei poveri è il talento che siamo chiamati a guadagnare. Solo così diventiamo come lui, ed entriamo come figli nella gloria del Padre suo e nostro.

La nostra vigilanza è saggia e operosa, non inerte. Chi non investe il suo talento, lo perde. La causa del fallimento è la falsa immagine che abbiamo del Signore. Se lo riteniamo cattivo ed esigente, il nostro rapporto con lui non è di amore, ma legalistico, pauroso e sterile.

La parabola si articola in tre tempi: uno passato, in cui abbiamo ricevuto il dono, uno presente, in cui dobbiamo farlo fruttare, e uno futuro, in cui ci verrà chiesto conto di ciò che ora ne abbiamo fatto.

Il nostro atteggiamento di paura ci fa imboccare il vicolo delle tenebre esteriori. La parabola stigmatizza questo atteggiamento, per svegliarci! Il giudizio futuro non lo fa Dio. Lo facciamo noi qui e ora. Lui, alla fine, non farà che leggere ciò che ora noi scriviamo. E lui legge in anticipo ciò che stiamo scrivendo, perché possiamo correggerlo, finché c’è tempo.

Gesù è venuto per darmi il talento del suo amore, ed è andato lontano, facendosi “forestiero”, presente in ogni altro.

La Chiesa conosce il dono ricevuto; e, in ogni altro, ama il suo Signore, reduplicando il talento.

101. QUANTO FACESTE A UNO DEI PIÙ PICCOLI DI QUESTI MIEI FRATELLI  LO FACESTE A ME
25,31-46

Quanto faceste a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo faceste a me”, risponderà il Signore a chi chiederà, alla, fine quando mai l’ha visto. Per cinque volte escono gli avverbi “allora” e “quando”: “allora”, cioè alla fine, vedremo che il “quando” è ora. E il “segno” della sua venuta è quello dei “più piccoli di questi miei fratelli”, con i quali lui è sempre presente in mezzo a noi. Il finale del discorso escatologico risponde quindi con esattezza, anche se in modo sorprendente, alla domanda del “quando” e di “quali i segni”, che i discepoli gli hanno posto all’inizio (24,3). La prima sua venuta evidente sarà tra due giorni, quando non sarà riconosciuto né dai capi né da Pietro, pur essendo “l’ora” in cui il Figlio dell’uomo siede alla destra del Padre e viene sulle nubi dal cielo (cf. 26,64).

Il c. 25 contiene tre racconti “graduali” su cosa bisogna fare “ora” in vista del “fine”: ora bisogna acquistare l’olio (vv. 1-13), che consiste nel “raddoppiare” il dono d’amore ricevuto (vv. 14-30), amando il Signore nei fratelli più piccoli (vv. 31-46).

Più che di una parabola, tranne che per i vv. 32 – 33, si tratta di una “rappresentazione” scenica del giudizio finale, strutturata sul contrappunto tra chi sta alla destra e chi sta alla sinistra del re. Per i due gruppi c’è una sentenza opposta: “venite, benedetti” o “andate via da me, maledetti”. Segue la motivazione: “mi avete” o “non mi avete” soccorso nel bisogno. Alla domanda comune: “Quando ti abbiamo visto?”, segue la risposta: “Ciò che avete fatto, o non fatto, ai più piccoli, l’avete fatto, o non fatto, a me”.

Il giudizio che il re farà di noi “allora” è lo stesso che noi facciamo ora al povero. In realtà siamo noi a giudicarlo, accogliendolo o respingendolo. Lui non farà altro che costatare ciò che noi facciamo. Alla fine leggerà ciò che noi liberamente abbiamo scritto. Ce lo dice in anticipo, con una rappresentazione efficace, per aprirci gli occhi su ciò che stiamo facendo ora.

Il brano, splendido e unico, è una sintesi della teologia di Matteo: siamo giudicati in base a ciò che facciamo all’altro (7,12). Ogni altro, è sempre l’Altro! Infatti il primo comandamento è uguale al secondo (22,39), perché il Signore stesso si è fatto nostro prossimo ed è sempre con noi (28,20) sotto il segno del Figlio dell’uomo (24,30), che è lo stesso di Giona (12,39s): quello del Crocifisso, che ha il volto di tutti i poveri della terra.

Il racconto pone al centro il Figlio dell’uomo, che si identifica con gli ultimi. Accoglierlo o meno significa accogliere o meno la salvezza. Il testo è sommamente suggestivo, aperto a molti sensi e sviluppi, in ogni direzione. Dio infatti è amore, e l’amore abbraccia tutto e tutti.

Il messaggio universale che se ne può ricavare è che ogni uomo è giudicato in base al suo amore per il piccolo e il debole. Non è però conforme al testo ritenere che il rapporto con Dio non sia importante. Al contrario: l’amore per l’ultimo è amore per lui stesso. Un’interpretazione atea o post-cristiana non corrisponde al testo.

L’amore infatti è premio a se stesso perché è la gioia di una relazione, e la relazione suppone sempre l’altro, e infine l’Altro. L’amore per il prossimo può essere un imperativo categorico, ma solo se si tengono presenti tre cose: dietro un imperativo c’è la voce di uno che parla, l’amore suppone sempre un’alterità, uno ama solo se e nella misura in cui è amato. Isolare il comando dell’amore verso l’ultimo dall’esperienza dell’amore di Dio che si è fatto ultimo, è farne un principio senza senso, un’ideologia incapace di generare un comportamento positivo.

Il comando di amare il più piccolo è certamente il fondamento più ampio possibile di un agire che porti alla comunione tra gli uomini. Gesù pone effettivamente un criterio di azione che va al di là di ogni steccato religioso/ideologico. L’amore di Madre Teresa per i diseredati della terra è stato il linguaggio più universale e comprensibile, che abbia parlato al mondo di oggi del mistero di Dio e dell’uomo.

Per capire il senso proprio di questo brano è importante sapere che viene dopo i tre brani precedenti e immediatamente prima della passione, dove il re ci si presenta povero e deriso, estraneo a tutti e condannato, legato e percosso, nudo e ferito, che finisce in croce. Nei più piccoli dei fratelli, il lettore cristiano vede il suo re. In loro infatti continua la passione del Signore per la salvezza del mondo (Col 1,24).

C’è chi intende questo racconto in modo non universale, ma restrittivo: è il giudizio dei pagani, che saranno giudicati non per la fede, che non hanno, ma per il loro amore verso gli ultimi. Questi ultimi, chiamati da Gesù “miei fratelli”, sono, secondo alcuni autori antichi e recenti, i discepoli stessi, che staranno al suo fianco per giudicare il mondo (cf. 19,28!). Sarebbe a dire che la salvezza o meno viene dall’accoglienza o meno dei discepoli.

È comunque chiaro che il testo si rivolge al lettore cristiano: il suo essere “benedetto” o “maledetto” dipende dal suo amore, dato o negato, ai fratelli nel bisogno, nei quali il Signore viene a visitarlo.

L’amore che abbiamo verso l’altro è verso Dio: mi realizzo come figlio vivendo da fratello. Tutta la legge infatti si riduce ad amare il Signore e il prossimo con lo stesso atto di amore, perché lui si è fatto mio prossimo e fratello nel Figlio. Chi non ama Dio e non osserva la sua parola, non ama i figli di Dio (1Gv 5,2).

In conclusione possiamo dire che il giudizio finale, come tutto il discorso escatologico, ci rimanda dal futuro al presente. L’etica si fonda sull’escatologia. L’uomo è tale perché agisce ragionevolmente, per un fine che desidera. Questo è la meta verso cui tende, senza la quale non va da nessuna parte –il suo agire si riduce a un agitarsi insensato, spinto dalla necessità e privo di libertà. Il fine dell’uomo è diventare come Dio. L’errore di Adamo non è il voler diventare come lui (Gen 3,5), ma il non sapere chi è lui. Si diventa come Dio amando, perché lui è amore.

Gesù è sempre con noi (28,20) come i poveri (26,11), come il più piccolo tra i fratelli.

La Chiesa, nel suo amore per l’ultimo, ama il suo Signore; e sa che non è lei a salvare il povero, ma il povero a salvare lei.

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Questa voce è stata pubblicata il 26/08/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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