COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Lectio sul Vangelo di MATTEO (Cap. 26-28) Fausti (10)

Lectio divina sul Vangelo di Matteo
Capitoli 26-28


MatteoTesto doc Fausti – Matteo Cap 26-28
Testo pdf Fausti – Matteo Cap 26-28

dal libro di Silvano Fausti,
“Matteo. Il Vangelo della Comunità”

Messaggio del testo nel contesto

102. UN’OPERA BELLA A ME HA FATTO
26, 1 – 16

Ha fatto un’opera bella a me”, dice Gesù della donna. Unica persona approvata da lui senza riserve, questa donna è la sola che fa una cosa – e quale cosa! – per colui che si è fatto tutto a tutti. Riconosce infatti in lui, il più piccolo tra gli uomini, il suo Signore. Mentre lui sta andando in croce, lei risponde al suo amore con altrettanto amore!

Dal suo vaso esce un profumo che riempirà il seguito del vangelo. Di esso odorerà il corpo del Signore sulla croce e fin dentro il sepolcro; nella risurrezione si sentirà ovunque sarà annunciato il vangelo!

Il racconto, posto all’inizio della passione, è l’anticipo di ciò che il Signore farà – sarà lui il profumo effuso! – e della risposta che darà chi lo avrà capito. Il gesto della donna, irritante e delicato, sublime e misterioso, è lo stesso del Signore, e, alla fine, sarà quello della Chiesa, sua sposa. Chi fa come questa donna, ha lo stesso “olio” di cui arde lo stesso Signore, reduplica il dono ricevuto, facendo per lui ciò che lui ha fatto per lei.

La casa di Betania, una volta piena di lebbra, ora profuma di vita. Protagonista del racconto, è l’unguento prezioso. Il profumo, di sua natura, si dona a tutti, senza negarsi ad alcuno; il suo essere è espandersi in dono gradito, come Dio. Il nome dello Sposo è “profumo effuso”(Ct 1,3), presenza piacevole e gioiosa. L’olfatto, senso primordiale, subito lo percepisce come piacevole e attraente.

L’unguento, che la donna versa sul corpo di Gesù, indica il “vangelo vivo”: in esso si avverte la Presenza, il Nome. Dio è amore, e l’amore è presente ovunque è amato. Questo profumo rappresenta la creazione nuova, dove Creatore e creatura vivono nella reciprocità d’amore, in una passione che vince la morte (Ct 8,6).

I discepoli non capiscono, anzi disapprovano la donna. Ma ricordano e racconteranno! Ora solo Gesù la capisce, come lei sola capisce lui!

Il brano si articola in tre parti. Nei vv. 1-5 i capi cercano il momento giusto per eliminare Gesù; nei vv. 6-13 la donna, proprio allora, lo incontra come lo Sposo; nei vv. 14-16 Giuda, subito dopo, lo consegna.

Il brano, strutturato sul contrasto tra Gesù e la donna da una parte, e i discepoli dall’altra, rappresenta le due economie, i due diversi modi in cui l’uomo può amministrare la sua casa. Da una parte c’è amore, che versa il profumo, spreca, compie un’opera bella ed è annuncio vivo del vangelo; dall’altra c’è egoismo, che vende, si sdegna e dà fastidio. La prima è l’economia di Dio, che è la stessa di Gesù e della donna; la seconda quella dei nemici di Gesù, che si impadroniscono per uccidere. Le due economie sono anche rese sensibili da due odori, uno attraente e l’altro repellente: il profumo di vita e la puzza della lebbra.

La stessa cornice oscura del racconto non fa che esaltare, per contrasto, la bellezza della scena. Ciò che avviene in questo brano è la pasqua anticipata, il passaggio dalla morte alla vita.

Gesù, il Figlio che si è fatto il più piccolo dei fratelli, sta andando in croce per dare la vita. Dal suo corpo, come dal vaso, uscirà per la prima volta il profumo di Dio che tutti avvertiranno, anche i più lontani (cf. 27,54).

La Chiesa, come la donna, riconosce in lui il suo Cristo e Signore. Non solo a parole, come Pietro, ma con i fatti. Non dopo un momento di successo, ma nell’ora della “sua” gloria. L’unguento che essa versa è amore che risponde all’amore: sposo e sposa vivono nella gioia di un unico amore, che espande l’unico profumo.

103. PRENDETE E MANGIATE: QUESTO È IL MIO CORPO
26, 17 – 35

Prendete e mangiate: questo è il mio corpo”, dice Gesù ai Dodici. Chi prende e mangia il suo corpo ha parte alla sua vita: diventa figlio del Padre e fratello degli altri. Questo è il frutto dell’albero della vita, posto nel centro del giardino (Gen 2,9), che ci assimila a Dio, figli nel Figlio.

L’eucaristia è il centro del cristianesimo. I racconti del vangelo sono nati attorno ad essa: il ricordo di ciò che il Signore ha detto e fatto, serve per comprendere e vivere il dono di sé che in essa ci fa. Nell’eucaristia ogni promessa si compie; ogni parola si fa pane e sangue, e Dio stesso diventa nostra vita. In vista di essa il mondo è stato creato: per essa Dio è tutto in tutti (1Cor 15,28).

L’eucaristia “è tutto e dà tutto”. Dio non può darci nulla di più: ci dà se stesso! Questo mistero è la sintesi della vita del Figlio uguale al Padre: amore più forte della morte. La Chiesa fa memoria e ringrazia per questo amore, ri-cordo costante che custodisce nel cuore. Di esso gioisce e vive, in pienezza sempre maggiore. L’ultima cena di Gesù è il compimento della pasqua; il corpo e il sangue dell’Agnello ci salva da ogni male, e ci comunica ogni bene, facendo di noi un popolo “santo”.

Il dono supremo del Signore è incastonato tra la predizione del tradimento di Giuda e quello dello scandalo di tutti i discepoli, con il rinnegamento di Pietro. Le nostre infedeltà sono le mani che abbiamo per accoglierlo. La luce entra nelle nostre tenebre, e ricrea l’uomo bello e buono, come Dio l’aveva voluto fin dal principio.

L’alleanza, che Dio stabilisce con noi nel suo sangue, è nuova ed eterna (Ger 31,31ss; 32,40): nuova rispetto a quella antica, che fu infranta ancor prima di essere consegnata (cf. Es 32,15-19), eterna perché non può essere rotta. È infatti unilaterale: il Signore si dona a noi che lo tradiamo e rinneghiamo. Il nostro male – l’uccisione del Signore – è portato da lui stesso, che da solo si è impegnato con noi, facendosi carico delle nostre infedeltà (cf. Gen 15,17). Nulla ormai ci può separare dal suo amore per noi: infatti si è fatto per noi maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21), distruggendo nel suo corpo ogni inimicizia (Ef 2,16), spegnendo in sé ogni violenza.

Tutti, dal più piccolo al più grande, conosciamo chi è il Signore: è colui che si dona e perdona senza condizioni (cf. Ger 31,34), colui che ci ama di amore eterno (Ger 31,3).

Il brano si articola in quattro parti: la preparazione della pasqua (vv. 17-19), l’annuncio del tradimento (vv. 20-25), la cena pasquale (vv. 26-30) e l’annuncio dello scandalo dei discepoli con il rinnegamento di Pietro (vv. 31-35). Al centro sta la cena pasquale, in cui Gesù anticipa il dono del suo corpo e del suo sangue, che si compirà sulla croce. In essa si esprime il senso pieno della sua vita data per noi, che celebriamo nell’eucaristia.

Chi mangia, assimila il cibo. Qui invece è il suo corpo e il suo sangue che “ci mangia” e assimila a lui: divora ogni nostra infedeltà e ci fa vivere del suo essere Figlio, che tutto riceve e tutto dà. Qui è vero che l’uomo è ciò che mangia!

Gesù è il Figlio perché tutto riceve con gioia dal Padre, che tutto dà. Ed è uguale a lui perché, a sua volta, dà tutto, come lui. “Prendere, “benedire”, “spezzare” e “dare” è la vita del Figlio, perfetto come il Padre (5,48). Gesù la offre a ogni fratello.

La Chiesa riconosce il suo peccato: rapisce invece di prendere, invidia invece di benedire, si impadronisce invece di spezzare, consegna alla morte invece di dare la vita. E, nel suo peccato, accoglie il dono incondizionato del Figlio, di cui vive in perenne rendimento di grazie.

104. DIMORATE QUI E VEGLIATE CON ME
26, 36-46

Dimorate qui e vegliate con me!”, chiede Gesù ai discepoli. E li sveglia tre volte, perché almeno per un breve attimo, prima di ripiombare nel sonno, si imprima nel loro cuore ciò che sta avvenendo nella notte.

Gesù li chiama a contemplare la passione del Figlio per i fratelli: è la stessa del Padre! Discepolo è colui che fa, della passione di Dio per il mondo, la sua dimora.

Il racconto è una finestra sull’io più intimo di Gesù: svela la sua relazione con il Padre e con noi. E lo fa con le sue stesse parole, nel momento decisivo della sua vita. È la notte in cui si consegna alla morte, alla morte violenta e ingiusta, nell’abbandono degli uomini e di Dio.

Gesù porta su di sé il male dei fratelli: l’abbandono del Padre. La sua è un’angoscia infinita, senza limiti: lui è “il Figlio”, il cui essere è “essere del Padre”. Ma anche l’essere del Padre è “essere del Figlio”! Il male del nostro abbandono tocca il cuore stesso di Dio che ci ama. È l’amante che porta su di sé l’abbandono dell’amato!

Il male in cui Gesù è “battezzato” è veramente assoluto, è impossibile pensarne uno più grande. In questa notte sono tutte le nostre notti – e l’uomo conosce molte notti. Il Figlio ci si immerge e le riempie della sua presenza. Dalla lontananza estrema, grida: “Padre mio!”. In ogni abisso, da una sponda all’altra del caos, risuona la voce del Figlio verso il Padre. “Abbà” è la Parola: detta dal Figlio, dice il Padre. Gesù in questa notte fa, di ogni abbandono del Padre, l’abbandono al Padre, facendosi vicino ad ogni lontananza.

Gesù prova tristezza e angoscia. I discepoli ne sono rimasti colpiti. Pur con gli occhi che ostinatamente si richiudono, non hanno potuto dimenticare. “Negli anni della sua vita terrena”, il Figlio “offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo dalla morte, e fu esaudito” non perché fu liberato, ma perché “prese bene” la morte, le forti grida e le lacrime, comuni a tutti i suoi fratelli peccatori. Per questo divenne il Figlio, perfetto come il Padre: per “l’obbedienza” nelle “cose che patì”. E così “divenne causa di eterna salvezza per coloro che lo ascoltano”, e fu proclamato “pontefice”, ponte tra ogni uomo perduto e il suo Dio. Così dice uno degli ultimi scritti del NT, riportando ancora al vivo il ricordo di questa scena (Eb 5,7-10).

Il vecchio Adamo “prese male” il bene: rapì il dono della figliolanza. Il nuovo Adamo “prende-bene” (eu-lábeia) anche il male: si consegna a chi lo rapisce, portando su di sé la violenza del furto. Per questo è il Figlio uguale al Padre: dona se stesso e salva tutti.

Nel racconto Gesù si rivolge di continuo alternativamente al Padre e ai discepoli, sperimentando il silenzio di tutti. La sua angoscia unica viene dal suo essere tra noi e il Padre, vivendo insieme il suo amore per lui e il nostro abbandono di lui. Egli è l’“intercessore”, colui che si mette in mezzo, tessendo in sé il raccordo tra ogni lontananza e lacerazione. Gesù vive il suo essere del Padre, da lui e per lui, nella nostra condizione di peccato e di rifiuto. Noi non abbiamo accettato né Dio come Padre né noi stessi come figli. Abbiamo voluto possedere in proprio la vita; di conseguenza non accettiamo di essere figli: rimuoviamo la nascita e la morte, eliminiamo il nostro principio e il nostro fine. Per questo la nostra vita è violenta, triste e angosciata: divisa dalla sua sorgente, si sente “gettata” nel nulla.

Gesù ripercorre a ritroso il cammino di Adamo, riportando al Padre ogni abbandono del Padre.

Il brano è un contrappunto tra il Figlio e i non-figli, che lui considera fratelli. Da qui la sua frattura interiore, veramente mortale. Gesù veglia e prega; prostrato ha la forza dello Spirito per gridare: “Padre mio!” e fare la sua volontà. I discepoli invece dormono, seduti nella debolezza della loro carne, chiusi nel sonno della loro morte. Il Figlio vive il dramma che rende figli i non-figli: il passaggio (battesimale!) dalla mia volontà a quella del Padre.

Gesù vince la lotta, e ci guarisce dal male che sta all’origine dei nostri mali: la contrapposizione tra la nostra e la sua volontà. Per questo giunge “l’ora”, in vista della quale fu creato il mondo: quella in cui il Figlio dell’uomo si consegna al Padre nel suo consegnarsi ai fratelli perduti. È l’ora della salvezza!

Dopo questa “felice notte” non c’è più notte: la luce del Figlio è entrata in tutte le nostre tenebre. Per questo alla fine, dopo aver ripetuto di vegliare, Gesù dice di “dormire e riposare” e di “risorgere e andare”. Ogni nostro “sonno” ormai non è più anticipo di morte, ma “cammino” nella vita nuova di figli. Infatti ogni nostra notte è chiara come il giorno, ogni nostra lontananza è ormai ancorata al Padre nel Figlio.

Gesù, nel battesimo e nella trasfigurazione, fu chiamato: “Figlio mio” dal Padre. Ora, al termine della sua vita dedicata ai fratelli, compiuta la sua “missione” dice: “Padre mio”. Chiama per nome colui che da sempre dice il suo nome. Nella trasfigurazione Gesù manifesta la divinità dell’uomo, nell’agonia l’umanità di Dio.

La Chiesa è chiamata a tenere gli occhi aperti sulla passione di Dio per l’uomo, per fare di questa la propria dimora. Lì stiamo di casa, e riflettiamo “il Volto”, del quale siamo immagine e somiglianza.

105. TUTTO QUESTO AVVENNE PERCHÉ SI COMPISSERO LE SCRITTURE
26,47-56

Tutto questo avvenne perché si compissero le Scritture”, dice Gesù della sua cattura nell’orto. Ogni promessa di Dio si compie nel fatto che lui si offre a noi che lo prendiamo. La parola chiave del brano è “impadronirsi”. Da Adamo in poi, è ciò che tutti facciamo: invece di aprire la mano per ricevere e dare, la chiudiamo per possedere. I mezzi per impadronirsi sono i denari, le spade, i bastoni e i cuori (raffigurati nel bacio). Sono le carte con cui giochiamo, e ci giochiamo, la vita, con cieca ostinazione.

Nell’impadronirsi di Gesù si compiono le Scritture: il Signore, oggetto della nostra violenza, si offre a noi che lo “concepiamo” (v. 55). La tenebra cattura il sole: la sua vittoria ultima è la sua definitiva sconfitta. Il Signore si offre a chi lo prende: nelle mani del nostro peccato è consegnato il suo corpo preso, spezzato e dato per noi.

Pietro con gli altri discepoli, ama il Signore; ma non lo conosce, come tutti. Lo abbandonano perché sono nella stessa logica del nemico; fuggono solo perché più deboli. Se fossero stati più forti e avessero avuto la meglio, sarebbe stato peggio: Gesù sarebbe ancora ad agonizzare nell’orto.

Fino a questo momento Gesù aveva agito, facendo del bene a tutti (At 10,38). Ora non fa più nulla. Diviene ciò che noi facciamo di lui. Finita l’azione, comincia la passione. Se la sua azione fu particolare e solo simbolica, la sua passione è universale e reale: con la sua azione beneficò qualcuno, con la sua passione porta il male di tutti.

Quando lui era libero, dal suo mantello scaturiva la vita, al tocco della sua mano gli zoppi saltavano come cervi, dai suoi occhi i ciechi bevevano la luce, al suono della sua voce i sordi udivano la Parola, al comando della sua bocca i morti balzavano dai sepolcri, dalle sue mani fioriva di pane il deserto. Ora non fa e non è più nulla: è quel nulla al quale noi, con il nostro impadronirci, riduciamo tutto. È come una farfalla stretta nel pugno.

Il Cristo mite ed umile si fa carico della nostra violenza, che su di lui esaurisce la sua carica, e si spegne. Infatti non risponde al male con il male, ma con il dono e il perdono.

Gesù, dopo la sua azione, inizia la sua passione. In essa si compie la Scrittura, che esprime la volontà del Padre di salvare tutti i suoi figli. E ciò avviene nel Figlio che si offre ai fratelli che lo catturano.

La Chiesa è rappresentata da Pietro e dai discepoli, che hanno lo stesso modo di pensare e agire degli altri. Pur amando il Signore, fanno il gioco opposto al suo. Sono, inconsapevolmente, suoi nemici: compiono imprese ambigue, che fanno male se riescono e fanno bene se falliscono!

106. TU L’HAI DETTO
26,57-68

Tu l’hai detto”, risponde Gesù al sommo sacerdote che gli chiede se lui è “il Cristo, il Figlio di Dio”. Davanti alla croce, che si profila ormai come suo destino, rivela la sua identità: lui è il Cristo e l’Emmanuele, il Salvatore e il Dio con noi, proprio in quanto è condannato per bestemmia!

Siamo abituati a dire che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio. Non avvertiamo più la scandalosità di ciò che diciamo: professiamo che il Salvatore è uno sconfitto, Dio un crocifisso per bestemmia, l’autore della vita un condannato a morte, il Giudice un giudicato, il Giusto un giustiziato! Proprio così Gesù è il Cristo, che ci salva dalle nostre false attese di salvezza, il Figlio di Dio che ci salva dalla nostra falsa immagine di Dio, il Servo che ci dà la vita, il Giudice che ci giustifica, il Giusto che porta la nostra ingiustizia.

Quanto Gesù dice è una bestemmia non solo per i suoi nemici, ma anche per i discepoli. Rifiutato da tutti, donerà la vita per tutti, rivelando in questo modo di essere il Figlio, perfetto come il Padre (5,48).

La sua rivelazione è causa della sua uccisione; ma la sua uccisione sarà causa della sua rivelazione. Ora lui, il più piccolo fra tutti i fratelli, è giudicato da noi reo di morte. Noi pensiamo che Dio sia diverso da noi; invece è diverso da come noi lo pensiamo. È il Santo in mezzo a noi, perché non ci giudica con ira, ma viene a noi in compassione e misericordia (cf. Os 11,7-9). La sua salvezza, che ci stupisce tutti, è quella dell’Agnello che porta su di sé la maledizione della nostra violenza (cf. Is 52,13-53,12)

Per tutte le religioni un Dio crocifisso suona bestemmia; per tutti gli uomini un salvatore ucciso suona derisione. Ma questa bestemmia e derisione è l’essenza del cristianesimo: salva Dio da ciò che l’uomo pensa di lui, e libera l’uomo da ciò che lui pensa di sé. È proibito farsi immagini di Dio (Es 20,4). L’unica sua immagine è quella che lui dà di sé: il Crocifisso.

Il brano si articola in cinque parti: Gesù è consegnato e Pietro lo segue da lontano (vv. 57-58); contro di lui si cercano false testimonianze (vv. 59-61); alla domanda del sommo sacerdote Gesù rivela la sua identità (vv. 62-65); per questo è giudicato dal sinedrio come blasfemo e reo di morte (vv. 65-66), e dileggiato (vv.67-68).

Chi è Gesù?” è la domanda fondamentale del Vangelo. La sua vita ha rivelato “che” è il Messia e l’Emmanuele; la sua morte rivela “come” lui è Messia ed Emmanuele. Lui, ultimo di tutti, ci mostra “il Volto”.

Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio proprio in quanto crocifisso da noi che, avendo una falsa immagine dell’uomo e di Dio, giudichiamo bene il male e male il bene.

La Chiesa riconosce nel Crocifisso il suo salvatore, Signore e giudice. Ma solo se prima si identifica con Pietro e quanti non lo riconoscono e lo condannano.

107. NON CONOSCO L’UOMO
26,69-75

Non conosco l’uomo!”, dice Pietro del Figlio dell’uomo che ha cominciato a rivelarsi nella sua gloria. Non lo riconosce nel più piccolo tra i suoi fratelli (cf. 25,40.45). Anche Pietro compie il suo giudizio di condanna su di lui, come tutti gli altri. Pure lui è tra quelli che lo colpiscono. E i suoi colpi sono i più violenti; sono quelli dell’amico, al quale lo legava una dolce amicizia (Sal 55,15).

Pietro non mente quando dice di non conoscerlo. Per la prima volta si accorge di non averlo mai conosciuto. Il Volto, velato da sputi e schiaffi, gli rivela due verità a lui finora ignote: il Cristo è uno percosso dal male, e lui è tra quelli che lo percuotono.

Inizia il suo battesimo: comincia ad immergersi nella coscienza del proprio peccato e della misericordia del suo Signore. Voleva morire con Gesù; ora scopre che è Gesù che muore per lui.

Frana il terreno friabile della sua presunzione, e viene a nudo la “pietra” – la fedeltà indefettibile del suo Signore che è fedele a lui, infedele. Questa sarà la roccia su cui si edifica la Chiesa (16,18), la fede nella quale Pietro confermerà poi i suoi fratelli (Lc 22,32).

La sua caduta non è fortuita. È “necessaria” alla sua salvezza: deve morire alla propria giustizia di uomo, per vivere della giustificazione di Dio. Se non avesse rinnegato, avrebbe sempre potuto pensare che il Signore è fedele perché lui gli è fedele: non avrebbe conosciuto la sua fedeltà senza limiti. Se fosse morto per Cristo, avrebbe sempre pensato che la salvezza è sacrificare la vita, e non riceverla in dono da un Dio che ama e dà la vita per lui. Gli resterebbe ancora nascosto il mistero profondo di Dio e dell’uomo: Dio è amore senza limite, e l’uomo è da lui infinitamente amato.

In Pietro avviene il difficile passaggio dalla legge al vangelo. Muore in lui l’uomo religioso che cerca la propria perfezione, fino al sacrificio supremo di sé; e nasce l’uomo nuovo, che vive dell’amore del suo Signore che muore per lui, peccatore. Questa è “la buona notizia”: siamo salvati per grazia. La salvezza infatti è l’amore; e l’amore o è gratuito o non è!

Pietro giunge a intendere, come Paolo, che Cristo è morto per i peccatori, “dei quali io sono il primo” (1Tm 1,15). Scopre la sua passione per lui, e si immerge in essa fino a dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Certa è questa parola: se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele; non può rinnegare se stesso (cf. 2Tm 2,13), perché è fedeltà e amore eterno per noi (cf. Sal 117,2). Veramente nulla ci può ormai separare dall’amore che lui ha per noi, né vita né morte (Rm 8,38). Se colui che ci deve giudicare ha dato la vita per noi che lo tradiamo, rinneghiamo e abbandoniamo, chi sarà contro di noi (Rm 8,32)? Tutto ormai, anche il male coopera al nostro bene (cf. Rm 8,28), perché dove abbonda il nostro peccato, sovrabbonda la sua grazia per noi (Rm 5,20). Tutti siamo peccatori, privi della Gloria, e tutti siamo salvati per misericordia (cf. Rm 3,23s; 11,32). Non per questo dobbiamo peccare (Rm 3,8; 6,1.15). Piuttosto, come Pietro, dobbiamo ammettere la nostra miseria e cantare in eterno la sua grazia.

La scena si svolge di notte. Alla fine viene l’alba. Al canto del gallo, Pietro si risveglia dal sonno, e si ricorda della promessa del suo Signore.

Mentre Gesù è processato in alto nella sala del sinedrio, Pietro è in basso nel cortile tra i servi. Mentre Gesù rivela la sua identità, Pietro compie su di lui il suo giudizio: non lo riconosce nel più piccolo tra gli uomini. Anche lui ha tre interrogatori successivi, come Gesù; e per tre volte lo rinnegherà, come preannunciato.

Al canto del gallo, consumata la propria infedeltà, si ricorda che lui l’ha prevista, e gli ha promesso la sua fedeltà! Il pianto che sgorga è la fonte del suo battesimo, che durerà tutta la vita: gli laverà gli occhi e purificherà il cuore, per vedere il Volto.

Davanti ad esso finisce il gioco di illusione e delusione di chi cerca di vivere della propria giustizia; viene alla luce l’uomo nuovo, che vive dell’amore del suo Signore per lui.

Gesù è colui che non rinnega Pietro che lo rinnega.

La Chiesa si fonda sulla fedeltà di Dio, che non rinnega chi lo rinnega.

108. ALLONTANATOSI SI IMPICCO’
27, 1-10

Allontanatosi si impiccò”. Questa è la prima morte che il vangelo racconta. Seguirà quella di Gesù. Giuda espia la propria colpa; Gesù le colpe di tutti. La morte del colpevole si intreccia con quella dell’innocente: lo stesso peccato provoca la morte sia degli ingiusti che quella del Giusto.

È l’episodio più tragico del vangelo. Per Giuda, certo, che si suicida. Ma ancor più per Gesù, che lo ama e dà la vita per lui. Tanti anni insieme, senza riuscire a far breccia nel cuore dell’amico!

Visto il risultato della sua azione, il traditore si trova davanti all’alternativa di Pietro: o accettare il perdono o pagare la propria colpa. Sceglie la seconda!

Giuda ha sbagliato e paga! In lui vediamo una dignità. È però “diabolica”: lo divide dalla vita e lo porta alla morte. Ignora un’altra dignità, ben più grande: quella di vivere dell’amore gratuito di Dio.

Il vangelo è salvezza; e la salvezza suppone la perdizione. La “buona notizia” è che la nostra colpa non va espiata: in essa e per essa ci è accordata la grazia di un amore senza condizioni.

Il suicidio è l’ultimo atto che manifesta quel male che è in tutti: l’autogiustificazione. Giuda è sconvolto da ciò che ha fatto: ha tradito il Signore. Ma anche il Signore è sconvolto: colui per il quale dà la vita, se la toglie. Il dramma di Giuda tocca la profondità dell’uomo e l’abisso di Dio. Ci chiediamo, con inquietudine, se il traditore si sia salvato, cosa Dio sia riuscito a fare con lui. In lui vediamo noi stessi!

La dannazione è accusarsi ed espiare, senza uscire da se stessi. Chi guarda solo a sé, vede necessariamente l’inferno! Solo davanti a un amore assoluto per noi possiamo riconoscere il peccato come luogo di grazia. È l’uscita dall’inferno.

Il vero peccato di Giuda non fu di aver tradito, ma di voler pagare il suo errore. Non il suo errore, ma il suo volerlo espiare è il suo male peggiore. Espiare la colpa e non accettare il perdono, è il peccato radicale di chi resta centrato su se stesso; è il male del mondo, di cui ognuno di noi ha la sua quota di partecipazione. Consiste nel rifiuto di essere amati gratuitamente, principio di ogni violenza su di sé e sugli altri. Tale rifiuto è dovuto alla menzogna, antica e omicida, che ci ha dipinto un Dio giusto e tremendo, da cui fuggire. Questa menzogna ha ucciso in noi il Padre e noi stessi come figli, falsando ogni rapporto con i fratelli. Solo la croce ridona a Dio il suo vero volto di Padre e a noi il nostro di figli: sdemonizza Dio e uomo!

La morte di Giuda, descritta come la fine dell’empio, è la stessa di Achitofel che tradì Davide (2Sam 17,23). In At 1,18 è rappresentata come un precipitare e uno spaccarsi in due (cf. Sap 4,19) – immagine potente di ciò che Giuda ha vissuto.

Il brano presenta Gesù consegnato a Pilato perché lo condanni a morte (vv. 1-2). Giuda, preso da rimorso, restituisce il denaro e si impicca (vv. 3-5). Il prezzo del sangue innocente serve per acquistare un campo, dove gli stranieri trovino riposo nella terra promessa (vv. 6-10). C’è un grande mistero in questo racconto: nella prima parte, la condanna a morte di Gesù provoca in Giuda il gesto che lo porta al sepolcro; nella seconda parte, il prezzo del suo tradimento dà riposo nella terra promessa a tutti, almeno dopo la morte, anche agli stranieri.

Gesù è l’innocente consegnato a morte da tutti. Fatto maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21), trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità, porta su di sé il peccato delle moltitudini e intercede per i peccatori (Is 53,5.12).

La Chiesa riconosce in sé il peccato di Giuda, e, davanti alla morte del Giusto, accetta di vivere del suo perdono.

109. TU LO DICI
27, 11-26

Tu lo dici”, risponde Gesù a Pilato che gli chiede: “Tu sei il re dei giudei?”. Dopo il processo religioso, Gesù subisce quello politico. Afferma di essere re, sapendo che questo implica la condanna a morte. Ora può manifestare senza equivoci la sua regalità.

Il re rappresenta Dio in terra. Libero e sovrano come lui, è l’uomo ideale, ideale di ogni uomo: può fare ciò che vuole. Ma Dio si è appena rivelato nel Figlio che si fa servo dei fratelli. Questa è la sua libertà, che mette in crisi la nostra immagine di lui e di noi.

Per noi il re è colui che prevale sugli altri: è il più violento che, uccisi i concorrenti, si impone a tutti col terrore. Una volta preso il potere, domina contenendo la violenza con la legge del più forte. Così garantisce la convivenza, impedendo il dissolversi della società. Quando però il re diventa debole o muore, riprende il caos e la lotta generale, fino a che emerge uno più forte che lo elimina, se è debole, o gli succede, se è morto. Re è colui che vince, facendo del concorrente “la vittima”. Ma a sua volta è “vittima designata”, quando il suo potere si indebolisce.

Pilato si chiede chi sia quest’uomo che si proclama re mentre è vinto e legato, debole e consegnato, già destinato alla morte. Re è chi ha in mano tutto e tutti: chi è questo re che ha niente ed è nelle mani di tutti?

Dio non voleva che Israele avesse un re come gli altri popoli. Lui stesso è il loro re, e vuole un popolo di fratelli, libero dalla violenza e dal dominio dell’uno sull’altro (cf. 1Sam 8,1ss; Gdc 9,7-15). Gesù è il re promesso come successore a Davide (2Sam 7,1ss), colui che viene nel nome del Signore, proprio perché viene con l’asina (21,9): è uno che non asserve, ma serve; non domina, ma dona; non tiene in mano, ma si mette in mano; non toglie, ma dà la vita. Non è l’uomo più arrogante e violento, ma il più umile e mite di tutti. Il suo è il regno del Figlio, che ama i fratelli come è amato dal Padre, e restituisce a ciascuno la propria libertà, che è la sua dignità di immagine di Dio.

Se Gesù avesse preso il potere, avrebbe confermato il gioco di oppressione e avrebbe “santificato” la violenza. Il suo invece è il regno di Dio: non è di questo mondo (Gv 18,36)! Lui è venuto in questo mondo per essere re e testimoniare la verità che fa liberi (Gv 18,36s; 8,32), smascherando l’inganno che rende schiavi: la falsa immagine di un Dio geloso e violento, al quale l’uomo vuol rendersi simile.

Dopo venti secoli, il suo modo di essere re inquieta ancora: mina alla radice ogni volontà di dominio dell’uomo sull’uomo.

Gesù è re di tutti proprio perché fatto oggetto della violenza di tutti, dai discepoli alla folla, dai capi religiosi a quelli politici, dai giudei ai pagani. Davanti a Pilato non solo afferma la propria regalità: la esercita effettivamente, portando la sua salvezza proprio mentre è condannato a morte. La sua uccisione, opera della volontà di tutti, dona la vita a Barabba, nel quale ognuno si identifica. La morte dell’innocente è la salvezza dei fratelli che lo condannano!

È una scena di piazza, molto mossa e drammatica: è la piazza del mondo, in cui religiosi, politici, delinquenti e folla fanno insieme lo stesso gioco di violenza. Al centro, da solo, sta il re vero, del quale tutti gridano: “Sia crocifisso!”.

Il brano si articola in tre parti: la regalità di Gesù e il suo silenzio (vv.11-14), il tentativo di salvarlo da parte di Pilato (vv. 15-19) e, infine, il grande baratto: la morte ingiusta del Giusto libera l’ingiusto dalla sua giusta morte (vv.20-26).

Gesù è il re che ridà all’uomo la sua verità di immagine di Dio: la libertà di amare.

La Chiesa riconosce in lui, il più piccolo tra gli uomini, il suo re che viene a giudicare il mondo. E vive di questo giudizio, che rompe la catena di violenza e testimonia nella fraternità il regno del Figlio perfetto come il Padre. L’impegno politico del credente dovrebbe portare avanti nella storia la libertà che il Figlio ci ha donato.

110. SALVE O RE DEI GIUDEI
27, 27-31

Salve, o re dei giudei”. È l’incoronazione del più piccolo tra gli uomini: è il re! Dopo la proclamazione pubblica, viene l’incoronazione nel palazzo; seguirà il corteo trionfale e l’intronizzazione davanti al popolo. Il cerimoniale di corte per il nuovo re è rispettato con rigore: la sua proclamazione è la condanna a morte, la sua incoronazione è di spine, il suo trionfo è la via crucis e il suo trono sarà la croce. Da lì compirà il suo giudizio: mentre i re di questo mondo fanno scannare davanti al trono i loro nemici e premiano gli amici, lui vincerà ogni inimicizia, premiando i nemici della sua amicizia.

D’ora in poi il vangelo sembra una cattiva burla. Per chi, come Pietro, ha gli occhi purificati, è rivelazione della verità. Il nostro modo di essere re è una beffa – una tragica beffa! -, che distrugge l’uomo. Il suo modo di essere re è invece la verità che ci fa liberi. Nel Figlio dell’uomo, consegnato nelle mani degli uomini, si consuma e finisce il gioco cattivo al quale, per inganno, tutti giochiamo, e dal quale siamo mortalmente giocati.

Alla fine di questa scena Pilato dirà: “Ecce homo!” (Gv 19,5), per dire poco dopo: “Ecco il vostro re!” (Gv 19,14). Ecco l’uomo, ecco il re: ecco come l’uomo, con la sua idea perversa di sé e del re, riduce l’uomo, al di là di ogni apparenza.

L’“Ecce homo” è “lo specchio della verità”: riflette il volto dell’uomo, pervertito nella sua cattiveria, ma anche quello di Dio, svelato nella sua bontà. “Ecce homo”: ecco l’uomo nella sua disumanità! Ma anche “Ecce Deus”: ecco Dio nella sua umanità, carico della nostra disumanità!

È una pagina potente di “filosofia della storia”: con brevi tratti, fa vedere ciò che noi facciamo dell’uomo e di Dio. È rivelazione di una gloria ignota ai potenti, di una sapienza sottratta ai sapienti; si manifesta solo ai piccoli e nei piccoli, anzi nel più piccolo tra i nostri fratelli. Ed è scritta non su pagine, con inchiostro; ma sulla carne del Figlio dell’uomo, con i segni della nostra violenza.

Gesù, appena condotto nel pretorio, non ha più nome: “il Nome” si perde, per restituire a noi il nostro vero nome. Il nome di Gesù uscirà ormai solo nel titolo della croce, nel grido di abbandono e nel dono dello Spirito (vv. 37.46.50). Al suo posto c’è il pronome; ma non come soggetto, bensì come oggetto. Per ben quattordici volte in questa scena si ripete: “lo, gli, di lui”. Il pro-nome sta al posto di ogni nome: l’“Ecce homo” ha il nome di tutti gli uomini, diventato puro oggetto della loro violenza di morte. Dopo la sua “sostituzione” con Barabba, il Figlio ha il nome dei suoi fratelli, tutti senza nome, perché figli e fratelli di nessuno.

Attori della scena sono i soldati. Per mestiere esercitano – “legalmente”! – la violenza, che è nel cuore di ciascuno di noi; ora, rappresentano, in un “mimo” essenziale ed efficace, l’origine e le conseguenze del potere di dare la morte.

Gesù è veramente re. Ma molto diverso dagli altri, che sono una caricatura capovolta e terribile di Dio. Regnano infatti con la prepotenza, dando la morte; mentre lui regna portandola su di sé, dando la vita. Il re, che viene per il suo giudizio, è il più piccolo tra i nostri fratelli (cf. 25,31-46).

Una tradizione ebraica racconta che il mondo è retto da colonne che poggiano sul cuore di giusti, dove si raccoglie il sangue e il pianto della terra. Se vengono meno questi giusti, il mondo crolla, affogato nel male che tutti facciamo e nessuno porta. Gesù è “l’ultimo dei giusti”, il non-uomo, l’uomo universale sul quale si riversa ogni disumanità. In lui si raccoglie il male del mondo: è il Servo di Dio e degli uomini, il collettore di ogni impurità, che su di lui ricade.

La contemplazione di questa scena ci fa conoscere chi è Dio e chi è l’uomo a sua immagine – chi è lui e chi siamo noi. Noi, con la nostra violenza, siamo diventati immagine negativa di Dio. Gesù, l’uomo negativo, ci ridà l’immagine positiva di noi e di lui. Contemplando il Figlio dell’uomo beffeggiato, la menzogna, che si prende burla dell’uomo, fa cadere la sua maschera.

Gesù è l’uomo negativo e universale: è l’Agnello di Dio che porta su di sé il male che ogni uomo fa (cf. Gv 1,29). Proprio per questo è re, l’uomo vero che ci salva, restituendoci il volto di Dio.

La Chiesa riconosce in lui il suo Signore e Messia, immagine visibile del Dio invisibile (cf. Col 1,15). Per questo vive con criteri opposti a quelli del mondo. Capisce come è importante “aborrire del tutto, e non in parte, quanto il mondo ama e abbraccia, ed accettare e desiderare quanto nostro Signore ha amato e abbracciato. Come gli uomini mondani, che seguono il mondo, amano e cercano con ogni diligenza onori, fama, alto riconoscimento del proprio valore sulla terra, conformemente agli insegnamenti del mondo, così quelli che camminano nella via dello Spirito e seguono concretamente Cristo nostro Signore, amano e desiderano intensamente il contrario, cioè vestirsi della stessa veste del loro Signore, per l’amore e la riverenza che gli sono dovuti. Cosicché, qualora non vi fosse offesa alcuna nei riguardi di sua divina maestà, se ciò non fosse imputato al prossimo come peccato, desiderano subire ingiurie, false testimonianze, affronti, ed essere ritenuti e stimati pazzi (senza, però, darne alcuna occasione), spinti dal desiderio di rassomigliare e di imitare in qualche misura il nostro Creatore e Signore Gesù Cristo…” (S. Ignazio di Loyola).

Davanti all’“Ecce homo”, o cambiamo i nostri criteri o continuiamo il nostro tragico gioco che ci riduce alla fine tutti come lui! Ma in forza della violenza, non dell’amore. È la fine dell’uomo!

111. VERAMENTE FIGLIO DI DIO ERA COSTUI
27, 32-56

Veramente Figlio di Dio era costui!”, esclama ai piedi della croce il centurione con i suoi compagni. È il grande mistero della rivelazione di Dio e della salvezza dell’uomo.

La scena è chiamata da Luca “theoria” (Lc 23,48): sulla croce Dio entra in scena, per la prima volta si fa vedere al mondo. “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, conoscerete Io-Sono”, YHWH (Gv 8,28). Dio è conosciuto nel Figlio dell’uomo elevato sul patibolo del nostro male!

L’umanità di Gesù, il Figlio che dona il suo corpo e il suo Spirito ai fratelli, è la manifestazione di Dio -“la carne” che lo rivela a salvezza di ogni carne. Solo qui conosciamo chi è lui: dal più grande al più piccolo, vediamo che lui amore per noi (cf. Ger 31,34).

Squarciato dalla nostra violenza, cade il velo che nasconde Dio; e cessa finalmente l’ignoranza che ci fece fuggire da lui. La croce, distanza infinita tra la sua realtà e le nostre immaginazioni su di lui, annulla l’immagine diabolica di Dio: ritroviamo finalmente, nel Figlio crocifisso, il volto del Padre, e il nostro di figli. Nel Crocifisso abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, sono contenuti tutti i tesori della sua sapienza (Col 2,9.3). Paolo afferma di non conoscere altro se non Gesù Cristo, e questi crocifisso (1Cor 2,2). La croce è la sapienza di Dio che vince e convince di stoltezza la sapienza dei sapienti, è la potenza che riduce al nulla ogni potere di morte (cf. 1Cor 1,18-31). In essa vediamo ciò che occhio umano mai non vide (1Cor 2,6-9): la passione di Dio per il mondo.

Sulla croce il male raggiunge la sua massima espressione: uccide l’autore della vita. E Dio, sommo bene, si esprime totalmente: dà se stesso a noi che lo crocifiggiamo. Questo è il suo giudizio, che rivela lui e salva noi! La caduta dell’uomo tocca il fondo senza fondo dell’abisso di Dio, il quale in esso rivela la sua gloria.

Il racconto inizia con il Cireneo: costretto a portare la croce, rappresenta coloro nei quali ancora contempliamo il Crocifisso, che è sempre con noi a nostra salvezza (v. 32). Segue la crocifissione e l’affissione del titolo di condanna (vv. 33-38). Attorno alla croce si svolgono le varie interpretazioni, che vanno dalla bestemmia alla derisione e all’insulto (vv. 39-44). La morte di Gesù è presentata come le tenebre d’Egitto e il caos originario, principio rispettivamente dell’esodo e della creazione. Nel buio meridiano si elevano due forti gridi dal Figlio: nel primo si rivolge al Padre e nel secondo emette il suo Spirito (vv. 45-50). È lo Spirito di Dio, datore di vita, che ricrea il mondo nuovo, non più sottoposto alla morte (vv. 51-53). Il centurione, e quanti sono con lui, fanno la prima professione di fede: riconoscono in colui che hanno crocifisso il Signore (v. 54). La scena, che si apre con il Cireneo, si chiude con le donne ai piedi della croce. Queste rappresentano l’umanità nuova, che contempla il suo Signore crocifisso, lo segue e lo serve: sono il profumo di Cristo (cf. 2Cor 2,14s), che comincia a effondersi per il mondo (vv. 55-56).

Gesù è il Figlio di Dio, perfetto come il Padre perché dà la vita per i fratelli: fa piovere il suo Spirito su tutti, cominciando dai suoi crocifissori. In lui finisce la violenza dell’uomo, e vediamo Dio, il suo e il nostro vero volto. La croce, apice della storia di Dio e dell’uomo, è il luogo dove i due si incontrano e formano un’unica carne.

La Chiesa si identifica innanzitutto con il centurione e i soldati che l’hanno crocifisso, eredi della veste del Figlio. Solo questi, che lo vedono come oggetto della propria violenza, conoscono Dio: è colui che risponde alla provocazione con il dono del suo Spirito.

112. LO POSE NEL SUO SEPOLCRO NUOVO
27, 57-66

Lo pose nel suo sepolcro nuovo”. Così si conclude la vicenda di Gesù. Ora anche lui è ciò che tutti noi siamo. ’Adam è di adma’ (= terra: cf. Gen 2,7), l’“uomo” (homo) è humus: dalla terra viene e ad essa fa ritorno.

Il primo pezzo di terra promessa, che ottenne il padre Abramo, fu il sepolcro di Sara, madre del popolo di Dio (Gen 23,1ss). Il sepolcro di Gesù realizza la promessa per tutti i popoli. L’umiltà del Signore lo rende humus: il Dio-con-noi è il Dio-come-noi! Il suo vivere e il suo morire fu unico; il suo essere morto lo fa uguale a tutti. Ora l’incarnazione giunge al suo compimento: da un solo uomo, passa ad ogni uomo.

Termina il venerdì e comincia il sabato: finalmente il Signore, steso nel sepolcro, si riposa dalla fatica. Tutta la Bibbia racconta la passione di Dio per l’uomo. Lo cerca fin dal primo giorno, quando gli chiese: “Dove sei?” (Gen 3,9). Adamo si è nascosto da lui, sua vita, ed è entrato nella morte. Ora è finita la sua ricerca: lo trova nella tomba. Oltre non può fuggire! Lì raggiunge ogni sua lontananza.

La sepoltura di Gesù è il mistero più grande del Figlio. Non fa più niente. È morto, fratello di ogni uomo, anche lui sconfitto dalla vita. È quel nulla di sé che ognuno paventa, e che ognuno diventa!

Se così non fosse, non saremmo salvi. Perché sappiamo che, buoni e cattivi, poveri e ricchi, sapienti e stolti, tutti finiamo nella tomba. E lui è lì, come tutti i mortali, che si distinguono solo per il fatto che alcuni sono “già”, e altri “non ancora” morti.

Cosa fa Gesù sottoterra? Perché la luce scende nelle tenebre? Perché il Verbo creatore entra nel caos? La discesa di Gesù all’inferno è un articolo di fede apostolica: il mistero più oscuro e più grande del Dio-con-noi. L’apostolo Pietro dice che andò negli inferi ad annunciare la salvezza a quegli spiriti, prigionieri della morte, che si erano induriti nell’empietà e non avevano voluto credere alla magnanimità di Dio (cf. 1Pt 3,19s). Ora lo vedono. Lì Giuda, che l’ha appena preceduto, stupito lo guarda; e si sente dire: “Amico, sono qui per te! E per tutti gli altri, che sono fratelli tuoi e miei!”.

Mi baci con i baci della sua bocca”, esordisce la sposa parlando dello sposo (Ct 1,2). Il sepolcro di Gesù è il bacio di Dio sulla bocca dell’umanità: si unisce ad essa in un amore più forte della morte, che nessuna acqua può spegnere (cf. Ct 8,6s). Attraverso la tomba, cavità da cui ognuno viene e verso cui va, la potenza del Dio creatore entra nella terra, e la ingravida di vita.

Il brano ci presenta l’ultima opera dell’uomo nei confronti del Figlio dell’uomo: semina il suo corpo nel grembo della terra (vv. 57-60). Due donne stanno a osservarlo, chiuso e sigillato (v. 61). Il giorno dopo lo troveranno dischiuso: avrà finalmente dato il frutto benedetto del suo seno.

Il presagio della risurrezione è nel cuore e sulla bocca di chi l’ha ucciso: si ricordano della sua parola, e vogliono garantirsi che non sia vera. La risurrezione è il supremo inganno, per chi ha investito tutto nella morte (vv. 62-66).

Gesù, il Dio-con-noi, è nel sepolcro: morto, solidale con tutti i mortali.

La Chiesa è raffigurata dalle donne davanti al sepolcro. Il battesimo è un con-morire con il Signore crocifisso (cf. v. 55s): ora è anche un essere con-sepolti con lui. Solo così si scopre che là, dove si teme il nulla, c’è il Signore della vita. La buona notizia penetra nelle profondità dell’uomo.

113. È RISORTO DAI MORTI, RALLEGRATEVI
28, 1-15

È risorto dai morti!”, dice l’angelo alle donne. “Rallegratevi!”, dice il Risorto, venendo loro incontro. L’annuncio del Crocifisso risorto è il centro della fede cristiana. Il Gesù che abbiamo visto crocifisso e deposto nel sepolcro, ha vinto la morte, e ci comunica la sua gioia.

Questo brano racconta l’esperienza del mattino di pasqua: le due donne che l’hanno contemplato in croce e dietro la pietra, ne ascoltano l’annuncio e lo vedono.

Sia l’angelo che il Risorto dicono le stesse parole. Il Crocifisso risorto è infatti la Parola, sola e definitiva, di Dio! Questa è destinata non solo alle donne e ai discepoli, ma a tutti (cf. vv. 16-20). Le donne, come i discepoli e chiunque altro, incontreranno il Signore solo nella Parola, e lo riconosceranno mentre la eseguono. Non c’è altra esperienza del Risorto.

Matteo non ha bisogno di spiegare cos’è la risurrezione (cf. 22,23-33). Si rivolge al popolo al quale Dio ha detto: “Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito, e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” (Ez 37,13s).

La risurrezione del Messia, il primogenito, è l’anticipo di quella degli altri fratelli. Ascoltando e facendo la sua parola, anche loro diventeranno figli. La risurrezione, alla quale tutto il creato partecipa (Rm 8,19ss), è frutto dell’“ascolto”, che ci rende eredi di Dio. Il Figlio è venuto per dirci e darci quanto il Padre vuol donare ad ogni figlio.

Il brano ci parla delle donne che vanno al sepolcro. La terra si scuote, come una partoriente, e, invece di una pietra che sigilla l’ombra della morte, sfolgora una potenza celeste, che invita a entrare nella tomba, dicendo: “Non è qui” il Gesù crocifisso. La Parola, che le incoraggia ad entrare, espelle anche loro dalla tomba, per annunciare ai discepoli che lo vedranno in Galilea (vv. 1-7). Mentre obbediscono a ciò che hanno udito, lo incontrano con gioia, lo abbracciano e adorano. Ma il Signore, finalmente riconosciuto, le invia ancora una volta verso i fratelli (vv. 8-10). È proprio andando verso gli altri che si incontra l’Altro: amando loro, viviamo del suo Spirito e siamo nel Padre (cf. vv. 16-20).

Tutto il vangelo tende alla “missione” verso i fratelli (vv. 7.10.19). In essa realizziamo la nostra “vocazione” di figli, e siamo con colui che è sempre con noi, per portare il mondo al suo compimento (v. 20). Lui infatti, l’ultimo degli uomini, attende che gli diventiamo fratelli, per donarci il nostro essere figli!

Le guardie, che hanno posto il sigillo sulla pietra e l’hanno vista rotolare via, vengono corrotte con il denaro (vv. 11-15). Invece di fare come le due Marie e la donna di Betania, che annunciano il Risorto, fanno come Giuda e gli altri: diventano vittime e diffusori della menzogna di morte.

Gesù è risorto dai morti. Possiamo vederne la tomba: è vuota. Lui non è lì, ma nei fratelli. E in noi, quando andiamo verso di loro.

La Chiesa nasce dall’annuncio del Crocifisso risorto, e vive nella gioia dell’incontro con lui. Questo avviene andando verso i “discepoli” (v. 7), i “fratelli” (v. 10) e tutti gli uomini (cf. v. 19s). Chiunque si fa fratello, incontra il Figlio: ritrova, nel proprio, il suo stesso volto.

114. ANDATE DUNQUE
E FATE DISCEPOLI TUTTI I POPOLI
28, 16-20

Andate dunque, e fate discepoli tutti i popoli”, dice Gesù agli Undici. Terminata la sua missione, quelli che l’hanno accolto cominciano il loro cammino. È il suo stesso di Figlio, che testimonia l’amore del Padre ai fratelli che ancora non lo conoscono. Ciò che il Nazoreo ha offerto a Israele, i “nazorei” lo offrono a tutti i popoli. Chi, in lui, ha scoperto il proprio nome di figlio, lo realizza, come lui, andando verso i fratelli, fino a che il nome del Padre dei cieli sia santificato su tutta la terra.

Il brano è una postfazione, che offre una visione sintetica di tutto il libro di Matteo. Come il finale di una sinfonia, riprende e fonde in un’unica armonia i temi sviluppati nel suo vangelo.

Il testo, come sempre, è rivolto ai lettori, perché facciano anche loro l’esperienza dei primi discepoli. Devono recarsi in Galilea, “sul monte” indicato loro da Gesù (v. 16). Lì lo vedono e lo adorano (v. 17a). Fa parte dell’incontro pure il dubbio (v. 17b), di cui la fede rappresenta il superamento.

Chi si reca sul monte, conosce “il Figlio” e gli è conferito il suo stesso potere (v. 18). È quello di farsi fratello di tutti (v. 19a), perché ogni uomo sia immerso nell’unico amore del Padre e del Figlio (v. 19b), che abilita a “fare” quanto Gesù ha ordinato (v. 20a). In questo modo lui è il Dio-con-noi, per condurre il mondo al suo compimento (v. 20b).

Gesù, il Crocifisso risorto, non ha esaurito il suo compito, né si assenta dal mondo: è presente come l’Emmanuele, il Dio-con-noi, perché in ciascuno si compia ciò che in lui è già compiuto.

La Chiesa ha la stessa “vocazione” del Figlio, che si realizza nella “missione” verso i fratelli. Porta avanti nella storia ciò che Gesù ha detto e fatto, fino a che in ogni uomo riluca la gloria di Dio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 26/08/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

  • 342.504 visite
Follow COMBONIANUM – Spiritualità e Missione on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 750 follower

San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
combonianum@gmail.com

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: