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Lectio sulla Prima Lettera ai Tessalonicesi – Bassetti (2)


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XXI-XXII Settimana del Tempo Ordinario (anno dispari)

La Prima Lettera ai Tessalonicesi:
una giovane Chiesa generata dalla Parola
– SCHEDE DI LETTURA –
Luca Bassetti

I. La struttura teologale ed eucaristica
dell’esistenza cristiana (1Ts 1,1-10)

Per la lettura

1,1: Contiene il prescritto con il saluto recante la menzione dei mittenti e dei destinatari. Il mittente non agisce in solitudine, ma in comunione con altri, testimoni insieme con lui (Silvano e Timoteo). Il destinatario è una comunità indicata per la prima volta come ekklesia (da ek-kalein = chiamare da, convocare per mezzo della parola), termine usato nella Bibbia dei LXX per tradurre qahal (dall’ebr. qol = voce che chiama). la comunità non è chiamata semplicemente dalla voce apostolica, ma da Dio Padre nel Signore Gesù, per essere riempita del dono della sua pace (lo shalom biblico che comprende ogni bene).

1,2: Si apre il rendimento di grazie dell’apostolo (eucharistia, vero e proprio solenne motivo liturgico), per l’opera compiuta da Dio a Tessalonica, oltre ogni sua aspettativa, accompagnato dalla preghiera comunitaria di intercessione (proseuchomenoi) incessante (adialeiptos) per il suo prosieguo di tale opera salvifica.

1,3-5: Preghiera e gratitudine sgorgano dalla memoria (mnemoneuontes) del soggiorno a Tessalonica e del ministero in essa svolto, nella stupita costatazione del dinamismo teologale così vivo nel cuore dei Tessalonicesi. La fede (pistis) è qualificata come opera (ergon), la carità (agape) come fatica (kopos), la speranza (elpis) come pazienza (ypomoné). Tali operazioni della grazia sono agli occhi di Paolo l’attestazione più significativa ed eloquente della elezione di Dio verso i Tessalonicesi e della efficacia della predicazione del Vangelo in mezzo a loro, non solo in parole (logo), ma nella potenza (dynamei) dello Spirito Santo.

1,6-8: Il riscontro dell’accoglienza autentica della parola da parte dei Tessalonicesi è duplice: da un lato essi sono divenuti imitatori (mimetai) dell’Apostolo e dei suoi con-testimoni; dall’altro hanno addirittura suscitato l’imitazione di altri, divenendo modello (typos) per tutta la Macedonia. Accogliendo la parola della predicazione di Paolo, la comunità di Tessalonica ha consentito alla parola del Signore (logos tou kyriou) di continuare a risuonare non solo in Macedonia ed Acaia, ma in ogni luogo (en pantì topo).

1,9-10: Motivo di stupore per le altre Chiese ed oggetto della loro testimonianza è la pronta conversione dei Tessalonicesi dagli idoli per servire al Dio vivo e vero e l’attesa del suo Figlio, risorto dai morti.

Per la meditazione

Il primo capitolo della lettera coglie in modo denso e sintetico l’essenziale dell’esistenza cristiana. Essa nasce grazie all’accoglienza della parola viva della predicazione e si sviluppa nella dinamica interiore delle cosiddette virtù teologali, che la mantengono in feconda tensione tra la memoria dell’atto salvifico di Dio in Cristo, già sperimentato mediante la fede, e l’attesa del suo compiuto possesso nel ritorno del Signore, incessantemente rigenerata dalla speranza. Da tale tensione tra memoria e desiderio sgorga la dedizione operosa del presente, nei frutti della carità.

1. Fede, carità e speranza

Costituiscono la triplice struttura non solo della vita interiore di ciascun cristiano, ma anche della manifestazione esterna di un vissuto comunitario autentico. Tale triplice disposizione dinamica è dono dall’alto, risposta all’amore di Dio riversato gratuitamente ed unilateralmente nei nostri cuori (Rm 5,5).

La tradizione ha denominato gli elementi della triade con la significativa espressione di virtù teologali: si tratta infatti di disposizioni permanenti del vissuto cristiano (è il senso del termine virtus, che designa un habitus o disposizione abituale del soggetto, in tal caso non acquisita, come altre capacità, attraverso un ripetuto esercizio, ma donata direttamente da Dio nell’atto del venire alla fede).

Fonte originaria di tutto è il dono dello Spirito, l’amore di Dio offerto all’uomo gratuitamente, nell’occasione dell’accoglienza della parola della predicazione e della testimonianza, con la quale si entra in contatto con la persona del Crocifisso-Risorto, nell’atto di offrirci il suo Spirito di amore. Il moto accogliente fiducioso ed abbandonato della fede è l’unica adeguata risposta ad un amore tanace, ma 8 nascosto nella scandalosa e folle debolezza della croce, che ci ama prima di ogni nostro pensiero e al di là di ogni nostro desiderio, senza chiedere il nostro permesso. La fede è la risposta originaria all’inevidenza dell’amore donato, perché solo l’amore è credibile. Paolo parla di opera della fede perché l’atto di fiducia che accoglie l’amore non è una disposizione semplicemente passiva del soggetto, ma una reale trasformazione in lui prodotta dal Signore, che lo coinvolge attivamente nella relazione con Lui. L’esito di una fede viva e dinamica è la carità.

La fatica della carità è amore che risponde all’amore; è donarsi dell’uomo in risposta al dono ricevuto da Dio. Nella carità l’uomo impara a donare se stesso in forza di un genuino impulso oblativo nl quale dimentica se stesso per dirigersi verso gli altri. Paolo parla di fatica della carità per indicare la tenacia di un amore più forte di tutti gli ostacoli e le opposizioni esterne e di tutte le debolezze e miserie interiori che l’uomo sperimenta. Si tratta di quella carità che tutto copre, crede, spera e sopporta, secondo la mirabile pagina di 1Cor 13.

L’opera della fede e la fatica della carità che essa genera, sono sostenute dalla pazienza della speranza. Essa si manifesta come attesa di qualcosa che, proprio perché impossibile alle forze e risorse dell’uomo, dovrà sicuramente venire dall’alto. Paradossalmente è proprio la debolezza dell’uomo, che si consuma nell’amore e ne sperimenta fatica e contraddizioni, ad alimentare quella speranza che in ogni cosa pazienta certa del soccorso della mistericordia dall’alto. Nella dinamica delle virtù teologali l’amore, già accolto nella fede e corrisposto nella carità, è continuamente atteso a colmare il vuoto della nostra povertà. L’audacia della preghiera che attende con speranza è paradossalmente proporzionale proprio alla piccolezza ormai conosciuta come tale. L’opera delle virtù teologali si traduce nell’imitazione della forma evangelica incarnata nell’esempio apostolico e tende a diventare essa stessa modello da imitare.

2. Imitazione ed esemplarità

I Tessalonicesi sono divenuti imitatori di coloro dai quali hanno ricevuto il Vangelo. Il segno di una predicazione realmente accolta è un’esistenza trasformata in modo conforme al modello che le è stato proposto. Una predicazione che non scaturisse da una condotta esemplare, da un vissuto che incarna ciò che annuncia, non potrebbe dispiegare tutta la sua efficacia. Evidentemente la condotta dell’Apostolo e dei suoi collaboratori rappresentava al vivo il Cristo annunciato: la parola in essa manifestata ha compiuto la sua corsa quando i Tessanonicesi si sono ritrovati a vivere come lo stesso Paolo, anche in mezzo a quelle prove e persecuzioni che costituiscono il vero sigillo di autenticità di una conversione al Signore.

Gli imitatori dell’Apostolo divengono infine essi stessi modello per gli altri. La loro esistenza evangelica è già in se stessa annuncio efficace, anche senza bisogno di parole. Dal grado di apertura alla parola accolta si misura la capacità testimoniale di tutto un vissuto in cui, come diceva Charles De Foucauld, il Vangelo è gridato con la vita. Il segno di un’autentica adesione al Signore mediante l’accoglienza della parola è la gioia dello Spirito Santo pur in mezzo alle tribolazioni.

Per continuare la riflessione

  • Sulla fede, carità e speranza: 1Ts 5,8-10; 2Ts 1,3-4; Fm 4-7; Ef 3,14-19.
  • Sull’imitazione del modello apostolico: 1Cor 4,16; 11,1; 1Ts 2,14; Eb 6,12.

II. Vangelo, apostolato ed accompagnamento spirituale
(1Ts 2,1-16)

Per la lettura

Terminato il primo esordio della lettera (1,2-10), il secondo capitolo si apre con la prima narrazione (2,1-12) alla quale segue un secondo esordio (2,13-16).

La parte narrativa si dispiega in due momenti: dapprima Paolo richiama le fatiche e le lotte che ha dovuto affrontare tra Filippi e Tessalonica, esprimendo in termini per lo più negativi la modalità del suo atteggiamento irreprensibile, mai mosso da interessi personali, né dalla ricerca di gloria umana, ma solo dal desiderio di piacere a Dio, che prova i cuori (2,1-6); in seconda battuta egli ricorda invece in positivo la sua dedizione ai tessalonicesi, paragonabile alla premura di una madre e di un padre (2,7-12).

Nel secondo esordio l’Apostolo riprende ancora il motivo della gratitudine, per coloro che hanno prontamente accolto il Vangelo, rendendolo, grazie alla loro fede, realmente efficace nella rigenerazione della loro vita, divenuta capace di imitazione del modello apostolico. Il pensiero di Paolo non registra in questo secondo capitolo un sostanziale progresso rispetto all’evento della elezione (ekloghé) dei tessalonicesi descritto nel primo capitolo, di cui egli sta continuando a parlare, pur con accenti nuovi.

2,1-6. L’apostolo continua a ricordare il suo arrivo (eisodos) a Tessalonica, con le opposizioni e sofferenze che ha dovuto incontrare, dopo quelle subite a Filippi. Il tratto fondamentale del suo apostolato è stato quello della parrhesia, della coraggiosa franchezza nel servizio al Vangelo, frutto di quella piena libertà possibile a chi non è assoggettato ad interessi personali o mosso da cupidigia, né legato a volontà di piacere agli uomini, ma solo a Dio.

2,7-12. Paolo comincia a parlare in termini positivi non solo del suo operato, ma più ancora del suo atteggiamento, delle sue disposizioni amorevoli verso i tessalonicesi. I tratti sono quelli di una tenerezza premurosa che lo ha portato a farsi piccolo, a diventare come bambino (nepios) per essere al tempo stesso madre amorevole che nutre e si prende cura delle sue creature (vv. 7-8) e padre autorevole, capace di esortazione paziente e promovente (vv 9-12). Come madre Paolo ha offerto il nutrimento del Vangelo di Dio, nel quale egli ha sentito di dover dare anche la sua stessa vita, talmente il vangelo era tutt’uno con la sua vita testimoniante (vv. 7-8). In qualità di padre egli ha invece favorito mediante l’esortazione e l’incoraggiamento un cammino di crescita difficile ed ostacolato per conseguire la chiamata di Dio al suo regno e alla sua gloria.

2,13-16. La memoria si apre ad un nuovo slancio di gratitudine orante, che coglie il nucleo essenziale della narrazione precedente: i tessalonicesi hanno accolto la parola di Dio consentendole di dispiegare tutta la sua potenza rigeneratrice mediante la loro fede. Essi hanno infatti accreditato la povera predicazione apostolica non quale parola di uomini, ma nella sua identità di parola divina, capace di operare nel credente. Solo il credito di un libero e gratuito atto di fede mette la parola in condizione di operare secondo la sua intrinseca energia divina. Frutto sommo di tale operazione è la capacità di imitare le chiese perseguitate della Giudea, di essere cioè partecipi delle sofferenze di Cristo quali veri discepoli del suo Vangelo. La sofferenza subita a motivo della fede è atto di giudizio sui persecutori, nel quale si affretta il tempo escatologico.

Per la meditazione

a) La parrhesia apostolica

Nella prima parte della narrazione torna il vocabolario della parrhesia, del coraggio apostolico di confessare la fede e proclamare la parola in un contesto avverso. Il termine esprime in effetti un tema centrale della teologia paolina, indicante non tanto una qualità di azioni compiute, ma più decisivamente un modo di essere di chi le compie. Si tratta di quella franchezza trasparente, senza infingimenti né paure che manifesta una vera libertà interiore. Nella polis greca la parrhesia indicava il diritto alla libertà di dire pubblicamente la propria opinione senza timore di censure e costituiva il tratto fondamentale di un’autentica convivenza democratica.

Nel contesto tessalonicese essa si caratterizza ad un triplice livello:

1) È un «condursi francamente nel nostro Dio» (parrhesiazesthai en to theò emon), una libertà che Dio concede e preserva, una libertà che è, anzi, Dio stesso;

2) è una libertà dell’uomo dagli uomini, nei confronti degli uomini e per gli uomini (2Cor 3,12; Fm 8);

3) è, infine, una libertà dell’uomo da se stesso, dal suo io con tutti i suoi condizionamenti, per effetto del lavorio interiore della parola del vangelo continuamente accolta ancor prima che proclamata (Fil 1,20).

Le sofferenze e i maltrattamenti di Filippi non hanno privato l’Apostolo di tale libertà, non l’hanno risospinto nella sua chiusa ed angosciosa interiorità, ma lo hanno indotto ad una disponibilità ancora più grande ad affidarsi totalmente all’opera di Dio. La parrhesia dell’Apostolo nasce dunque dalla sua fede, ed anche dalla purezza della sua intenzione, senza infingimenti, calcoli o ipocrisie. Tutto ciò a motivo del fatto che Dio lo ha provato (dokimazein) attraverso quelle fatiche e opposizioni che Gesù stesso ha incontrato in risposta alla sua predicazione, per operare con sempre maggiore libertà ed efficacia in chi ha ormai smesso di confidare in se stesso. Il Vangelo di Paolo non è modellato sull’uomo (Gal 1,11-12) e non cerca di piacere agli uomini (1Ts 2,4).

Questo è il nocciolo di una parrhesia che ne consente tutta l’efficacia.

b) L’accompagnamento paterno e materno

Nella seconda parte della narrazione Paolo indica in termini positivi la sua relazione con la comunità di Tessalonica. Egli non ha fatto leva sulla sua autorità di Apostolo, ma ha cercato di rapportarsi ai destinatari della sua predicazione con cordialità e mitezza: il termine nepios utilizzato in 2,7 indica addirittura una disposizione da bambini, un atteggiamento gioiosamente disponibile ed affidato, senza potere.

Dal racconto di Paolo emerge il dato del tutto paradossale per cui non si può assumere un ruolo materno e paterno nella comunità senza essere intimamente ricondotti ad una disposizione evangelicamente infantile. La funzione materna dell’Apostolo è indicata con il termine trofós, che significa «nutrice», o mamma nell’atto di offrire il proprio nutrimento agli infanti ancora totalmente dipendenti da lei. La funzione paterna viene espressa con il vocabolario del sostegno e dell’incoraggiamento a non venir meno nel difficile cammino di crescita.

È qui indicata la duplice funzione della predicazione e del ministero che, mentre offre gratuitamente il cibo della parola e l’alimento della grazia, spinge al tempo stesso ad una risposta di coraggiosa responsabilità e di fiduciosa testimonianza, anzitutto come perseveranza di chi non viene meno nelle difficoltà, mediante le quali si opera provvidenzialmente la crescita. La paternità e maternità spirituali sono dunque funzioni di custodia ed accompagnamento in relazione al percorso interiore della parola accolta dai credenti. Colui che predica la parola testimoniando la propria fede è progressivamente indotto ad offrire anche la propria vita insieme al Vangelo, dal momento che il Vangelo ha ormai coinvolto e trasformato la sua vita. Donare la vita per le persone generate dalla parola che si annuncia implica già di per sé la duplice complementare dimensione della maternità e paternità.

Per continuare la riflessione

  • Sulla parrhesia: Mc 8,32; Gv 16,25; 18,20; At 2,29; 4,13.29.31; 9,27s; 28,31; 2Cor 3,12;7,4; 1Ts 2,2.
  • Sull’accompagnamento paterno e materno: 1Cor 4,14-21; Fil 2,22; Eb 12,4-13.

III. La via della santificazione (1Ts 4,1-12)

Per la lettura

Con il cap.4 inizia la parte esortativa della prima lettera ai Tessalonicesi che, pur differenziandosi dalla prima sezione per tono e contenuto, dà seguito e specifica meglio le espressioni di stile parenetico già presenti precedentemente. Il verbo di 4,1 “vi scongiuriamo”, preceduto qui da “vi preghiamo”, era, infatti, anche in 2,12 e lo stesso Paolo aveva definito il suo annuncio una “supplica” in 2,3; lo stesso verbo supplicare torna in 4,10 come pregare in 5,12. Siamo dunque in ascolto degli ammonimenti e delle esortazioni che l’apostolo rivolge alla sua comunità fondandoli su quanto aveva annunciato nel discorso precedente. E’ questo il modo tipico di procedere di Paolo il quale, dopo aver annunciato il suo vangelo, ne trae le conclusioni sul piano esistenziale, come indica l’inizio del discorso di 4,1: “Per il resto, dunque o fratelli…”.

L’ammonimento dell’apostolo è tuttavia una forma di preghiera, come testimonia il verbo pregare che precede il “vi supplichiamo” come dire che colui che ha generato alla fede i Tessalonicesi e li ha condotti all’incontro con il Signore Gesù, li ammonisce e li esorta non in nome di un qualche potere terreno, ma “nel Signore Gesù” nel quale è unito ai suoi cristiani che sono per lui “fratelli”. Paolo quindi non rinuncia alla sua autorità spirituale di apostolo e guida della comunità, ma, attraverso le sue istruzioni è lo stesso Signore che parla ai Tessalonicesi indicando loro il cammino.

Che cosa l’apostolo domandi è detto subito: che progrediscano sempre di più nella vita cristiana, comportandosi in modo da “piacere a Dio”, come del resto avevano già imparato dalle sue parole. Nel Vangelo consegnato alla comunità di Tessalonica che l’aveva accolto “quale parola di Dio che opera in voi che credete” (2,13), già erano impliciti gli insegnamenti per la vita di fede: non si tratta quindi, di istruzioni che si aggiungono alla predicazione, ma di sviluppi pratici dei fondamenti della fede. Il contenuto del “piacere a Dio” sarà espresso in Rom.12,1-2: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. Si tratta quindi di fare della propria esistenza una eucaristia, offrendo come azione di grazie il corpo di carne: per questo occorre discernere ciò che è gradito a Dio e distaccarsi dalla logica del mondo. Questo pensiero, più elaborato nella lettera ai Romani, compare già in 1Tess.

Ma Paolo, pur riconoscendo che i cristiani di Tessalonica già vivono secondo le sue istruzioni che veicolano la volontà del Signore (cfr.v.2), vuole specificare quale ne sia il contenuto: la “santificazione” termine che indica la dinamica di un processo, un divenire piuttosto che uno stato. La volontà di Dio che in Rom.12 avrà al suo interno anche il bene e quanto è gradito a Lui e perfetto, qui è individuata nel percorso quotidiano ed incessante che il credente è chiamato a compiere per divenire santo ad immagine del suo Signore: “Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo” (Lev.19,2). La santità, dunque, appartiene a Dio, ma raggiunge i credenti per mezzo di Cristo che “è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor.1,30). Alla santità Dio chiama quanti credono in Lui donando lo Spirito Santo che li ammonisce dall’interno e accompagna i loro passi.

Che cosa, in concreto, devono fare i Tessalonicesi per santificarsi? Prima di tutto astenersi da uno dei vizi più caratteristici della vita pagana, dalla quale essi si sono separati: la porneia, il disordine sessuale che comprende al suo interno molti tipi di comportamenti errati su alcuni dei quali l’apostolo tornerà in altre lettere (cfr. 1Cor.5-6; 2Cor.12,21;Gal.5,19). Il termine skeuos (lett. vaso) del v.4 “che ciascuno di voi possa tenere il proprio vaso in santità e onore”, può significare metaforicamente il corpo (cfr. 2Cor.4,7) o la persona (cfr. Rom.9,22.23): in questo contesto, tuttavia, sembra più corretto tradurlo con “donna” (cfr. anche 1Pt.3,7) in quanto il possessivo “proprio” ed il verbo “mantenere” usati nella frase, lasciano intendere un’azione durativa che riguarda più la propria moglie che il corpo: in sintesi la santificazione del cristiano passa anche da un rapporto matrimoniale vissuto secondo la volontà di Dio, nel quale si onora la propria moglie. La passione sfrenata, il desiderio che pone al centro la soddisfazione del proprio piacere, appartiene a quanti non conoscono Dio, ai pagani che sostituiscono la creatura al creatore e finiscono per farne un idolo attribuendole onori ed adorazione dovuti soltanto a Dio (cfr. Rom.1,24ss.). I Tessalonicesi hanno ormai abbandonato gli dei “per servire il Dio vero e vivo” (1,9) e non devono ricadere in questi errori.

Oltre ad astenersi dalla porneia, il credente non deve cadere nell’avidità, ingannando e prevaricando il fratello negli affari. Così interpretano il v.6a alcuni esegeti, indicando in questo comportamento la truffa e l’imbroglio ai danni dell’altro: la pleonexia sarebbe l’altro vizio capitale dei pagani che si trova unito alla porneia anche in altri testi paolini (cfr. 1Cor.5,11; Ef.5,3; Col.3,5). Altri invece, traducono l’espressione greca “en to pragmati” con “in tale materia” legandola al discorso precedente ed alludendo all’adulterio: l’ambito della sessualità sarebbe dunque, un campo di possibili prevaricazioni nei confronti dell’altro. Da questi comportamenti tipici dell’universo pagano i Tessalonicesi devono guardarsi perché il Signore veglia sui suoi comandi come un giudice severo, come del resto Paolo stesso aveva già annunziato e testimoniato loro.

Dio, dunque, chiama alla santità che dona a quanti accolgono la sua chiamata e si convertono. Lo Spirito Santo ricevuto dai Tessalonicesi è il dono di Dio che li rende capaci di camminare nella via della santificazione: se essi si allontanano dai comandi del Signore per condurre una vita nella logica della carne, non solo vengono meno alla loro vocazione, ma disprezzano Dio stesso ed il suo Santo Spirito. E’ quello Spirito di cui il profeta Ezechiele aveva detto: “Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez.36,27), Spirito annunciato e promesso a conforto degli esuli di Israele che avrebbe rinnovato il loro cuore trasformandolo dalla durezza della pietra alla duttilità della carne. L’esistenza cristiana è dunque nello Spirito e per mezzo dello Spirito: opporre resistenza alla Parola è ostacolare il libero soffio dello Spirito nella vita personale e del mondo.

L’esortazione di Paolo procede e ricorda alla comunità l’amore fraterno, quello che si stabilisce tra fratelli e sorelle che condividono la stessa fede, che è l’anima di ogni relazione. Su questo tipo di amore i Tessalonicesi non hanno bisogno di istruzioni perché già lo vivono non solo a livello intraecclesiale, ma lo irradiano verso tutti i fratelli della Macedonia; soprattutto non c’è necessità di ricordarglielo perché Dio stesso li ammaestra dall’interno dei loro cuori.

Geremia aveva annunciato che “verranno giorni nei quali…porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore…Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri…perché tutti mi conosceranno dal più piccolo al più grande” (Ger.31,31-34). Ora è venuto quel tempo in cui lo Spirito è il maestro interiore che parla nel cuore dei credenti riversandovi l’amore di Dio: Paolo, tuttavia, esorta ugualmente i cristiani di Tessalonica a non accontentarsi di quanto già sperimentano, ma a crescere sempre di più nell’amore vicendevole, perché l’agape tende per sua stessa natura verso un di più e domanda un continuo progresso spirituale.

Le ultime esortazioni dell’apostolo riguardano tre atteggiamenti dei quali la comunità deve farsi un punto di onore: vivere una vita tranquilla, occuparsi delle proprie cose e lavorare con le proprie mani. La vita tranquilla è quello stile di esistenza cristiana che non va in cerca di sensazioni né vuole essere dovunque con un presenzialismo che non si addice al credente, ma al contrario sa riconoscere i tempi del silenzio e del nascondimento, senza cadere nell’affaccendarsi inutile che è soltanto un disperdere energie. Così facendo i Tessalonicesi dimenticavano di curarsi dei propri affari e si dedicavano inutilmente alla faccende altrui, con un attivismo che poco o nulla aveva a che fare con l’amore fraterno.

Vita tranquilla e cura delle proprie cose: a questi si aggiunge l’ultimo ammonimento a lavorare con le proprie mani, cioè a svolgere un’attività, non necessariamente soltanto manuale, che provveda alla propria sussistenza. I motivi che spingono Paolo a ricordare ai Tessalonicesi questi atteggiamenti sono due: il primo è che essi conducano una vita decorosa ed ordinata non solo per se stessi, ma anche per quelli che sono fuori della comunità che non devono scandalizzarsi per i comportamenti negativi dei cristiani, ma semmai esserne positivamente attirati; il secondo è che nessun credente debba dipendere dalla comunità, non svolgendo alcun lavoro. Paolo stesso aveva lavorato, facendo il suo mestiere di tessitore di tende, proprio lì a Tessalonica, per non essere di peso a nessuno (cfr.2,9): i tessalonicesi possono trovare in lui un esempio da seguire.

Per la meditazione

La vocazione alla santità costituisce l’anima della vita cristiana ed è quel dinamismo interiore che continuamente richiama al cuore e alla mente la presenza forte di Dio che parla ed attira a sé. Accade talora che la voce del Padre provochi lacerazioni e tribolazioni perché indica una via che è altra da quella che pensavamo di percorrere o che già avevamo iniziato; altre volte l’invito di Dio a seguirlo, suscita gioia e felicità perché la via ci appare luminosa e affascinante; altre ancora non sappiamo come muoverci o cosa fare o non fare e l’indecisione ci immobilizza in una specie di torpore spirituale dal quale è faticoso risvegliarsi. Ma Dio è capace di quell’insistenza dettata dall’amore, che va in cerca dell’amato come la sposa del Cantico: “Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore” (Ct.3,2).

Vivere la santificazione nell’esistenza feriale, è corrispondere a questa ricerca amorosa, lasciandosi trovare e rimanendo in Dio. Non è più la santità come separazione da ciò che è profano in senso materiale, come per l’antico popolo di Israele, ma il concedere spazi sempre più ampi allo Spirito perché possa muoversi liberamente disegnando le sue figure di danza. Condotti dallo Spirito ed affascinati dalla sua leggera bellezza, possiamo camminare e progredire nella santificazione, assumendo la realtà del mondo in cui viviamo, purificandola dalle scorie della carne ed offrendola a Dio come sacrificio nella quotidiana liturgia della vita.

Elisabetta Urbano

IV. Vigilanza e discernimento nell’attesa del Signore
(1Ts 5,1-28)

Per la lettura

Nell’ipotesi di suddivisione presentata nell’introduzione alla lettera il quinto capitolo contiene tre distinti passi:

  • 1) La terza istruzione sul giorno e l’ora della venuta del Signore (5,1-11);
  • 2) La seconda esortazione sugli atteggiamenti della vita comunitaria (5,12-22);
  • 3) la conclusione di tutta la lettera (5,23-28).

Il tutto si lega strettamente nell’orizzonte dell’escatologia imminente già dischiuso nella parte conclusiva del capitolo 4, dove si affronta la questione di coloro che sono già morti e della sorte di quanti alla venuta del Signore saranno trovati ancora vivi. L’attesa imminente della parusia è il contesto che lega tutta la sezione: essa richiede un atteggiamento di vigile attenzione, di sobria condotta e di virtuoso impegno da parte di ciascuno (5,1-11); esige inoltre un reciproco aiuto tra i membri della comunità nella carità sollecita, nella correzione fraterna e nella preghiera incessante, in vista di un pronto discernimento alla luce delle profezie (5,12-22); motiva infine l’invocazione al Signore in vista della santificazione, per un’attesa del Signore in modo irreprensibile(5,23-28).

5,1-11.

I chiarimenti sulla sorte dei defunti della comunità (4,13-18) richiamano immediatamente un secondo tema: quello del tempo e dell’ora della parusia. I Tessalonicesi di per sé non dovrebbero richiedere una tale istruzione, ben sapendo che il tempo escatologico è già iniziato, ma che il compimento finale rimane tuttavia sconosciuto, come l’avvento del ladro di notte, di sorpresa ed in modo del tutto imprevedibile, tale da esigere una vigilanza incessante. Il tema e le metafore stesse utilizzate da Paolo sono presenti nelle pagine evangeliche, in forza di una tradizione forse autenticamente gesuana, che Paolo già conosce, ben prima della stesura dei Vangeli. L’Apostolo sembra qui rafforzare il motivo della sorpresa già presente nei discorsi escatologici dei Sinottici, con il richiamo alla generalizzata percezione e proclamazione di pace e sicurezza, quale convinzione di un’epoca priva di turbamenti, proprio mentre la rovina sta per irrompere.

Nell’atmosfera di una presunta pace e di un’apparente sicurezza in un istante piomba la rovina sugli uomini presuntuosi, accecati dall’illusione del mondo. La metafora delle doglie inattese col suo retroterra veterotestamentario, esprime efficacemente l’irruzione di una sorpresa dolorosa. I cristiani tuttavia sanno; pur non conoscendo né il giorno né l’ora essi sono tuttavia figli della luce, nell’attenta e vigilante attesa di un evento forse temuto, ma anche al tempo stesso amato. Essi sono stati generati dalla luce dell’amore di Dio, che li ha sottratti all’ottusità orgogliosa del mondo, ed hanno il rivestimento della fede, della carità e della speranza, i costitutivi della loro nuova vita, in Cristo morto per noi perché noi possiamo vivere per lui, già richiamati all’inizio della lettera.

5,12-22.

Dall’istruzione sul tempo e il modo della venuta del Signore si passa all’esortazione finale della lettera, il cui tono si fa quasi orante. Paolo prega i tessalonicesi di rispettare quanti sono loro preposti nel Signore e si affaticano nell’attività apostolica (5,12-13). La stima rispettosa loro dovuta per l’opera che compiono da parte di Dio si concretizza e si esprime come amore (en agape in 5,13).

Segue l’invito alla correzione fraterna, all’incoraggiamento reciproco, al sostegno dei deboli ed alla pazienza verso tutti, con una disposizione al perdono, offrendo semmai il bene in cambio del male (5,14-15).

Una serie di imperativi in rapida successione chiude l’esortazione con svariate richieste: gioia durevole, preghiera incessante e ringraziamento costante sono l’espressione della diretta volontà di Dio verso i credenti (5,16-18).

Gli ultimi versetti riguardano invece la necessità di un costante discernimento di ciò che piace al Signore. L’invito a non spegnere il fuoco dello Spirito e a non disprezzare le profezie sembrano fare un tutt’uno. La custodia attenta costante delle parole profetiche nel desiderio di una loro pronta attuazione e l’alimentazione del fuoco dello Spirito si corrispondono circolarmente e si causano vicendevolmente. Con il richiamo alle profezie si può intendere al tempo stesso la custodia orante delle Scritture profetiche e l’attenzione alle espressioni carismatico-rivelative presenti nella stessa comunità. Il discernimento scaturisce dall’accostamento delle Scritture profetiche al vissuto esistenziale, per riconoscere in quale direzione soffia lo Spirito di Dio (5,19-20).

Su tale vaglio ogni cosa deve essere provata senza affrettate o unilaterali prese di posizione, frutto di aprioristiche ed ingiustificate precomprensioni che rischiano di imporre una prassi tradizionale chiusa in definitiva alla novità di Dio: solo da un discernimento autentico e disinteressato, personale e comunitario è possibile ritenere ciò che è effettivamente buono ed astenersi da tutto ciò che è male (5,21-22).

5,23-28.

Gli ultimi versetti della lettera sono l’espressione confidente e consolante che quanto è stato oggetto dell’esortazione sarà il Signore stesso a portarlo a compimento, santificando nell’integrità irreprensibile ogni dimensione della vita dell’uomo, perché possa presentarsi fiducioso al Signore nel momento della sua venuta (5,23- 24).

Solo la sua grazia può ottenere l’efficace preparazione finale all’incontro. La lettera si chiude con la formula quasi liturgica di saluto e con l’invito a far circolare lo scritto (5,25-28).

Per la meditazione

a) La vigilanza

Tutta l’apocalittica giudaica si interroga sul tempo della fine, reinterpretando l’insieme delle Scritture anche in termini di calcolo del momento decisivo della storia. Paolo, con tutta quella generazione immagina che questo non sia lontano, dal momento che la Pasqua di Cristo ha già inaugurato l’ultima fase della storia. Resta tuttavia l’incertezza che apre lo spazio della vigilanza. La generazione dei Vangeli ha ormai una prospettiva più ampia rispetto alla visione paolina, con l’idea che non sarà subito la fine, la quale ha già tuttavia nel presente i suoi segni premonitori, riconoscibili dai credenti. Solo i figli della luce sono comunque in grado di vigilare. Essi hanno vissuto l’esperienza del rischiararsi interiore delle loro coscienze; in quella luce originaria della loro conversione battesimale sono anche in grado di riconoscere il modo di venire di Dio a noi, nascosto non perché ingannevole, ma perché discreto e non invadente. Solo chi ha l’occhio esercitato alle cose piccole, la mente convertita all’apparente povertà della sapienza di Dio ed alla presunta debolezza della sua azione nella storia, è effettivamente in condizioni di non essere del tutto sorpreso alla sua venuta finale. È necessario per questo saper riconoscere i segni piccoli ed inevidenti della sua venuta storico-esistenziale. Si apre così la questione del discernimento.

b) Il discernimento

Soffocamento dello Spirito e disprezzo delle profezie sono aspetti del tutto legati di una stessa realtà. Si impedisce allo Spirito di operare efficacemente quando si rimane ancorati alla sicurezza del già conosciuto di una tradizione consolidata o di abitudini personali ed ecclesiali ormai radicate, nel timore del cambiamento operato dall’irruzione della novità. In tale situazione tutto tende ad irrigidirsi e ad immobilizzarsi nella struttura morta dell’idolo rassicurante. La parola profetica incarna l’azione diretta di Dio che tende a spezzare il circuito della falsa sicurezza, oggetto di confidenza di una generazione che non attende più il Signore nel suo ritorno escatologico, proprio perché infastidita o preoccupata già al presente della novità del suo agire. La sicurezza idolatrica del potere legato all’istituzione consolidata rifiuta istintivamente qualunque manifestazione profetica tendente ad infrangere tali meccanismi capaci di autoalimentarsi.

Il discernimento del credente è la capacità di non precipitare verso un giudizio nella semplice ricerca del più facile o più sicuro, ma di lasciare che il nuovo ci incontri senza timori per poter essere colto nella sua più piena oggettività, quale riverbero dell’azione dello Spirito che accende il pieno significato della profezia. Il discernimento esige dunque l’assenza di timore di chi non ha nulla da perdere davanti al nuovo, la docilità all’azione dello Spirito, la capacità di sopportare il giudizio di rimprovero della profezia, l’occhio esercitato a scorgere quei segni poveri dell’azione di Dio che costituiranno la manifestazione anche del ritorno finale del Cristo.

Per continuare la riflessione

  • Sulla vigilanza: 1Cor 16,13; Col 4,2; Mt 24,36-51//Mc 13,28-37//Lc12,35-48; Mt 26,36-46 e //; At 20,31; Ap 3,2-3.s
  • Sul discernimento: Mt 16,2-3//Lc 12,54-56; Fil 1,9-11; Rm 12,2; Ef 5,10; 1Cor 3,13 12,1-3; 1Gv 4,1-6.

http://www2.diocesilucca.it/documenti/sussidio_prima_Ts-Gal_2008-2009.pdf

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Questa voce è stata pubblicata il 26/08/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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