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1° settembre, ottanta anni fa lo scoppio della Seconda Guerra mondiale

Ricordando Inizio della 2ª GM
Tra Profezia e Diplomazia


1 settembre 1939

di Emma Fattorini

Il 1° settembre ricorrono gli ottanta anni dallo scoppio della Seconda Guerra mondiale. Pochi mesi prima di quel fatidico settembre del 1939, e precisamente il pomeriggio del giovedì 2 marzo 1939, veniva eletto papa il cardinale Eugenio Pacelli, con il nome di Pio XII. Dopo una vita nella diplomazia vaticana, prima come importante nunzio in Germania sotto il pontificato di Benedetto XV e poi come segretario di Stato di Pio XI.

Delle tre periodizzazioni del suo pontificato, quella della guerra, del dopo guerra e della ricostruzione, la più studiata e anche quella che maggiormente ha suscitato polemiche e discussioni è stata, per lungo tempo, la prima, quella caratterizzata dalle iniziative di pace e dalla persecuzione degli ebrei. Da tempo gli storici ritengono giusto allargare lo sguardo oltre questo primo periodo, per tematizzare il ruolo anche profetico e non solo diplomatico e di “leader mondiale” di papa Pacelli nel dopo guerra e nei processi di modernizzazione successivi.

Ora è giunto il momento di approfondire l’azione del Vaticano nella costruzione dell’ordine internazionale del dopo guerra e soprattutto nella costruzione della nuova Europa a cui la politica vaticana, e Pio XII in primis, ha dato un fondamentale contributo. È un campo storiografico e di ricerca che finalmente si può affrontare grazie alla prossima apertura, nella primavera del 2020, dell’Archivio Segreto vaticano relativo al pontificato di papa Pacelli, un evento davvero importante, atteso da tanto tempo. 

Gli studiosi non pensano di trovare chissà quale notizia che ribalti le ricerche più serie ormai sedimentate — ché anzi chi pensa a qualche scoop che alimenti le posizioni più polarizzate sarà sicuramente deluso — ma è importante perché potrà fornirci informazioni e approfondimenti soprattutto sul ruolo di leader mondiale svolto da Pio XII nel periodo relativo alla guerra e al secondo dopo guerra. 

È quindi bene, in previsione di questa prossima apertura, cominciare a mettere a fuoco alcuni problemi e domande che è utile porre all’Archivio. Del resto gli archivi non sono carte morte, documenti polverosi, ma riprendono vita se noi li interroghiamo nel modo giusto. Con passione ed equilibrio. Come è necessario in momenti così difficili per la chiesa e la storia degli uomini.

Per riprendere il filo della discussione storiografica è ancora utile partire dai giudizi sulla figura di papa Pacelli che si crearono all’origine, espressi da alcuni protagonisti del suo tempo. Così come ci suggeriva Francesco Traniello (nella miscellanea Pio XII, Editori Laterza, 1984) e di cui cito i due esempi più illuminanti: il primo è quello di Giovanni Battista Montini, sulla particolare inclinazione di Pacelli a una sorta di “politica internazionale”, in cui la diplomazia si sposava alla dottrina. In modo, concludeva il futuro Paolo VI che la sua azione non era volta a «questa o quest’altra preferenza politica, questa o quest’altra soluzione tecnica dei problemi internazionali (…) ma all’affermazione di quei principi, da cui l’ordine internazionale deve dipendere” (Montini, Pio XII e l’ordine internazionale, 1957).

All’opposto, come esempio che racchiude il senso delle molteplici critiche a papa Pacelli si colloca Ernesto Buonaiuti (Pio XII, 1946) sul solco del quale potremmo ascrivere le importanti e documentate ricerche di Giovanni Miccoli. Buonaiuti coglieva come gli aspetti meramente giuridico-formali della sua predisposizione alla diplomazia venivano a scapito della sua azione pastorale, priva di empatia. E finivano per perdere di efficacia sul suo stesso terreno, quello politico-diplomatico appunto. Una mentalità che avrebbe dimostrato la sua inadeguatezza rispetto alle tremende sfide che l’epoca del suo pontificato si trovò a dovere affrontare. I suoi giudizi perentori, definitivi, molto influenzeranno la tesi storiografica sulla questione lacerante dei “silenzi” e dei “dilemmi” di Pio XII sulla persecuzione degli ebrei. Tema che ormai ha raggiunto alcuni punti di approdo storiografico consolidati e che, nonostante certe polemiche accese del passato, ha trovato, a mio parere, ampie convergenze. Se escludiamo le assurde, deliranti, illazioni di chi ha definito Pacelli “il papa di Hitler”. 

Pio XII sceglie di essere un grande, potente e imparziale pacificatore, seguendo lo spirito delle iniziative di pace di Benedetto XV (da giovane nunzio in Germania aveva diffuso la sua Nota ai belligeranti del 1° agosto 1917) e si distacca invece dalla posizione più che ostile verso il fascismo dell’ultimo periodo del suo predecessore, Pio XI. 

E così muove le sue prime iniziative diplomatiche chiedendo, il 3 maggio, ai rispettivi nunzi di verificare la possibilità di una conferenza internazionale a cinque (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Polonia). Riapre il rapporto con il duce, che aveva già espresso la sua viva soddisfazione per l’elezione al soglio pontificio del cardinale Pacelli. Pio XII spera nel suo appoggio, perché questa conferenza a cinque non sorta i peraltro probabilissimi esiti fallimentari della precedente Conferenza di Monaco, finendo con l’aiutare ancora di più l’aggressività dell’Asse. 

La firma del Patto di acciaio, siglato da Ciano e von Ribbentrop, alla presenza di Hitler il 22 maggio, invece di scoraggiare la Santa Sede accresce la fiducia che un intervento dell’Italia possa mitigare le pretese tedesche su Danzica. Ma già in agosto Mussolini informava la Santa Sede dell’inevitabilità della guerra. 

Pio XII pronuncia le parole che saranno la cifra di tutto il suo pontificato: «Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare». La sua ostinazione è più profetica che diplomatica e queste parole resteranno l’epigrafe più efficace del desiderio di pace di tutto il Novecento. E del suo fallimento.

Nella sua prima enciclica Summi pontificatus (20 ottobre 1939) non si ferma a Benedetto XV ma sposa la denuncia di Pio XI circa la potenza illimitata dello Stato in quanto: «arreca altresì nocumento alle relazioni tra i popoli, perché rompe l’unità della società sopranazionale, toglie fondamento e valore al diritto delle genti, conduce alla violazione dei diritti altrui e rende difficile l’intesa e la convivenza pacifica». Questa affermazione come già riconobbe Pietro Pastorelli si riconnette alle due encicliche di Pio XI contro i totalitarismi «e le completa allargando l’esposizione al piano internazionale (…) con l’implicito riconoscimento del valore positivo dei regimi democratico-liberali (…) che sarà sviluppato nel discorso del 24 dicembre 1944 (…) in breve la Santa Sede mantenne una neutralità benevola verso le democrazie occidentali e una neutralità critica nei riguardi degli Stati totalitari». 

Nascono qui le premesse dottrinali che si espliciteranno alla fine della guerra quando si sentirà chiamato a una leadership mondiale, di fronte alle macerie fumanti delle città europee. Ed è su questo secondo periodo, quello del dopo guerra, ancora più che sulle sue iniziative di pace che si dovrà approfondire, come dicevamo, il ruolo del Papa nella nuova documentazione che sarà accessibile con la nuova apertura dell’Archivio segreto, caratteristiche di una sua funzione di supplenza di fronte al disorientamento dei leader di tutte le nazioni.

Fallite le trattative di pace, Pio XII deve affrontare l’ostilità di Mussolini, che non gradirà assolutamente le sue parole di solidarietà verso i sovrani di Belgio, Lussemburgo e Olanda per l’aggressione subita; e al quale il papa rispose che «in certe circostanze non può tacere». Un sostegno agli sforzi del papa viene da Roosevelt che nomina come ambasciatore straordinario, anche se senza titolo formale presso la Santa Sede, Myron C. Taylor.

Un interesse reciproco che si fonda sul fare fronte comune contro Hitler ma che, dopo l’Operazione Barbarossa, spingerà gli americani a chiedere alla Santa Sede di stemperare la sua intransigenza contro il bolscevismo, fino a riconoscere che esso è di gran lunga meno minaccioso del nazismo. Per il Vaticano diventava sempre più difficile mantenere la duplice neutralità seguita fino a quel momento.

Nella seconda missione di Taylor, nel settembre del 1941, il papa si esprime chiaramente contro «una pace di compromesso ad ogni costo» e rassicura gli alleati sul suo pieno sostegno. Nonostante le pressioni americane ad ammorbidire e rendere inoperante la condanna del comunismo contenuta nella Divini Redemptoris di Pio XI, una enciclica che però era uscita insieme all’altra che condanna il nazismo, la Mit Brennender Sorge.

Si aprono qui alcune delle tante domande relative al secondo dopo guerra che dobbiamo porre alle nuove fonti documentarie. La condanna teologica e politica al comunismo di papa Pacelli quanto, come e in che termini peserà nella guerra fredda e nell’ordine mondiale che ne seguirà?

Quale fu il ruolo, certo decisivo, dell’appoggio vaticano alla fondazione dell’Europa unita? Un appoggio offerto in nome di quelle radici cristiane che in Pio XII alludevano a una rifondazione della “cristianità perduta”, ma che prefiguravano anche l’appoggio a governi liberal-democratici, non del tutto sovrapponibili all’egemonia americana anche e proprio in virtù di queste radici.

L’Osservatore Romano, 30-31 agosto 2019
Ripreso da Il Sismografo 

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Questa voce è stata pubblicata il 01/09/2019 da in Attualità ecclesiale, Attualità sociale, ITALIANO con tag , , .

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