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XXIII Domenica del Tempo Ordinario (C) Commento

XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C
Luca 14, 25-33

Una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

(Letture: Sapienza 9, 13-18; Salmo 89; Filèmone 9b-10. 12-17; Luca 14, 25-33)


Pieter Bruegel il Vecchio, La grande torre di Babele, 1566, legno di quercia, 114x155 cm.

Calcoli necessari
Clarisse di Sant’Agata 

Oggi Gesù sembra voler assottigliare le fila delle “molte folle che andavano con lui” (Lc 14,25). Le parole che rivolge loro presentano con forza e durezza cosa comporti il seguire Lui.

Non chiunque può essere “suo discepolo”.

Ma solo chi si confronta con il suo volto rivolto verso Gerusalemme. È interessante infatti il particolare che annota Luca per introdurre le parole di Gesù del vangelo di oggi: “Egli voltatosi disse loro…”. Mentre si segue Gesù è necessario tenere vivo il confronto “faccia a faccia” con il suo volto perché la direzione che egli sta imprimendo al suo cammino è chiara: egli ha indurito il suo volto prendendo la ferma decisione di andare a Gerusalemme (cfr. Lc 9,51). Se questa è la forza della scelta del Maestro, il suo discepolo non potrà avere minore decisione, né altra direzione. Certo in questo modo molti della folla potranno ritirarsi. Ma la sequela è impresa sostenuta non tanto dalla forza del numero, o dalla buona volontà della nostra decisione, ma dalla radicalità dell’affidamento continuo a Colui che si segue.

Davanti alle esigenze che Gesù pone, sembra quasi di vedere un’altra scena biblica dove Dio chiama Gedeone ad affrontare il suo nemico non tanto appoggiandosi sulla propria forza, ma confidando in Dio che consegna nelle sue mani l’accampamento nemico. Per questo Dio non permette che Gedeone scenda in battaglia con un esercito troppo numeroso, ma lo riduce fino a trecento uomini. In questo modo sarà chiaro che l’esito della battaglia sarà dono di Dio che opera nella debolezza di Gedeone (cfr. Gdc 7,2-22).

Allo stesso modo nel vangelo di oggi Gesù pone condizioni tali a chi lo segue da far emergere la relazione con Lui come unica ragione, forza e meta dell’andare. Solo la scoperta di Lui come unico amore e come unico tesoro della vita fa di noi suoi discepoli (“Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. (…)chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”).

Quanta forza in quell’aggettivo possessivo (“non può essere mio discepolo”) per il quale ogni amore diventa relativo e ogni bene diventa irrisorio!

Nella seconda condizione che Gesù pone al suo discepolo, troviamo la chiave per comprendere perché Gesù chieda di essere l’unico amore e l’unico bene del discepolo: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”. “Portare la croce” e “andare dietro” a Lui imprime al nostro modo di amare e di possedere un tratto particolare: infatti Gesù non sta chiedendo di non amare il “padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e la propria vita” (anche se qui è addirittura usato il verbo “odiare”); e non sta neppure dicendo che il discepolo non deve possedere nulla.

Ma sta dicendo che è “suo” discepolo solo chi ama padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e la propria vita nell’orizzonte del morire a se stessi e solo chi vive il rapporto con ogni cosa nel medesimo orizzonte dell’avere “come se non possedesse” (cfr. 1Cor 7,30). Allora saremo suoi discepoli solo se Lui e la sua Pasqua (“portare la croce”) diventano la misura delle relazioni con la nostra famiglia, con la nostra vita e con tutte le cose.

La grandezza della chiamata ad essere suoi discepoli esige quindi una serietà nel calcolare se siamo in grado di perseverare per portare a termine l’impresa iniziata della sequela! Questo non significa che per iniziare ad essere suoi discepoli occorre avere la certezza matematica che ce la faremo a seguirlo fino alla fine (chi aspetta questa “garanzia” non parte mai!). Si tratta di un calcolo da fare per valutare se abbiamo “i mezzi” per “completare l’opera” e per “vincere” la battaglia della sequela!

Di quale calcolo si tratta?

Mi sembra che le due piccole parabole (che solo Luca narra a questo punto del discorso) facciano allusione all’unico mezzo che dobbiamo avere per finire il lavoro di costruzione e affrontare le grandi opposizioni che incontreremo lungo il cammino: la fede in Colui che ci ha chiamati a costruire e a combattere per edificare la nostra vita in pienezza!

La prima parabola parla della “costruzione di una torre”, un lavoro che inizia con il gettare le fondamenta ma che chiede “mezzi” precisi per essere “portato a termine”. In questo lavoro noi non siamo solo costruttori, ma in quanto “edificio di Dio” (1Cor 3,9-16) che cresce sul fondamento di Cristo Gesù, “veniamo edificati per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,22). Dio è il sapiente costruttore che vuole edificare la nostra umanità compiuta secondo il Suo disegno originario. E noi useremo i mezzi a nostra disposizione per lasciarci costruire fino alla fine? Cioè saremo tanto docili all’azione dello Spirito perché Lui possa portare a compimento l’opera delle sue mani (cfr. Sal 137,8)?

La seconda parabola parla non tanto di una guerra da vincere, ma della possibilità di affrontare in modo appropriato il nemico che ci viene incontro con forze ingenti. La vita del discepolo è sempre una lotta dove siamo minacciati da forze che si oppongono a noi. Solo l’affidamento a Colui che seguiamo ci farà scoprire che siamo fin d’ora “più che

vincitori” (cfr. Rm 8,37) in Lui. Rimanendo attaccati a Lui, sperimenteremo che è Lui a combattere, fronteggiare l’avversario e vincere in noi (cfr. 1Tm 4,10).

La vita del discepolo quindi è vita in stato permanente di affidamento a Gesù, tenendo sempre in mano gli attrezzi per costruire e la spada per combattere. Come facevano gli israeliti che ricostruivano le mura di Gerusalemme con la spada in mano per difenderle dal nemico che voleva abbatterle durante la notte (cfr. Ne 4,1-17 in particolare i vv. 10-12).

Se questa sarà la misura e la forza della nostra fede, nulla ci sarà impossibile!

Sorelle Povere di Santa Chiara
http://www.clarissesantagata.it

Si è discepoli di Gesù soltanto se si è capaci di amare
Ermes Ronchi

Gesù, sempre spiazzante nelle sue proposte, indica tre condizioni per seguirlo. Radicali. La prima: Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Gesù punta tutto sull’amore. Lo fa con parole che sembrano cozzare contro la bellezza e la forza dei nostri affetti, la prima felicità di questa vita. Ma il verbo centrale su cui poggia la frase è: se uno non mi “ama di più”. Allora non di una sottrazione si tratta, ma di una addizione. Gesù non sottrae amori, aggiunge un “di più”. Il discepolo è colui che sulla luce dei suoi amori stende una luce più grande. E il risultato non è una sottrazione ma un potenziamento: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto contano gli affetti della famiglia, ebbene io posso offrirti qualcosa di ancora più bello. Gesù è la garanzia che i tuoi amori saranno più vivi e più luminosi, perché Lui possiede la chiave dell’arte di amare.
La seconda condizione: Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me. Non banalizziamo la croce, non immiseriamola a semplice immagine delle inevitabili difficoltà di ogni giorno, dei problemi della famiglia, della fatica o malattia da sopportare con pace. Nel Vangelo “croce” contiene il vertice e il riassunto della vicenda di Gesù: amore senza misura, disarmato amore, coraggioso amore, che non si arrende, non inganna e non tradisce.
La prima e la seconda condizione: amare di più e portare la croce, si illuminano a vicenda; portare la croce significa portare l’amore fino in fondo.
Gesù non ama le cose lasciate a metà, perché generano tristezza: se devi costruire una torre siediti prima e calcola bene se ne hai i mezzi. Vuole da noi risposte libere e mature, ponderate e intelligenti.
Ed elenca la terza condizione: chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. La rinuncia che Gesù chiede non è un sacrificio, ma un atto di libertà: esci dall’ansia di possedere, dalla illusione che ti fa dire: “io ho, accumulo, e quindi sono e valgo”. “Un uomo non vale mai per quanto possiede, o per il colore della sua pelle, ma per la qualità dei suoi sentimenti “(M. L. King). “Un uomo vale quanto vale il suo cuore” (Gandhi).
Non lasciarti risucchiare dalle cose: la tua vita non dipende dai tuoi beni. Lascia giù le cose e prendi su di te la qualità dei sentimenti. Impara non ad avere di più, ma ad amare bene.
Gesù non intende impossessarsi dell’uomo, ma liberarlo, regalandogli un’ala che lo sollevi verso più libertà, più amore, più consapevolezza. Allora nominare Cristo, parlare di vangelo equivale sempre a confortare il cuore della vita.

Avvenire 2016

Le esigenze della sequela di Gesù
Enzo Bianchi

Dopo il pranzo a casa di uno dei capi dei farisei (cf. Lc 14,1-24), Gesù riprende il suo cammino verso Gerusalemme, seguito da una folla numerosa. La sua predicazione ha successo, gli ascoltatori pronti ad accompagnarlo lungo la strada sono molti, ma Gesù, che vuole accanto a sé discepoli, non militanti, si volta indietro per guardare quella folla in faccia e rivolgerle alcune parole capaci di fare chiarezza e di non permettere illusioni o addirittura menzogne. Parole dure, che ci urtano e ci dispiacciono perché ci chiedono di combattere contro noi stessi, contro i nostri sentimenti naturali.

Infatti Gesù avverte: “Se uno viene a me, cioè vuole stare con me, e non odia suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Gesù mette in contrasto lo stare con lui e l’amore famigliare, nonché l’amore per la propria vita. Perché tanta radicalità? Semplicemente perché egli conosce il cuore umano, conosce il potere dei legami di sangue, conosce la possibilità che la famiglia sia una gabbia, una prigione. L’intenzione delle parole di Gesù consiste nella liberazione, che egli vuole portare a ogni uomo e a ogni donna, da tutte le presenze idolatriche, tra le quali è possibile annoverare anche legami e affetti di sangue e di famiglia.

Quanto alla paradossale espressione “Se uno non odia…”, essa ha certamente un retroterra semitico, ma va intesa bene. Infatti viene tradotta correttamente: “Se uno non mi ama più di quanto ami suo padre, sua madre…”. Negli affetti è questione di ordine. Amare il padre e la madre è un comandamento della Torah (cf. Es 20,12; Dt 5,16), e Gesù lo conferma (cf. Mc 7,9-13; Mt 15,3-6), ma può succedere che questo amore impedisca l’adesione al Signore, la pratica della sua volontà, la sequela materiale di Gesù. In tal caso i legami con la famiglia che trattengono e imprigionano vanno addirittura odiati!

La storia delle vocazioni cristiane conosce bene questi conflitti, questa sofferenza nelle famiglie, che a volte si ribellano alla vocazione del figlio o della figlia, e conosce bene anche le vocazioni abortite perché il legame con la famiglia è più forte del legame con il Signore che la vocazione richiede. Certo, oggi la mondanità entrata anche nella vita ecclesiale banalizza le relazioni tra chiamato e famiglia, così che non si pone più un aut aut che indichi una rinuncia, una separazione necessaria per seguire con cuore unito il Signore. L’esito è poi quello di chiamati che hanno una vita astenica, che sono “tirati qua e là” (cf. Lc 10,40), mai veramente decisi a compiere un cammino imboccato con tutto il cuore. Misere vocazioni! In verità non possiamo amare tutti nello stesso tempo, ma solo dando ai nostri amori un ordine chiaro sappiamo dov’è il nostro tesoro e dunque il nostro cuore (cf. Lc 12,34).

D’altronde, anche le dieci parole (cf. Es 20,1-17; Dt 5,6-22) richiedono come prioritario l’amore per Dio, e quando Gesù menziona il comandamento “Onora il padre e la madre”, dal quarto posto lo retrocede all’ultimo (cf. Lc 18,20). Anche i leviti dovevano abbandonare la famiglia per essere assidui al Signore, e la comunità di Qumran richiedeva ai suoi membri la separazione dalla famiglia per essere vigilanti in attesa del giorno del Signore (cf. 4QTestimonia 14-20; cf. Dt 33,8-11). Sì, Gesù chiede un atto, che lui stesso ha compiuto nei confronti della sua famiglia (cf. Lc 8,19-21), chiede una rottura che permetta un amore diverso, esteso, universale, un amore nel quale Dio ha il primato e la famiglia ha il suo posto, ma senza il potere di legare. Nello stesso tempo, amo ricordare che Dio, e dunque Cristo, non è totalitario: non esclude altri amori, come quello coniugale o quello dell’amicizia, ma anche questi vanno vissuti sapendo che l’amore per Cristo è primario, egemonico, e gli altri amori non possono porre ostacoli, dilazioni e tanto meno contraddizioni a quello per il Signore.

Questo regime degli affetti è duro, costa fatica, ma è il “portare la propria croce”, cioè il portare lo strumento di esecuzione del proprio io philautico, egoista. Ognuno ha una propria croce da portare, nessuno ne è esente, ma non si devono fare paragoni. Gesù, infatti, sa che quanti lo seguono fedelmente si troveranno coinvolti anche nella sua passione e morte, quando egli porterà la croce. Si tratterà di imparare da Gesù, quando egli parla, agisce, ma anche quando sarà condannato, torturato e ucciso nell’ignominia della croce. Essere discepoli di Gesù non è l’esperienza di un momento (cf. Mc 4,12-13; Mt 13,20-21), non è un provare per verificare, ma è la decisione di rispondere a una chiamata, è un “amen” che va detto con ponderazione, con discernimento, senza obbedire alle emozioni del momento.

Per questo Gesù annuncia due parabole che suonano come un avvertimento, una messa in guardia: egli non fa propaganda per le vocazioni, ma piuttosto dissuade… Avremmo molto da imparare da questo atteggiamento di Gesù, soprattutto quando la scarsità di vocazioni ci angoscia e ci fa paura: cattiva consigliera quest’ultima, che spinge ad accogliere tutti con molta superficialità e a non riconoscere e comunicare le difficoltà oggettive della sequela di Gesù. Con la prima parabola Gesù avverte: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa, per vedere se ha i mezzi per portare a termine i lavori?”. Seguire Gesù – e si faccia attenzione a una lettura poco intelligente dei racconti evangelici di vocazione! – richiede non il fuoco di un momento, non l’entusiasmo, non solo l’innamoramento, ma anche un tempo di calma, di silenzio, di esame di se stessi. È l’azione del discernimento, difficile ma assolutamente necessaria per percepire la voce del Signore non fuori di noi, non soltanto nelle eventuali parole di un altro, ma nel nostro cuore più profondo, là dove Dio ci parla personalmente. Ascoltando il profondo, la propria intimità, discernendo la parola di Dio dalle altre parole che ci abitano, guardando con realismo a ciò che siamo e alle nostre possibilità, noi possiamo giungere a una scelta; magari facendoci aiutare da chi è più avanti di noi nella vita secondo lo Spirito, ma sempre coscienti che l’amen può solo essere nostro, personalissimo, e un amen per sempre, non a tempo o con scadenza!

Similmente la seconda parabola avverte che occorre misurare bene le proprie forze, per vincere quello che è un combattimento spirituale senza tregua, fino all’ultimo. Perché la sequela di Gesù esige la capacità di fare guerra contro il nemico, il diavolo che ci tenta e vorrebbe farci cadere, spingendoci ad abbandonare la sequela stessa. Dunque il chiamato lo sa: ascoltata la parola di invito, deve innanzitutto “stare fermo”, rimanere in solitudine e in silenzio (cf. Lam 3,28) per discernere bene cosa ha ascoltato e cosa il cuore gli dice; poi deve consigliarsi (come dice letteralmente il verbo bouleúomai); infine deve pervenire alla decisione personalissima, fidandosi soltanto della grazia del Signore.

Gesù aggiunge poi una parola non presente nel brano liturgico, ma collegata con quanto precede. Egli dice che accade per una storia di vocazione quello che accade per il sale: “Il sale è buono, ma se perde la capacità di salare, a cosa potrà servire? Lo si butta via!” (cf. Lc 14,34-35). Allo stesso modo una vocazione può essere buona, ma nella vita può essere contraddetta, abbandonata, e allora quella resta una vita sprecata.

Diceva il mio padre spirituale: “Quando qualcuno pensa di incrementare il numero di vocazioni nella chiesa, e impone la vocazione agli altri, non crea dei santi ma delle persone miserabili!”.

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Questa voce è stata pubblicata il 03/09/2019 da in Anno C, Domenica - commento, ITALIANO, Tempo Ordinario (C).

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