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Lectio sul Vangelo di Luca – Cap. 5-6 Fausti (3)

SanLucaLectio divina sul Vangelo di Luca
Silvano Fausti
Capitoli 5-6


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Testo doc Lectio Luca Cap 5-6 Fausti (3)

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20. LASCIATO TUTTO, SEGUIRONO LUI
(5,1-11)

Marco, ponendo la chiamata subito all’inizio del Vangelo (1,16-20), mostra come essa sia il principio della vita cristiana. Luca, facendo precedere il discorso inaugurale, l’osservazione sulla potenza della sua parola e il racconto dei suoi effetti salvifici, non solo motiva la risposta, ma anche ne mostra gli aspetti ecclesiali. I discepoli sono già sulla barca da dove Gesù parla; si trovano al largo, dopo una nottata di fatica inutile e sperimentano, nell’obbedienza alla sua parola, l’abbondanza dei frutti. La comunità cristiana è chiamata a confrontarsi con Gesù e obbedire alla sua parola per ottenere i frutti della benedizione promessa. Si richiama così a “Teofilo”, il lettore cristiano, come la notte della fatica sterile del discepolo, che pure ha con sé Gesù sulla barca e ne sente la parola, finisca quando obbedisce alla sua parola. Allora, come Maria, concepisce (vv. 7.9; cf. 1,38). La sua sterilità, il suo stesso peccato riconosciuto e la lontananza dal Signore, sono il luogo non del suo fallimento, ma della sua chiamata.

È un po’ una riflessione teologica sulla chiamata già avvenuta per approfondirne il significato. Si notano inoltre già differenziazioni di ruoli all’interno della chiesa e una certa organizzazione: di due barche è scelta una, Pietro la conduce al largo, riceve l’ordine, raduna i compagni per tirare le reti e riceve alla fine l’incarico della missione, alla quale pure gli altri saranno associati. Gesù non è più solo. Con lui ci sono degli uomini “chiamati” a continuare la sua missione. Luca vede qui già prefigurata e voluta dal Gesù terreno quella che poi sarà la chiesa postpasquale, senza soluzione di continuità.

Nasce così il popolo di “ascoltatori”, che seguono Gesù. L’ascoltatore perfetto del Padre è ora ascoltato e la benedizione promessa da Dio scende sulla terra. I cc. 5 e 6 descrivono il cammino di Israele nell’ascolto della Parola, mentre i cc. 7 e 8 piuttosto quello dei pagani. È comunque una riflessione spirituale sulla chiamata già avvenuta per tutti. Al centro di questi capitoli troviamo da una parte la rivelazione del Dio di misericordia mediante le parole, accessibile ai giudei che già hanno dimestichezza con la Parola (6,20-49); dall’altra parte troviamo la medesima rivelazione mediante le azioni di Gesù, che realizza tale misericordia e mostra in concreto il volto di Dio rivolto ai pagani, ai piccoli, ai peccatori (c. 7).

Il tutto è per portare il lettore all’obbedienza alla parola di misericordia già udita, che porta frutti di salvezza per tutti. Questo brano richiama per molti aspetti l’annunciazione. La chiamata di Maria è la stessa del discepolo. Alla sua verginità corrisponde la nostra sterilità, il nostro peccato riconosciuto; nell’obbedienza alla Parola anche noi concepiamo come lei. in modo che il corpo del Figlio giunga alla sua misura piena, abbracciando tutti i fratelli perduti. Gesù all’inizio è il maestro, la cui parola è da ascoltare (v. 5), ma in questo ascolto egli diviene il Signore (v. 8), il Santo che chiama il peccatore alla grazia e lo invia a chiamare altri alla stessa salvezza.

21. SIGNORE! SE VUOI PUOI PURIFICARMI!
(5,12-16)

Pietro si era dichiarato “uomo peccatore” (v. 8). Gesù, invece di allontanarsi da lui, lo chiama a vita nuova. Infatti “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi” (v. 31s). Ora Gesù non è più solo. Ha chiamato altri con sé, perché ascoltino la sua parola di misericordia (6,27-38). Così diventeranno “figli dell’Altissimo” (6,35) come lui, l’ascoltatore perfetto del Padre che va ascoltato (cf. 9,35).

In questo cammino di ascolto che ora si apre, Luca presenta due itinerari che si illuminano a vicenda.

Il primo è per Israele, il popolo nato dall’ascolto, che conosce il proprio peccato di non ascolto che porta alla morte. In questa parte (5,12-6,49) vengono modulati i temi fondamentali cari ad Israele: purificazione, peccato, perdono, banchetto messianico e sabato definitivo, offerti al nuovo popolo che ascolta la rivelazione del Dio di misericordia, compiuta da Gesù con i fatti (5,12-6,19) e le parole (6,20-49).

Il secondo è per tutti. Ha come principio la stessa parola che Gesù realizza in favore di pagani poveri e peccatori. Essa è come un seme che cresce e fruttifica, facendoci famigliari del Cristo, credi della stessa promessa di Israele (7,1-8,21).

L’uomo diventa ciò che ascolta; l’ascolto della parola di Dio è il fondamento del regno di Dio. Ma l’uomo è incapace di ascoltare, è morto e peccatore per la sua disobbedienza.

Come Dio aveva chiamato dal nulla tutte le cose, così Gesù chiama dalla morte alla vita: egli è la Parola vivente di grazia e di misericordia che rinnova l’uomo. Basta che sappia di essere peccatore come Pietro e invochi con il lebbroso: “Se vuoi, puoi purificarmi”. A questa invocazione Gesù risponde necessariamente: “Lo voglio”. Questa è la sua volontà sulla terra, la stessa del Padre celeste “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4).

In questo brano si descrive questo cambiamento che produce l’incontro con Gesù.

La comunità che legge vede nel lebbroso la propria esperienza di purificazione operata nel battesimo: il passaggio dall’uomo vecchio nel peccato e nella morte, all’uomo nuovo nella grazia e nella vita nuova. Si realizzano le “parole di grazia” che escono dalla bocca di Gesù e che portano la “buona notizia” della salvezza di Dio (4,22). Questa salvezza è per “ogni carne” (3,6), anche quella più devastata dalla morte.

Con questo racconto inizia una serie di considerazioni sul passaggio dalla “legge” al “vangelo”, che per l’israelita è il fattore determinante della fede in Gesù Cristo Signore.

La legge evidenzia il peccato e la morte, l’esclusione dalla santità e dalla vita; è la condizione di chi invoca la salvezza. Il vangelo è la buona notizia che Dio in Gesù giustifica il peccatore, lo libera dalla morte e gli dona una vita nuova. Sullo sfondo del racconto sta il miracolo di 2Re 5, rievocato da Gesù (4,27) per dire che la sua salvezza è per gli esclusi. Infatti “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (5,31). Come a dire che dalla salvezza si escludono solo quelli che usano la legge per presumersi giusti.

22. UOMO, SONO RIMESSI A TE I PECCATI TUOI
(5,17-26)

Questo brano, che inizia con “uno di quei giorni” e finisce con “oggi”, ci presenta in altro modo l’esperienza di riconciliazione portata da Gesù in uno dei suoi giorni, che la comunità cristiana rivive oggi nella remissione dei peccati, glorificando Dio.

L’uomo, avviluppato, imprigionato e immobilizzato dai suoi mali, fallimenti e sensi di colpa, è finalmente liberato. Qui Gesù dichiara il perché del miracolo e di ogni sua azione in nostro favore: ci vuol far sapere che in lui è presente sulla terra il potere stesso di Dio, l’unico potere del Dio di misericordia: perdonare l’uomo e rifarlo nuovo. Perdonare è miracolo più grande che far risuscitare: il risuscitato muore ancora; il perdonato ha sperimentato un amore più grande di ogni male e della stessa morte.

Oggi, invece del perdono del male c’è la sua giustificazione, il far finta che non ci sia. Questo è il male peggiore, che chiude definitivamente nei sensi di colpa. senza via d’uscita. Con buona pace della psicologia, non c’è alternativa, per chi avverte il male che c’è, tra perdono o senso di colpa.

Il brano termina con la meraviglia, anzi l’“estasi” dell’uomo nuovo, che di continuo vive e prende coscienza del grande dono ricevuto nel battesimo: il perdono, che vince la paralisi del peccato. In questo la “gloria” di Dio (gloria = dóxa) diventa incredibile, paradossale (= pará-doxa!). Questo perdono è esteso a tutti e richiama quello che Gesù alla fine del Vangelo impetrerà presso il Padre per coloro che lo stanno crocifiggendo (cf. 23,34). La sua paralisi sul letto della croce sarà l’amore che ci libera dalla paralisi del peccato al quale la legge ci inchioda.

Dopo la chiamata, l’uomo peccatore, pieno di morte e di lebbra (v. 12), diventa pieno di vita e di Spirito santo; da paralitico e immobilizzato che era, può camminare e andare verso la sua casa. Nei brani seguenti vedremo come, da “seduto” nel proprio egoismo, seguirà Gesù (v. 27ss); passerà così dal digiuno alla gioia del banchetto nuziale (vv. 33-39); giungerà quindi al sabato di Dio (6,1-5) e la sua mano sarà guarita per accogliere il dono della vita (6,6-11).

Il tema dominante di tutto questo cammino è quello della riconciliazione e del perdono. È un preludio alla rivelazione del Dio di misericordia di 6,27-38. Lo sfondo è quello dell’irriconciliazione, della morte e del peccato. La legge, lungi dal togliere il male dell’uomo, lo evidenzia. È la sua funzione di “pedagogo” (Gal 3,24): convince tutti di peccato e tutti porta a Cristo, in modo che “dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20; 7,7).

La legge, per sé, sarebbe la via di Dio (cf. Sal 119). Ma questa via diventa un letto di contenzione per l’uomo impossibilitato a camminare. Se il peccato è come la paralisi, la legge è come il letto – il luogo dove il peccato è contenuto e compreso come tale. Funzione indispensabile, per distinguere il bene dal male e desiderare la liberazione da questo. Tutto il brano si svolge all’interno della “casa”, dove Gesù sta, insegna e guarisce: è figura della chiesa, al cui centro c’è il Signore. Questa casa è quella che ha “come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2,20). In lui anche noi, insieme con gli altri, mediante il battesimo, veniamo “edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,22; cf. 1Pt 2,4). La fede ci introduce in questa casa di perdono, di guarigione, di cammino e di lode (cf. 24,47ss). Alla sinagoga, luogo della legge, è subentrata questa casa, che fa camminare ogni uomo verso la “sua” casa – dove sta di casa – dalla quale da sempre è fuggitivo ed esule (cf. 15,13.28; Gn 3,8ss.).

23. NON SONO VENUTO A CHIAMARE I GIUSTI BENSÌ I PECCATORI A CONVERSIONE
(5,27-32)

Il racconto narra due fatti: Gesù chiama Levi (vv. 27-28) e mangia con i peccatori (vv. 29-30; cf. 7,34; 15,1; 19,7). Il perché è spiegato con un suo detto che dichiara la sua missione proprio come chiamata dei peccatori al banchetto del Padre (vv. 31-32).

Levi è “seduto”, come i giusti farisei (cf. v. 17) e si “leva” come il paralitico alla voce del Signore. La sua chiamata è la sesta opera potente di Gesù in Luca. Allude alla nuova creazione, che giunge al sesto giorno: la creazione dell’uomo nuovo, che entrerà poi nel settimo giorno – il banchetto e la festa di vita con Dio. Si nota un itinerario di riflessione sull’esperienza battesimale che il discepolo ha già alle spalle. Dopo l’esorcismo (4,31ss) e il miracolo del servizio (4,38s), c’è la chiamata “al largo” sul mare (vv. 1ss): si ripensa alla vocazione cristiana già avvenuta di cui si avvertono i dubbi, l’infruttuosità e l’indegnità; essa ritrova la sua forza primigenia nell’obbedienza alla parola del Signore Gesù. Segue il racconto del lebbroso mondato: si ripensa alla purificazione battesimale, quando, obbedendo alla chiamata di Gesù e toccati da lui che ci assimila a sé, siamo divenuti creature nuove, purificate e piene di vita là dove prima eravamo pieni di lebbra e di morte. Questa novità “paradossale” di vita è una remissione dei peccati, una riconciliazione, la fine della paralisi e la ridonata capacità di camminare verso casa (vv. 17ss). Ora si esplicita la condizione di questa chiamata: riconoscersi peccatore, lebbroso e paralitico. Come il pescatore Pietro è chiamato mentre si riconosce peccatore (v. 8), così ogni peccatore è chiamato e perfino ogni giusto, a condizione però che non si senta tale (v. 3 1 s).

Dopo la chiamata e la risposta, ci troviamo nella “casa”, verso cui va il peccatore riconciliato. È la nostra stessa casa che finalmente accoglie e ospita il Signore e in cui si banchetta insieme. È dove noi, prima esuli, siamo di casa e viviamo con lui e lui con noi, noi per lui e lui per noi, secondo il comando di Dt 6,4ss. La novità di vita che il battesimo comporta verrà descritta con quattro simboli: il banchetto (vv. 28-32), lo sposo (v. 33ss), il vestito nuovo (v. 36) e il vino nuovo (vv. 37ss). Sono i segni della venuta del sabato definitivo, inaugurato da Gesù nell’oggi di Cafarnao (cf. 4,21). Noi vi entriamo nell’oggi della riconciliazione (cf. 5,26), che ci introduce nel banchetto messianico, la festa comune dell’amore di Dio e dell’uomo che finalmente si uniscono. È la gloria che fa nuovo il mondo.

Questo banchetto è una chiara allusione all’eucaristia. Una volta mondati e riconciliati per il battesimo, giungiamo alla casa in cui siamo commensali con il Signore: ospitiamo colui che ci ha accolti, consumiamo insieme il cibo e viviamo l’uno dell’altro come l’uno per l’altro. Ma con l’ex-peccatore Levi ci sono a mensa altri peccatori! Il fatto offre l’occasione per rispondere a un interrogativo della chiesa di Luca e di sempre: come comportarsi coi peccatori? Escludere o ammettere alla mensa coloro che consideriamo non perfetti? Ricordando l’atteggiamento di Gesù verso i peccatori, la chiesa prende coscienza di non essere un’accolta di puri che esclude gli impuri. È invece una fraternità di purificati e assolti, aperta ai peccatori. Gesù ci ha purificati e assolti quando eravamo impuri o peccatori (cf. Rm 5,6ss) e si è invitato a banchetto con noi (cf. 19,5). Così la chiesa, sul suo esempio, evita di diventare una setta di puri, separati farisei e scopre quale deve essere il suo atteggiamento verso i peccatori: invece di oggetto di esclusione diventano termine di missione, perché tutti si convertano e siano salvati.

Sono “fratelli” per i quali Gesù è venuto e ai quali siamo mandati. L’esclusione diventa missione, perché tutti si convertano e camminino verso la casa del Padre. Il cristiano è cosciente di vivere in un mondo di peccato. Si sente egli stesso un peccatore che vive di perdono e misericordia. Per questo accoglie i fratelli, come si sente anche lui accolto dal suo Signore.

24. I TUOI DISCEPOLI MANGIANO E BEVONO
(5,33-39)

Gesù ha compiuto sei opere: con la sua parola ha vinto il nemico, principio di decreazione e origine del male (4,31ss); ha poi guarito la suocera (4,38s) e resa feconda la sterilità dei discepoli (5,1ss); ha mondato il lebbroso (5,12ss) e rimesso in piedi il paralitico (5,17ss); infine ha alzato Levi il peccatore (5,27ss). È l’esperienza della nuova creazione che si è compiuta nel battesimo. Essa culmina nel peccatore riconciliato e restituito a se stesso. Ma la creazione nuova non finisce il sesto giorno. Ha il suo compimento nel settimo, in cui Dio stesso entra in comunione di vita con l’uomo. Luca, che inizia con la proclamazione dell’anno giubilare (4,16ss), che avviene dopo sette settimane di anni! – descrive sette sabati di attività di Gesù (4,16ss; 4,31ss; 6,1ss; 6,6; 13,10ss; 14,1ss; 23,54ss). La sua attività è la perfezione del sabato, compimento di tutta l’opera di Dio in Dio: nella storia di Gesù Dio è perfetto nelle sue opere e le sue opere sono perfette in lui.

Il battezzato vive in quest’anno giubilare, che si realizza “oggi” nell’orecchio di chi ascolta la sua parola (cf. 4,21). Obbedendo alla sua parola, vive del cibo di Dio e partecipa al banchetto escatologico (Is 25,6-10). Dio è suo cibo e sua vita: è il giorno delle nozze, del vestito nuovo e del vino nuovo!

Questo brano serve a far prendere coscienza al battezzato del suo stato nuovo di vita. Esso è descritto nei termini più trasparenti all’esperienza umana: cibo e vestito, necessari alla vita; amore e vino, necessari perché tale vita sia umana.

Il brano è giocato sulle contrapposizioni digiunare-pregare, mangiare-bere e vecchio-nuovo, che hanno il loro fulcro nell’assenza/presenza dello sposo. Con questi termini si esprime il passaggio dall’economia antica della legge e della promessa a quella nuova del vangelo e del compimento. Inizia l’era del banchetto messianico. Se il mangiare indica la vita, le nozze, il vestito e il vino nuovo indicano la qualità di questa vita nuova.

Si può leggere in questo brano una risposta della prima comunità dei credenti alle tendenze farisaico-battiste sorte al suo interno. Esse rischiavano di snaturare il significato profondo del vangelo. A questi problemi, posti ai suoi discepoli, risponde Gesù direttamente con il suo comportamento e con la sua parola.

25. SIGNORE È DEL SABATO IL FIGLIO DELL’UOMO
(6,1-5)

Il mondo, ricreato dalle sei opere di Gesù, trova ora il suo compimento nel sabato. L’uomo, rinato nel battesimo, vive una vita qualitativamente diversa, che si nutre nel “mangiare e bere” al banchetto nuziale quel cibo che fa l’uomo nuovo. Perché l’uomo è il cibo che mangia!

Come 5,1-28 è una presa di coscienza del battesimo, che rigenera l’uomo e lo rimette in piedi davanti a Dio, così 5,29-6,11 è una presa di coscienza del nuovo cibo che gli è stato dato per la sua vita nuova. Nella commensalità con Gesù, lo sposo, il battezzato entra nel sabato (cf. Eb 3,7-4,13) e in esso vive della pienezza del di Dio.

Il centro del brano è: “Il Figlio dell’uomo è signore del sabato”. Gesù introduce l’uomo nel banchetto messianico, gli dà il nutrimento sabbatico (l’eucaristia) e lo trasferisce oltre il settimo giorno, nella pienezza di gloria e di vita di Dio stesso. Non a caso il tema dominante in 5,29-6,11 è il cibo, inteso come banchetto nuziale in 5,29ss, come mangiare di sabato in 6,1ss e come donare/ricevere una vita salvata in 6,6ss.

Questa scena ci presenta i discepoli di Gesù che mangiano il grano nuovo di sabato.

Gesù aveva detto al paralitico di andare “a casa sua” (5,24): è la casa del peccatore che accoglie Gesù e banchetta con lui (5,27-32). Iniziano le nozze (5,33-39), e questa casa, da “casa” del peccatore, diventa “casa di Dio” (6,4), in cui Davide, figura di Cristo, “prende” i “pani”, ne “mangia” e ne “dà” a coloro che sono con lui (chiara allusione all’ultima cena). La vera casa dell’uomo è il perdono in cui l’uomo accoglie nella sua vita il Signore: così anche il Signore lo accoglie nel suo sabato, vive con lui e gli dà se stesso. Questo brano parla del compimento inaudito del sabato. Il sabato irraggiungibile è Dio stesso: mentre la Legge ne suscita l’appetito, ma lascia digiuni, Gesù, il signore del sabato, dando se stesso, dà all’uomo di vivere di esso. Viviamo di Dio, nostro pane di vita!

La libertà dalla Legge che ne consegue non è la sua abolizione, bensì il suo compimento. Se prima la Legge indicava la strada verso Dio, ora l’uomo vive di Dio stesso e per Dio, e sul suo volto brilla la gloria del sabato.

Apri la tua mano! Dio la riempie di sé.

26. DISTENDI LA TUA MANO! E LA SUA MANO FU RISTABILITA
(6,6-11)

Con Cristo l’uomo è autorizzato a “mangiare” di sabato. Anzi, nell’eucaristia vive del sabato, perché il Figlio dell’uomo, Signore del sabato, ha imbandito il banchetto in cui lui stesso “prende” il “pane” e lo “dà” ai discepoli (cf. brano precedente). Mangiare è vivere: l’uomo vive di Dio perché mangia di lui. In questo brano si dimostra come, mangiando del sabato, l’uomo può anche operare conformemente ad esso: avendo un principio vitale nuovo, è in grado di compiere azioni nuove.

La mano dell’uomo, prima arida e chiusa nel possesso, ora si apre e riceve la linfa vitale per operare secondo il cibo che ha preso. Questo l’ha assimilato a Gesù, che opera di sabato come il Padre; “quello che egli fa, anche il Figlio lo fa” (Gv 5,19).

L’uomo ora non è più escluso dalla vita e dall’opera del sabato; il Figlio dell’uomo, signore del sabato, è venuto a incontrarlo. Le sue mani inchiodate al legno del nostro male schiodano la nostra mano paralizzata dal peccato. Siamo finalmente liberi per agire come Dio, in obbedienza alla sua parola. Così ritorniamo suoi collaboratori. La nostra opera ritorna a essere “demiurgica”, associata alla sua, per riportare al suo fine, che è lui stesso, tutto il creato che da lui ha avuto principio.

27. PRESCELSE DODICI E, DISCESO INSIEME CON LORO, STETTE
(6,12-19)

Come Mosè salì sul Sinai e discese per comunicare al popolo la Legge, così Gesù sale sul monte e discende per portare la rivelazione ultima di Dio, la nuova Legge. Ma, tra la comunione con Dio sul monte e la sua discesa al piano, Luca pone la scelta dei dodici apostoli. Sono quelli che avranno la funzione di rendere per sempre attuale la parola del Signore, trasmettendola in modo normativo alla chiesa che si fonda sulla loro testimonianza oculare ineliminabile (cf. 1,2). Mediante la loro bocca, tutti gli estremi confini della terra udranno la sua parola, risuonata per la prima volta ai piedi del monte. All’elezione dei Dodici in alto, corrisponde il prendersi cura di tutti in basso. Infatti è sceso per comunicare la Parola e guarire l’uomo. In quest’opera gli apostoli sono associati a lui, presente in mezzo a loro. Come l’antico, così il nuovo Israele è un popolo formato dall’ascolto della Parola, depositario del discorso di rivelazione, che viene subito dopo.

Guarita la mano destra, l’uomo può accogliere ciò che deve fare per essere figlio dell’Altissimo (vv. 35s). Ora c’è la chiamata di quel nucleo che poi chiamerà gli altri, continuando l’opera di Gesù. Sono poche persone, dodici, ma inviate a tutti, appunto alle dodici tribù del popolo di Dio.

La creazione dei Dodici è la settima azione potente di Gesù, dove si compie e trova riposo tutto il suo lavoro: è il mondo nuovo, l’umanità che nell’ascolto entra nel giorno di Dio e raggiunge il suo riposo. I Dodici sembrano piccola cosa di fronte alla vastità del mondo al quale sono inviati. Ma è stile costante di Dio operare tutto attraverso poco (cf. Gdc 7,1-8). La sua azione è sempre sacramentale: in un piccolo segno d’amore, dona una realtà infinita, se stesso come amore. Questa sacramentalità, per cui l’infinito opera nella piccolezza, è necessaria perché Dio è infinito e l’uomo finito, ma fatto per l’infinito. Ma è anche necessaria per rispettare la libertà dell’uomo che Dio ama e dal quale vuole essere amato in libertà. Il piccolo non si impone: solo si propone e può essere accolto o meno.

Non bisogna mai dimenticare l’efficacia reale e infinita del piccolo segno, né a livello personale né a livello ecclesiale. Si cadrebbe in deliri di onnipotenza, vecchi come il peccato di Gn 3!

La chiamata all’apostolato, mattino della piccola chiesa che sta sorgendo (cf. 12,32), nasce dalla notte di preghiera di Gesù. Come a dire che la chiamata che fonda la chiesa nasce dalla sua comunione con il Padre fin dentro la notte, cioè dall’obbedienza e dall’amore a lui fino alla morte. Ed è una chiamata alla stessa comunione, fine di ogni apostolato.

28. BEATI VOI… AHIMÈ PER VOI!
(6,20-26)

È la “buona notizia” che Gesù ha dato ai poveri, ai quali e per i quali annuncia il compimento della promessa. È il giudizio di Dio sul mondo: rivela il suo modo di valutare la realtà, opposto al nostro, e il suo modo di salvarci, così diverso da quello che noi pensiamo. Le Beatitudini costituiscono il manifesto del regno di Dio. I vv. 27-38 le specificano, le fondano, particolarmente il v. 36, centro del vangelo, che pone come principio di tutto la misericordia. Questa diventa la nuova legge, codice di vita nuova per chi accoglie il Regno. Ad essa sono legati i frutti di vita e la salvezza stessa (vv. 39-49).

Questo proclama del Regno è quanto Gesù ha realizzato nella sua vita, culminata nella sua passione-risurrezione per noi. Le beatitudini per i poveri e le lamentazioni per i ricchi non vanno lette in chiave moralistica, quasi dicessero ciò che “deve fare” l’uomo. Dicono piuttosto cosa fa e come agisce Dio nella storia umana. Nella discesa dal monte, Mosè rivelò cosa doveva fare l’uomo; ora, nella discesa al piano, Gesù rivela cosa fa Dio stesso. Luca attualizza questa rivelazione per la sua chiesa e ne fa il fondamento del nuovo popolo in ascolto.

Cosa fa Dio nel mondo, qual è il suo intervento? È importante saperlo, per poterlo ascoltare, accogliere e portare frutto! L’intento del proclama è rivelarci il volto di Dio in Cristo, perché lasciamo trasparire sul nostro la gloria stessa del suo, che è quello del Figlio obbediente. La chiave di lettura di tutto il discorso al piano è cristologica-teologica: la vita e l’opera di Gesù manifesta il vero volto di Dio che nessuno mai ha visto (cf. Gv 1,18). Nel suo mistero di morte/esaltazione vediamo come Dio dona il Regno. Nella sua passione Gesù odiato, bandito, insultato, respinto e diffamato solidarizza con i poveri e si identifica con loro, lui che già prima era povero (9,58), affamato (4,2). Nella sua risurrezione realizza in prima persona la beatitudine, identificando a sé tutti i poveri, nella sazietà del banchetto messianico e nel riso di vittoria.

Il discorso di Luca è comprensibile solo ai discepoli. La Parola è rivolta a un “voi” ecclesiale, formato da quei “piccoli” ai quali è stato rivelato nello Spirito il Mistero della conoscenza e dell’amore mutuo Padre/Figlio (10,21s). È una parola indirizzata a chi, scoperto il tesoro, vuole viverne in pienezza i frutti, disposto ad abbandonare tutto ciò che è d’impedimento a questo. Dal punto di vista storico. Gesù si rivolge a quei poveri reali di tutti i tipi dei quali si è preso cura. Il suo “prendersi cura” di ogni miseria è il “suo” segno messianico (cf. 7,21-23). Sazierà col suo pane questi affamati (9,10-17), ed asciugherà con la sua consolazione le loro lacrime (7,11-17).

Questi “poveri”, interlocutori diretti di Gesù, in Luca diventano i discepoli, impersonati da “Teofilo” che desidera conoscere il Signore che già ama. Anche noi ascoltiamo la stessa parola perché, nell’obbedienza a lui, veniamo trasferiti e rapiti in Dio, trasformati in lui, “oggi” eterno di Dio, in cui è offerta la salvezza a tutti i perduti.

È da notare il tempo presente della prima beatitudine e della prima lamentazione. “Già ora” il Regno è dei poveri e “già ora” i ricchi se ne escludono con un surrogato di consolazione. Le altre due beatitudini/lamentazioni sono al futuro semplice: sono rispettivamente i frutti/surrogati del Regno che matureranno nel futuro. Ciò significa che con Gesù la storia presente è definitiva, ma non chiusa: è anzi definitivamente aperta verso il suo termine di salvezza. Questa tensione presente-futuro, tra un “ora” e un “dopo”, è lo spazio stesso della storia, luogo di decisione dell’uomo per accogliere la libertà di Cristo.

L’ultima beatitudine/lamentazione indica una situazione futura, ma che ben presto diventerà attuale, nel tempo della persecuzione. Allora sarà per il discepolo il suo presente di compartecipazione o meno alla passione del Signore.

Le beatitudini si possono comprendere solo conoscendo che Dio è amore per tutti i suoi figli. La sua giustizia è togliere a chi ha e dare a chi non ha, in modo che si viva in concreto la fraternità. Il nostro concetto di giustizia: “a ciascuno il suo”, più che sulla giustizia di Dio che è amore, si fonda sull’ingiustizia umana e ne codifica l’egoismo che la origina.

È utile notare che la distinzione poveri/ricchi è di facile lettura all’esterno. Difficilissima ne è la lettura all’interno del cuore dell’uomo: solo la Parola che vi penetra dentro discerne in noi tra la beatitudine e l’ahimè, recidendo dolorosamente in noi il male dal bene. È ingiusto fare delle beatitudini una lettura solo intimistica. È però stolto farne una “classista”, che vede solo il male fuori di sé e demonizza l’“altro da me” come nemico. In realtà ognuno di noi è combattuto tra l’avere, il potere e l’apparire da una parte e la chiamata del Signore alla povertà , al servizio e all’umiltà dall’altra.

29. AMATE I NEMICI VOSTRI
(6,27-31)

Nelle beatitudini/lamentazioni abbiamo visto il comportamento di Dio, che è grazia e misericordia per i poveri. Ora vediamo il comportamento di quegli uomini che hanno accolto la sua grazia e la sua misericordia. Dietro ogni imperativo si legge in filigrana un indicativo, che mostra come Dio in Gesù mi ha amato. Sono parole strettamente autobiografiche: lui per primo ha fatto ciò che ha detto, Questo brano ha la funzione di richiamare alla mente come Dio ama me, in modo che io, riconoscendomi peccatore graziato, faccia di questa grazia la fonte della mia vita nuova.

Il brano quindi rivela chi è Dio per me, chi sono io per lui e chi devo essere per gli altri.

In primo luogo mi fa conoscere chi è Dio per me. In Gesù mi si rivela il volto di un Dio che mi ama, mentre sono suo nemico; mi fa del bene mentre lo odio; mi benedice, mentre lo maledico; intercede per me, mentre lo uccido; purché io sia salvo, è disposto a subire ogni male da me; lo spoglio e lui mi riveste della sua nudità; mi dona anche ciò che non oso chiedergli e non richiede indietro ciò che gli ho rubato. Veramente il suo amore per me gli ha fatto percorrere ben più di due miglia: una strada infinita! Lui è tutta con-discendenza verso il mio abisso.

In secondo luogo, in questo suo amore verso di me, mi rivela chi sono io per lui: infinitamente amato, anche se suo nemico, odiatore, maldicente, rinnegatore, violento, spogliatore, petulante, indigente e ladro. Proprio verso di me, che sono in questa situazione, lui riversa il suo amore e mi grazia con la sua misericordia. Conoscere Dio nello Spirito è sperimentare e sapere l’amore di Dio verso di me peccatore, in Cristo. Questa è la salvezza.

Solo in terzo luogo queste parole mi rivelano chi devo essere io per gli altri: fratello come Gesù, il Figlio. Ciò che lui ha fatto per me, diventa per me un imperativo, perché io sia quel che sono. Il volto di Cristo, il Figlio, è il mio vero volto. Da homo homini lupus, divento homo homini Deus, come lui. Questa è la mia vocazione di figlio di Dio, alla quale il suo amore mi chiama e mi abilita. Nella misura in cui conosco il suo volto, vengo trasformato nella sua immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del suo Spirito (2Cor 3,18).

In queste parole quindi vedo da una parte la storia di Dio in Gesù, nel suo amore verso di me; dall’altra la storia mia e di chiunque, che, guarito dall’inimicizia verso Dio, è chiamato a guarire dall’inimicizia verso tutti.

Il discorso è riservato ai discepoli. È una catechesi sul nocciolo della vita cristiana: l’amore di misericordia, unico amore possibile in un mondo di male, unica forza capace di vincerlo. L’amore dei nemici è proprio e solo di chi ha conosciuto Dio nello Spirito di Gesù, il Figlio. Questo amore si estende a tutti gli uomini, e rivela l’essenza di Dio.

Il brano si articola in una strofa di quattro comandi: “amate”, “bene fate”, “benedite” e “pregate” per i nemici (vv. 27-28), seguiti da quattro amplificazioni che dicono come vincere il male col bene (vv. 29-30), per concludere con il principio generale dell’amore: “come volete che facciano a voi gli uomini, fate loro similmente” (v. 31). Si suppongono uditori credenti che hanno già capito e accolto il Regno. È il punto centrale del loro ascolto, la pietra di paragone della loro fede: chiamati al dono di una vita nuova, purificata e capace di camminare (rispett. 5, 1-11; 5,12-16; 5,17-26), commensali di Gesù, abilitati a vivere di Dio e ad agire come lui (rispett. 5,27-32; 5,33-6,5; 6,6-11), ora accettano la sua azione come fondamento e sorgente della propria vita. È la vita nuova in Cristo, la vita nello Spirito del Figlio, che il credente vive in relazione al “mondo” e a coloro che ancora ignorano di essere suoi fratelli e lo considerano nemico. Quest’amore del nemico è l’arma con cui il credente vince il male nel mondo, ed è il principale mezzo di diffusione del cristianesimo (molto più efficace di tutte le crociate), che sortiscono l’effetto contrario.

La mia inadempienza nei confronti di questa parola del Signore mi mostra il mio peccato e il mio bisogno di perdono, quanto ancora sono suo nemico e devo sperimentare il suo perdono su di me.

30. SARETE FIGLI DELL’ALTISSIMO
(6,32-35)

Si motiva l’imperativo di amare i nemici dato nel brano precedente. Nei vv. 32-34 si mostra come solo così si manifesta la cháris (= grazia) di Dio sperimentata nel battesimo. Nel v. 35 si dice il fine di questo amore (essere figli dell’Altissimo) e la sua sorgente (colui che è usabile verso gli sgraziati e i cattivi).

L’amore dei nemici è lo stesso di cui abbiamo beneficiato anche noi, mentre seguivamo ancora “quello spirito che opera negli uomini ribelli”, che ci aveva ridotti “per natura meritevoli di ira, come gli altri”, “senza speranza e senza Dio in questo mondo” (Ef 2,23.12). Infatti proprio allora “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati (…) per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Gesù” (Ef 2,4-7).

Essere per gli altri come Dio è per noi: questo è il modello e la sorgente del nostro agire con “grazia” verso gli altri. Noi ci graziamo a vicenda, come Dio ha graziato noi in Cristo (Ef 4,32).

Il fondamento di ogni etica è “essere come Dio”. Fondamento dell’etica cristiana è essere come Dio si è rivelato per noi in Gesù, pieno di grazia e di misericordia. Questa imitazione di Dio non è più un’impresa impossibile e disperata, il cui tentativo è riservato a pochissimi eletti. È accessibile a tutti i disgraziati, perché, mediante la misericordia e la grazia ricevuta, partecipiamo ormai tutti della natura stessa di Dio che è grazia e misericordia. Uno ama solo se è amato e come è amato: nessuno può dare ciò che non ha ricevuto! Ora Dio ci ama, senza riserve, anche e soprattutto dove non siamo amabili. Quindi anche noi, perché amati e accettati, possiamo accettare e amare noi stessi come siamo; e così possiamo accettare e amare gli altri come sono, senza riserve. Anche e soprattutto dove maggiore è l’indigenza di amore! Abbiamo infatti sperimentato che, “quale è la sua grandezza, tale è anche la sua misericordia” (Sir 2,18).

Il cammino dell’uomo è conoscere se stessi, quindi accettare se stessi e infine dimenticarsi per accettare l’altro. Ora mi conosco veramente nell’amore che Dio ha per me; in esso mi accetto e ad esso mi abbandono, dimenticandomi e aprendomi all’altro con lo stesso amore che Dio ha per me.

31. DIVENTATE MISERICORDIOSI
(6,36-38)

Il desiderio dell’uomo è “diventare come Dio” (Gn 3,5). Origine di ogni male è anche il desiderio che Dio colma di ogni bene. Il male non consiste nel voler diventare come lui, ma nel non aver capito come è lui. Per l’inganno del serpente , che suggerì una falsa immagine di Dio, l’uomo ha sbagliato la via per realizzarsi. Ora, dopo la rivelazione del suo volto in Gesù, è possibile capire la via per diventare come lui. Lv 19,2 esprime il fondamento di tutta la legge: siate santi come io sono santo. Ora qui si mostra come la santità, il proprio specifico di Dio, è la sua misericordia. Il v. 36 è il culmine della rivelazione di chi è Dio per noi. È il tema di tutto il Vangelo di Luca, che ne è uno sviluppo continuo attraverso “i fatti e i detti” del Signore (At 1,1).

A questo versetto, che parla del Padre, seguono poi delle sentenze che non riguardano più i nemici, ma i fratelli. Sono quattro regole chiare, pilastri che reggono la vita all’interno della comunità. In essa viviamo rapporti nuovi di amore reciproco, che però sono sempre insidiati dal male. Per questo, anche all’interno della comunità, l’amore non perde mai il suo carattere di misericordia. Anche il male, che la venuta del Signore non ha abolito – vero enigma della storia! – ha una sua funzione “positiva”: è il luogo in cui si riversa la misericordia. Così l’uomo si realizza come Dio. Solo alla fine della storia il male sarà tolto, quando tutto il suo abisso sarà ricolmo di misericordia, come l’acqua riempie il mare. Il male Dio non lo vuole, né lo tollera, né lo permette. Esso c’è perché non può non rispettare la nostra libertà. Però, nella sua fantasia di amore, ne fa un bene maggiore. Infatti la miseria sta alla misericordia come la fossa all’acqua: più è grande, più ne contiene.

La misericordia è assoluzione nel giudizio, giustificazione nella condanna, perdono nel peccato. Il nostro dare misericordia è in realtà il nostro stesso riceverne: per essa siamo incorporati in Gesù, il Figlio, ed entriamo nel circolo senza fine della vita stessa di Dio. Già qui sulla terra.

Queste prescrizioni, più che un codice di azione, sono un modo nuovo di essere, che lascia trasparire la cháris dell’amore di Dio “riversato nei nostri cuori, per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato” (Rm 5,5).

Il giudizio e la salvezza sono operati “oggi” da noi nell’esercizio di questa misericordia: il giudizio e la salvezza mia sono legati al giudizio e alla salvezza che io accordo all’altro nel perdono negato o concesso.

Presso gli uomini, se si perdona, si perdona a uno perché è già pentito: il pentimento precede il perdono. Presso Dio il perdono precede il pentimento: ci si può pentire, perché si è già perdonati. Quindi anche noi facciamo come lui se perdoniamo non solo chi è pentito, ma soprattutto chi non lo è affatto, perché l’esperienza di un amore più grande lo conduca al pentimento.

32. NON C’È DISCEPOLO SOPRA IL MAESTRO
(6,39-42)

Il “comandamento” di 6,36, sintesi di tutto il discorso sulla misericordia, è l’unica strada “maestra” per la salvezza. Contro possibili e facili deviazioni, viene ora confermato con una serie di similitudini. Chi insegna diversamente è una guida cieca (v. 39), un falso maestro (v. 40); chi agisce diversamente, criticando il male altrui e non vedendo il proprio, è un ipocrita (vv. 41-42). Il comandamento dell’amore di misericordia, esposto dettagliatamente nei vv. 27-38, è l’unica via di salvezza perché ci fa diventare ciò che siamo: “figli dell’Altissimo”.

Chi abbassa il tiro, perché la ritiene troppo perfetta, è un cieco che guida alla perdizione. Chi ritiene di conoscerne una più perfetta, è un falso maestro che insegna cose tanto elevate quanto inutili.

Altre pretese vie di salvezza, che possono essere, oltre che religiose, psicologiche, economiche o politiche, in realtà non fanno che danneggiare l’uomo. La misericordia è il massimo bene perché è quell’amore che sa realisticamente conoscere e farsi carico del male.

La misericordia impedisce la stoltezza e la presunzione di criticare gli altri. La critica va esercitata solo verso se stessi, per conoscere il proprio male e la misericordia di cui si è indigenti. Così si entra in possesso del “tesoro buono” (v. 45). Il discepolo vive di questo tesoro, che è la cháris di Dio che ha sperimentato, e ne rende partecipi gli altri. Solo il cuore convertito dalla e alla misericordia può salvare dal male. L’uomo è nato per amare ed è fallito perché non ama: il suo desiderio essenziale non può fiorire, perché è bacato. La misericordia può liberarlo, perché sa volgere in bene il male. Se l’amore di Dio ha creato tutto dal nulla, la sua misericordia salva tutto dal male, peggio del nulla.

33. OGNI ALBERO DAL PROPRIO FRUTTO CONOSCIUTO
(6,43-45)

Nei vv. 39-42 sono state dette le caratteristiche dei falsi maestri: ciechi alla misericordia (v. 39), pretenziosi (v. 40), giudici severi verso gli altri e benevoli verso di sé (v. 41), che non si credono bisognosi di perdono (v. 42). Ora si dice la pianta da cui germinano questi mali: il cuore dell’uomo, la cui bontà o cattiveria si conosce dai suoi frutti. La bontà o meno del frutto è il criterio per discernere della bontà o meno dell’albero. Questo viene detto perché si impari a giudicare e condannare non gli altri dalle loro opere, bensì se stessi, ed essere così disposti ad accettare l’assoluzione e il condono di Dio, in modo da fare ugualmente con gli altri.

La nostra cattiveria verso gli altri è la mancanza di misericordia: è il germoglio marcio del nostro albero cattivo. Il male fondamentale è l’occhio cieco che non vede il proprio male e non sente il bisogno della misericordia. L’occhio cieco esprime un cuore tenebroso, senza bontà. E questo cuore, come vede, così anche agisce male: ha una mano piena di frutti dal sapore di morte. C’è una stretta connessione tra occhio/cuore/mano: il principio dell’azione buona o cattiva è il cuore pieno o meno di misericordia; e il principio della misericordia nel nostro cuore è l’occhio, sua finestra, che ne riconosce il bisogno e ne accoglie la luce.

Principio del bene è quindi il nostro occhio/cuore aperto sul nostro male e intenerito dalla misericordia ricevuta.

Questa misericordia salva dal male e crea il bene. Ho conosciuto un uomo che era sordo a ogni parola cattiva, mentre aveva l’udito sensibile a ogni cosa buona: in lui il male si spegneva e il bene lo illuminava. Aveva una sensibilità selettiva.

Il cuore cattivo, invece, sente solo il male; lo sente male e germina il peggio, vittima parassita del male e suo moltiplicatore.

Il problema serio del discepolo è riconoscersi come pianta cattiva dai frutti marci. Questa sincerità gli permette di non essere cieco sulla propria cecità (cf. Gv 9,41). Chi vede con sincerità se stesso, vede il proprio male e il bisogno che ha di misericordia. È l’unica condizione per la guarigione. Gesù, misericordia del Padre, opera il giudizio di far vedere i ciechi e rendere ciechi i vedenti (Gv 9,39). Davanti a lui l’uomo può scoprire il proprio peccato senza paura e senza vergogna, perché si vede perdonato. Il cieco, finalmente guarito, vede la propria miseria colmata dalla sua misericordia. Conosce se stesso come amato infinitamente da Dio e Dio come colui che infinitamente ama; conosce se stesso come peccatore e Dio come suo salvatore. Sulle gemme della sua infiorescenza di male vede innestato l’albero buono che fa fare frutti buoni.

Riconoscere il mio cuore cattivo, che ha tesorizzato un grande capitale di male di vivere, è l’innesto stesso che mi fa albero buono; mi mette in comunione con lui che perdona e coi fratelli che quindi perdono. Questo brano ci richiama a “discernere” e a vivere con verità la nostra menzogna davanti a Dio, esponendo senza paura al suo occhio la nostra timorosa nudità. Dai nostri frutti di morte, possiamo riconoscerci facilmente come legno cattivo. Così siamo disposti ad accogliere il suo perdono e accettiamo l’innesto dell’unico legno buono: l’albero della misericordia del Padre, la croce del suo Figlio donato per noi. La conoscenza del mio peccato in questa luce mi rende finalmente solidale col Padre e con i fratelli.

34. CHIUNQUE ASCOLTA E FA
(6,46-49)

In questa parabola si mostra come la salvezza dipenda dall’obbedienza alla parola di misericordia che Gesù ha dato nei vv. 27-38. È la rivelazione definitiva e completa di Dio: l’ascolto “fattivo” della sua parola è salvezza e vita, la disobbedienza ad essa è rovina (cf. Dt 30,15-20).

Quanto Gesù ha detto non è un consiglio. Chi lo ascolta e fa quanto ha ascoltato, si costruisce una casa dove può abitare stabilmente, senza pericoli; chi non gli obbedisce, si costruisce una casa che gli crolla addosso e lo seppellisce nella sua rovina. Nell’obbedienza alla parola di misericordia si gioca il senso definitivo della vita!

La salvezza non è solo il riconoscere Gesù come “il Signore”. È anche fare ciò che lui, il Signore, ha fatto e comandato: essere come lui, del quale siamo immagine e somiglianza.

Si sottolinea l’aspetto pratico della rivelazione: se la parola ci fa conoscere Dio, l’obbedienza ci trasforma in lui (cf. v. 36). L’uomo diventa la parola cui obbedisce. Il volto di Dio in Gesù è indicativo del nostro vero volto; è quindi un imperativo per raggiungere la salvezza, che è il nostro volto vero di figli. Il discorso ai piedi del monte non solo propone qualcosa di giusto, ma difficile o impossibile per noi; non solo denuncia il nostro peccato e la necessità di essere salvati; non solo annuncia la mentalità nuova da avere; indica anche e soprattutto l’esigenza che scaturisce dal dono della vita nuova, radicata in Gesù: aderire a lui è essere uomini nuovi, che portano il “sapore” di lui in tutte le dimensioni della loro vita.

Luca richiama al lettore “Teofilo” ciò che già ha appreso nel battesimo: gliene mostra la solidità, perché in esso fondi, in modo sempre più cosciente, la costruzione della sua casa. Così non gli crollerà addosso! Il materiale della catechesi battesimale sulla misericordia, svolto nei vv. 27-38, viene dalla tradizione della chiesa primitiva. Se ne trovano tracce nella seconda parte di tutte le lettere di Paolo. È la rivelazione piena della volontà di Dio che Gesù ha annunciato e vissuto.

Estratti da:
Silvano Fausti, “Una Comunità legge il Vangelo di Luca”
Edizioni Dehoniane Bologna 1991

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Questa voce è stata pubblicata il 09/09/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , , .

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