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Popolazioni a confronto: Francia e Italia 

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Il caso francese

Per molti secoli, fino all’inizio dell’Ottocento, la Francia fu il paese di gran lunga più popoloso d’Europa (dall’XI al XVI secolo, ad esempio, aveva il quadruplo della popolazione inglese, mentre oggi le due popolazioni sono quasi pari: 64 e 63 milioni). Nel corso dell’Ottocento, però, la Francia fu il primo paese a conoscere un forte calo della fecondità, che rallentò molto la sua crescita demografica, fino alla metà del Novecento. Soprattutto per questo motivo la Francia, dopo avere popolato con i suoi emigranti il Quebec canadese nel Seicento, fu l’unico paese europeo a non contribuire al gigantesco flusso migratorio del lungo Ottocento verso le Americhe e l’Australia. Anzi, dagli anni ’20 del Novecento fu il primo paese europeo a diventare meta di immigrazione, dall’Europa mediterranea e poi, dagli anni ’50, anche dalle sue colonie del Maghreb (soprattutto da Algeria, Tunisia e Marocco). Le preoccupazioni generate dal calo demografo indussero i governi francesi, fin dall’immediato secondo dopoguerra, a muoversi su due piani:

  • incoraggiare l’immigrazione, cosa che proseguì fino alla metà degli anni ’70, da quando furono introdotti vincoli sempre maggiori, che non hanno peraltro impedito la crescita dei flussi di immigrati: oggi ¼ della popolazione francese ha origini (genitori o nonni) stranieri, ed è la società europea più multietnica;
  • attuare una politica sociale molto generosa verso la famiglia e la natalità, attraverso un sistema di Welfare State che destina a questo settore molte più risorse di altri paesi europei, in particolare con misure fiscali come assegni familiari e detrazioni secondo il cosiddetto “quoziente familiare”, sovvenzioni per gli alloggi alle famiglie, ricca dotazione di servizi come gli asili nido e le scuole materne.

Come esito combinato dell’immigrazione e delle politiche sociali favorevoli alla natalità, negli ultimi decenni in Francia la popolazione ha ripreso a crescere (vedi doc.1), passando dalla più bassa alla più alta natalità in Europa (vedi doc. 4A), ed è (e sarà nei prossimi decenni) mediamente la più giovane d’Europa.

[Rielaborazione e adattamento basati su: Società italiana di statistica, Rapporto sulla popolazione, 2007]

Il caso italiano

All’opposto della Francia, l’Italia fu uno degli ultimi paesi europei a iniziare la transizione demografica, a fine Ottocento, e la forte crescita collegata alla prima fase della transizione la portò a contribuire, più di qualunque altro paese europeo, all’emigrazione verso le Americhe e l’Europa continentale del periodo tra fine Ottocento e la Prima guerra mondiale, e poi ancora negli anni ’50 e ’60 del Novecento. Negli anni ’70 del Novecento, però, si ebbe una svolta molto rapida: la natalità, ancora molto sostenuta negli anni ’50, soprattutto al Sud, calò fino alla “crescita 0”; in quel decennio, inoltre, l’Italia cessò di essere un paese di emigrazione e divenne anch’essa, come gli altri paesi dell’Europa occidentale, meta di immigrazione, che da allora è progressivamente cresciuta, nonostante le politiche restrittive applicate dagli anni ’90. Mentre secondo il censimento del 1991 la popolazione straniera costituiva una quota quasi trascurabile dei residenti (0,6%), la percentuale è salita a 7,4% nel 2013, in grandissima parte (86%) concentrata nel Nord e nel Centro.

Dagli anni ’80, l’Italia fu il primo paese al mondo, assieme al Giappone, a proseguire nel calo della fecondità, fino ai livelli bassissimi degli anni ’90 di 1,2 figli per donna. All’inizio del XXI secolo si è avuto un leggero recupero che ha portato la media a 1,3 figli per donna (la stessa di diversi altri paesi dell’Europa meridionale e orientale). Tale recupero nella fecondità è dovuto all’apporto dell’immigrazione, e non a caso si è registrato nell’Italia centro-settentrionale, nella quale l’immigrazione è molto maggiore che nel Sud.

Come effetto congiunto di questa bassissima fecondità e di una longevità tra le più alte al mondo, la popolazione è progressivamente invecchiata, tanto che nel 2020 l’Italia avrà la più alta percentuale in Europa (e la seconda nel mondo, dopo il Giappone) sia di anziani (65-79 anni), che saranno il 16,6%; sia di “grandi vecchi” (80 anni e oltre), che saranno il 7,8%; perciò, il 24,4% della popolazione avrà più di 65 anni.

Mentre i progressi nella longevità sono facilmente spiegabili con i miglioramenti delle condizioni generali di vita e del sistema sanitario, c’è un vasto dibattito sulle cause della bassissima fecondità delle famiglie italiane. I dati certi sono:

  • a) il progressivo spostamento in avanti dell’età media in cui le donne generano il primo figlio, dal decennio fra i 20 e i 30 a quello fra i 30 e i 40 anni: un posticipo che induce spesso a non averne altri;
  • b) il forte ritardo (tipico soprattutto dell’Italia, e in parte degli altri paesi latini in Europa) con cui sia i maschi sia le femmine escono dalla famiglia di origine e vanno a costituirne una propria.

Di questi due fenomeni, in parte intrecciati tra loro, si danno spiegazioni diverse, tutte certamente influenti, che qui ci limitiamo a riassumere, senza pretendere di valutarne il peso relativo:

  • – I legami tra genitori e figli, molto più stretti e pervasivi in Italia (e in altri paesi mediterranei) che nel resto d’Europa, trattengono più a lungo i “giovani adulti” italiani nella famiglia d’origine, così come li inducono, una volta usciti, a stabilirsi in prossimità di quella, mantenendo un flusso continuo di rapporti e mutuo sostegno;
  • – A trattenere i giovani dall’uscire di casa e dal fare figli sono le difficoltà economiche, sia nel mercato degli alloggi sia nel mercato del lavoro, come dimostra l’altissima percentuale di disoccupazione giovanile in Italia;
  • – Il Welfare State italiano è molto “avaro” sia verso i giovani (che anche quando frequentano l’università tendono a vivere in famiglia, anziché nei campus universitari come negli altri paesi occidentali), sia verso la famiglia, per la quale in Europa si spende mediamente l’8% della spesa sociale, ma solo il 4,5% in Italia (“ultima in classifica” per questa voce, assieme alla Polonia);
  • – La bassa fecondità dipende da un “sistema di genere asimmetrico”, tipico dei paesi dell’Europa del Sud, tra i quali l’Italia, ove si è realizzata una “modernizzazione incompiuta”, così riassumibile: nonostante gli straordinari progressi femminili nei livelli di istruzione e nella conquista di autonomia economica e di identità sociale, all’interno della famiglia il lavoro domestico e la cura dei figli continuano a gravare solo o soprattutto sulla donna, secondo modelli di comportamento tradizionali. In questo contesto, per non compromettere la propria qualità della vita e/o le opportunità lavorative, molte donne sono indotte a ridurre il numero di figli o anche a rinunciare alla maternità. Varie ricerche italiane ed europee hanno riscontrato, in coppie in cui entrambi i partners lavorano, una correlazione positiva tra numero di figli e partecipazione maschile alle attività domestiche e di cura dei figli: ma in Italia questa sembra essere ancora l’eccezione, non la regola.

[Rielaborazione e adattamento basati su: Società italiana di statistica, Rapporto sulla popolazione, 2007]

http://www.novecento.org

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Questa voce è stata pubblicata il 09/09/2019 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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