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Lectio sul Vangelo di Luca – Cap. 9 Fausti (5)

SanLucaLectio divina sul Vangelo di Luca
Silvano Fausti
Capitolo 9 


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Testo doc Lectio Luca Cap 9 Fausti (5)

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49. LI INVIÒ A PROCLAMARE IL REGNO DI DIO E A GUARIRE
(9,1-6)

La presente sezione, che va da 9,1 a 9,50, è tutta sottesa dalla domanda prelusa in 8,25: “Chi è dunque costui” che esige ascolto? Abbiamo visto che a lui obbediscono cielo e abisso, male, malattia e morte. Ora vediamo che invia i Dodici per radunare il popolo nel deserto e lì lo sazia (vv. 1-17). La risposta non può essere che ovvia: è il Kýrios della creazione e dell’esodo! La risposta viene a fuoco incrociato dai nemici (vv. 7-9), dal popolo (vv. 18-19), dai discepoli (v. 20), da Gesù stesso (vv. 22.26.44) e infine dal Padre (v. 35), che conferma la risposta del Figlio e il suo rimprovero ai discepoli del v. 21. La testimonianza di Gesù taglia netto con tutte le false attese messianiche, mentre la testimonianza del Padre porta il dibattito cristologico su un piano superiore e insospettato: il messia atteso è in realtà l’inatteso, perché ignorato, Figlio di Dio.

Gesù istruisce i Dodici sui misteri del Regno, che solo dopo la fine del viaggio a Gerusalemme saranno in grado di comprendere. Questa sezione ha come cornice il servizio dei discepoli inviati e servi del pane (vv. 1-17) e le istruzioni di come debbano esercitare il loro servizio (vv. 46-50); al centro sta la rivelazione di Gesù nel suo mistero di sofferenza (vv. 18-22.43b-45) e di gloria (vv. 28-36), con le condizioni per i discepoli che vogliono essere associati a lui nella croce (vv. 23-27) e nella gloria (vv. 37-43a).

Se nel c. 8 i discepoli ascoltano e vedono soltanto, ora, nel c. 9, dopo il battesimo sulla barca, sono direttamente coinvolti nel destino di Gesù, nella sua missione, nel servizio del pane, nella croce e nella gloria: il battesimo li ha associati a lui. È solo in questo coinvolgimento che si può capire a fondo chi è lui, entrare nel suo mistero ed essere trascinati con lui nel suo viaggio a Gerusalemme, che costituisce la seconda parte del Vangelo.

Il tema dell’“ascolto”, che domina tutta la prima parte, ha il suo principio e il suo termine nel “lui ascoltate” del Padre (9,35), che fa “vedere” la gloria di colui che è da ascoltare. Chi lo ascolta e fa la sua parola, lo vede trasfigurato. Se l’ascolto ha come fine la sequela, la sequela ha come fine la visione. La parola, che entra dall’orecchio nel cuore, muove mani e piedi, perché gli occhi giungano a vedere colui di cui si è udita la voce.

Questo brano segna l’inizio dell’opera dei discepoli chiamati da Gesù a continuare la sua stessa opera. Da lui e come lui, anch’essi sono inviati. Fine di questa e di ogni missione sarà l’eucaristia, il servizio del pane di Vita – come fine del servizio di Cristo fu il dono del suo corpo. In 10,21s si mostra come tale dono introduce nella vita stessa di Dio, l’amore Padre/Figlio. Da qui si coglie la centralità dell’eucaristia nella vita della chiesa: in essa noi ripresentiamo “oggi” al Padre il suo Figlio donato a noi; e in lui presentiamo al Padre noi stessi, che di questo dono mangiamo e viviamo. È il pane che Gesù, il medico/sposo, ha ordinato che sia dato alla fanciulla risuscitata (8,55).

In 5,1-11.27s Gesù chiama i discepoli alla sequela. In 6,12-16 sceglie tra questi i Dodici e inizia una lunga formazione (fino a 8,56), che ha come capisaldi l’ascolto e lo stare con lui in una verifica costante. Ora i Dodici sono chiamati una terza volta, per essere effettivamente inviati a continuare la sua stessa missione che termina nell’eucaristia. Luca pone l’inizio del ministero dei Dodici nel tempo del Gesù terreno e vede in esso prefigurata e fondata la chiesa. Questa prolunga oggi nello spazio e nel tempo la sua opera, con lo stesso potere e la stessa autorità. In 10,1ss c’è un altro invio analogo, di altri 72 (70) discepoli. Luca intende le due missioni in una certa continuità, come quella tra fondazione ed edificio. In quella dei Dodici si compie la promessa a Israele e alle sue 12 tribù; in quella dei 72 (70) essa si apre a tutti i popoli della terra.

Le consegne che Gesù dà ai Dodici servono da “breviario di viaggio” o “viatico” per la missione della chiesa. Contengono l’avvertimento unico che Gesù dà sulla missione. Esso consiste in un imperativo negativo: “non prendete” (seguito da cinque specificazioni: “né… né…) più l’ordine di “dimorare” o di “scuotere la polvere”. Il termine “uscire” ricorre ben tre volte e indica la realtà della missione. Le parole di Gesù non riguardano l’oggetto dell’annuncio. Esso è ovvio: è il regno di Dio, udito e visto in lui, è lui stesso! Ciò che non è ovvio e su cui Gesù insiste, è “come” deve vivere e presentarsi chi annuncia. Per noi l’importante non è cosa dire, che non dipende da noi, ma come essere, per non contraddire con la vita ciò che annunciamo con la bocca. Ciò che sei fa da cassa di risonanza a ciò che dici. Questo brano ci dà praticamente la carta d’identità degli inviati: devono riprodurre i lineamenti di chi li invia. Tant’è vero che è l’unico discorso sulla missione, ribadito totalmente in 10,1ss! Non tenerne conto come norma fondamentale per l’evangelizzatore è per lo meno temerario. Sarebbe disprezzare il Signore che così ha “ordinato” (Mc 6,8), sapendo che noi avremmo fatto diversamente! Non sono consigli, ma ordini. Non è che la fede di chi ascolta dipenda dalla credibilità di chi annuncia. La Parola è viva ed efficace di per sé. Chi annuncia però ha il tragico potere, per quanto sta in lui, di offuscare o annullare l’annuncio: se non ha il potere di renderlo credibile, è tuttavia in grado di renderlo incredibile. È la responsabilità dell’uomo, il quale, non essendo Dio, non può dare la vita; è però in grado di dare la morte a ciò che vive. Il discernimento apostolico (cf. le tentazioni!) non riguarda tanto le priorità apostoliche o le analisi accurate delle situazioni, anche se sono utili o necessarie, e non riguarda per sé neanche l’oggetto della missione, ma il “come” realizzarla.

Questo “come” è la povertà, l’umiliazione e il fallimento che ne conseguono. È associazione al Cristo e alla sua stessa fiducia filiale nel Padre che solo riscatta dalla morte. Se non osservo questo “come” nell’evangelizzazione, direbbe s. Ignazio, non sto militando sotto il vessillo di Cristo, bensì sotto quello del nemico – al di là di ogni buona intenzione o protesta contraria! Il male, sempre fatto a fin di bene, deriva dal non aver usato gli strumenti adeguati. Per il discepolo, lo strumento adeguato è la croce del suo Signore, che ha salvato il mondo.

Sullo sfondo di questo brano sta la figura del servo di Eliseo, Ghecazi (2Re 4,29; 5,20-27). Ai discepoli che non osservano la parola del Signore capita come a lui, il servo infedele, che si caricò della lebbra da cui il suo padrone aveva liberato il pagano. Quando, nel momento della prova, cambieranno i tempi (cf. 22,35-38), allora si comprenderanno meglio le esigenze di questo modo di andare in missione e la sua normatività.

50. CHI È COSTUI?
(9,7-9)

Il problema dell’identità di Gesù si era aperto con la domanda del Battista (7,20). Egli è figura dell’AT, aperto alla promessa di Dio, che si interroga sul Cristo interrogando Gesù. Infatti, come il mistero di Gesù è comprensibile solo partendo dall’attesa dell’AT, così questa è comprensibile solo confrontandola con Gesù, sua realizzazione. Con Giovanni la questione riguardava più il tipo di messia da attendere: Gesù o uno diverso? Ora invece la questione è sull’identità di Gesù. Dopo aver corretto il tipo di attesa, ora bisogna riconoscere l’atteso. Là fu il Battista a domandare e Gesù a rispondere con i fatti e con le parole. Qui è il decapitatore del Battista che pretende insieme di domandare e di rispondere. Ma chi vuol rispondere alla propria domanda, non attende in realtà alcuna risposta. L’ha già decapitata! Ha solo un interesse da difendere e quindi non avrà mai la risposta vera. In Erode ci viene detto perché non siamo in grado di riconoscere il Signore e perché fallisce il nostro incontro con lui, pur avendolo “ascoltato” e desiderando “vederlo”. Chi è Gesù per Erode? Un concorrente da conoscere con curiosità, da manipolare e da uccidere! Erode ci viene presentato come maschera del male (cf. At 12,22). Egli pone se stesso al centro di tutto: ogni suo conoscere o attendere è strumentale al suo impadronirsi dell’altro. Per questo non può conoscere il Signore e farà una fine miseranda. Questo Erode è in ciascuno di noi e ci impedisce di accogliere e di riconoscere il Signore.

La domanda con cui Erode chiude la ricerca (v. 9) ha lo stesso tenore della domanda con la quale i discepoli l’hanno aperta (8,25). Ma, mentre lui si interroga partendo da ciò che ha udito, curioso e pauroso, per difendersi e attaccare, i discepoli si interrogano partendo da ciò che hanno sperimentato, pieni di meraviglia e disposti ad accogliere.

Questa ricerca abortita sull’identità di Gesù è un preludio alla dichiarazione di fede dei discepoli (v. 20). Mentre Erode chiede e risponde, nel caso del Battista lui domanda e Gesù risponde; nel caso dei discepoli invece Gesù domanda e questi rispondono. Con il Battista, c’è un primo movimento della fede, in cui Gesù risponde all’AT e ne chiarisce il senso. Con i discepoli c’è un secondo movimento della fede, in cui questi sono in grado di rispondere a Gesù che risponde alle Scritture. Con lui il cerchio promessa-compimento si chiude come attesa per aprirsi come pienezza di chi lo accoglie.

Nel caso di Erode, come già detto, è lui stesso che si chiede e si risponde. La domanda resta quindi necessariamente inevasa. Erode – il re adultero che imprigiona e uccide il profeta (3,19s) – è figura del popolo adultero e infedele al suo Signore, che imprigiona e uccide chi lo richiama alla fedeltà. Tagliare la gola è il modo più sicuro di far tacere la parola. Per questo il suo tentativo di identificare l’atteso abortirà, anche se “ascolta tutto ciò che capita” e “cerca di vederlo”. Anzi, il suo ascolto si tradurrà in ricerca di lui per ucciderlo (13,31); il suo desiderio di vederlo in incontro mortale, in cui verrà “nientificato” e deriso (23,11). Questo brano è un anticipo, per contrappunto, della professione di fede dei discepoli (v. 20). Contemporaneamente è uno scorcio sul calvario, al quale Gesù giungerà proprio per l’infedeltà che impedisce di riconoscerlo.

Questo brano è sommamente istruttivo per mostrare come ci rendiamo impossibile la conoscenza del Signore: pur ascoltandolo e vedendolo, non ne riconosciamo il mistero, perché non accettiamo il Battista che richiama alla conversione, anzi lo eliminiamo. Chi non è disposto a convertirsi e coinvolgersi, non comprende: solo prende la verità e la soffoca. I discepoli invece, che hanno seguito Gesù sulla barca e hanno sperimentato la sua salvezza, si sono volti a lui e stanno con lui. Lo riconosceranno allo spezzare del pane, luogo di pieno riconoscimento, dove si aprono gli occhi su di lui (cf. 24,30s).

La domanda di Erode dopo la missione dei Dodici è la stessa che si porranno le varie autorità di fronte alla predicazione postpasquale dei discepoli. Se ne mostrano gli equivoci e le incomprensioni, che porteranno dall’udire e dal desiderio di vedere alla persecuzione. La vera risposta non può essere data da chi ha solo sentito parlare, senza partecipare al suo banchetto.

51. PRESI I CINQUE PANI, LI SPEZZÒ
(9,10-17)

Nell’ascolto la Parola si è fatta seme (c. 8). Il seme, morto e risorto centuplicato, ora si fa pane. Poi il pane si farà vita di un volto splendente e forza per il cammino verso Gerusalemme. Allo spezzare del pane gli occhi dei discepoli di Emmaus si aprirono, lo riconobbero e iniziarono il cammino verso Gerusalemme (24,30-33). Pure qui, dopo il dono del pane, i discepoli riconosceranno Gesù, ne vedranno fugacemente la gloria e inizieranno con lui il cammino verso Gerusalemme. Questo racconto del pane è incluso tra due scene di riconoscimento di Gesù: una fallita, prima (vv. 7-9) e una riuscita, dopo (18-22). Quasi a dire che solo chi mangia questo pane e ne vive, sa riconoscere il volto del Signore.

Luca, come già la tradizione prima di lui, utilizza il miracolo della moltiplicazione dei pani per illustrare quel gesto, ben noto alla comunità, che lo associa al suo Signore nel suo cammino di morte/risurrezione nell’attesa del suo ritorno. L’esperienza quotidiana dell’eucaristia ci trasferisce nell’ottavo giorno, l’oggi della trasfigurazione – “quello stesso giorno” dei discepoli di Emmaus (24,13) – perché ci rende presenti al suo dono di amore eterno. Il suo pane è la nostra vita e ci abilita, come Elia, al lungo cammino di quaranta giorni, fino al monte della rivelazione di Dio (1Re 19,8). Il luogo in cui si riconosce Gesù non è la curiosità di Erode, che lo vuol controllare e tenere in mano, ma la fragranza del pane e la meraviglia stupefatta del discepolo che ne gusta.

Il senso del racconto è dato dalla sua cornice, incluso com’è tra l’aborto di fede di Erode e la nascita alla fede, anche se imperfetta, dei discepoli. Lo spezzar del pane è rivelazione oggettiva del suo amore per me: lo ri-cordo, lo porto al mio cuore, al centro di me stesso e mi lascio interpellare da esso cercando di rispondere. La fede è questo dialogo che si fa vita comune, il suo amore che si fa mio pane e mi nutre.

La lettura che Luca fa di questo banchetto, strettamente cristologica, segna il punto d’arrivo della missione: l’attività apostolica porta a conoscere il Signore Gesù e ha il suo “culmine” e coronamento nell’eucaristia, che ne è anche l’“origine”. Essa è fondamento e compimento insieme della chiesa, suo principio e suo fine!

Il racconto ha come sottofondo l’attesa del banchetto messianico nel deserto, analogo a quello che Dio imbandì al suo popolo (cf. Is 25,6ss; Os 11,4; 13,4ss; Sal 23; 78,18-29; 105,40; 107,9; Ne 9,15; Sap 16,20ss; 19,11ss). Tale banchetto (cf. Nm 11,4ss. 21ss; Es 16; Dt 8,13) chiarisce molti dettagli di questo racconto, la cui struttura peraltro è simile alla moltiplicazione dei pani di 2Re 4,42-44.

Il pane è dato a tutti. Solo i discepoli però si rendono conto di ciò che è accaduto. Non segue nessuna reazione. Per chi se ne rende conto, l’unica reazione possibile è la fede in Gesù come messia, nostra speranza. Questa speranza ci avvince e associa a lui, e si chiarisce progressivamente nel dialogo con lui. Alla fine egli si rivela completamente, ci fa entrare nel suo mistero di morte e di risurrezione e ci prende con sé nel suo viaggio a Gerusalemme.

Il brano allude alla celebrazione eucaristica in tutto il suo valore storico-escatologico. Essa pone chi la celebra nel cuore del mistero di Dio, nella memoria della sua passione per noi, nell’anticipo della risurrezione e nell’attesa del suo ritorno. I Dodici (v. 12) – che diventano inavvertitamente i discepoli (v. 16) che ne continueranno l’azione – sono i servi di questo banchetto. Convocano, accolgono, ricevono e distribuiscono a tutti il pane spezzato e donato dal Signore. L’avanzo non viene riposto, come l’omer di manna (Es 16,32ss), ma è ciò che i discepoli hanno sempre in serbo per donare a tutti e per sempre. Inoltre questa si può e si deve conservare (Gv 6,12). A differenza della manna che perisce (Es 16,17-21), questo pane non perisce mai (Gv 6,27). Ha anzi il potere di preservare dalla morte chi ne mangia (Gv 6,32-36.48-51). In esso il Signore vuole e può finalmente rivelare il suo mistero di amore verso il Padre e verso di noi (10,21s). Questo pane ci pone al centro della Trinità, come figli nel Figlio e ci fa come lui ascoltatori della parola del Padre che trasfigura il volto (cf. v. 35).

Il centro di questo brano è il v. 16, che ripete le parole dell’ultima cena. Ora la presenza del Dio che nell’Esodo sazia il suo popolo è sostituita dal Cristo che spezza il pane: è il Kýrios glorificato, che la comunità sperimenta nel deipnon kyriakón (coena Domini).

Gesù non è presentato come il nuovo Mosè, ma come Dio stesso che salva e sazia. Il paragone con il miracolo di Eliseo serve a mostrare la sua superiorità nei confronti di colui che aveva ereditato la doppia parte dello spirito del padre dei profeti (2Re 2,9).

I vv. 10-11, con il ritorno e l’assunzione in disparte degli apostoli (cf. v. 28), preparano la lettura del fatto nella chiave cristologica che essi, figura della chiesa, ne faranno.

I vv. 12-15 introducono il nocciolo del brano, che è il “dare” da mangiare a tutti, compiuto dai discepoli su ordine del Signore. Riecheggia il “fate questo in memoria di me” (1Cor 11,24).

Il v. 16 richiama il gesto ben noto dell’eucaristia.

Il v. 17 nota come qui si realizza la beatitudine di 6,21a e come questa beatitudine della sazietà è aperta a tutti gli affamati che si ciberanno di questo pane sovrabbondante. È la beatitudine piena del Regno, concessa a chi mangia “il pane nel regno di Dio” (14,15).

52. IL CRISTO DI DIO… IL FIGLIO DELL’UOMO
(9,18-22)

Degli autori pongono qui, invece che al v. 51, l’inizio della seconda parte del Vangelo di Luca, con l’avvio del grande viaggio a Gerusalemme. Certamente i vv. 18-51 fanno da cerniera. In essi Luca lascia risuonare in piena scioltezza tutti temi della prima parte del Vangelo e intona quelli della seconda, concludendo quanto è stato aperto e accennando quanto sarà svolto. Infatti si risponde alla domanda: “Chi è costui?” in modo definitivo e da tutti i punti di vista – gente, discepoli, Gesù, il Padre. Contemporaneamente si è introdotti nella conoscenza dell’enigma: “Qual è il suo Spirito?”, quello che lo porterà fino a Gerusalemme, ben diverso da quello che già ve lo portò per tentarlo in 4,9!

Prima si andava a lui per “ascoltare e guarire” (6,18); ora, una volta guariti dal male e dalla disobbedienza, si è chiamati a “andare dietro di lui” (v. 23) e “vedere” il regno di Dio (vv. 27ss).

La parola “andare” (venire) diventa il filo conduttore del racconto, con un termine preciso: Gerusalemme. È il lungo viaggio, per il quale ora abbiamo il pane (1Re 19,7). Nei cc. 9-13 si parlerà dello Spirito di Gesù che il discepolo deve seguire; nei cc. 14-16 esso si rivela come dono della misericordia di Dio in Gesù, che si esprime nella capacità del discepolo di essere a sua volta misericordioso. È una ripresa del grande tema di 6,20-38.

Dal v. 17 al v. 18 Luca salta ben 75 versetti di Marco: è la “grande omissione”, dove lascia cadere doppioni o materiale non facilmente comprensibile ai suoi lettori. Così riallaccia direttamente al dono del pane la capacità di riconoscere il Signore e di compiere il viaggio (cf. 24,30-33). Nei vv. 18-50 condensa in 33 versetti i 53 di Mc 8,27-9,41. Mantiene o lascia cadere, secondo che serva o meno alla sua ottica teologica, che è quella di congiungere la preghiera con l’essere tolto dal mondo.

L’interrogativo circa Gesù – abbozzato in 4,22.36; 5,9, formulato in 5,21, ripreso dal Battista in 7,18ss. e dai commensali in 7,49, suscitato nei discepoli in 8,25 e in Erode in 9,7-9 – trova ora risposta.

La risposta è riservata ai discepoli che sono stati con lui e accettano di essere messi in questione da lui. Essa rimane incompleta e deve restare aperta all’ulteriore rivelazione che lui farà di sé. Chiudersi nella propria risposta è tentazione diabolica per eccellenza (cf. Mc 8,32s). In questo brano si opera il passaggio tra una conoscenza “religiosa” di Gesù secondo la carne e una conoscenza nella fede, secondo lo Spirito, concessa ai discepoli. Questi lo sanno riconoscere come novità assoluta, come “il Cristo di Dio”. A questo punto Gesù rivela il suo mistero più profondo: il mistero del pane spezzato, la sua morte e risurrezione. Così risponde pienamente alla domanda: “Chi è costui, che esige obbedienza?”. A questo punto il discepolo obbediente è associato a lui, fa parte della sua famiglia e mangia quel pane che è la forza nel santo viaggio (Sal 84,6).

Il nodo centrale, evidenziato da Marco come scontro (cf. Mc 8,32s), è il passaggio dalla risposta di Pietro a quella di Cristo: si passa da un messianismo glorioso a quello del Servo che si consegna al Padre. È il mistero della croce, discriminante della fede in Gesù. È lo scandalo che esige conversione profonda e continua. La fede e la sequela del Signore si decidono su questa strettoia.

53. SE QUALCUNO VUOLE VENIRE DIETRO ME…
(9,23-27)

Lo spezzar del pane rivela al discepolo, insieme a quello di Cristo, il suo stesso volto. Ne è la riproduzione fedele, il ritratto vivente. Prendere questo pane infatti significa vivere di lui e come lui, nell’identico cammino di passione e risurrezione. La via del Regno è quella della croce, tanto per il Maestro quanto per il discepolo.

Questo discorso è rivolto a “tutti”, anche a quelli che in futuro mangeranno delle dodici ceste avanzate di quest’unico pane spezzato. Queste parole del Signore costituiscono l’apice del cammino di ascolto e portano l’ascoltatore sulla soglia della visione (v. 27). Il brano è profezia circa il discepolo: egli vive nella propria carne la stessa passione del suo Signore appena predetta. La trasfigurazione che segue è l’anticipo della risurrezione, come gloria proposta per affrontare la croce, secondo il dinamismo di Fil 3,10s (cf. Eb 12,2).

Questi cinque detti di Gesù sono un compendio di vita cristiana, lo specchio della Parola cui il discepolo deve conformare il proprio volto (cf. Gc 1,22-25). La nostra vita presente e futura porta impressi i lineamenti di Gesù, il Figlio morto e risorto. Quanti saranno segnati con la croce sulla fronte, saranno salvati: è il sigillo di appartenenza a Dio in Gesù (cf. Ap 7,2ss; Ez 9,4).

Il discepolo, incorporato per il battesimo al corpo di Cristo di cui nell’eucaristia vive, incontra la stessa lotta e le stesse tentazioni del deserto e della croce di colui che segue (v. 23): salvare la propria vita (v. 24), guadagnare il mondo (v. 25), giungere alla gloria senza passare attraverso la croce (v. 26). Chi mangia e vive del pane spezzato è, come Gesù, martire dell’amore del Padre. Però, nella misura in cui è associato allo scandalo della croce, lo è anche alla visione beata del suo regno (v. 27). Luca, come cala nel quotidiano l’eucaristia, così parla di “croce quotidiana”. Il martirio della croce si proietta indietro su tutta la vita, che è appunto testimonianza (=martirio). È più difficile vivere per Cristo e come Cristo che pretendere di morire per lui o come lui! La salvezza è legata al presente in obbedienza alla sua parola.

Negli Atti vediamo come i discepoli continuano nella propria vita quella di Gesù, testimoniandolo con “parresía”. Si può dire che il libro degli Atti è un grande commento a questi detti che terminano con la promessa di vedere il Regno, seguita subito dalla trasfigurazione. Il tutto è già contenuto nella beatitudine di 6,22s. I discepoli la sperimentano l’ottavo giorno: è il giorno del Signore, in cui li trasferisce il pane spezzato, memoria della sua morte e anticipo della gloria futura.

L’escatologia si fa storia e svolge la sua funzione, che è quella di esserne il motore, e non evasione! D’altronde ogni storia è tale in quanto ha un fine e ha la qualità di questo fine.

54. QUESTI È IL FIGLIO MIO: ASCOLTATELO
(9,28-36)

Si svela il cuore del mistero di Gesù. Ai discepoli è concesso di entrare nella conoscenza Padre/Figlio. L’obbedienza al “Gesù solo”, che il Padre ordina – “Lui ascoltate!” – è l’apice del racconto. L’ascolto è confermato come via alla visione e forza del cammino verso Gerusalemme. Ora, dopo la trasfigurazione, sappiamo pienamente chi è lui e perché lo dobbiamo ascoltare. All’eco in terra della proclamazione di Erode, della gente e dei discepoli, corrisponde dal cielo la voce del Padre, che conferma la parola del Figlio. L’ordine di ascoltarlo riguarda particolarmente il brano precedente, dove rivela la necessità della croce per giungere alla gloria. Per questo, mentre risuona la voce, i discepoli trovano il “Gesù solo” che va a Gerusalemme. Il Padre, dal santo monte, dà il sigillo definitivo alla rivelazione di Gesù e mostra il suo volto. L’ascolto di lui porta a vedere ciò di cui Mosè ed Elia hanno parlato: la pienezza del dono di Dio. La voce del Padre e il volto del Figlio sono soprattutto una conferma a ciò che i discepoli stentano a capire anche dopo pasqua (cf. 24,25ss), cioè la necessità della croce.

Gesù, come Mosè, si mette a capo del popolo per il nuovo esodo, verso la Gerusalemme definitiva; come Elia, verrà “assunto” in cielo per ricomparire alla fine dei tempi (2Re 2,11ss). Come la sua andata, così sarà il suo ritorno! (At 1,11).

Si scioglie la tensione suscitata dal problema sull’identità di Gesù nella prima parte del Vangelo. Ora che lo si conosce ci si può affidare a lui.

Nel nuovo esodo che ci propone c’è una nuova manna, il pane spezzato e una nuova legge, il volto del Figlio obbediente. Sappiamo che, ascoltando lui, ascoltiamo il Padre e, vedendo lui, vediamo il Padre (Gv 14,9). Ci ha rivelato la sua gloria di Figlio proprio nel suo cammino di umiliazione fino a Gerusalemme. Di questo ha appena parlato ai discepoli e di questo conferisce con Mosè ed Elia.

La parola del Padre completa e corregge quella dei discepoli, i quali non hanno del “Cristo di Dio” la stessa comprensione che ne ha Dio stesso. Il Padre comanda ai discepoli di accettare il Cristo che passa attraverso lo scandalo della croce. Lui è il suo Figlio e nessun altro; lui solo è da ascoltare.

Dal Tabor c’è uno squarcio di luce che lascia vedere la meta, Gerusalemme, perché i discepoli possano incamminarvisi. Hanno una visione anticipata della gloria per affrontare il passaggio obbligato della croce, appena annunciata (v. 22) e subito ribadita (v. 44): mentre le Scritture discorrono con lui sulla necessità della passione, ne contemplano la gloria. La definitività e l’importanza di questa rivelazione è richiamata da 2Pt 1,16-19.

Per il lettore di Luca, questo racconto serve a fargli sperimentare, attraverso il mistero del pane, la gloriosa presenza del Signore che lo trasfigura nel volto e lo rapisce nell’esodo verso Gerusalemme: con la forza di quel cibo può, come Elia, camminare per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio (1Re 19,7s).

Il primo martire mostrerà nel suo esodo il fulgore riflesso della stessa gloria (At 6,15), che gli permetterà di testimoniare fino alla fine.

55. PREGAI I TUOI DISCEPOLI E NON POTERONO
(9,37-43a)

Luca salta il dialogo e la discesa dal monte (Mc 9,11-13 Mt 17,10-13). In questo modo l’esorcismo è più strettamente legato alla trasfigurazione. Dopo aver intravisto sul monte la gloria dell’ottavo giorno, termine dell’esodo, ora i discepoli restano con il “Gesù solo” (v. 36), che va verso la croce. È il Figlio dell’uomo che porta su di sé il male di tutti i figli degli uomini, per restituirli salvati al Padre. Come ora restituisce a suo padre il figlio unico, così alla fine consegnerà se stesso e tutti al Padre che l’ha appena chiamato “Figlio”. Si consegnerà come il “servo” che porta il male del mondo (23,46). Dopo l’esperienza “entusiasmante” (= divinizzante), ora scendono al basso, nella vita quotidiana. Qui si deve compiere il cammino dell’esodo, in mezzo agli uomini ancora abbandonati in balia della forza del male e dell’incredulità. Il racconto riferisce l’esperienza della chiesa post-pasquale. In assenza del suo Signore che si è separato da lei, non deve nostalgicamente guardare in alto. È invece chiamata a portare avanti la sua lotta contro il male e a testimoniare la sua risurrezione. Il “pane” le ha aperto gli occhi sul suo Signore, facendole comprendere la sua croce e la sua gloria. Senza “fare tende”, in forza di questa “visione” – che è il dono dello Spirito che apre gli occhi ai ciechi, e suscita la fede illuminando il cuore – la voce del Padre porta ad “ascoltare” (v. 35) il Figlio e a seguire il suo cammino.

Il rapporto tra trasfigurazione sul monte e lotta in basso è lo stesso che la comunità cristiana sperimenta quando finisce la celebrazione eucaristica. Dopo che le si sono aperti gli occhi e ha visto la gloria del Signore risorto, passa dalla festa alla vita di ogni giorno, in cui c’è da portare la “croce quotidiana” (v. 23) col “Gesù solo” (v. 36). Al piano, nella quotidianità della vita, i discepoli dimostrano di non avere un ascolto sufficiente per vincere il male. La “visione” della gloria è data per confermare l’“ascolto” del Gesù solo che va verso la passione: dà la fede per seguirlo ogni giorno, nella lotta quotidiana contro il maligno. I discepoli “non poterono” vincerlo, perché fanno ancora parte di “questa generazione senza fede e pervertita” (v. 41).

Il rimprovero è rivolto solo ai discepoli che non hanno visto la trasfigurazione. I tre sarebbero stati in grado di vincere il male. Come questi discepoli impotenti sono quanti, nella chiesa, celebrano l’eucaristia “dormendo” e non aprono gli occhi sulla gloria in modo tale da affrontare la lotta fino alla croce. Come dopo la prima salita sul monte (6,12), in comunione con il Padre, Gesù scelse i Dodici e scese al piano ad annunciare il Regno (6,17-49), così ora, dopo la sua salita definitiva presso il Padre (cf. 23,46), prefigurata nella trasfigurazione, scende tra i suoi a realizzare il Regno mediante la fede dei discepoli. Il suo essere assente è un suo nuovo modo di presenza. Infatti il motivo dell’incapacità dei discepoli a liberare dal male non è l’assenza del Signore, sempre presente e glorioso, ma l’assenza nel discepolo di quella fede che lo rende presente con la sua forza. Il tema di questo brano è la possibilità della salvezza in assenza di Gesù. Essa è data dalla fede. L’impotenza del discepolo a operare la salvezza è collegata da Gesù alla mancanza di fede. L’efficacia o meno nella lotta contro il male dipende dalla fede e non da altro. Il Signore è onnipotente e misericordioso; ma può agire solo dove è accettata la sua azione, dove c’è fede. Colui che è assente perché morto e risorto – e che “vediamo” presente e glorioso nel pane – è efficace nella vita quotidiana nella misura del nostro “ascolto” della voce del Padre, che ci dice di obbedirgli nel suo cammino della croce.

Per questo i discepoli devono “piantarsi nelle orecchie” la parola, cioè che “il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini” (v. 44). Devono comprendere bene questo, che è il significato glorioso della sua passione. Diversamente restano nell’oscurità e nelle tenebre, in balia di una forza demoniaca. E non sono in grado di vincerla, perché la sua vera forza viene dalla loro apistía (= l’incredulità).

Questo è l’esorcismo più duro di Gesù, anche se Luca ne smorza le tinte rispetto a Marco. È la vittoria sullo spirito più difficile da vincere, che Marco chiama “sordo e muto” (Mc 9,25). Esso impedisce l’ascolto della fede e ha a che fare con la sordità e la mutezza dei discepoli davanti alla parola della croce (cf. v. 45). Il racconto è anche un preludio al momento in cui il “Figlio unico” sarà dato in balia delle forze “delle tenebre”, nell’ora che è loro propria, quella della croce (cf. 22,53). Il racconto presenta analogie anche con la risurrezione di Nain (“figlio unico” v. 38 = 7,12; “Io consegnò a suo padre” v. 42 richiama “lo diede a sua madre” 7,15). Questo fanciullo, chiamato “figlio unico/servo”, consegnato al padre, richiama Gesù, il Figlio unico del Padre e servo dei fratelli, che si consegna al Padre nella sua morte (23,46). Nella trasfigurazione la voce del Padre lo chiama “Figlio” che va ascoltato. Qui il Figlio obbediente consegna al padre il figlio dato in balia al male, anticipo della consegna sua e di tutti al Padre. Questo brano rappresenta per la comunità la traduzione “storica” e attualizzata della vittoria escatologica che Gesù già ha riportato. Essa è resa odierna a noi nell’oggi della fede, quando celebriamo l’eucaristia. Questo ci dà la gloria capace di metterci sul cammino della croce, in modo da giungere alla risurrezione (Fil 3,10-11).

La fede che qui si richiede riguarda la parola che i discepoli sono restii ad “ascoltare”, ossia il v. 22 che annuncia la croce di Gesù e il v. 23 che la applica al discepolo (cf. vv. 44-45). Essi non avevano certo difficoltà a restare nella gloria della trasfigurazione. Anzi volevano trattenerla! C’è una fede impotente e una potente. La fede potente è solo quella che accetta l’impotenza della croce. L’altra che non conosce la potenza della croce (cf. 23,35-39), è impotente a salvare. È incredulità e perversione!

56. METTETE DENTRO GLI ORECCHI QUESTE PAROLE
(9,43b-45)

Dopo il pane Gesù rivela l’identità propria (v. 22) e quella del discepolo (v. 23). Il Padre conferma questa rivelazione: è il cammino del Figlio, che implica la strettoia della croce. “Lui ascoltate!”, dice, poiché è il “Figlio mio, l’Eletto” (v. 35), proprio in quanto Figlio dell’uomo sofferente. La fede è accettare questa rivelazione. I discepoli in sua assenza – cioè la chiesa di Luca e nostra! – non sono in grado di vincere il demonio, pur avendone ricevuto il potere (v. 1). Infatti non hanno questa fede che vince il male.

Essa riguarda proprio la necessità (deî) della croce del maestro (v. 22) e del discepolo (v. 23). Ora Gesù ribadisce questo che è il centro della fede, che i discepoli non devono dimenticare. Solo così possono vincere il male e riportare al piano la gloria del monte. In realtà i vv. 22 e 44 fanno da inclusione alla rivelazione del Figlio di Dio. II Risorto stesso non farà altro che ripetere questa lezione ai discepoli ancora scioccati dalla sua passione (cf. 24,26.44-46). La Parola seminata che fruttifica e si fa pane di vita è quella della croce: al discepolo, che mangia e vive di essa, si aprono gli occhi sul Signore risorto.

Pur essendo il secondo annuncio esplicito della morte di Gesù, i discepoli non comprendono ciò che dice. Hanno anzi una reazione di chiusura, dura e cosciente: non capiscono, non vogliono capire e si guardano bene dal chiedere, in modo da continuare a non capire. È un’incomprensione non solo inevitabile, ma anche voluta. Si chiudono nella sordità e nel mutismo. Questa incomprensione non vanifica il piano di Dio. Anzi lo realizza! Infatti ci fa sentire della stessa stoffa del peccato del mondo e identifica noi discepoli con gli anziani, sommi sacerdoti e scribi, con tutti gli uomini increduli e perversi nelle cui mani il Figlio dell’uomo si consegna. Questa incomprensione, opera diabolica per eccellenza, chiude tutti nel peccato radicale, nella disobbedienza dell’incredulità che è insieme il luogo dove Dio trova tutti “per usare a tutti misericordia” (Rm 11,32).

Mentre Marco scandisce la seconda parte del suo Vangelo su tre predizioni della morte/risurrezione, Luca riprende di continuo il tema, lasciandolo risuonare sempre in modo variato e diverso (9,22.31.43b45; 12,49ss; 13,31ss; 17,25; 18,31ss; cf. anche dopo la risurrezione: 24,7.20.26.44-46).

L’episodio precedente presentava la potenza del Figlio dell’uomo in ciò che egli fa per l’uomo. Qui si presenta la sua impotenza, in ciò che egli si fa per l’uomo. Là si diceva ciò che ha fatto lui per noi, qui cosa facciamo noi a lui nella sua consegna definitiva a noi. Se la sua azione ha suscitato ammirazione, la sua passione suscita incomprensione. La consegna del figlio unico al padre (v. 42) che suscita stupore per la “grandezza di Dio” (v. 43), mostra veramente qual è la grandezza di Dio e l’origine della salvezza per il mondo ancora posto nell’incredulità.

Davanti alla nostra incredulità, Gesù ripropone la parola della fede. Davanti alla nostra infedeltà, egli rinnova la sua fedeltà. Davanti alla nostra sordità, egli ripete la sua parola. C’è una corrispondenza biunivoca tra il nostro peccato, sordità al suo amore e la sua parola, dichiarazione totale di amore.

Il centro del brano è la “Parola”: il Figlio dell’uomo consegnato nelle mani degli uomini. Tutti gli altri termini sono imparentati direttamente con il termine “parola”: “discepoli”, “orecchio”, “ignorare”, “detto”, “velato”, “percepire”, “domandare”. Questo indica chiaramente come tale consegna sia il contenuto della parola di rivelazione alla quale siamo sordi.

57. ENTRÒ IN LORO UNA DISCUSSIONE
(9,46-48)

L’ignoranza della Parola, il velo che impedisce di percepirla e la resistenza nel non volerla conoscere (v. 45), sono radice e frutto dell’autoaffermazione. Dio è amore, quindi umile. L’umiltà è via alla sua conoscenza, la superbia ne sbarra l’accesso. Impedisce di conoscerlo proprio perché ha la sua origine nell’ignoranza di Dio. Lui è amore per l’uomo: chi lo ignora, deve trovare in sé la propria salvezza. Da qui l’autoaffermazione che allontana dalla salvezza. Per questo il superbo non conosce Dio e, mentre cerca di salvarsi, si perde e lo conosce sempre meno.

Dopo la prima predizione della passione, Gesù aveva dichiarato il rapporto “io-se stesso”: l’io si salva perdendosi per lui e si perde nel volersi salvare da lui (vv. 23-24). Ora, dopo la seconda predizione, dichiara il rapporto “io-altri” (vv. 46-48) e subito dopo quello “noi-estranei” (vv. 49-50). Come cerchiamo di possedere il mondo intero (v. 25), così cerchiamo di distinguerci dagli altri, di essere primi, emergere e dominare, sia come singoli (vv. 46-48) che come collettività (vv. 49-50). La paura, che porta a cercare di salvarsi, rende egoisti e avidi di cose (ricchezza), di persone (potere e vanagloria) e di Dio stesso (autosufficienza).

La fiducia in Dio, invece, per chi conosce che è amore, porta a perdersi in lui e rende capaci di amare in povertà e umiltà.

I discepoli resistono al cammino di umiltà di Dio perché hanno in sé il peccato di protagonismo. È quello di Adamo, che volle addirittura occupare il posto di Dio. È il peccato che ci porta sempre e comunque a occupare il “primo” posto: è l’autoaffermazione, primo e ultimo frutto dell’egoismo. È il “peccato originale”, che sta cioè all’origine di tutti i mali, sia di quelli del singolo, che non si accetta come creatura di Dio, sia quelli della comunità, che diventa campo di lotta per la supremazia.

Solo la conoscenza di Dio può rendere umili e solo l’umiltà porta alla sua conoscenza, perché l’amore è umile! Per questo l’umiltà è porta alla salvezza e l’autoaffermazione è porta alla perdizione.

In questa scena Gesù rivela il mistero della vera grandezza: è quello del Figlio dell’Altissimo che si è fatto più piccolo di tutti. Questo è il segno per riconoscerlo fin dalla nascita: “troverete un bambino” (2,12). Ancora più avanti riprenderà la lezione, indicando nel bambino la condizione di creaturalità necessaria per entrare nel Regno (18,15-17).

In questo brano Gesù spiega la vera gerarchia all’interno della comunità dei discepoli: il più grande è il più piccolo. Perché il più piccolo fra tutti è lui. Chi accoglie il più piccolo, accoglie lui e accoglie Dio stesso, che tale si è fatto per accogliere tutti.

Contro ogni ambizione stoltissima di carriera e di arrivismo nella chiesa, Gesù dichiara che la scala di valori trova in testa l’ultimo, perché il Figlio dell’uomo si è fatto servo di tutti. Questo tema è ripreso nell’ultima cena, dopo l’annuncio del tradimento (22,24ss).

Il racconto inizia con la parola “più grande” e termina con la parola “grande”. Riguarda chiaramente la grandezza, da cui si misura la realizzazione dell’uomo.

I discepoli fanno consistere la grandezza nel “più” che induce a ingrandire il proprio io a spese altrui. È un “più” di troppo. Per Gesù, “grande”, senza alcun “più” di concorrenza o invidia, è colui che più di tutti si è rimpicciolito per fare posto all’altro. Per questo la parola fondamentale è “accogliere”. Accogliere è caratteristica di Dio, amore che accoglie tutti. Per questo si è fatto il più piccolo di tutti! La “minorità” o umiltà, caratteristica dell’amore più grande, è criterio di realizzazione dell’uomo secondo l’immagine di Dio. La “minorità” è poi principio di fraternità: una minorità universale diventa fraternità universale, comunione con il Padre, tutto in tutti.

La fede o l’incredulità è comprendere o meno il mistero della piccolezza e dell’umiltà di Gesù, nostro Signore e Dio, nato in una stalla e morto sulla croce per amore. S. Ignazio pone come discriminante tra il vessillo di Cristo e quello di satana l’opposizione: povertà/ricchezza, umiliazione/vanagloria, umiltà/superbia.

La smania di grandezza, frutto di egoismo e di paura, è l’ostacolo alla Parola: è lo spirito sordo e muto, che impedisce la fede. Questo è il motivo dell’impotenza dei discepoli nella lotta contro il male (cf. vv. 37-43). Non potranno mai vincerlo, fino a quando marceranno sotto il suo striscione. Si narra nella vita di s. Antonio il grande che una volta vide tutto il mondo pieno di lacci e tutte le persone del mondo irretite in essi e trascinate dai diavoli nell’abisso. Allora, gemendo, disse: “Chi scamperà da tanti e tali lacci?”. E udì la risposta: “L’umile!”.

58. CHI NON È CONTRO VOI È PER VOI
(9,49-50)

Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini (v. 44). il mistero di povertà, umiliazione e umiltà del servo, che il discepolo deve ben piantarsi nelle orecchie. Ma, come resta incomprensibile al singolo, così resta velato anche alla comunità in quanto tale. Al mistero dell’amore di Dio che si svuota e si mette al di sotto di tutti, si contrappone il per nulla misterioso egoismo dell’uomo che si gonfia e mette il proprio io o il proprio noi al di sopra di tutti. Mentre lui si pone come il più piccolo, principio di comunione fra tutti e con il Padre, l’io o il noi dell’uomo si pone al centro di tutto e diventa principio di divisione tra noi e dal Padre.

Ciò che vale per il singolo discepolo – rinnegare il proprio io (9,23) e rimpicciolirsi per accogliere il più piccolo (vv. 46-48) – vale anche per la chiesa come tale Essa deve rinnegare il proprio “noi” e farsi piccola, per essere al servizio del suo Signore. Il peccato originale si manifesta a livello personale nell’io che si pone al posto di Dio; e a livello comunitario nel “noi” che si pone al posto del Signore, cercando la propria grandezza e il proprio potere. Oltre il peccato di superbia personale, c’è quello collettivo, molto più grave. È il peccato di “ecclesiolatria”, tanto meno visibile quanto più è grande. L’orgoglio collettivo infatti suppone l’umiltà del singolo. Per questo è così sottile da restare invisibile a chi non ha occhi puliti.

Esso tende a distruggere la chiesa, perché il “noi” che esclude qualcuno in forza propria, esclude noi dal Signore.

La comunità dei discepoli corre sempre il pericolo di diventare un “noi” centrato su di sé, invece che sul Signore da seguire. Lui, l’agnello pastore, come si è identificato con il più piccolo, così ora si identifica con l’anonimo emarginato dalla comunità. Dopo aver smascherato il delirio di grandezza del singolo, intende ora smascherare quello comunitario. Lui infatti è il Signore unico di tutti. Disponibile verso tutti (6,35), non si lascia sequestrare da nessuno!

Questo brano esclude il “noi” come fondamento della chiesa. “Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1Cor 3,11). In 11,23 si determina che il discriminante per essere chiesa è l’essere “con me” riferito a Gesù, non l’essere “con noi” riferito alla chiesa! Questa non preesiste a lui e neanche lo sostituisce: Gesù è l’alfa e l’omega, il principio e il fine. Ogni qualvolta è ridotto a strumento o funzione del “noi” ecclesiale, si perverte il rapporto di fede e si divide il corpo del Signore! Tra l’altro la comunità non può mai identificarsi con Gesù, anche se Gesù si identifica con essa (cf. At 9,4). Il Signore trascende sempre la sua chiesa e si identifica sempre con il piccolo e l’escluso, in modo da tenerla sempre aperta e in tensione per abbracciare così tutti gli uomini che sono suoi fratelli. Gesù ci ha già preceduto fino agli estremi confini della terra e lì ci attende, per unirsi a noi. Solo allora sarà finito il cammino stesso della chiesa, perché avrà realizzato il disegno di Dio: sarà la sposa perfetta che si unisce al suo Signore e Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28).

Per questo ogni riflessione sulla chiesa deve sempre partire da chi è Gesù: ogni ecclesiologia si misura sulla cristologia! La parola del Signore, come la chiama così la richiama, come la forma così la riforma, come la fonda così la rifonda, in un moto di apertura e di conversione continua. Il centro della chiesa sarà sempre fuori di lei: il suo Signore che già l’ha preceduta nel piccolo, nell’escluso, nell’emarginato, nel peccatore.

Esiste sempre il pericolo di ridurre il Signore a pezza di rattoppo del corto vestito che ci ricopre, o di farne l’attaccapanni dei nostri paludati desideri. L’idolatria dell’io, il peccato di superbia, è origine di tutti i mali. Dello stesso legno, ma ben più grosso, è l’idolatria del “noi”: la superbia collettiva è origine di tutti quei mali per i quali la stupidità e la cattiveria del singolo non basterebbe! E nessuno si sente personalmente chiamato a conversione! Teniamo presente che è sempre a fin di bene che si fa tutto il male!

L’unità della chiesa non è fondata su un’identità del noi, bensì sull’unico Signore che si è rivelato a noi nell’umiltà della consegna del Figlio dell’uomo, piccolo ed escluso. L’unità della chiesa, direbbe s. Ignazio di Loyola, al di là delle buone intenzioni, è data dalla sequela del vessillo di Gesù in povertà, umiliazione e umiltà. È tragico! ma si può stare nella chiesa e giocare per la squadra avversaria, sotto il vessillo di Lucifero. Questo è contrassegnato dalla ricerca di ricchezze, potere e superbia. Per questo c’è chi fa parte della chiesa visibile ma non di quella invisibile, come c’è pure chi fa parte di quella invisibile e non di quella visibile. Il Signore infatti si è fatto piccolo ed escluso, per accogliere e includere tutti; anzi, si è fatto per noi maledizione e peccato (Sal 3,13; 2Cor 5,21).

Quest’unità della chiesa è veramente cattolica, universale, non esclude nessuno; e rispetta la libertà di ogni singolo, che non è plagiato da nessuno, neanche dalla comunità. Ogni diversità non solo è tollerata, ma positiva (cf. 1Cor 12), perché la nostra unità non è un modello socio-culturale-politico o una spartizione di potere, ma il nome di Gesù, escluso da ogni potere.

Da ciò non consegue che la chiesa, intesa come “noi”, sia un fatto accessorio e superfluo, o un derivato necessario – quasi un male inevitabile, un sottoprodotto, come se Gesù avesse voluto il Regno e ne fosse nata la chiesa! È esattamente intenzione di Dio, che ha dato il primo comandamento (Dt 6,5), fare dell’umanità tutta la sua sposa fedele, un popolo di fratelli che seguono Gesù, il Figlio obbediente al Padre, il nuovo Adamo. Questa sposa è voluta e amata, fin dal principio, ed è necessariamente una, come uno è Cristo (cf. 1Cor 12,12s), ma anche universale (= cattolica), libera e diversificata nelle sue membra, col proprio centro fuori di sé, cioè lo Sposo! Questa chiesa non pretende che gli altri la seguano (cf. “non segue noi!”, v. 49), ma che tutti seguano il Signore. La sua solidarietà, il suo vero “noi”, non è una solidarietà aggressiva, di paura, nella difesa del proprio nome, che si forma per esclusione degli altri. Non ha nulla a che fare con il monolitismo di una setta che cerca il “noi” sopra ogni cosa: essa cerca il suo Signore, si fonda sul suo nome e sul suo amore verso “tutti gli uomini” (Tt 2,11; 3,4). Escludere un fratello significa non avere ancora conosciuto il Padre, che è Padre di tutti; è non riconoscere il Signore Gesù, che è fratello di tutti; è non avere il suo Spirito, che ama tutti.

Non bisogna per altro scandalizzarsi che questo peccato ci sia nella comunità dei discepoli. Quando non ci sarà più, saremo alla fine. Ora c’è, ma è importante riconoscerlo come male, per chiederne perdono. Diversamente si rischia di farlo, addirittura credendo di rendere culto a Dio (Gv 16,1s). Anche Paolo era per zelo persecutore della chiesa di Dio (Fil 3,6)!

Il rapporto “io-altri” si risolve nel nome di Gesù: si rinnega il proprio io che vuol primeggiare, per lasciare posto al più piccolo che è lui. Così si opera il passaggio dall’egoismo all’amore che fa nascere la comunità.

Il rapporto “noi-diversi” si risolve ancora in base al suo nome: si rinnega il proprio noi che esclude, per accogliere il diverso, che è lui. Così si opera il passaggio dalla comunità psichica, che è una setta pericolosa, alla chiesa pneumatica, una e cattolica, perché fondata sull’unico Signore di tutti.

Se qualcuno non ama il Signore sia anatema” (1Cor 16,22), scrive Paolo di proprio pugno per porre fine a ogni divisione. Egli infatti è l’unico fondamento in grado di reggere tutto l’edificio, portando ogni tensione di libertà e differenza. Principio di settarismo nelle chiese, origine di ogni divisione, è il “noi” ecclesiale che si pone al posto dell’io di Gesù.

59. INDURÌ IL VOLTO PER ANDARE A GERUSALEMME
(9,51-56)

Il Battista mandò a interrogare Gesù per sapere se il messia atteso fosse lui oppure un altro (7,19). La risposta fu che doveva modificare la sua attesa, perché il messia di Dio è diverso da quello che l’uomo si attende. Infatti il suo volto si è rivelato nella trasfigurazione come totalmente altro (v. 29). Di lui la voce ha detto: “Ascoltatelo” (v. 35). È il Figlio obbediente, Parola del Padre fatta carne.

Il suo profilo ci viene tratteggiato entro la grande cornice del suo viaggio a Gerusalemme. Iniziato qui con determinazione, si protrae fino al c. 18 e si completa nei cc. 19-23. Alla fine il Pellegrino rimane solo, per essere nelle cose del Padre suo (2,43-49). Il c. 24 lascia intravedere la luce della dimora definitiva di chi, arrivato alla meta, si accompagna ai fratelli per condurli con sé a casa. Il suo “viaggio” è la consegna al Padre, il ritorno del Figlio unico. In lui l’uomo torna davanti a colui del quale è immagine e somiglianza.

Il v. 51 segna la svolta decisiva nel Vangelo di Luca, già annunciata nella trasfigurazione: il volto bello, di una bellezza unica e altra da ogni altra, gloria stessa del Padre, è quello del Gesù “solo” (v. 36) che va a Gerusalemme.

Con il volto trasfigurato termina la “catechesi dell’ascolto”. Con questo volto in cammino inizia la “catechesi della visione”. Il volto si forma secondo la parola che ascolta, ed esprime la persona in relazione all’altro. Gesù, perfetto ascoltatore del Padre e tutto rivolto ai fratelli, ci rivela il vero volto dell’uomo: è lo stesso di Dio. È il nuovo Adamo, che può dire: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9).

D’ora in poi il Vangelo non è solo parola da ascoltare, ma anche e soprattutto via da seguire per giungere alla contemplazione del Figlio uguale al Padre. Essa culmina nella theoria (= contemplazione) della croce (23,46-48).

Gesù è la tenda definitiva di Dio tra gli uomini (v. 33), proprio nella solitudine del suo cammino (v. 36); è la Parola da ascoltare (v. 35), proprio in quanto Figlio dell’uomo che si consegna (v. 44); è la bellezza da contemplare (vv. 29-33), proprio in quanto volto indurito nella misericordia (v. 51).

Ora Luca chiama noi, suoi lettori, a contemplarlo “a viso scoperto”, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore. Così “veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18).

Egli cammina in mezzo a noi e ci apre il ritorno al Padre. Seguendolo, torniamo ad essere ciò che siamo: suoi figli.

Ma, come nessuno ha ascoltato la parola del Padre, nessuno ora accoglie il volto del Figlio. Non trova ospitalità, perché è il più piccolo di tutti e l’escluso da tutti. Rifiutato dai lontani, i samaritani, non è compreso dai vicini, i discepoli. È escluso dagli esclusi e non accolto dai piccoli! Infatti è indurito nella parola del Padre, che è amore e tenerezza (6,36). Il volto del samaritano è diverso da quello di ogni Adamo, in discesa da Gerusalemme a Gerico. Egli, icona visibile del Dio invisibile, si è fatto pellegrino per tutte le strade del mondo, per restituire ai fratelli il loro volto di figli.

Questo cammino ha due movimenti contrari. Il primo è un moto con cui si allontana da noi e, lasciandoci soli, suscita in noi la nostalgia di raggiungerlo. È il suo “essere tolto” (v. 51), che indica insieme la sua uccisione e la sua glorificazione, il suo essere rifiutato dagli uomini e accolto dal Padre, il suo essere innalzato sulla croce e il suo essere assunto in cielo (At 1,11). Il secondo è un moto con cui si avvicina a noi e, accompagnandosi al nostro cammino, accondiscende al desiderio di rimanere con noi a condividere via e vita, parola e pane. È la sua “venuta” tra noi, preparata dai suoi inviati (v. 52). Essa realizza la salvezza nella nostra storia ed è anticipazione del suo ritorno finale. Accogliendo l’annuncio, lasciamo entrare nella nostra vita colui che, partito da Gerusalemme, ritorna allo stesso modo in cui l’abbiamo visto andare (At 1,11). Il suo viaggio verso il Padre e la sua venuta tra gli uomini coincidono in un’unica missione storica, compimento del disegno di salvezza.

Rifiutato dai fratelli per la loro disobbedienza, egli si consegna loro per obbedienza al Padre, e li salva attraverso la misericordia e la croce. Qui si manifesta la diversità tra lo spirito dell’uomo e quello di Dio.

Davanti al suo volto siamo chiamati a “discernere” di che spirito siamo: siamo induriti come lui nell’amore, oppure siamo chiusi nella durezza del nostro cuore? Siamo veramente battezzati nel suo Spirito, o in quello opposto? Discepolo è colui che riconosce questo volto povero, umiliato e umile, e opera secondo il suo Spirito di misericordia.

Gesù iniziò il suo ministero col battesimo, sua scelta di fondo, che lo rivela pieno dello spirito del Figlio proprio perché si fa fratello dei peccatori. Ora, associati al suo stesso cammino, gli apostoli devono “battezzarsi”, immergersi in questo volto che preparano ad accogliere. Sono “induriti” nel suo stesso spirito di solidarietà e misericordia, di macrothymía (larghezza d’animo) e sympátheia (sim-patia com-passione) verso tutti i fratelli lontani.

60. BEN MESSO PER IL REGNO DI DIO
(9,57-62)

La parola dei cc. 6-7 si è fatta seme nel c. 8. Nel c. 9 il seme si è fatto pane, e il pane bellezza e forza di un volto in esodo verso Gerusalemme. Davanti a lui siamo chiamati a discernere la differenza tra il suo e il nostro spirito.

Egli si battezza e si immerge nella povertà, nell’umiliazione e nell’umiltà; noi facciamo tutto per emergere mediante l’avere, il potere e l’apparire.

Il volto di Gesù verso Gerusalemme ci fa vedere che la nostra intelligenza è disturbata. Ignorando la parola del Figlio dell’uomo (v. 45), manchiamo di discernimento e militiamo sotto la bandiera del nemico, ovviamente a fin di bene (vv. 46-56)!

In questo brano vediamo perché la nostra intelligenza è ottusa: semplicemente perché la nostra volontà ha i suoi desideri e le sue priorità che si oppongono alla sequela di Gesù. È una volontà divisa tra il desiderio di seguire lui e quello di tenere le proprie sicurezze materiali, affettive e personali.

Dopo il battesimo, in cui operò la scelta fondamentale nello Spirito, Gesù affrontò e vinse in se stesso le tentazioni. Anche il discepolo, dopo il battesimo nello stesso Spirito, è chiamato a decidersi e superare le ambiguità interne alla sua volontà. Il brano precedente smaschera i tranelli dell’intelligenza, questo le trappole della volontà.

Il discepolo, come non conosce, così neanche vuole il cammino del Figlio dell’uomo. Per questo, oltre che nell’intelligenza, deve essere guarito anche nella volontà. Essa in realtà non vuole: vorrebbe il fine, senza però mettere in atto i mezzi.

In questo brano emergono le resistenze che il discepolo oppone al suo Signore. Sono le stesse che egli per primo ha incontrato. Riguardano i mezzi adeguati al fine.

È necessaria una decisione che rompa con l’immagine della madre (il mondo dei bisogni e delle sicurezze materiali), con quella del padre (il mondo degli affetti, dei doveri e dei rapporti) e con i condizionamenti dell’io (sicurezza del solco e della propria identità da conservare): sono la povertà, la castità e l’obbedienza necessarie alla sequela, il superamento della tentazione dell’avere, del potere e dell’apparire.

Solo a questo prezzo si è “ben messi” per accogliere la novità del Regno. I tre doni che Gesù fa al discepolo sono la libertà dalle cose, dalle persone e dall’io, per amare lui con tutto il cuore.

Estratti da:
Silvano Fausti, “Una Comunità legge il Vangelo di Luca”
Edizioni Dehoniane Bologna 1991

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Questa voce è stata pubblicata il 25/09/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
combonianum@gmail.com

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