COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Lectio sul Profeta Zaccaria – Cap. 1-3

ZACCARIA – Cap. 1-3
Lectio divina sul Profeta Zaccaria
Pino Stancari s.j.


Profeta Zaccaria


Doc – ZACCARIA-I parte

Pdf – ZACCARIA-I parte

Senza conversione siamo impresentabili

I piccoli profeti con cui abbiamo avuto a che fare, con varie sfaccettature, richiami e linguaggi propri di personalità, ognuna con specifica identità, in diversi momenti di una storia antica, hanno assunto per noi il rilievo di un messaggio singolarmente attuale, incisivo, provocatorio.

Il libro di Zaccaria si sviluppa nell’ambito di 14 capitoli. Gli studiosi di questi scritti sono concordi nel ritenere che sia necessario distinguere fra i primi 8 ed i successivi: si parla comunemente di un Proto-Zaccaria o Primo Zaccaria, il cui autore è identificato anagraficamente come “Zaccaria”, ed un Deutero-Zaccaria o Secondo Zaccaria, la testimonianza della cui predicazione è stata inserita nella redazione dell’unico libro che va sotto il nome di Zaccaria, pur essendo vissuto successivamente a quel primo Zaccaria di cui conosciamo con esattezza il contesto storico. Stasera ci accosteremo ai primi tre capitoli di questo libro. Zaccaria è contemporaneo ad Aggèo, come lui appartenente al gruppo di esuli che rientrano dalla deportazione e svolgono parallelamente il loro ministero profetico; di loro si parla insieme nel libro di Esdra.

Per quanto riguarda l’attività profetica di Zaccaria, si va dall’anno 520 al 518, due date ricavate dal testo; siamo dopo l’esilio, dunque, durante un ritorno affrontato con entusiasmo, slancio, trasporto, fervore, e che pure espone gli esuli che rientrano nella terra di Israele a difficoltà di ogni genere. Ricordate come la predicazione di Aggeo è fortemente segnata dalla preoccupazione di attirare l’attenzione di tutti in un contesto di precarietà generale, verso la necessità di ricostruire il tempio, o almeno di riavviarne la ricostruzione. Si tratta di un progetto comune, che rievoca in modo inconfondibile l’identità di un popolo, quello dell’Alleanza, che appartiene al Signore; la ricostruzione del Tempio si presenta come il fatto che segna l’uscita dal privato dopo l’esilio.

Zaccaria svolge la sua missione in una prospettiva che, per certi versi, rievoca quanto già messo a fuoco con Aggèo, per altri è segnata da una proiezione verso eventi futuri di portata più ampia, definitiva e universale.

Zaccaria appartiene molto probabilmente ad una discendenza sacerdotale, e questo non è un particolare indifferente; come tale ci viene presentato nel libro di Neemia, capitolo 12, versetto 16. Zaccaria appartiene ad una famiglia di sacerdoti che per alcune generazioni non hanno avuto relazioni con il Tempio, perché questo era distrutto e non si poteva più celebrare in esso la liturgia dei sacrifici, ma comunque l’autenticità della discendenza è stata conservata con molto rigore. Ora i sacerdoti rientrano in Gerusalemme, viene riattivato il culto, man mano viene ricostruito un simulacro di Tempio. Esso, nel corso degli anni, tornerà ad essere un monumento equivalente a quello distrutto da Nabuccodonosor, così da rappresentare per molti secoli il segno di identificazione per tutto il popolo, anche per coloro che sono dispersi nelle regioni più lontane: Gerusalemme si identifica con il Tempio, il pellegrinaggio a Gerusalemme con la salita al Tempio fino ai tempi di Gesù.

Vi avviso che la lettura non è molto attraente, non è uno di quei libri grandi o piccoli del Nuovo o Antico Testamento che subito ci incantano o almeno ci incuriosiscono; abbiamo l’impressione che c’è poco da capire. Tenete presente tuttavia che è uno dei libri dell’A.T. più citati nel N.T., e questo è un indizio interessante; certamente è stato presente con peso determinante nel discernimento interiore delle generazioni che hanno preceduto quelle neotestamentarie. Lo stesso Gesù, nella sua ricerca, nella sua preghiera, nell’ascolto assiduo delle scritture e del suo popolo, ha avuto spesso a che fare con il libro di Zaccaria.

Il nostro libro si apre con un oracolo (vv. 1-6), e si sviluppa in una sequenza di visioni, con un linguaggio caratteristico del profeta Zaccaria. Si dice comunemente del profeta che è un veggente; egli fa riferimento continuamente alle sue visioni interiori, testimonianza di una ricerca personale tesa al bisogno di reinterpretare i dati che, nelle condizioni empiriche del suo presente, si presentano eterogenei rispetto al linguaggio della tradizione antica. La situazione presente è quella che possiamo intravedere e che rievocavo precedentemente: devastazione, disordine, macerie accumulate nella maniera più desolante, il popolo frantumato, privo di un’identità, di una coscienza maturata nelle forme istituzionali, perchè non esiste più il popolo, il regno, una dinastia, una capitale: si trova all’interno del vasto impero persiano cresciuto smisuratamente in quei decenni ed è una piccola identità che non ha nemmeno un’autonomia amministrativa.

Il nostro profeta “vede”. In questo vedere c’è un forte impegno interiore di ricerca, discernimento, rielaborazione per quanto riguarda i dati, miserabili a tutti gli effetti, ed i contenuti che rievocano quelli della tradizione antica.

Anche il passato impone l’urgenza di convertirsi

Cap. I, vv. 1-6 – “Nell’ottavo mese dell’anno secondo del regno di Dario, fu rivolta questa parola del Signore al profeta Zaccaria figlio di Barachia, figlio di Iddò:

Si tratta di una discendenza sacerdotale. “Questa parola fu su Zaccaria”, dice il testo alla lettera, “la parola del Signore su di lui”; questa stessa espressione comparirà alla fine della prima parte del nostro libro. Le carovane degli esuli rientrati si stanno insediando, con tutte quelle incertezze che ben comprendiamo.

«Il Signore si è molto sdegnato contro i vostri padri. Tu dunque riferirai loro: Così parla il Signore degli eserciti: Convertitevi a me – oracolo del Signore degli eserciti – e io mi rivolgerò a voi, dice il Signore degli eserciti”.

Da notare che il verbo “rivolgersi” è lo stesso verbo “convertirsi”: convertitevi a me ed io mi convertirò a voi. Qui viene ribadita l’urgenza di una conversione che è il contenuto di innumerevoli messaggi rivolti tramite altri profeti al popolo durante le generazioni, e questa conversione è ancora più che mai urgente, è il criterio da applicare per interpretare l’accaduto. All’esilio è seguito un grande disastro, una calamità immane, devastazione, smarrimento, fallimento, perdita di identità; eppure la parola di Dio è ancora presente. Questa situazione così drammatica, segnata da una sconfitta dolorosissima, appare occasione in cui attuare finalmente quella conversione più volte richiesta, ma mai realizzata dal popolo dell’alleanza.

Non siate come i vostri padri, ai quali i profeti di un tempo andavan gridando: Dice il Signore degli eserciti: Tornate indietro dal vostro cammino perverso e dalle vostre opere malvage. Ma essi non vollero ascoltare e non mi prestarono attenzione, dice il Signore. Dove sono i vostri padri? I profeti forse vivranno sempre?”

Ecco, la catastrofe. Le cose sono andate in questo modo perché il Signore (versetto 2) si è molto sdegnato. Questo dimostra che il Signore faceva sul serio fin dall’inizio, che quando Egli sollecitava con tanta affettuosa urgenza, premura, passione, la risposta di una coerente conversione e riempiva di contenuti i messaggi che rivolgeva al suo popolo, quelle sue parole erano concrete, forti, operative. Laddove il popolo non ha risposto con una conversione adeguata alle richieste, ecco che la catastrofe ha avuto il suo corso. Ma lo sdegno del Signore di cui abbiamo fatto esperienza dimostra che la sua parola era autentica, coerente, efficace fin dall’inizio, e quella chiamata alla conversione disattesa dai progenitori è perfettamente attuale oggi! E’ esattamente questo il senso del ritorno da Babilonia, della vicenda in cui è coinvolta la generazione di Zaccaria in mezzo alle macerie ed alle prese con tanti disastri e delusioni; questa è l’evidenza di come si protraggano nel tempo le conseguenze di tanti errori. Ma questo è il tempo della conversione, e lo è perché la parola del Signore è fedele a se stessa. Ne abbiamo la verifica all’atto in cui constatiamo le conseguenze del suo sdegno.

Le parole e i decreti che io avevo comunicato ai miei servi, i profeti, non si sono forse adempiuti sui padri vostri?

Certo che lo sono, tant’è vero che siamo passati attraverso questa sventura macroscopica!

Essi si sono convertiti e hanno detto: Quanto il Signore degli eserciti ci aveva minacciato a causa dei nostri traviamenti e delle nostre colpe, l’ha eseguito sopra di noi».

Di nuovo il verbo “ritornare”, suft. Questo è il tempo della conversione. Il tempo dell’esilio dunque dimostra come le conseguenze della mancata risposta agli impegni pattuiti con il Signore siano state tribolatissime, inevitabili. Ma l’esilio dimostra che la parola del Signore è fedele, chiama a conversione, ribadisce il valore di un impegno d’alleanza che da parte sua è irrevocabile; l’esilio è tutto ricuperato, ricomposto, riconciliato all’interno di questa relazione che esige, nell’intenzione originaria del Signore, una corrispondenza integra e totale. Per questo non è poi così importante, ora che viene nuovamente chiesto al popolo di Dio di rispondere in maniera integra e totale, presentarsi in posizione di decoro, di signorile dignità, di prosperosa immagine di sé: il popolo è più che mai derelitto in questa fase così drammatica della sua storia; ma questo è il tempo in cui la conversione finalmente potrà attuarsi in noi, anche se siamo così poco presentabili per quanto riguarda la visibilità esterna delle nostre cose, la dignità oggettiva della nostra presenza sulla scena del mondo. E si sono convertiti.

Dunque proprio questo, che è il tempo nel quale abbiamo constato come il suo sdegno si sia riversato su di noi, è il tempo in cui la nostra conversione ci impegna. Siamo coinvolti in una prospettiva che è assolutamente coerente con quella che è stata la nostra storia dall’inizio (ed è una storia che ormai si è sviluppata nell’arco di secoli) anche se i dati di fatto sono quelli di gente che porta addosso i segni della disfatta.

Poche righe, prive di una qualità letteraria che i libri degli altri profeti invece possono vantare, ma anche da questo punto di vista il libro di Zaccaria è un libro che è passato attraverso l’impatto con delle macerie. Anche dal punto di vista letterario è una raccolta di pietre divelte, e quindi il testo non è niente di affascinante, ma l’autenticità del discernimento interiore è radicale.

Una conversione che è stata chiesta e richiesta a lungo. Oggi è il momento opportuno, perché oggi non siamo presentabili. Non siamo presentabili perché oggi constatiamo il valore di quello sdegno preannunciato e che conferma come irrevocabile la parola originaria del Signore: è una parola d’alleanza, che ha posto il fondamento di una relazione d’amore, ma è irrevocabile.

Prima visione (i cavalieri): il mondo è tranquillo, ma il Signore è geloso di Gerusalemme

Cap. I, vv. 7-17

Leggiamo ora il testo, che dal versetto 7 del capitolo primo è una sequenza di otto visioni, e qua e là si inseriscono altri oracoli che fanno grappolo unico con questa o quella visione. Cercheremo di decifrare il linguaggio visionario del testo, linguaggio molto personalizzato, espressione immediata di una ricerca interiore, in grado di sintetizzare il rapporto fra i dati del vissuto nella sua estrema povertà e la tradizione antica. La prima visione è piuttosto ampia, comprende 11 versetti, dal 7 al 17. Le visioni sono 8; i tecnici che studiano queste pagine dicono che in origine erano 7, poi sono diventate 8, ma a noi quello che interessa è il prodotto finito, il testo biblico così com’è giunto fino a noi, così come il popolo di Dio lo ha letto e riletto nel corso dei secoli.

Il ventiquattro dell’undecimo mese, cioè il mese di Sebàt, l’anno secondo di Dario, questa parola del Signore si manifestò al profeta Zaccaria, figlio di Iddò. Io ebbi una visione di notte”

E’ il 520 a.C. e si tratta forse di un sogno, una visione notturna: di notte la visibilità è impedita; non è soltanto un dato di carattere cronometrico, si trova in una situazione di buio, e vede, ha una visione. Ha a che fare con i dati spogli, miseri, inconcludenti, banali di una storia sbagliata, le cui conseguenze sono inevitabili, di una storia che arranca lungo percorsi a cui difficilmente si possono indicare sbocchi; ed ha una visione.

Un uomo, in groppa a un cavallo rosso, stava fra i mirti in una valle profonda; dietro a lui stavano altri cavalli rossi, sauri e bianchi”.

In questa visione, come in altre successive, avrà a che fare con gli angeli; anche questa è una caratteristica del linguaggio interiore di Zaccaria, che in un certo modo non si azzarda a parlare di Dio, parla di angeli, come di figure intermedie che sono in grado di superare la distanza abissale che separa Lui, il Signore, da noi. C’è di mezzo una valle profonda, un abisso, un dirupo, una distanza di per sé invalicabile. Eppure ecco, cavalieri che montano cavalli di diversi colori: rossi, sauri, bianchi, ai quali andrebbero probabilmente aggiunti, come dice la nota, anche quelli di colore nero. Quattro diversi cavalieri, quattro tipologie di colori, quattro tipologie di cavalli: quattro sono i punti cardinali, quindi i cavalli con i cavalieri che li montano percorrono la scena del mondo, provengono da quella dimora lontana, lontanissima che è la trascendenza di Dio e sono incaricati di una missione. Zaccaria vede di notte come da quella distanza irraggiungibile, che riguarda il segreto custodito nell’intimo di Dio, attraverso questi cavalieri che percorrono la scena del mondo, proviene l’attestato di un interessamento, di una volontà di informarsi, indagare, scrutare, raccogliere notizie: che cosa sta succedendo nel mondo?

Io domandai (è uno schema che si ripete in 7 delle 8 visioni: dopo la visione, Zaccaria domanda, un angelo risponde): “Mio signore, che significano queste cose?». L’angelo che parlava con me mi rispose: «Io t’indicherò ciò che esse significano». Allora l’uomo che stava fra i mirti prese a dire: «Essi sono coloro che il Signore ha inviati a percorrere la terra».

Il Signore ci tiene a conoscere che cosa succede sulla Terra. E’ lontanissimo? E’ vicinissimo! E’ altissimo nella sua trascendenza irraggiungibile? E’ preoccupato di quanto succede sulla terra!

Si rivolsero infatti all’angelo del Signore che stava fra i mirti e gli dissero: «Abbiamo percorso la terra: è tutta tranquilla”.

Attenzione, questa è la tranquillità dell’impero persiano! In termini più moderni e adeguati al nostro linguaggio: è la “pax romana”, che è l’espressione della violenza incontrastata. La violenza domina il mondo. Abbiamo tranquillizzato la storia degli uomini. Ecco, tutto tranquillo.

Allora l’angelo del Signore disse: «Signore degli eserciti, fino a quando rifiuterai di aver pietà di Gerusalemme e delle città di Giuda, contro le quali sei sdegnato? Sono ormai settant’anni!”.

Un lamento, dunque, che fa appello alle viscere pietose del Signore. Dopo i 70 anni di cui parlava Geremia, un appello alla compassione del Signore nel contesto di una vicenda universale che sta sullo sfondo e da cui non si può prescindere. E’ una delle esperienze che il popolo di Dio si porta appresso dall’esilio, la consapevolezza di essere parte di una storia universale, la storia del popolo di Dio con la sua particolare vocazione, missione, qualità sacramentale, in quanto storia paradigmatica, esemplare, ma è porzione della grande storia umana, è sempre ad essa riferita. Ebbene, su quello sfondo adesso è Gerusalemme derelitta, desolata, devastata … ma sono ormai 70 anni! Questo lamento fa appello alle viscere della misericordia di Dio.

E all’angelo che parlava con me il Signore rivolse parole buone, piene di conforto.

Notate che il Signore parla con l’angelo, non parla con me, dice Zaccaria; io ho possibilità di origliare, rendermi conto di quanto il Signore sta dicendo al suo angelo, queste sono cose troppo importanti e impegnative, rispetto alle quali noi non siamo interlocutori predisposti. Però il Signore rivolse a quell’angelo parole buone, piene di conforto.

Poi l’angelo che parlava con me mi disse: “Fa’ sapere questo: Così dice il Signore degli eserciti: Io sono ingelosito per Gerusalemme e per Sion di gelosia grande;

Questo è un linguaggio tradizionale, la “chinà”, la gelosia del Signore. E’ un linguaggio tradizionale, ma c’è stato bisogno dell’intervento di quell’angelo: il Signore l’ha detto all’angelo, e l’angelo l’ha detto a me, come se io non fossi stato in grado di ricevere direttamente quel messaggio: avrei, se mai, sospettato di me stesso: forse stavo veramente sognando! E invece non è un sogno fantasioso.

Ma ardo di sdegno contro le nazioni superbe, poiché mentre io ero un poco sdegnato, esse cooperarono al disastro. Perciò dice il Signore: Io di nuovo mi volgo con compassione a Gerusalemme:

Il mio sdegno, quello di cui il profeta ci parlava precedentemente, si è manifestato adeguatamente, ma era uno sdegno breve, ed invece le nazioni pagane che hanno infierito contro Israele, Gerusalemme, il tempio, ne hanno approfittato con eccedente crudeltà. Perciò

la mia casa vi sarà riedificata – parola del Signore degli eserciti – e la corda del muratore sarà tesa di nuovo sopra Gerusalemme.

Si tratta del messaggio che era stato proclamato con tanta insistenza e pazienza, tramite il profeta Aggeo: la ricostruzione del tempio, e quindi la ricostruzione della città, la restaurazione della vita

Fà sapere anche questo: Così dice il Signore degli eserciti: Le mie città avranno sovrabbondanza di beni, il Signore avrà ancora compassione di Sion ed eleggerà di nuovo Gerusalemme».

Seconda visione (corna e operai): la forza sembra dominare, ma è in atto un’opera di ricostruzione

Cap. 2, vv. 1-4 – Poi alzai gli occhi ed ecco, vidi quattro corna.

Il corno è l’emblema della potenza. Qui ci sono quattro corna, ovvero si tratta di fare i conti con un progetto di dominio universale. Quattro corna, un’immagine simbolica molto scarna che a noi dice poco, ma serve a rievocare con particolare sottolineatura quella considerazione su cui ci siamo già soffermati: la storia umana è in mano alla violenza indiscriminata, è dominata dalla forza. E questo è proprio quanto Zaccaria vedeva. Ma proprio laddove la storia umana appare il luogo della violenza indiscriminata, vi sono in perlustrazione i cavalieri. Lui, il Dio vivente, il Santo, l’Onnipotente, è attento e segue le vicende della storia umana in modo tale da raggiungere le estreme periferie, le situazioni più capillari, le vicende più nascoste, più sconosciute, più oscure, impenetrabili. E guarda caso, Gerusalemme, il tempio che non esiste più, pietre divelte. La gelosia del Signore. Ed ora la forza che domina: quattro corna.

Domandai all’angelo che parlava con me: «Che cosa sono queste?». Ed egli: «Sono le corna che hanno disperso Giuda, Israele e Gerusalemme».

Una specie di alleanza internazionale. In altri testi dell’A.T. che utilizzano il linguaggio apocalittico, sempre più eloquente nel corso dei secoli successivi, sono i quattro grandi imperi che si succedono ciclicamente, non solo in quel particolare tragitto storico. Sono la forza che domina il mondo, le corna che hanno disperso Giuda, Israele, Gerusalemme.

Poi il Signore mi fece vedere quattro operai. Domandai: «Che cosa vengono a fare costoro?». Mi rispose: «Le corna hanno disperso Giuda a tal segno che nessuno osa più alzare la testa e costoro vengono a demolire e abbattere le corna delle nazioni che cozzano contro il paese di Giuda per disperderlo».

Dunque, là dove le quattro corna dominano la scena in maniera così spudorata, quattro operai demoliscono e costruiscono. C’è di mezzo l’impegno necessario a ricostruire il tempio, anche dal punto di vista tecnico, architettonico, ingegneristico. Bisogna darsi da fare per rimuovere, spostare, spianare, scavare, costruire. C’è di mezzo la scoperta che proprio questa paziente, metodica, umilissima attività artigianale che fa i conti con la miseria dei dati empirici porta con sé l’intraprendenza di un’opera di liberazione che sgombera la scena del mondo, che rimuove ed espelle le corna delle nazioni. Non è un conflitto diretto contro quelle corna, è esattamente l’attuazione di un progetto di ricostruzione che passa attraverso la presenza laboriosa e coraggiosa dei quatto operai che demoliscono e ricostruiscono

Terza visione (il misuratore): Gerusalemme non avrà mura per accogliere moltitudini immense

Cap. 2, vv. 5-9 – Alzai gli occhi ed ecco un uomo con una corda in mano per misurare. Gli domandai: «Dove vai?». Ed egli: «Vado a misurare Gerusalemme per vedere qual è la sua larghezza e qual è la sua lunghezza». Allora l’angelo che parlava con me uscì e incontrò un altro angelo che gli disse: «Corri, và a parlare a quel giovane e digli: Gerusalemme sarà priva di mura, per la moltitudine di uomini e di animali che dovrà accogliere.

Effettivamente Gerusalemme è priva di mura, ma il fatto che sia priva di mura – e le misure lo attestano in modo inequivocabile – viene intesa come l’ampiezza dell’accoglienza che Gerusalemme è e sarà in grado di assicurare a una moltitudine di uomini ed animali.

Io stesso – parola del Signore – le farò da muro di fuoco all’intorno e sarò una gloria in mezzo ad essa.

Una città, dunque, priva di mura, ma circoscritta da un muro di fuoco che, guarda caso, è parola del Signore. E’ Lui stesso che si fa avanti, ed il profeta non può sottrarsi all’impatto di questa presenza viva e incandescente, è Lui stesso che si qualifica come presenza che abbraccia Gerusalemme. Dove mancano le mura, è Lui il muro di fuoco, ed è lui che si insedia come presenza gloriosa in mezzo ad essa. Quali sono le misure di Gerusalemme? Bisogna procedere a quella ricostruzione che è già stata in qualche modo programmata. Bisogna tracciare un nuovo circuito di mura, disporre le strade, gli edifici… Ed ecco: Gerusalemme è città priva di mura! In questa terza visione, la presenza del Signore, che all’inizio del libro era scrutata a distanza dal nostro profeta come irraggiungibile, trascendente in una segreta assolutezza, è presenza viva, luminosa, affettuosa, che prende dimora proprio nella città senza mura, e la circonda all’interno di una cinta muraria priva di una consistenza di carattere logistico: un cerchio di fuoco! Il fatto è che proprio tutto quello che è avvenuto e che adesso appare in tutta la sua terribile evidenza – Gerusalemme è questo campo aperto senza difese – dimostra che Gerusalemme sarà in grado di accogliere una moltitudine di uomini ed animali. Zaccaria non sfugge in alcun modo all’impatto con la realtà, drammaticamente urgente e sconfortante. Il fatto che il suo sia un linguaggio visionario, non implica la sua appartenenza alla categoria di chi ha le traveggole o cerca rifugio sulle nuvole o in soluzioni evanescenti, utili solo ad incantare le fantasie dei creduloni: è il linguaggio di chi si scotta, si brucia nell’impatto con una realtà drammatica ed ingovernabile.

Invito a lasciare Babilonia

Cap. 2, vv. 10-13

Si aggiungono qui due oracoli fra loro strettamente coordinati (dai versetti 10 a 17), il primo contiene un’esortazione a fuggire dal Nord, ovvero da Babilonia, il secondo contiene un invito a venire a ripopolare Gerusalemme.

Su, su, fuggite dal paese del settentrione

in realtà Babilonia non è a Nord di Gerusalemme, ma ad est, ma la strada percorre un itinerario che da Babilonia risale lungo le sponde dell’Eufrate, verso nord, e poi cala su Gerusalemme da nord. A Babilonia regna una grande confusione

– parola del Signore – voi che ho dispersi ai quattro venti del cielo – parola del Signore. A Sion mettiti in salvo, tu che abiti ancora con la figlia di Babilonia!

Il Signore, da parte sua, mostra di essere preoccupato per la sorte di coloro che sono ancora trattenuti a Babilonia (“figlia di Babilonia” = popolazione di Babilonia).

Dice il Signore degli eserciti alle nazioni che vi hanno spogliato:

Qui bisogna aggiungere quanto suggerito in nota: “chi vi tocca, tocca la pupilla del mio occhio”.

Ecco, io stendo la mano sopra di esse e diverranno preda dei loro schiavi e voi saprete che il Signore degli eserciti mi ha inviato.

Da notare che qui Zaccaria si fa avanti in qualità di profeta, è personalmente destinatario di un invito ricevuto dal Signore. Man mano che procediamo nella lettura, Zaccaria, per così dire, prende coraggio; da quell’atteggiamento molto riservato, quasi di spettatore esterno, adesso è sempre più convinto di essere coinvolto personalmente in una testimonianza diretta. Si saprà che “il Signore mi ha inviato” dal momento che la “figlia di Babilonia” è alle prese con un disastro, e “la pupilla dei miei occhi”, è oggetto di una preoccu­pazione affettuosissima. In realtà poi si vedrà che quello che vale per la pupilla degli occhi del Signore diverrà poi criterio più che mai opportuno e definitivo per interpretare tutta la storia umana, da una Babilonia all’altra.

Il Signore dimorerà a Gerusalemme e numerose nazioni diverranno suo popolo

Cap.2, vv. 14-17

Il secondo oracolo riguarda l’invito a trasferirsi a Gerusalemme

Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te – oracolo del Signore -.

Ci si riferisce alla popolazione che abita a Gerusalemme; il motivo di questi festeggiamenti è la venuta del Signore. L’espressione è molto calorosa, rievoca il linguaggio antico, si conferma validissima per il presente.

Nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore e diverranno suo popolo ed egli dimorerà in mezzo a te e tu saprai che il Signore degli eserciti mi ha inviato a te.

Il Signore non soltanto prende dimora a Gerusalemme, Lui che è l’Altissimo, lontanissimo, irraggiungibile, nelle condizioni attuali, nello snodo storico più mortificante che il popolo di Dio abbia potuto sperimentare, ma si afferma che nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore e diverranno suo popolo! Questo è uno dei testi dell’A.T. in cui si intravede la configurazione di un popolo e che raccoglie in sè la presenza delle nazioni. Questo modo di dimorare a Gerusalemme, in quella situazione derelitta che abbiamo decifrato, significa illustrare il valore di una storia che si sta svolgendo in maniera indefettibile come storia di unificazione per quanto riguarda l’identità di un popolo a cui tutte le nazioni aderiranno.

Il Signore si terrà Giuda come eredità nella terra santa, Gerusalemme sarà di nuovo prescelta. Taccia ogni mortale davanti al Signore, poiché egli si è destato dalla sua santa dimora».

Naturalmente la vocazione particolare di Giuda, di Israele, di coloro che appartengono al popolo dell’alleanza, non verrà meno, ma è il disegno storico nel suo svolgimento completo che qui viene intravisto come composizione di un unico popolo, dal momento che il Signore viene ad abitare a Gerusalemme in queste condizioni. E’ interessante, perché l’oracolo si conclude con questo proclama autorevolissimo, che impone il silenzio perché qualcuno vorrebbe obiettare; se Lui ha superato la distanza, è inutile fare obbiezioni: le cose vanno così.

Quarta visione (le vesti di Giosuè) : il tizzone sottratto al fuoco è abilitato al sacerdozio

Cap. 3, vv. 1-7 – “Poi mi fece vedere il sommo sacerdote Giosuè, ritto davanti all’angelo del Signore, e satana era alla sua destra per accusarlo.

Sono due i personaggi di riferimento, come già accadeva nel libro di Aggeo: il sommo sacerdote Giosuè ed un certo Zorobabele, un discendente della stirpe di Davide. Il sommo sacerdote è qui presente nella qualità specifica di mediatore, e quindi di rappresentante del popolo, ma in una condizione, come constateremo, che è evidente attestato di squalifica: non è in grado di svolgere il suo compito, in quanto condizionato da uno stato di impurità. Tragica sventura, perché poi da questa impurità dipende l’impossibilità di fare funzionare tutto il sistema della liturgia levitica; ma qui è l’impurità del popolo, è l’impresentabilità del popolo, l’impossibilità di celebrare il culto; sono venute meno le premesse, la purità di coloro che sono in grado di porgere l’offerta. Se manca questa coerenza del punto di partenza, tutto l’itinerario offertoriale, della mediazione sacerdotale è pregiudicato, e non ci sarà benedizione; dunque non funzionerà più niente. Satana è l’angelo accusatore, che dice: guarda che tu non sei adatto, non puoi fare quello che devi fare, non conti niente, non puoi realizzare il compito che ti spetterebbe istituzionalmente, non sei in grado di offrire il sacrificio espiatorio, da cui dipende la riconciliazione per un popolo di peccatori.

L’angelo del Signore disse a satana: «Ti rimprovera il Signore, o satana! Ti rimprovera il Signore che si è eletto Gerusalemme! Non è forse costui un tizzone sottratto al fuoco?».

Ora è accusato Satana. L’immagine conferma la miseria del personaggio, che emblematicamente rappresenta la storia di quel tempio e del sacerdozio, nient’altro che tizzoni che hanno fumigato per qualche tempo. Un tizzone sottratto al fuoco è questo miserabile Giosuè, e questo conferma che egli si trova in una situazione improponibile, impresentabile, in una situazione di impurità, è corrotto in una vicenda che oggettivamente, in modo macroscopico, porta con sè le conseguenze di un fallimento. Ebbene, questo tizzone sottratto al fuoco è esattamente l’immagine che nella visione di Zaccaria serve a rappresentare come attraverso il fuoco opera la parola di Dio.

Giosuè infatti era rivestito di vesti immonde e stava in piedi davanti all’angelo, il quale prese a dire a coloro che gli stavano intorno: «Toglietegli quelle vesti immonde». Poi disse a Giosuè: «Ecco, io ti tolgo di dosso il peccato; fatti rivestire di abiti da festa». Poi soggiunse: «Mettetegli sul capo un diadema mondo». E gli misero un diadema mondo sul capo, lo rivestirono di candide vesti alla presenza dell’angelo del Signore.

L’abbigliamento era importantissimo per i sacerdoti, nel tempio; tutte le prescrizioni del libro dell’Esodo ed in tanti altri luoghi lo confermano. Il diadema mondo è un turbante, una specie di mitria (Esodo, cap. 28).

Poi l’angelo del Signore dichiarò a Giosuè: «Dice il Signore degli eserciti: Se camminerai nelle mie vie e osserverai le mie leggi, tu avrai il governo della mia casa, sarai il custode dei miei atri e ti darò accesso fra questi che stanno qui.

Fatichiamo un po’ a renderci conto di quanto Zaccaria sta vedendo; tutto fa capo a quel tizzone bruciacchiato, sottratto al fuoco. E’ proprio l’essere passato attraverso il disastro conferisce a Giosuè l’evidenza di un’impurità che poi condivide fra tutti quelli del luogo; ma il fatto di essere passato attraverso la grande tribolazione ha un valore espiatorio. Proprio per questo ora è abilitato ad esercitare il suo servizio di mediazione sacerdotale. Il fatto che le cose siano andate in quel modo non dimostra semplicemente che adesso il sacerdozio è disabilitato alle proprie funzioni, ma che l’abilitazione alle funzioni sacerdotali è determinato proprio dall’esser passato attraverso quel disastro. L’Angelo rimprovera Satana: non hai capito!

Annuncio del “Germoglio”

Cap. 3, vv.8-10

Alla quarta visione si aggiunge un oracolo che assume la forma di un’esortazione, di un incoraggiamento.

Ascolta dunque, Giosuè sommo sacerdote, tu e i tuoi compagni che siedono davanti a te, poiché essi servono da presagio: ecco, io manderò il mio servo Germoglio. Ecco la pietra che io pongo davanti a Giosuè: sette occhi sono su quest’unica pietra; io stesso inciderò la sua iscrizione – oracolo del Signore degli eserciti – e rimuoverò in un sol giorno l’iniquità da questo paese. In quel giorno – oracolo del Signore degli eserciti – ogni uomo inviterà il suo vicino sotto la sua vite e sotto il suo fico».

I “compagni” sono quelli coinvolti insieme a Giosuè in questa avventura straordinaria che è la loro abilitazione all’esercizio di un ministero rispetto al quale sono oggettivamente squalificati. C’è un presagio, moffet, un segnale che viene esplicitato attraverso Giosuè e gli altri suoi collaboratori che cominciano a muoversi in una dimensione liturgica. Parlando di Germoglio, Zaccaria riprende un’immagine già presente nella predicazione di Geremia (cap. 23, 33): l’annuncio del germoglio, una figura messianica; in greco diventa “anatolì”, l’oriente. Oriens, germoglio ex alto, una delle antifone maggiori nei giorni che precedono il Natale. Quello che Zaccaria vede a proposito del germoglio è presagio, nel senso che è confermato l’annuncio messianico del germoglio. C’è di mezzo una pietra: questo è l’accenno ai lavori in corso a Gerusalemme, di cui c’è bisogno perché si tratta di rimuovere pietre, spianare il terreno, dare valore alle pietre, che già sono state usate per l’edificazione dell’antico tempio, poi distrutto ed attualmente in macerie. E’ una pietra, e su di essa sette occhi, che indicano l’attenzione; un’immagine ancora che conferma quell’intuizione colta fin dall’inizio, sull’attenzione del Signore. Sette occhi sono quelli del Signore, che è presente, scruta capillarmente le vicende della storia umana, penetra in tutti gli abissi, supera tutte le distanze. Sette occhi su quella pietra. Zaccaria ci rimanda a quanto leggiamo in Esodo 28, laddove si dice che il sommo sacerdote indossa una specie di grembiule che è fermato sulle spalle da pietre incise con i nomi delle tribù d’Israele; ci sono poi altre 12 pietre che il sacerdote porta sul pettorale, i dodici figli di Giacobbe, le tribù d’Israele, ed il sommo sacerdote, nell’esercizio del suo ministero, porta sempre sulle spalle e sul cuore il nome di tutte le tribù d’Israele. Gli occhi del Signore sono attenti a quella pietra, a queste pietre. Il sacerdozio è riabilitato a svolgere la propria funzione mediatrice, il servizio espiatorio a beneficio di tutto il popolo in un contesto di precarietà estrema come quello attuale. Qui è l’incoraggiamento a Giosuè perché non si sottragga all’urgenza del compito che gli viene affidato. Le promesse messianiche relative al germoglio passano attraverso il coraggio di questa responsabilità sacerdotale. Lo sguardo del Signore è rivolto a quelle pietre come pietre della devastazione con cui bisogna fare i conti per avviare la ricostruzione; sono le stesse pietre che costituiscono una componente immancabile dell’abbigliamento sacerdotale. L’intera comunità di Israele in tutte le sue componenti, comprese le tribù scomparse, dimenticate, disseminate chissà dove è presente laddove il sacerdozio svolge il proprio ministero espiatorio in un contesto di precarietà estrema, nella luce indescrivibile che proprio lo sguardo del Signore proietta su questi eventi. Sette occhi sono su quest’unica pietra; 12 e nello stesso tempo unica pietra: è il linguaggio antico, tradizionale. E’ tutto così nuovo nella precarietà, nella povertà, nello squallore del presente, ma è proprio questa situazione notturna che per Zaccaria splende di luce natalizia.

Dicembre 2011

http://www.incontripioparisi.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 03/10/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

  • 352.932 visite
Follow COMBONIANUM – Spiritualità e Missione on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 765 follower

San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
combonianum@gmail.com

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: