COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Lectio sul Profeta Zaccaria – Cap. 4-8

ZACCARIA – Cap. 4-8
Lectio divina sul Profeta Zaccaria
Pino Stancari s.j.

Testo doc ZACCARIA-II parte
Testo pdf ZACCARIA-II parte


Profeta Zaccaria


Dio è coerente al suo disegno originario

Proseguiamo nella lettura del libro del profeta Zaccaria, che svolge la sua missione fra gli anni 520 e 518 a.C., come già accennato nella prima parte del libro già messa a fuoco; gli esuli che sono rientrati dalla deportazione sono coinvolti nell’avvio di quell’impresa impegnativa, che sul momento appare quasi sproporzionata, implicante fatiche e avversità, costituita dalla ricostruzione del Tempio. Un linguaggio originale, che fa ampio uso al riferimento di visioni interiori; vi sono 8 visioni, di cui abbiamo già letto le prime 4 nei primi 3 capitoli; esse sono accompagnate da altri oracoli, momenti di riflessione ed esortazione.

Abbiamo già visto che il linguaggio di Zaccaria, dal punto di vista letterario, non è accattivante; potremmo avere addirittura l’impressione che queste sue visioni siano tentativi di sfuggire il contatto con la realtà; il linguaggio visionario di Zaccaria è tuttavia sempre rigorosamente aderente al vissuto, ai dati, in una situazione che è molto concreta. I rientrati dall’esilio sono alle prese con innumerevoli difficoltà, e per di più ora con il progetto di ricostruzione del Tempio, su cui era intervenuto Aggeo con molta energia. Il Tempio è naturalmente per il culto, grande sacramento che conferma il valore dell’alleanza, impresa con inconfondibile valenza pastorale e pregnanza di significato teologico.

Zaccaria sembra molto preso dalle questioni che si pongono nell’urgenza immediata della vicenda riguardanti l’organizzazione comunitaria in vista della ricostruzione del Tempio. Procedendo nella lettura del testo ci rendiamo conto del fatto che Zaccaria guarda molto più lontano, ed è su questo che è opportuno soffermarsi. I dati oggettivi della vicenda, già di per sè estremamente impegnativa, suggeritrice di preoccupazioni, bisognosa di costante richiamo perché la partecipazione corale non venga meno, perché tutte le responsabilità siano messe a disposizione, ecc., non evitano mai di farci trasparire una lettura della vicenda umana nella sua ampiezza; una parola che il profeta ha ricevuto come rivelazione dell’opera che Dio compie nella storia umana in una prospettiva che è sempre più ampia, universale, profonda, così da coinvolgere gli eventi interiori fino alla radice del cuore umano. In questo senso le visioni di Zaccaria sono, nella sua esperienza personale, una prima testimonianza relativa a quell’opera di Dio che si manifesta come creatrice di novità nell’intimo del cuore umano.

Abbiamo letto nel precedente incontro quattro di queste visioni. Seguiranno ora altre quattro visioni, come nella prima serie. Gli studiosi dicono che originariamente le visioni erano sette, non otto, poi quella che per noi era la quarta visione è stata inserita in una fase redazionale successiva, ma tutte queste sono questioni che possiamo tralasciare, affrontando la lettura del testo che ci è stato trasmesso, ricevuto dalla Chiesa e custodito nel corso delle generazioni.

Quinta visione (il candelabro e i due olivi): il progetto di Dio è comunione di vita

Questa visione si sviluppa in due momenti. La pagina contiene uno svolgimento di carattere esortativo che di per sé non appartiene alla visone originaria. Leggiamo dal versetto 1 al 6, e poi passeremo a metà del versetto 10 fino al 14; i versetti dal 6 al 10 costituiscono l’accennato svolgimento di carattere esortativo.

Cap. IV, vv. 1-14 – L’angelo che mi parlava venne a destarmi,

Ricordiamo che inizialmente Zaccaria si era presentato a noi come un dormiente, all’atto di sognare durante la notte. Abbiamo riflettuto su quella notte visitata dalla luce. Ora Zaccaria fa riferimento ad un risveglio; è una notte che finisce. Si tenga conto che il verbo “venne” traduce dall’ebraico quanto sarebbe meglio rendere in italiano con “tornò”; c’e’ un ritorno, non soltanto una venuta, c’è un’insistenza. Questo verbo nel significato biblico ha un significato assai rilevante, è il verbo che indica la conversione nel senso più profondo, che implica la rieducazione del cuore umano. Questo ritorno dell’angelo allude ad una vicenda che potremo adeguatamente interpretare solo rendendoci conto del fatto che qui è implicato non soltanto l’attuazione di un certo piano di ordine tecnico per la ricostruzione del tempio, ma il coinvolgimento in profondità dell’animo umano, è in gioco quella conversione che finalmente corrisponderà all’intenzione originaria del Dio vivente. E dunque non per nulla qui il ritorno dell’angelo comporta il risveglio di Zaccaria.

come si desta uno dal sonno, e mi disse: «Che cosa vedi?». Risposi: «Vedo un candelabro tutto d’oro; in cima ha un recipiente con sette lucerne e sette beccucci per le lucerne.

Si tratta della famosa menorà, uno degli oggetti preziosi custoditi nel Santo. Il Tempio, lasciando da parte gli elementi esterni, i recinti, i cortili, si sviluppa all’interno in due ambienti, il Santo ed il Santo dei Santi. Nel primo ci sono oggetti dotati tutti di un loro valore insostituibile: varcando il primo velo, al centro l’altare dei profumi, sulla destra vi è l’altare su cui vengono deposti i pani, sulla sinistra il candelabro a sette braccia, un recipiente e sette canaletti che portano olio ai sette beccucci con stoppini. Il candelabro a sette braccia rinvia inequivocabilmente all’iniziativa creatrice di Dio, in quanto è Lui che tutto ha creato nella luce in una prospettiva mirata fin dall’inizio a configurare l’universo come l’ambiente in cui instaurare un rapporto di comunione nella vita tra Lui, il Protagonista, Dio santo e la creatura umana; tutte le altre creature nella luce sono elementi che concorrono a definire il quadro che è opportunamente predisposto per promuovere questa comunione di vita, costituente in ogni caso il progetto originario del Dio vivente. Questo candelabro a sette braccia rappresenta anche l’albero della vita; la luce è la prima delle creature nel senso che tutte le altre creature sono contenute all’interno di essa. “E la luce era la vita del mondo”, dirà Giovanni nel prologo del suo Vangelo. Luce come contenitore di tutte le creature che sono opportunamente costituite, articolate, predisposte per fare da ambiente favorevole all’incontro fra il Dio vivente e la creatura umana chiamata alla comunione con Lui stesso, il Santo, la Sorgente, il Protagonista della Vita. Tutte le relazioni sono in Lui.

Due olivi gli stanno vicino, uno a destra e uno a sinistra».

Oltre al candelabro ci sono dunque due olivi: la luce dipende dalla presenza dell’olio, che a noi serve per condire l’insalata, ma nella tradizione degli antichi, in maniera primaria ed evidente, ha a che fare con la luce; l’olio è per la luce, ed in secondo luogo per la conservazione, garanzia quindi di stabilità, benessere, vita. L’olio penetra, ammorbidisce, diluisce, favorisce i contatti, promuove la comunicazione; l’olio splende, produce la luce. Vedremo i canali di contatto fra i due olivi ed il candelabro a sette braccia. Gli olivi rappresentando due personaggi che noi conosciamo per altra via: Zorobabele, discendente di Davide, che in questo contesto è l’erede della promessa messianica. Per il momento, non viene restaurato il regno di Davide, ma Zorobabele svolge un ruolo importantissimo per quanto riguarda la ricostruzione del Tempio: a lui viene assegnata una responsabilità di ordine civile, tecnico, amministrativo, a cui non si sottrae. Accanto a Zorobabele vi è Giosuè, il sommo sacerdote. I due olivi, due figure qui segnalate per svolgere le loro rispettive funzioni senza confusione nè opposizione vicendevole.

Allora domandai all’angelo che mi parlava: «Che cosa significano, signor mio, queste cose?». Egli mi rispose: «Non comprendi dunque il loro significato?». E io: «No, signor mio». Egli mi rispose:

Da qui saltiamo all’ultima parte del versetto 10

Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che scrutano tutta la terra».

Questa è una luce che vede: non è esattamente come noi l’immaginiamo, una luce che si fa vedere. Noi vediamo la luce, ma questa è una luce che vede, noi siamo visti, inglobati, coinvolti da questa luce. Abbiamo a che fare per un verso con evidenti richiami all’immediatezza delle questioni, la ricostruzione del Tempio e, in prospettiva, del Santo (c’e’ da impostare tutte le operazioni necessarie per sistemare al loro posto gli oggetti previsti dalla normativa levitica), ma sullo sfondo siamo aiutati ad affacciarci su un orizzonte che è immenso, come il disegno originario di Dio, che chiama gli uomini alla vita e che per questo ha creato; siamo rimandati all’intenzione originaria del Creatore. Intanto abbiamo a che fare con i problemi spiccioli, e anche molto seri; in questo contesto ecco i due olivi, due presenze di cui c’è estremo bisogno in vista della problematica immediata; essi vengono configurati come sacramenti che rinviano alla piena attuazione di quel disegno che stava all’inizio e verso il quale noi siamo ora rivolti. Lo faccio nuovamente notare: Zaccaria, con tutte queste sue stranezze in realtà è veramente profeta che porta nel suo animo queste istanze immense, amplissime, preso dalla necessità di registrare le urgenze immediate ha tuttavia, davanti e dentro sè, nella profondità di quell’animo che si apre all’ascolto della parola, alla visione di questo panorama immenso… una nuova creazione! Parla dei sette occhi del Signore che scrutano tutta la terra: è il Signore, è Lui che illumina, è Lui, la luce. Tutta la creazione, tutta la Terra è nella luce.

Quindi gli domandai: «Che significano quei due olivi a destra e a sinistra del candelabro? E quelle due ciocche d’olivo che stillano oro dentro i due canaletti d’oro?».

Invece che “stillano oro dentro i due canaletti d’oro” la mia Bibbia riporta (correggete): “attingono olio dai due canaletti d’oro”

Mi rispose: «Non comprendi dunque il significato di queste cose?». E io: «No, signor mio». «Questi, soggiunse, sono i due consacrati che assistono il Dominatore di tutta la terra”

Qui, alla lettera, i due consacrati sono i due figli dell’olio, servi di Dio, consacrati: potere civile e potere religioso, diremmo noi nel nostro linguaggio un po’ illuministico. Noi pensiamo all’amministrazione della società civile e religiosa in un’armonia di equilibri ragionati a tavolino, ed invece lui pensa ai due figli dell’olio come due sacramenti di quell’intenzione originaria per cui tutta la creazione è nella luce. E allora vedete come lavorare al Tempio, mettere al suo posto la menorà, si inserisce entro questa ampiezza contemplativa del disegno. Leggiamo ora l’intermezzo che abbiamo saltato (tornando al versetto 6)

«Questa è la parola del Signore a Zorobabele:

Come vedete, adesso viene proprio citato per nome il discendente di Davide, che in questo contesto assume un ruolo impegnativo particolare di ordine organizzativo, tecnico, forse anche relativo alla gestione dei lavori, che sono ingenti.

Non con la potenza né con la forza, ma con il mio spirito, dice il Signore degli eserciti! Chi sei tu, o grande monte? Davanti a Zorobabele diventa pianura!

Vedete che Zorobabele è impegnato a esercitare questa funzione carismatica: “con il mio spirito”. Zorobabele è testimone di questa situazione che si viene evolvendo in obbedienza a Dio: Dio che è il protagonista di questa vicenda contemporanea, Dio che è creatore dell’universo. C’è un grande monte di macerie che di fronte a Zorobabele diventa pianura.

Egli estrarrà la pietra, quella del vertice, fra le acclamazioni: Quanto è bella!».

Notate come qui, in due righe, Zaccaria dice molte cose. Questo passaggio, questa evoluzione dalla montagna di macerie al terreno spianato fino ad arrivare alla pietra di volta… Qui, in prospettiva, vi è l’edificio che si sta elevando in altezza fino a chiuderne la copertura; da una condizione di estrema contrarietà ad un’acclamazione festosa; da quelle rovine davanti alle quali si sostava sgomenti e disarmati a questo grido di esultanza: Quanto è bella, questa costruzione! Zorobabele, testimone; il suo carisma sta nell’essere testimone di questa trasformazione, di questa evoluzione, in base alla quale si può constatare l’andamento dei lavori; ma qui c’è di mezzo il Dominatore di tutta la terra e la luce di quell’iniziativa creatrice di Dio che sta all’origine di tutto. E’ in quella luce che si inserisce la nostra vicenda contemporanea come momento di maturazione, di crescita quanto a consapevolezza per la vocazione alla vita che viene da Dio creatore, e che riguarda la creatura umana … “Quanto è bella!”

Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Le mani di Zorobabele hanno fondato questa casa: le sue mani la compiranno

Zorobabele si sta dando da fare ed arriverà fino in fondo. Una figura che rimane in ombra; poi non si parlerà poi più di lui, esaurisce la sua missione, però la compirà fino in fondo, è coerente

e voi saprete che il Signore degli eserciti mi ha inviato a voi.

Ci si riferisce a Zaccaria

Chi oserà disprezzare il giorno di così modesti inizi? Si gioirà vedendo il filo a piombo in mano a Zorobabele.

Immaginatevi Zorobabele che va in giro con la squadretta, il filo a piombo per vedere se i muri stanno crescendo come si deve, e controlla, studia, disegna, sistema tutte le vicende di ordine amministrativo e “questo è giorno di modesti inizi”. La situazione rimane miserabile; eppure c’è gioia nella crescita, e non soltanto in relazione all’andamento dei lavori, che sono di limitata entità se pensiamo che ci vorranno ancora secoli per completarli: diverranno punto di riferimento per il popolo di Israele, e si arriverà fino ad Erode il Grande (quello della strage degli innocenti, padre dell’altro Erode che incontrerà Gesù); costui, negli anni che precedono l’attività pubblica del Signore, si occupò dei lavori, che tuttavia proseguirono per ulteriori 47 anni dopo la sua morte; il Tempio, poi distrutto da Tito, è quello grandioso costruito da Erode il Grande (il famoso muro occidentale, l’unico residuo rimasto in piedi dell’antico tempio, è erodiano, come si può constatare dalla tipologia di intaglio delle pietre). Modesti inizi, dunque (lo stesso Zorobabele, figura carismatica, olivo che attinge olio, va in giro con il filo a piombo, quindi è più che mai condizionato dall’impatto con le pietre da smuovere), ma questa piccolezza di cui Zaccaria è testimone, si inserisce nella luce della creazione, e della nuova creazione!

Sesta visione (il rotolo che vola): il peccato dell’uomo inquina la terra, ma il Signore interviene

Cap. V, vv. 1-4 Poi alzai gli occhi e vidi un rotolo che volava. L’angelo mi domandò: «Che cosa vedi?». E io: «Vedo un rotolo che vola: è lungo venti cubiti e largo dieci».

La visione successiva è quella di un rotolo che vola, un tappeto volante (siamo in oriente), ricamato, trapunto, raffigurato anche come un rotolo con delle scritte sovrapposte. Un cubito è uguale a circa mezzo metro, quindi si tratta di un tappeto di circa 10 m x 5 m

Egli soggiunse: «Questa è la maledizione che si diffonde su tutta la terra:

Il rotolo porta inscritta in sé (con quei ricami, quelle scritte a cui accennavo) la moltitudine delle cattiverie umane; questa è dunque la maledizione che si diffonde su tutta la terra. Le cattiverie, le ingiustizie, le violenze, le prepotenze, i peccati degli uomini, e più esattamente, come fra poco leggeremo, i peccati che restano impuniti: i delitti occulti che inquinano la terra. Nella visione precedente, la creazione nella luce; adesso la creazione inquinata; tutta la terra è inquinata. C’è un tappeto volante che sparge inquinamento in giro per il mondo.

ogni ladro sarà scacciato via di qui come quel rotolo; ogni spergiuro sarà scacciato via di qui come quel rotolo.

La mia Bibbia traduce “sarà scacciato via di qui”; prescindendo da questioni molto raffinate intendete: ogni ladro è impunito come quel rotolo. Il rotolo vola di qua e di là, svolazza, è presente dappertutto e nello stesso tempo è inafferrabile, indomabile, ingovernabile; come quel rotolo, il ladro impunito. Oltre al ladro veniamo a conoscenza dello spergiuro; ogni spergiuro come quel rotolo. Tutti gli effetti prodotti da questa iniquità umana che rimane impunita si traducono in conseguenze devastanti; una maledizione diffusa nell’universo, uno scompenso che disturba l’ordine della creazione. Peccati impuniti (questo è un fenomeno molto presente in ambiente ecclesiastico e non solo: in ambiente clericale, ovvero in un ambiente che ha una sua intrinseca assuefazione all’autoassoluzione) a cui segue la maledizione.

Io scatenerò la maledizione, dice il Signore degli eserciti, in modo che essa penetri nella casa del ladro e nella casa dello spergiuro riguardo al mio nome; rimarrà in quella casa e la consumerà insieme con le sue travi e le sue pietre».

Dunque qui, nei confronti di quel contagio che si sviluppa in maniera così subdola, penetrante, coinvolgente, di fronte al quale sembra esclusa ogni possibilità di denunciare, discernere, correggere, il Signore interviene. Per Zaccaria questa visione, questo intervento del Signore, che a noi appare il preannuncio di chissà quale evento punitivo, è dimostrazione del fatto che Lui è coerente con l’intenzione originaria, con quell’intenzione per cui ha creato il mondo; non c’ha rinunciato, non accetta compromessi, non si adegua a situazioni ambigue ricorrendo a qualche copertura superficiale. Qui dice: “Io scatenerò”, Io scendo in campo, Io intervengo là dove la maledizione si è infiltrata in maniera da essersi incrostata, incollata in modo così inestricabile per cui il mondo non funziona. Zaccaria ha una visione del genere nel momento in cui si tratta di mettere insieme un po’ di pietre per costruire una parvenza di Tempio a Gerusalemme. Qui noi siamo spettatori di quell’opera della quale Dio stesso è il protagonista in quanto, fedele alla sua intenzione originaria, si è preso la briga di spremere, schiacciare, stritolare, espellere, rimuovere quella che nell’esperienza corrente, ereditata da un passato che trova numerose conferme nel nostro presente, è maledizione così intrecciata con il vissuto delle persone, di un popolo, di una comunità intera, della storia umana, per cui non sarebbe nemmeno il caso di affrontare il problema; e Lui l’affronta. E se noi, sta dicendo Zaccaria, stiamo avviando la ricostruzione del Tempio, con una vanga in mano e qualche paranco, è perché Lui ha deciso di scendere in campo per espellere quell’inquinamento che invade il mondo come un contagio malefico, rispetto al quale noi non abbiamo più rimedio, non abbiamo mai avuto rimedio. E insiste: settima visione.

Settima visione (la donna nell’efa): il Signore estirpa la malizia della corruzione

Cap. V, vv. 5-11 – Poi l’angelo che parlava con me si avvicinò e mi disse: «Alza gli occhi e osserva ciò che appare». E io: «Che cosa è quella?». Mi rispose: «E’ un’efa che avanza».

Si tratta di un recipiente; efa è una misura di capacità circa come una damigiana, circa 45-50 litri.

Poi soggiunse: «Questa è la loro corruzione in tutta la terra».

Ci risiamo: ancora abbiamo a che fare con gli effetti di quella maledizione dilagante a cui accennava la visione precedente: corruzione in tutta la terra.

Fu quindi alzato un coperchio di piombo; ecco, dentro all’efa vi era una donna. Disse: «Questa è l’empietà!». Poi la ricacciò dentro l’efa e ricoprì l’apertura con il coperchio di piombo.

Adesso è intrappolata dentro il recipiente, sigillata. E’ in atto un discernimento. Compaiono altre due figure femminili, fateci caso. Quello che Zaccaria vede è questo mastodontico intervento di ristrutturazione di cui è protagonista il Signore che della storia umana sta scardinando tutte le infiltrazioni della malizia, gli ingorghi per noi inestricabili, quell’intasamento rispetto al quale non abbiamo rimedio. La sua intenzione è stata proclamata con chiarezza indiscutibile. Adesso è l’opera sua che si compie in modo tale da estirpare la malizia. Lui la estrae, la strappa, la discerne e, vedremo, la scaraventa a Babilonia. Qui non è più una località geografica, è un criterio interpretativo della storia umana. L’opera di Dio è efficace, per quanto riguarda questo discernimento.

Alzai di nuovo gli occhi per osservare e vidi venire due donne: il vento agitava le loro ali, poiché avevano ali come quelle delle cicogne, e sollevarono l’efa fra la terra e il cielo.

Queste due donne non sono la malizia, c’è anzi una leggerezza specialissima in questa visione, nel muovere delle ali, nel prelevare quel recipiente trasferendolo altrove, passando fra terra e cielo.

Domandai all’angelo che parlava con me: «Dove portano l’efa costoro?». Mi rispose: «Vanno nella terra di Sènnaar per costruirle un tempio. Appena costruito, l’efa sarà posta sopra il suo piedistallo».

La terra di Sénaaar è la Mesopotamia, quindi vanno a Babilonia, configurata come il luogo in cui la malizia degli uomini ha il suo trono. Questo per confermare il fatto che nell’interpretazione profetica di Zaccaria la nostra situazione presente, sempre esposta ad inconvenienti di ogni genere, non è che un frammento dello svolgimento della storia umana attraversata dall’intervento di Dio. E’ Lui il protagonista di questo discernimento radicale, per cui la malizia degli uomini è sbugiardata; la colpa che ha determinato quelle conseguenze così penetranti, invadenti, tanto da rattrappire la storia degli uomini in una storia della malizia umana, è illustrata in tutta la sua drammaticità. Tuttavia Zaccaria vede, e parlando mentre è in corso l’attività di coloro che si dedicano alla costruzione del Tempio ci dice: la storia umana è liberata, è storia di liberazione, e la costruzione del Tempio è un piccolo segno che ha significato questa estirpazione della malizia da tutti gli ingranaggi, da tutte le articolazioni, da tutti gli sviluppi della storia degli uomini. Questo è importantissimo!

Ottava visione (i carri): l’azione di Dio non ha confini, si estende su tutta la terra

Cap. VI, vv. 1-8 – Alzai ancora gli occhi per osservare ed ecco quattro carri uscire in mezzo a due montagne e le montagne erano di bronzo.

La prima visione ci parlava di quattro tipologie di cavalli di diverso colore, adesso anche qui abbiamo a che fare con la scena del mondo (la cifra quattro è quanto mai eloquente a questo riguardo), le quattro direzioni, i quattro punti cardinali, tutte le componenti dunque di quell’unico quadro all’interno del quale si svolge la storia degli uomini

Il primo carro aveva cavalli bai, il secondo cavalli neri, il terzo cavalli bianchi e il quarto cavalli pezzati. Domandai all’angelo che parlava con me: «Che significano quelli, signor mio?». E l’angelo: «Sono i quattro venti del cielo che partono dopo essersi presentati al Signore di tutta la terra.

Noi già abbiamo avuto a che fare con questo modo di descrivere le cose, i cavalieri che vanno a perlustrare la terra intera per riferire al Signore di quello che succede: ricordate la prima visione? Violenza instaurata in maniera così rigida, coerente, efficiente, per cui è la pace degli uomini, dell’impero: tutto tranquillo. E allora i quattro carri sono inviati per questa missione universale, i quattro punti cardinale, i quattro venti

I cavalli neri vanno verso la terra del settentrione, seguiti da quelli bianchi;

Veniamo a sapere che qui in realtà i carri si muovono secondo una logica che non è dipendente dal ritmo quaternario che, nell’opinione comune, garantisce l’ordine dell’universo, perché qui c’è un accumulo di interventi verso nord; settentrione è la direzione che serve ad indicare la strada per Babilonia e da Babilonia. Qui, nella visione, Zaccaria scopre che quella capacità distruttiva che l’umanità è in grado di esprimere e di fatto sta esprimendo nel corso della storia, in realtà è una capacità auto-distruttiva, e questo per lui è come la conferma del fatto che la storia umana non è condannata a ripiegarsi all’interno di quell’orizzonte inquinato e maledetto che racchiude in sé tutte le conseguenze della colpa mediante la quale gli uomini hanno rifiutato l’iniziativa originaria del Creatore, perché la storia umana è storia liberata, è la storia nel corso della quale la capacità di distruggere diventa attività liberatrice. Una Provvidenza misteriosa, rispetto alla quale Zaccaria non assume il ruolo del maestro, del professore, del teologo che insegna, ma è una visione, la sua, che legge in quest’avventura drammatica; con tutti gli eventi tragici che si stanno susseguendo, di fallimento in fallimento, da una disgrazia ad un’altra, da una distruzione ad un’altra, in realtà la storia umana è guidata fino ad affacciarsi su un orizzonte che nella sua ampiezza, coerenza, splendida luminosità, corrisponde finalmente all’intenzione originaria del Creatore.

i pezzati invece si dirigono verso la terra del mezzogiorno. Essi fremono di percorrere la terra».

Vedete? Non sono contenti, sono in giro per tutta la terra ma c’è questa direzione che ormai è come un risucchio che scarica; è come se Babilonia qui divenisse l’immensa discarica delle negatività. Tutta la potenza devastatrice che gli uomini nel corso della loro storia sono in grado di esprimere è a Babilonia, che diventa così come un crogiolo redentivo.

Egli disse loro: «Andate, percorrete la terra». Essi partirono per percorrere la terra; Poi mi chiamò e mi disse: «Ecco, quelli che muovono verso la terra del settentrione hanno fatto calmare il mio spirito su quella terra».

Vedete che questo scaricarsi a Babilonia della violenza distruttrice prodotta dagli uomini nel corso della storia, placa la collera: la terra è liberata, “hanno fatto calmare il mio spirito su quella terra”. Qui s’inserisce ancora uno sviluppo delle visioni precedenti, o meglio dell’insieme delle visioni precedenti, sotto forma simbolica.

La corona ex-voto è segno della promessa messianica

Cap. VI, vv. 9-15 – Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Prendi fra i deportati, fra quelli di Cheldài, di Tobia e di Iedaià, oro e argento e và nel medesimo giorno a casa di Giosia figlio di Sofonìa, che è ritornato da Babilonia. Prendi quell’argento e quell’oro e ne farai una corona che porrai sul capo di Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote.

In realtà la corona riguarda Zorobabele, che custodisce il titolo di erede messianico di Davide, ma qui il testo è stato poi rielaborato e la corona viene assegnata a Giosuè, sommo sacerdote, autorità questa che poi, nell’epoca successiva, per generazioni e generazioni, sarà l’unico vero punto di riferimento per il popolo. Questa incoronazione serve a confermare il valore della promessa messianica che viene da Davide, che investe il nostro presente, ma che lo attraversa per proiettarlo verso quella pienezza del disegno, quel compimento della promessa, che solo Dio conosce.

Intanto noi abbiamo a che fare con un personaggio modestissimo, come Zorobabele: egli ha svolto il suo compito, si è assunto la sua missione, ce l’ha messa tutta per quanto era possibile; è tuttavia un piccolo personaggio che tace sempre, ed il ruolo di sovrano, che secondo la promessa messianica dovrebbe rendere stabile il trono di Davide, non è rivestito da nessuno. Tutto questo conserva il valore sacramentale della fragilità del nostro presente nella sua valenza sacramentale, questo nostro presente che è ancora così precario (emblema di questa precarietà è il Tempio, costruito con l’impegno di cui i contemporanei sono capaci). Una corona che ora viene depositata come in una specie di archivio, in un armadio, ma l’affaccio a cui Zaccaria è rivolto ed a cui Zaccaria vuole condurre i contemporanei ed anche noi, è su un orizzonte che si apre sull’immancabile compimento della promessa messianica.

Gli riferirai: Dice il Signore degli eserciti: Ecco un uomo che si chiama Germoglio: spunterà da sé e ricostruirà il tempio del Signore.

Germoglio è un termine messianico, utilizzato da Isaia, da Geremia. E’ Zorobabele questo Germoglio? E’ un personaggio che rappresenta un’occasione sacramentale nel nostro momento presente ed il compimento della promessa è rinviato ma non mancherà all’appuntamento

Sì, egli ricostruirà il tempio del Signore, egli riceverà la gloria, egli siederà da sovrano sul suo trono. Un sacerdote sarà alla sua destra e fra i due regnerà una pace perfetta.

I due olivi: il re ed il sommo sacerdote.

La corona per Cheldài, Tobia, Iedaià e Giosia, figlio di Sofonìa, resterà di ricordo nel tempio del Signore.

Vedete a che cosa serve questo tempio costruito? Serve a segnare un punto d’arrivo? Niente affatto! Serve a custodire, nel vuoto che stiamo sperimentando, in ascolto del silenzio che zittisce le nostre pretese di protagonismo, il segno sacramentale che conferma il valore della promessa messianica il compimento della quale è rinviato a quella scadenza che il Signore conosce. Resterà come ricordo nel Tempio del Signore

Anche da lontano verranno a riedificare il tempio del Signore. Così riconoscerete che il Signore degli eserciti mi ha inviato a voi. Ciò avverrà, se ascolterete la voce del Signore vostro Dio».

Da notare qui l’interessante coinvolgimento dei lontani. E’ proprio vero che la prospettiva che si sta delineando nella visione di Zaccaria sfugge al confine immediato, circoscritto, un po’ nazionalistico, di una particolare comunità, di un popolo che pure conserva la sua identità inconfondibile; noi siamo coinvolti in una vicenda che nella visione di Zaccaria è sempre più aperta ad un coinvolgimento di tutte le presenze, le più lontane, le più sconosciute, le più estranee.

Per chi digiuniamo … e per chi viviamo?

Cap. VII, vv. 1-14 – L’anno quarto di Dario, il quarto giorno del nono mese, detto Casleu, la parola del Signore fu rivolta a Zaccaria. Betel aveva inviato Sarèzer alto ufficiale del re con i suoi uomini a supplicare il Signore e a domandare ai sacerdoti addetti al tempio del Signore degli eserciti e ai profeti: «Devo io continuare a far lutto e astinenza nel quinto mese, come ho fatto in questi anni passati?».

Sono dunque passati due anni; Casleu è circa Dicembre. Il tempio comincia ad assumere una propria configurazione, il culto è attivato, ci sono gli addetti, i sacerdoti con i loro collaboratori, ci sono anche dei profeti che si inseriscono in questo quadro di culto per il servizio di cui il popolo ha bisogno. La questione è rivolta da Betel tramite l’invio a Gerusalemme di un funzionario che aveva un certo ruolo nel contesto del grande impero persiano, e si riferisce al fatto che dal 586, quando Nabucodonosor profanò il Tempio (il giorno 9 del V mese di Av) si digiunava nella ricorrenza (ed in ulteriori date, come sarà accennato); visto che il Tempio è ricostruito ci si chiede se ancora oggi ciò si debba continuare a farlo. La risposta sarà una contro-questione; ulteriore risposta la incontreremo nel cap. 8.

Allora mi fu rivolta questa parola del Signore: «Parla a tutto il popolo del paese e a tutti i sacerdoti e dì loro: Quando avete fatto digiuni e lamenti nel quinto e nel settimo mese

Si digiunava per celebrare varie ricorrenze: quando il profanatore entrò nel Tempio, quando distrusse le mura, ecc.

per questi settant’anni, lo facevate forse per me? Quando avete mangiato e bevuto non lo facevate forse per voi? Non è questa forse la parola che vi proclamava il Signore per mezzo dei profeti del passato, quando Gerusalemme era ancora abitata e in pace ed erano abitate le città vicine e il Negheb e la pianura?».

Per chi avete digiunato e per chi vorreste digiunare ancora? Per me o per voi? Ovvero: per chi mangiate: per voi o per me? Che è poi come chiedersi: ma per chi vivete? Per voi o per me? La questione non è più digiunare o non digiunare, ma digiunare o mangiare: per chi? La questione è sui contenuti interiori, non di comportamenti rituali da rispettare. Ed infatti dice: vedete che già gli antichi profeti parlavano di questo, quando ancora tutto funzionava, prima della distruzione del Tempio, prima della caduta di Gerusalemme. Riguarda la relazione fra Me e voi! Voi vivete per Me? L’alleanza, grande impegno di comunione per la vita (stasera abbiamo avuto a che fare con la menorà e quanto ne è venuto di conseguenza). L’alleanza: fra Me e voi: come funziona questo circuito d’interessi, d’intenzioni, di propositi, parole, risposte? Questa comunicazione fra Me e voi come funziona? Voi digiunate per Me o per voi? La domanda non è più relativa al digiuno, ma all’alimentazione, all’impostazione della vita, a tutto ciò che è un buon motivo per stare sulla scena del mondo con gli impegni e le responsabilità che questo comporta, fino a morire! Ricordate che questa è anche la questione che si ripresenta nel caso di Gesù quando gli chiedono: perché i tuoi non digiunano? E Lui risponde: ma per chi bisogna digiunare? Se lo Sposo è presente non si digiuna, si digiuna il giorno prima, quando si è invitati ad un banchetto nuziale e ci si prepara; ma se c’è lo sposo no: il problema è per chi, non l’osservanza del precetto che risponde a certi canoni di ordine ascetico, pastorale.

Questa parola del Signore fu rivolta a Zaccaria: «Ecco ciò che dice il Signore degli eserciti: Praticate la giustizia e la fedeltà; esercitate la pietà e la misericordia ciascuno verso il suo prossimo (in ebraico la parola “prossimo” si traduce “fratello”).

Non frodate la vedova, l’orfano, il pellegrino, il misero e nessuno nel cuore trami il male contro il proprio fratello».

Questi sono richiami ai contenuti dell’alleanza antica, dovrebbero essere scontati per tutti. Zaccaria insiste su questi temi perché in realtà la domanda relativa al digiuno mette in evidenza che il vero problema riguarda l’attualità di quell’impegno di alleanza mediante il quale il Signore si è rivolto a noi, e noi abbiamo risposto a Lui. Questa è una storia che viene da lontano:

Ma essi hanno rifiutato di ascoltarmi, mi hanno voltato le spalle, hanno indurito gli orecchi per non sentire. Indurirono il cuore come un diamante per non udire la legge e le parole che il Signore degli eserciti rivolgeva loro mediante il suo spirito, per mezzo dei profeti del passato. Così si accese un grande sdegno da parte del Signore degli eserciti.

L’oracolo introduttivo all’inizio del libro di Zaccaria faceva proprio riferimento a questo “grande sdegno”

Come al suo chiamare essi non vollero dare ascolto, così quand’essi grideranno, io non li ascolterò, dice il Signore degli eserciti. «Io li ho dispersi fra tutte quelle nazioni che essi non conoscevano

Questo è il modo di intendere lo svolgimento degli eventi che hanno poi condotto all’esilio, esperienza recentissima ed ancora in corso

e il paese si è desolato dietro di loro, senza che alcuno lo percorresse; la terra di delizie è stata ridotta a desolazione».

Zaccaria sta dicendo che qui non si tratta di registrare il fatto che prima il Tempio era distrutto ed ora è stato ricostruito, ma di verificare la risposta con cui noi accogliamo il Signore della vita e ci consegnamo a Lui con la vita; questo ci consente di reinterpretare tutto del passato e ci autorizza adesso ad individuare quale sarà il tracciato del futuro dinanzi a noi.

Promesse messianiche

Cap. VIII, vv. 1-13 – In maniera quasi martellante si succedono sette promesse (di prosperità, di pace, di benessere, ecc.) che confermano l’intenzione del Signore; questa è la strada che Lui ha preparato per noi, ed è su questa strada che noi siamo chiamati a procedere, in un contesto che dipende solo marginalmente dalla costruzione del Tempio. La strada tracciata dinanzi a noi è definita dall’intenzione del Signore di ottenere finalmente da noi quella corrispondenza alla sua volontà di vita che già era fin dall’inizio e che costituisce il contenuto indefettibile della sua promessa per noi, per la storia umana, per la definizione ultima e coerente di tutto l’impianto che struttura la partecipazione delle creature di Dio, tutte le creature di Dio nell’universo.

Leggiamo ora le sette promesse: tre più una che fa da intermezzo, poi altre tre. Ogni promessa, o ogni annuncio della promessa è introdotto con la medesima formula: “Questa parola del Signore mi fu rivolta… Dice il Signore”, in modo martellante.

Prima promessa:

Questa parola del Signore degli eserciti mi fu rivolta: «Così dice il Signore degli eserciti: Sono acceso di grande gelosia per Sion, un grande ardore m’infiamma per lei. Una gelosia incandescente!

Seconda promessa:

Dice il Signore: Tornerò a Sion e dimorerò in Gerusalemme. Gerusalemme sarà chiamata Città della fedeltà e il monte del Signore degli eserciti Monte santo».

Dunque: Tornerò ad abitare a Gerusalemme. Qui la promessa contiene non soltanto l’affermazione relativa al ritorno del Signore, ma anche un’affermazione relativa agli effetti che questo suo ritorno produrrà nel popolo: Gerusalemme che sarà chiamata “Città della fedeltà”, il monte del Signore degli eserciti che sarà chiamato “Monte santo”. Dunque questo suo modo di ritornare non è mirato a fare spettacolo, far bella figura, inventare soluzioni miracolistiche che lascerebbero comunque il mondo che trovano, è proprio l’opposto: per fare di Gerusalemme la Città fedele e di quella montagna il monte a servizio della Vita. Quel suo tornare non è per fare il castigamatti, il terrorista da mantenere il più possibile fuori dai confini e rinviarlo ad un avvenire senza data, torna per dimostrare che la creazione gli appartiene, che la creazione è a servizio della vita, e che la storia umana è per condurre l’umanità intera a quella risposta che sarà adeguata alla sua inesauribile, incandescente volontà d’amore.

Terza promessa:

Dice il Signore degli eserciti: «Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze».

Immagine bellissima, commovente. Tutte e tre le promesse di questa prima sequenza sono pervase da una nota di commozione particolarmente patetica. Anziani e bambini insieme nelle piazze di Gerusalemme.

La quarta promessa fa da perno nel settenario:

Dice il Signore degli eserciti: «Se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi?» – dice il Signore degli eserciti -.

La quarta promessa fa da perno perché c’è qualcuno che sta obiettando, qualcuno che dice: i conti non tornano, dentro di noi, da qualche parte, c’è un interrogativo che rimane inevaso, forse inesplorato perché cerchiamo di mantenerlo nell’ombra. L’evidenza dei fatti dimostra il contrario rispetto alle promesse che sono state appena enunciate in maniera così precisa, lapidaria, commovente; ma non è possibile questo, le cose non vanno così. Qualche millennio dopo direi che noi avremmo ulteriori motivi per dire che effettivamente qualche dubbio affiora. Notate che qui Zaccaria percepisce, con una coerenza molto sobria e matura il valore dell’obiezione. Se questo sembra impossibile agli uomini del resto di quel popolo in quei giorni sarà forse impossibile anche ai miei occhi? dice il Signore. Le promesse che il Signore sta proclamando e che il profeta rilancia alludono ad una possibilità di ordine empirico, storico, umano; questa possibilità prende luce sotto lo sguardo del Signore. Prende luce nella sua luce. E’ la possibilità dell’impossibile. Peraltro questo linguaggio non è nuovo: “Nulla è impossibile a Dio”, così già ad Abramo, quando gli viene dato l’annuncio del figlio che deve nascere; questo è esattamente il linguaggio che l’angelo Gabriele usa con la Madonna nella casa di Nazareth. La possibilità dell’impossibile è poi formula che ricorre nella lettera ai Romani, nel linguaggio di S. Paolo. “Sarà dunque impossibile anche ai miei occhi?”

Seconda terna di promesse; adesso il testo tende un po’ ad allungarsi.

Quinta promessa:

Così dice il Signore degli eserciti: «Ecco, io salvo il mio popolo dalla terra d’oriente e d’occidente: li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, nella fedeltà e nella giustizia».

C’è stato un primo esodo, in Egitto, un secondo in Babilonia; questo è un terzo esodo. La promessa riguarda esattamente questa ricomposizione del popolo: per quanto disperso fra oriente ed occidente, il popolo è ricondotto ad abitare in Gerusalemme. “Saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio”, quindi un’alleanza instaurata nella piena fecondità della comunione, Io per loro e loro per Me, Io il loro Dio e loro il mio popolo, nella fedeltà e nella giustizia. Alleanza, che non è un colpo di bacchetta magica, ma implica il percorso di un lungo e travagliato itinerario di liberazione e rieducazione: un esodo definitivo.

Sesta promessa:

Dice il Signore degli eserciti: «Riprendano forza le vostre mani.

Qui c’è sempre di mezzo un richiamo all’attività degli operai che si dedicano alla costruzione del tempio; ogni tanto si stancano, le mani sono fiacche …

Voi in questi giorni ascoltate queste parole dalla bocca dei profeti; oggi vien fondata la casa del Signore degli eserciti con la ricostruzione del tempio.

Ci siamo, è in atto questa impresa ormai da un paio d’anni. Qualcosa già si vede, naturalmente.

Ma prima di questi giorni non c’era salario per l’uomo, né salario per l’animale; non c’era sicurezza alcuna per chi andava e per chi veniva a causa degli invasori:

Sostituite “invasori” con “rivalità”

io stesso mettevo gli uomini l’un contro l’altro.

Sapete di che cosa sta parlando qui? Il profeta dà voce al Signore che da parte sua promette … che le mani ritroveranno forza? Attenzione, perché qui siamo aiutati a comprendere quali sono le vere ragioni della fiacchezza, della stanchezza, dell’inoperosità. Noi potremmo trovare innumerevoli motivi per dire: beh, dopo un po’ uno non ne può più, non ce la fa; qui si dice invece che il vero motivo della stanchezza che vi affligge e che ci affligge, da tanto tempo ormai, è quel coagulo di rivalità interne che ci rendono odiosi gli uni agli altri. Interessante!

Ora invece verso il resto di questo popolo io non sarò più come sono stato prima – dice il Signore degli eserciti -. E’ un seme di pace: la vite produrrà il suo frutto, la terra darà i suoi prodotti, i cieli daranno la rugiada: darò tutto ciò al resto di questo popolo.

Dunque “un seme di pace”, la terra irrorata dall’acqua risponde al cielo che è in attesa di quel frutto che finalmente la terra è in grado di produrre. Vedete che questo circuito, che va dal cielo alla terra, e dalla terra al cielo è attuazione di quel progetto che il Seminatore ha in animo dall’inizio; Shalom, pace. Qui la stanchezza che affligge la nostra capacità di lavorare, portare innanzi l’impegno della ricostruzione in realtà dipende dal serpeggiare di contrapposizioni, ostilità, incomprensioni, asprezze odiosissime nella relazione o nel complesso di relazioni che sono interne al nostro ambiente, alla nostra comunità, al nostro popolo. E Lui dice: ecco, promessa del Signore, là dove quell’esperienza delle contrapposizioni fra di noi ci soffocava come un cappio micidiale e ci riduceva all’impotenza, un abbraccio di pace.

Insiste, settima promessa:

Come foste oggetto di maledizione fra le genti, o casa di Giuda e d’Israele, così quando vi avrò salvati, diverrete una benedizione. Non temete dunque: riprendano forza le vostre mani».

Vedete che qui ritorniamo al punto di partenza del brano che stiamo leggendo (v. 9): riprendano forza le vostre mani! E’ in questo modo che la promessa del Signore funziona, la promessa riguarda la forza che consentirà alle mani di operare per la costruzione, ma questa forza passa attraverso quel cambiamento, quel processo evolutivo misteriosissimo ma veramente poderoso, meraviglioso, per cui l’odio è pacificato, e la maledizione subita è ristrutturata dall’interno, come abilitazione a trasmettere la benedizione, a benedire. Vedete bene che qui non si tratta solo di dire: facciamoci forza, il Signore vi irrobustirà; questo irrobustimento passa attraverso quell’evoluzione, dall’odio alla pace, dalla maledizione alla benedizione. E’ questa la promessa; la promessa non è un colpo di bacchetta magica.

L’alleanza ritrovata

Cap. VIII, vv. 14-17 – Così dice il Signore degli eserciti: «Come decisi di affliggervi quando i vostri padri mi provocarono all’ira – dice il Signore degli eserciti – e non mi lasciai commuovere, così invece mi darò premura in questi giorni di fare del bene a Gerusalemme e alla casa di Giuda; non temete. Ecco ciò che voi dovrete fare: parlate con sincerità ciascuno con il suo prossimo; veraci e sereni siano i giudizi che terrete alle porte delle vostre città. Nessuno trami nel cuore il male contro il proprio fratello; non amate il giuramento falso, poiché io detesto tutto questo» – oracolo del Signore -.

Dunque è proprio vero che l’alleanza, così come è stata impostata ora è confermata: il Signore promette l’attuazione di questa vicenda nella prospettiva già annunciata dall’inizio: una vocazione a cui finalmente il popolo corrisponderà per quanto riguarda l’uso della parola, la responsabilità sociale, la liberazione del cuore che si apre per accogliere; nello stesso tempo impara a fidarsi dell’accoglienza altrui, e questo perché, dice il Signore, ecco la sua promessa: Io che ho contestato con decisione e micidiale puntualità il tradimento di parte di questo popolo, “mi darò premura di fare del bene a Gerusalemme”. Proprio colui che ci ha contestati, che ha subito il tradimento da parte nostra ed ha reagito di conseguenza, è rivolto verso di noi con indefettibile fedeltà, per rivendicare da un popolo, da noi, dall’umanità intera una risposta libera nell’amore, finalmente, come dall’inizio egli si era proposto.

Dal lutto alla letizia

Dal versetto 18 si chiude la prima parte del libro, che è l’ultima testimonianza della predicazione di Zaccaria:

Cap. VIII, vv. 18-19 – Mi fu ancora rivolta questa parola del Signore degli eserciti: «Così dice il Signore degli eserciti: Il digiuno del quarto, quinto, settimo e decimo mese si cambierà per la casa di Giuda in gioia, in giubilo e in giorni di festa, purché amiate la verità e la pace».

Devo digiunare o no? Qui non sta nemmeno dicendo: non digiunare più, sta dicendo: guarda che adesso è il digiuno che è pervaso da una tensione gioiosa, e sotto la nostra relazione con il Signore tutto è cambiato, tutto cambierà. Prima chiedeva: voi per chi digiunate? O per chi mangiate? Per chi vivete? Ora dice: guarda che la vera questione è digiunare, mangiare, vivere, morire per Me! E allora digiuno, pianto, lamento, è una corrente di gioia che pervade tutto! E aggiunge ancora:

Pellegrinaggio e salvezza universali

Cap. VIII, vv. 20-23 – Dice il Signore degli eserciti: «Anche popoli e abitanti di numerose città si raduneranno e si diranno l’un l’altro: Su, andiamo a supplicare il Signore, a trovare il Signore degli eserciti; ci vado anch’io.

Vedete che ora la predicazione di Zaccaria prende congedo da noi con un pellegrinaggio universale: è l’umanità intera che accorre a Gerusalemme, perché è l’umanità intera che riconosce, nell’esperienza vissuta dal popolo dell’alleanza, il criterio valido per interpretare il senso della storia universale. Il popolo di Dio è impegnato in quest’avventura non per realizzare un progetto privato, ma per dare visibilità sacramentale ad un progetto ecumenico. Il nostro Zaccaria, così nascosto, qui è testimone per noi di un respiro amplissimo; e dice: questi verranno…voglio venire anch’io!

Così popoli numerosi e nazioni potenti verranno a Gerusalemme a consultare il Signore degli eserciti e a supplicare il Signore».

Dice il Signore degli eserciti: «In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi».

Dio, l’Emanuele, è con voi! Adesso abbiamo compreso che Dio è con voi! Chi è l’Emanuele? Gli uomini che afferreranno un giudeo per seguirlo, accompagnarlo, testimoniare come trovano riscontro nell’esperienza già vissuta per interpretare la propria vocazione alla vita, sarà proprio la comunità d’Israele, che comprenderà finalmente chi è l’Emanuele quando sarà alle prese con questa rivelazione che il profeta Zaccaria già intravede; e la intravede proprio dentro alla piccolezza dei giorni presenti, alla fatica della ricostruzione, alla pazienza di tante contraddizioni che ancora sono incrostate. Lui vede e dice: noi stiamo imparando a conoscere chi è l’Emanuele, per noi e per la moltitudine delle genti.

Febbraio 2019
http://www.incontripioparisi.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 03/10/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

  • 350.667 visite
Follow COMBONIANUM – Spiritualità e Missione on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 760 follower

San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
combonianum@gmail.com

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: