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Presentazione dei Libri di Esdra e Neemia

Libri di Esdra e Neemia

Esdra e Neemia sono stati a lungo giudicati un’unica opera sia nel mondo ebraico, con Esdra quale autore di entrambi, sia in quello cristiano. La divisione in due libri distinti appare per la prima volta attorno al II secolo. La collocazione di Esdra-Neemia nell’insieme dei libri biblici rivela una certa fluidità. Nei codici cristiani risalenti al IV sec. d.C., Esdra- Neemia seguono i libri delle Cronache, formando, con quelli di Samuele e dei Re, l’insieme dei libri cosiddetti storici. Nel testo ebraico, invece, la tripartizione in Legge, Profeti e Scritti, fa ritrovare i libri di Giosuè, Samuele e Re fra i cosiddetti Profeti Anteriori e Esdra-Neemia fra gli Scritti. Una lettura corsiva permette di cogliere in Esdra-Neemia la presenza di materiali eterogenei, tra i quali spiccano le Memorie di Neemia e di Esdra, le liste e i documenti ufficiali. La trama racconta la ricostruzione di Gerusalemme e della nazione al ritorno degli esiliati nella terra promessa.


Mura Gerusalemme


I libri di Esdra e Neemia (o, se si preferisce, l’unico libro che essi costituiscono leggendoli uno di seguito all’altro) rivelano una genesi assai complessa, essendo composti da parti narrative in terza persona, da descrizioni in prima persona e da lunghi elenchi anagrafici e storico-geografici. Certamente l’autore sovrappose materiale d’archivio proveniente dagli Annali del Tempio, ricordi tramandati oralmente di generazione in generazione e memorie autobiografiche dei due protagonisti, la cui esistenza è assicurata dalla correttezza spasmodica e quasi maniacale delle loro descrizioni. Ricostruire l’esatta successione cronologica dei vari brani, e quindi degli eventi narrati, è oggi arduo e fonte di accese discussioni tra gli esegeti.

Ciò che conta però non è tanto un’esatta ricostruzione cronachistica della vicenda, quanto l’evidente messaggio che essa vuole comunicare. Come ha scritto lo storico della chiesa  Elio Guerriero, Esdra e Neemia, rispettivamente un uomo di studio e un capo politico, non erano più gli esuli del tempo di Ciro che accorrevano entusiasti a Gerusalemme per ricostruire la nazione giudaica, ma cultori delle tradizioni patrie che rientravano in Palestina con un programma preciso: ritornare alla purezza del monoteismo e al culto basato sulla fedeltà assoluta ad ogni precetto della Torah. A Babilonia i sacerdoti, preoccupati di preservare la tradizione religiosa di Israele, avevano codificato con scrupolo certosino tutte le norme, i riti, le regole della vita sociale; Esdra e Neemia fecero ritorno per imporre quel corpus come legge del piccolo stato ebraico, impegnandosi con tutte le loro forze per farla rispettare. Per questo, per prima cosa, scacciarono da Israele tutte le donne pagane che rischiavano di far ripetere agli Ebrei l’errore di Salomone. Ma questa loro rigidità apparve necessaria ai contemporanei ed alle generazioni immediatamente successive, per evitare il naufragio di Israele come nazione, ora che la monarchia davidica non esisteva più. Non a caso il Siracide (49, 13) eleva a Neemia un sincero elogio che sintetizza ottimamente tutta quanta la sua opera di riformatore:

« Anche la memoria di Neemia durerà a lungo: egli rialzò le nostre mura demolite e vi pose porte e sbarre; fece risorgere le nostre case »

Franco Maria Boschetto
http://www.fmboschetto.it

Presentazione del Libro di Esdra 

Significato del nome
Il nome Esdra deriva da una radice ebraica che significa “aiutante”.

Generalità
Il libro di Esdra viene spesso considerato l’ideale continuazione dei Libri delle Cronache, e viene quindi ricondotto allo stesso ambiente sacerdotale. Esso, come capita a moltissimi altri libri biblici, porta il nome del suo protagonista, che è anche uno degli artefici principali della rinascita di Israele dopo l’esilio. Esdra entrerà a tal punto nella coscienza storica d’Israele che gli verranno attribuiti molti libri apocrifi, tra cui il celebre Quarto Libro di Esdra, contenenti particolari rivelazioni escatologiche fattegli da JHWH in persona, nonostante egli viva in ambito storico e non sia dunque una figura circonfusa di leggenda come Adamo, Enoc e Mosè.
Esdra compare sulla scena solo a partire dal capitolo 7, ma sarà protagonista anche del successivo libro di Neemia. Ciò spiega perchè l’antica versione greca dei Settanta ha fuso Esdra e Neemia in un unico libro di 23 capitoli.

Contenuto

Il Secondo Esodo
Nel 
capitolo 1 vediamo entrare in scena non il protagonista eponimo del libro, bensì una delle più grandi figure della storia dell’umanità: Ciro II il Grande, re dei Persiani e fondatore di un grande impero esteso dal Mar Egeo all’Oceano Indiano. In apertura del libro Ciro, il cui nome significa “pastore”, pubblica un editto (una sua versione era presente anche nel finale del Secondo Libro delle Cronache) che permette il rientro di Israele in Canaan: è il 539 a.C. 

« Nell’anno primo del regno di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola che il Signore aveva detto per bocca di Geremia, il Signore destò lo spirito di Ciro re di Persia, il quale fece passare quest’ordine in tutto il suo regno, anche con lettera: “Così dice Ciro re di Persia: Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra; egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio in Gerusalemme, che è in Giudea. Chi di voi proviene dal popolo di lui? Il suo Dio sia con lui; torni a Gerusalemme, che è in Giudea, e ricostruisca il tempio del Signore Dio d’Israele: egli è il Dio che dimora a Gerusalemme. Ogni superstite in qualsiasi luogo sia immigrato, riceverà dalla gente di quel luogo argento e oro, beni e bestiame con offerte generose per il tempio di Dio che è in Gerusalemme.” » (Esdra 1, 1-4)

Allora i sopravvissuti, quelli che i Profeti avevano chiamato il “Resto d’Israele”, si rimettono in marcia guidati da Sesbassar, principe di Giuda, cui Ciro fa restituire le suppellettili trafugate da Nabucodonosor al tempio di Gerusalemme. L’elenco dei clan dei rimpatriati ed il loro numero è contenuto nel capitolo 2: la narrazione sacerdotale amava infatti i lunghi elenchi, le liste genealogiche, le distinzioni precise. Da notare che alcune famiglie di leviti non possono dimostrare la loro identità israelitica, avendo perso il loro registro genealogico, e sono così escluse dal sacerdozio: testimonianza diretta, questa, delle complesse vicende del rientro, descritto come un vero e proprio Secondo Esodo.

Nel capitolo 3, a sette mesi dal rientro, tutto il popolo si riunisce sotto la presidenza del Sommo Sacerdote Giosuè e di Zorobabele, e si mette al lavoro per ricostruire il Tempio di Gerusalemme: da notare come Sesbassar sparisca del tutto dalla narrazione, sostituito per l’appunto da Zorobabele, suo successore, citato dal Vangelo di Matteo tra gli antenati di Gesù. Inizialmente viene eretto solo l’altare dei sacrifici, poi viene ricostruito il Tempio vero e proprio, tra i canti di giubilo del popolo.
Ma ben presto (
capitolo 4) la festa è turbata dai « nemici di Giuda e Beniamino », cioè dalle popolazioni che erano state a loro volta deportate in Canaan dopo lo sradicamento degli Ebrei; tra costoro si annoverano i Samaritani, dei quali si è già detto. Costoro vedono di malanimo il ritorno degli Ebrei, ma inizialmente fingono di offrire collaborazione per l’erezione del Tempio. Zorobabele e Giosuè fiutano l’inganno e rispondono picche; allora i suddetti nemici fanno di tutto per mettere loro i bastoni tra le ruote, rallentando la ricostruzione per tutta la durata dei regni di Ciro e di Serse (re che ritroveremo nel libro di Ester), anche grazie alla compiacenza di funzionari antisemiti. Il capitolo riporta una lettera inviata proprio ad Artaserse per denunziare la ricostruzione di Gerusalemme, definita « città ribelle e malvagia »; il re acconsente allora ad ordinare l’interruzione dei lavori. Siccome Artaserse I regnò dal 464 al 424 a.C., è già passato quasi un secolo dal rientro in Terrasanta.

Nel capitolo 5 si torna però all’epoca di Zorobabele: i profeti Aggeo (“nato per festeggiare”) e Zaccaria (“JHWH si è ricordato”) incitano gli Ebrei a riprendere i lavori, e così il satrapo dell’Oltrefiume, la regione persiana che comprendeva la Palestina, informa il re Dario I, suggerendo che sarebbe opportuno compiere ricerche nell’archivio imperiale di Babilonia, per verificare se davvero Ciro aveva autorizzato la ricostruzione del Tempio, o se gli Ebrei se l’erano inventato. Nel capitolo 6, Dario ordina di investigare nel suddetto archivio, e ad Ecbatana salta fuori un memoriale diverso da quello presentato nel capitolo 1, che però in sostanza lo conferma e non solo autorizza la ricostruzione, ma addirittura ne fissa le modalità costruttive ed ordina la restituzione degli arredi del primo Tempio. A questo punto Dario conferma l’editto di Ciro, ed anzi diffida il satrapo antisemita dall’ostacolare ulteriormente i lavori, che così possono riprendere. Così conclude il testo:

« Questo Tempio fu portato a termine il terzo giorno del mese di Adar, nel sesto anno del regno di re Dario » (6, 15)

Tale data dovrebbe corrispondere al 13 marzo del 515 a.C. Per cinque secoli questo nuovo Tempio costituirà il punto di riferimento di tutto Israele, finchè nel 20 a.C. Erode il Grande non deciderà di ristrutturare radicalmente l’ormai fatiscente ricostruzione di Zorobabele, dando vita al Tempio descritto nei Vangeli.

La riforma di Esdra
Il 
capitolo 7 vede un nuovo brusco balzo temporale fino al regno di Artaserse, quando Esdra, scriba ed alto esponente della classe sacerdotale, ottiene il permesso di rientrare in Palestina. Probabilmente egli era un funzionario della corte persiana, incaricato di curare gli affari del popolo giudeo; ed infatti proprio con un rescritto del re, integralmente riportato nel libro, egli si rimette in cammino con altri Ebrei ancora residenti a Babilonia. Il rescritto contiene i poteri assegnati dall’imperatore ad Esdra, ma in realtà si tratta dei punti salienti della grande riforma operata da questo sacerdote. La lista dei rimpatriati è contenuta nel capitolo 8, in cui Esdra parla in prima persona, mentre tutti i capitoli precedenti erano scritti in terza persona, descrivendo le faticose tappe del viaggio, tra assalti dei nemici e dei predoni. Ma la narrazione avventurosa ha poco spazio, giacchè nel capitolo 9 riprende la descrizione della riforma di Esdra, tanto cara alla classe sacerdotale. Venuto a sapere che il popolo si è abbandonato all’idolatria, Esdra si straccia le vesti e, all’ora del sacrificio della sera, eleva al Signore una supplica solenne. Si tratta di un genere diffuso nell’Israele postesilico (Neemia 1, 9; Daniele 3, 9; Baruc 1-2), per impetrare il perdono divino dopo che il Popolo eletto è stato costretto a convivere con popoli idolatri, le cui usanze hanno affascinato più di un giudeo. La preghiera incita il popolo alla conversione perchè possa sopravvivere un “piccolo gregge”, tema questo che sarà caro anche a Gesù. Il capitolo 10 ci mostra un’imponente folla che si raduna attorno ad Esdra, e che si lascia coinvolgere nell’appello dello scriba.  Secania, figlio di Iechiel, si fa avanti ed ammette la colpa propria e del popolo:

« Abbiamo peccato contro Dio, sposando donne straniere » (10, 2)

Siamo qui al cuore del Libro, perchè la causa prima del peccato di Israele, e quindi di tutte le sue sventure (decadenza, esilio, rallentamento della ricostruzione del Tempio), è individuata dall’autore nel matrimonio con donne pagane, che hanno causato la corruzione dei costumi e la fine della purezza del monoteismo ebraico. Si ricorderà che anche Salomone, nel Secondo Libro dei Re e nel Primo Libro delle Cronache, era stato indotto all’idolatria dalle proprie mogli straniere: non è impossibile che l’Autore di quei libri applichi ad un re vissuto cinque secoli prima lo stesso motivo di corruzione che egli pensa di aver scorto nei propri contemporanei. Il cuore della riforma del culto non può essere perciò che la proibizione dei matrimoni misti.
E così, dopo aver digiunato una notte in segno di penitenza, lo scriba raduna tutto il popolo a Gerusalemme, in una fredda giornata d’inverno, sotto la pioggia battente. Subito Esdra punta il dito contro la peccaminosità dei matrimoni misti, ed ordina a tutti di ripudiare le proprie mogli straniere. La maggior parte si dice d’accordo, ma alcuni si ribellano, pretendendo probabilmente decisioni ancora più radicali ed estreme nei confronti delle pagane corruttrici d’Israele. Tuttavia a passare la linea di Esdra, ed il libro si conclude con un tedioso elenco di tutti coloro che divorziano dalle loro mogli straniere, scacciandole assieme ai figli avuti da esse.

Vedi http://www.fmboschetto.it/religione/libri_storici/Esdra.htm

Presentazione del Libro di Neemia


imperio persa

L’impero Persiano di Cambise II

Significato del nome
Il nome Neemia deriva dall’ebraico “JHWH conforta”.

Generalità
Questo libro appare strettamente connesso al libro di Esdra, del quale rappresenta indubbiamente la continuazione; non a caso, l’antica versione greca dei Settanta ha fuso Esdra e Neemia in un unico libro di 23 capitoli. Mentre però nel libro di Esdra il suo protagonista entra in scena solo dopo sei capitoli, Neemia qui entra in scena fin dal primo versetto: « Parole di Neemia figlio di Akalia ». La sua opera principale è la ricostruzione delle mura della città santa, nonostante l’ostilità dei popoli circonvicini su cui si era ampiamente soffermato già il libro precedente. La ricostruzione delle mura viene presentata dal libro come il simbolo della rinascita politica di Israele come nazione. Solo dopo che l’opera di Neemia è completa, ritorna in scena il sacerdote Esdra, che porta a compimento il suo programma di riforme, facendo di Israele un vero e proprio stato teocratico, la cui “carta costituzionale” è la stessa Torah.

Contenuto

La ricostruzione delle mura di Gerusalemme
Anche una parte del libro di Neemia è scritto in prima persona, e a parlare è il suo stesso protagonista, che nel capitolo 1 riceve dal fratello tristi notizie riguardo alle condizioni dei Giudei rimpatriati:

« I superstiti della deportazione sono là, nella provincia, in grande miseria e abbattimento; le mura di Gerusalemme restano piene di brecce e le sue porte consumate dal fuoco. » (1, 3)

Neemia allora scoppia in pianto ed eleva una supplica a JHWH, simile a quella di Esdra (capitolo 9), in cui lo implora di aiutarlo per essere lasciato libero di tornare nella madrepatria. E così, nel capitolo 2 il Re dei Re Artaserse vede Neemia triste e gliene domanda la ragione. Benché spaventato dalla richiesta che sta per fargli, Neemia si decide a chiedergli il permesso di lasciare la sua corte, per riedificare la città dove sono i sepolcri dei suoi padri. Inaspettatamente, e secondo l’autore grazie all’aiuto divino, Artaserse concede il suo nulla osta e gli scrive dei lasciapassare.

Ma, come era accaduto con Zorobabele ed Esdra, anche Neemia incontra ostacoli nel suo progetto: Sanballat, governatore persiano di Samaria, e Tobia, un principe di origine ebraica ma posto a capo degli Ammoniti, tradizionali nemici di Israele, sono ben decisi ad impedire la rinascita di Gerusalemme come una grande città. Così, Neemia è costretto a compiere di notte e in gran segreto un’ispezione delle mura e delle porte della città. Appena egli rivela ai magistrati la vera natura della sua missione segreta, costoro accettano con entusiasmo: « Su, mettiamoci a ricostruire! »

Il capitolo 3 descrive minuziosamente l’organizzazione dei lavori, indicando gli incaricati di ricostruire ogni parte delle mura. Probabilmente si tratta di un documento d’archivio integrato tra le memorie autobiografiche di Neemia che, rielaborate, sono servite per comporre questo libro. Che non si tratti di costruzione artificiale a posteriori lo indica ad esempio la menzione dei « gradini che scendono dalla città di Davide » (3, 15), una scala intagliata nella roccia che dalla cittadella di Davide scende fino al parco reale, e che è stata riportata alla luce dagli archeologi nella seconda metà del novecento. Certamente il capitolo 3 del Libro di Neemia rappresenta la più dettagliata descrizione di Gerusalemme che ci sia fornita da un libro biblico. Da notare come il Primo e il Secondo Libro dei Re non presentino se non descrizioni sommarie della Città Santa, segno che furono scritti a molti secoli di distanza dagli eventi che narrano, mentre il Libro di Neemia attinge direttamente a documenti di prima mano.
Sanballat e Tobia si mettono a schernire gli Ebrei per ciò che stanno facendo, ma Neemia invoca nuovamente il Signore affinché sia lui a punire i nemici di Gerusalemme. Visto che i lavori proseguono speditamente, nel capitolo 4 i due ebrei rinnegati cercano di far scoppiare tumulti in città per ottenere pretesti per agire contro Neemia, ma questi risponde disponendo sentinelle tutt’intorno alle mura per prevenire i loro attacchi. Di fronte alle notizie allarmistiche che provengono dalla Samaria, Neemia si vede addirittura costretto ad istituire una vigilanza armata dentro le mura stesse, e questo convince gli avversari a desistere. Tuttavia:

« …da quel giorno la metà dei miei giovani lavorava e l’altra metà stava armata di lance, di scudi, di archi, di corazze; i capi erano dietro tutta la casa di Giuda. Quelli che costruivano le mura e quelli che portavano o caricavano i pesi, con una mano lavoravano e con l’altra tenevano la loro arma; tutti i costruttori, lavorando, portavano ciascuno la spada cinta ai fianchi. Il trombettiere stava accanto a me. » (Neemia 4, 10-12)

Gli intrighi di Sanballat
Ma a queste difficoltà nel 
capitolo 5 se ne aggiungono altre: la crisi economica seguita allo sforzo edilizio comincia a farsi sentire pesantemente, e le classi più umili si vedono costrette ad ipotecare case e terreni o a chiedere denaro agli usurai per poter pagare le tasse al re di Persia (« i tributi del re »). I meno abbienti sono così ridotti sul lastrico ed innalzano contro Neemia quella che si può considerare la prima protesta sociale di tutta la Bibbia. Il governatore ne resta profondamente indignato, ed accusa i notabili ebrei di usura, imponendo loro di annullare l’interesse sui prestiti effettuati. Lo stesso Neemia rinuncia all’appannaggio che riceve in qualità di governatore civile della città; per questo gli Ebrei ancor oggi additano Neemia come esempio di generosità disinteressata nei confronti del proprio popolo.
A questo punto (
capitolo 6) i nemici d’Israele cambiano strategia e chiedono più volte a Neemia di incontrarsi con lui a Chefirim, ma il nostro eroe rifiuta sempre, subodorando che si tratti di un inganno per eliminarlo. Sanballat allora inasprisce i toni, accusando Neemia di volersi ribellare al potere centrale persiano, nominandosi re: una vera e propria opera di terrorismo psicologico, cui il governatore reagisce con energia.
Segue un racconto in parte oscuro e di difficile decifrazione: un certo Semaia manda a chiamare Neemia e lo invita a rinchiudersi con lui entro le porte del Tempio, perchè si vuole attentare alla sua vita. Neemia tuttavia comprende che Semaia è un falso profeta pagato da Sanballat perchè compia sacrilegio entrando nel Santuario, lui che non è sacerdote, e non ci casca:

« Un uomo come me può darsi alla fuga? Un uomo della mia condizione potrebbe entrare nel santuario per salvare la vita? No, io non entrerò! » (6, 11)

Si cita anche una certa profetessa Noadia che avrebbe tentato un analogo colpo gobbo ai danni del governatore. Dunque anche il popolo d’Israele aveva le sue “mele marce” che tramavano contro Neemia; ma questi continua ad invocare JHWH perchè sia Lui a punire i colpevoli. Nonostante tutto, comunque, nell’ottobre del 445 a.C. le mura sono terminate dopo 52 giorni di durissimo lavoro.

Il Targum
Il 
capitolo 7 ci presenta invece l’organizzazione civile della nuova Città Santa, ripetendo la stessa lista di rimpatriati che ci è già nota dal secondo capitolo del libro di Esdra. Questo dimostra che quella lista rappresentava in realtà un censimento posteriore di quasi un secolo al controesodo guidato da Zorobabele. Lo scopo di questa ripresa è quello di convincere tutta la popolazione ebraica a concentrarsi a Gerusalemme, onde reagire più facilmente agli attacchi provenienti dai nemici esterni: si parla di “sinecismo”, e lo applicò anche Pericle durante la Guerra del Peloponneso, quando concentrò tutta la popolazione dell’Attica tra le mura che congiungevano Atene al Pireo, provocando però lo scoppio di una pestilenza. La popolazione totale della Città Santa risulta di 42.360 persone.

A questo punto, sono maturi i tempi per far rinascere lo stato d’Israele, anche se sotto tutela persiana. Così, nel capitolo 8 l’autore innesta un grande evento: la solenne lettura della Torah, la legge mosaica, a tutto il popolo d’Israele da parte del sacerdote Esdra. Si tratta sicuramente del Pentateuco, ormai codificato durante l’esilio babilonese; da qui in poi il racconto continua chiaramente il libro di Esdra. Si noti come il testo deve essere spiegato, cioè tradotto al popolo; la Torah infatti era scritta in ebraico, mentre ormai il popolo parlava solo aramaico. È a questa data che gli esperti fanno risalire l’inizio del Targum, cioè della traduzione in aramaico della Sacra Scrittura, nel quale il testo non è solo traslitterato, ma anche parafrasato ed intercalato con lunghi commenti. Ancor oggi nella Sinagoga ogni sabato si legge un brano della Torah, la cui lettura integrale è completata nell’arco di un anno a partire dalla festa delle Capanne. In tal modo Esdra avrebbe dato vita anche alla liturgia della Parola nella Messa cattolica, durante la quale il ciclo di letture si completa nel giro di un anno a partire dalla solennità di Cristo Re.

Esdra ritorna in campo
Secondo il 
capitolo 9, la celebrazione include anche una solenne liturgia penitenziale, in chiaro collegamento con il capitolo 10 del Libro di Esdra, il cui scopo – manco a dirlo, visto che a parlare è Esdra – è quello di riparare al grave peccato dei matrimoni misti. A guidare la liturgia sono i Leviti, che rivestono un ruolo davvero di primo piano nel culto postesilico, e ripercorrono tutta la storia patria, a partire addirittura dalla Creazione (9 6), passando attraverso la chiamata di Abramo (9, 7), la liberazione dall’Egitto (9, 9), il passaggio del Mar Rosso (9, 11), il cammino nel deserto (9, 12), la Legge del Sinai (9, 13), il miracolo della manna (9, 14), il vitello d’oro (9, 18), la conquista della Terra Promessa (9, 24), l’uccisione dei profeti (9, 26) ed infine la distruzione di Gerusalemme, rievocata solo indirettamente e con un giro di parole, trattandosi dell’evento più doloroso della storia del Popolo Eletto:

« Essi sono stati disobbedienti, si sono ribellati contro di te, si sono gettati la tua legge dietro le spalle, hanno ucciso i tuoi profeti che li scongiuravano di tornare a te, e ti hanno offeso gravemente. Perciò tu li hai messi nelle mani dei loro nemici, che li hanno oppressi. Ma al tempo della loro angoscia essi hanno gridato a te e tu li hai ascoltati dal cielo e, nella tua grande misericordia, tu hai dato loro liberatori, che li hanno strappati dalle mani dei loro nemici. » (9, 26-27)

L’ultima parola di questa grande rievocazione non è dunque quella della condanna senza appello, ma quella della misericordia e della compassione. Dunque, anche se ora si sente « in un’amarezza sconfinata » (9, 37), Israele spera nel Suo intervento salvifico. Quello delle preghiere penitenziali era un genere letterario particolarmente diffuso dopo l’Esilio, quando tutte le sciagure subite dal Popolo, a partire dall’impossibilità di restaurare un regno indipendente, sono attribuite ad una punizione dei suoi peccati: un senso di colpa che, come si vede, ha improntato di sé molti libri storici della Bibbia.
Il capitolo 10 vede tutto Israele siglare un impegno solenne ad osservare d’ora in poi la Legge d’Israele, impegno che è simboleggiato da un documento sottoscritto da tutti i capiclan, a partire da Neemia stesso; da notare che Esdra non compare invece tra i firmatari, cosa strana questa, visto che sarebbe stato lui a guidare la celebrazione liturgica.

L’ultima parte del libro è piuttosto complessa ed eterogenea. Il capitolo 11 vede il ripopolamento di Israele, che avviene con una tecnica molto semplice. Si tira a sorte: un uomo su dieci va ad abitare nella capitale, gli altri nove nel contado (è il sinecismo di cui parlavamo sopra, già visto in Neemia 7, 4). Si fornisce anche l’elenco dei clan stabilitisi a vivere a Gerusalemme, condito con lunghe precisazioni anagrafiche. In 11, 25-35 si elencano anche i villaggi ripopolati dalle tribù di Giuda e di Beniamino: un documento prezioso per ricostruire una precisa mappa degli insediamenti giudaici al tempo dell’impero persiano. In tutto si nominano 17 città di Giuda e 15 di Beniamino, ma sono omessi alcuni centri citati in altre parti del doppio libro Esdra+Neemia. Le liste proseguono nel capitolo 12 con l’elenco dei Sacerdoti e dei Leviti rimpatriati. Da tutti questi aridi elenchi emerge un dato importante: Israele era alla ricerca della propria identità come popolo, dopo aver perso la monarchia davidica, il Tempio di Salomone, la lingua ebraica e, spesso e volentieri, persino la fede nel monoteismo (altrimenti la solenne professione di fede testé narrata non sarebbe certo stata necessaria); il censimento e le genealogie erano il modo preferito dalla casta sacerdotale per riaffermare questa identità nazionale.
Da 12, 31 in poi riprendono le note autobiografiche del governatore Neemia, il quale narra in prima persona la consacrazione delle mura di Gerusalemme, così come nel cap. 6 del libro di Esdra si era parlato della riconsacrazione del Tempio. Anche stavolta si fornisce l’elenco minuzioso di tutti i celebranti e la descrizione quasi maniacale di ogni particolare della cerimonia.

Ricordati di me…
Il capitolo 13 ed ultimo del libro è dedicato agli aspetti civili della riforma di Neemia. Si noti come questa preveda l’espulsione dal popolo di Ammoniti e Moabiti, sulla base di un episodio del libro dei Numeri (capp. 22-24) in cui il re Balak di Moab aveva incaricato il mago Balaam di maledire il popolo d’Israele. Questo era però anche il nocciolo della riforma religiosa di Esdra, che aveva proibito i matrimoni misti.
In 13, 6 è lo stesso Neemia a dirci che a quel tempo non si trovava più a Gerusalemme, essendo rientrato alla corte di Artaserse, forse per riprendervi la sua funzione di coppiere dopo ben 12 anni di assenza. Ma nel frattempo un collaborazionista, tale Eliasib già nominato in precedenza nel libro, lascia penetrare nel Tempio uno dei nemici giurati di Neemia, quel Tobia che governava gli Ammoniti per conto dei Persiani, e gli fa anche preparare un appartamento nei locali attigui al Tempio. Neemia fa allora ritorno una seconda volta a Gerusalemme (forse nel 424 a.C., anno della morte di Artaserse I del quale era funzionario, dopo nove anni di lontananza) e butta fuori dal Tempio tutto ciò che di profano era appartenuto a Tobia. Ma Neemia deve constatare anche come la sua riforma non ha attecchito in profondità, perchè il popolo non ha consegnato le decime dovute ai sacerdoti, il sabato non è rispettato (certuni si sono messi a pigiare l’uva in questo giorno solenne), dei mercanti di Tiro fanno mercato del pesce in giorno di sabato, e addirittura alcuni erano tornati a sposare donne pagane, in barba alle solenni promesse fatte a JHWH. Così il nostro riformatore è costretto a ristabilire i Leviti nel loro ufficio, a far chiudere le porte di Gerusalemme al tramonto del venerdì, quando comincia il sabato, e a minacciare i mercanti stranieri di farli arrestare. Per tre volte Neemia rivolge a Dio la sua preghiera affinché si ricordi di lui, per tutto quanto ha fatto a favore della purezza del culto; e l’intero libro si chiude con le parole: « Ricordati di me in bene, mio Dio! ». Vengono in mente le parole del buon ladrone a Gesù sulla croce: « Ricordati di me, quando sarai nel tuo regno! »

Vedi:
http://www.fmboschetto.it/religione/libri_storici/Neemia.htm

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Questa voce è stata pubblicata il 04/10/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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