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Tolentino Mendonça: Per una società dell’ascolto


Tolentino


Nel 2014, per il centenario della rivista, Josè Tolentino Mendonça scriveva questa magistrale riflessione sul silenzio e l’importanza dell’ascolto. Vogliamo ripubblicarla oggi, in occasione del Concistoro in cui Papa Francesco lo nominerà Cardinale, come augurio per il suo servizio alla Chiesa.

Per una società dell’ascolto
di José Tolentino Mendonça
5.10.2019
https://rivista.vitaepensiero.it

A quanto sembra, per anni John Cage studiò la possibilità di elaborare un’opera totalmente priva di suono, ma due cose glielo impedirono: il dubbio che una tale impresa potesse essere destinata al fiasco immediato, giacché tutto è suono, e la certezza che una composizione del genere risultasse incomprensibile nell’ambito dello spazio mentale della cultura dell’Occidente. Tuttavia, incoraggiato dalle esperienze che si andavano già realizzando nelle arti visive, costruì il suo pezzo intitolato 4’33”. La proposta di John Cage era assolutamente anomala: gli orchestrali dovevano salire sul palcoscenico, salutare il pubblico, sedersi ognuno al suo strumento e restare lì, in silenzio, quattro minuti e trentatré secondi. Dopodiché dovevano alzarsi, ringraziare la platea e andarsene. La protesta del pubblico fu generale e venne giù una pioggia di fischi. Ma per tutto il resto della vita, John Cage continuò a parlare di questo suo pezzo con sentita considerazione: «Il mio pezzo più importante è quel pezzo silenzioso; non passa giorno senza che me ne serva per tutto quello che faccio. Lo ristudio immancabilmente ogni volta che devo scrivere un pezzo nuovo».

Quando penso al contributo che l’esperienza religiosa potrà dare in un prossimo futuro all’umanità, penso francamente che, più che la parola, sarà la condivisione di quel patrimonio immenso che è il silenzio. Già il racconto biblico di Babele mette a nudo i limiti dell’impulso totalitario della parola. Anche se costruissimo la parola a mo’ di torre, dovremmo accettare il fatto che la parola non può arrivare fino al mistero dei cieli o alla totale comprensione terrena. Con la parola facciamo l’esperienza della differenziazione, esperienza certamente fondante, ma anch’essa parziale, anch’essa insufficiente. Abbiamo bisogno di un’altra scienza alla quale ricorriamo di rado: il silenzio. Isacco di Ninive, verso la fine del VII secolo, sentenziava: «La parola è l’organo del mondo presente: il silenzio è il mistero del mondo che sta per arrivare». Credo che sia assolutamente urgente rivisitare, secondo una valutazione diversa, i territori dei nostri silenzi e farne luoghi di scambio, di dialoghi, di incontri. Il silenzio è uno strumento di costruzione di pace. Le nostre società investono tanto nella costruzione di competenze nel campo della parola (e pensiamo a come la scolarizzazione sia al servizio della capacità di convincere gli individui ai fini di un funzionamento efficace nell’ambito della parola) e tanto poco nelle competenze che operano nel silenzio. Siamo analfabeti del silenzio ed è questo uno dei motivi per cui non sappiamo vivere nella pace.

Il silenzio è un trait d’union. Nella diversità delle tradizioni religiose e spirituali dell’umanità, il silenzio è un trait d’union più frequente di quanto s’immagini e più fecondo di quanto si ritenga. Si tratta in realtà di una grammatica comune. Nella tradizione musulmana, per esempio, il centesimo Nome di Dio è il nome impronunciabile che non si può invocare se non in silenzio. I mistici di tutte le geografie non si sono mai stancati di esplorare questo spazio. Si veda il persiano Rumi (1207-1247) che erudisce il suo discepolo: «A colui che conosce Dio mancano le parole». In un’altra latitudine abbiamo la nota spirituale di Lao-Tse, «il suono più forte è quello silenzioso» o quella di Basho, «Silenzio/una rana s’immerge/dentro di sé», o quella di Eléazar Rokéah di Worms, cabalista ebreo, che afferma: «Dio è silenzio». Anche la Bibbia valuta minuziosamente il silenzio di Dio, come attesta il dittico che ci offre il Libro delle Lamentazioni: «È bene aspettare in silenzio la salvezza di Dio». Il silenzio ha tutto per diventare un sapere condiviso quanto all’essenziale, quanto a ciò che ci unisce, quanto a ciò che può, per ciascuno di noi come individuo e per tutti come comunità, gettare le fondamenta dei modi possibili per reinventarci. Ma per questo abbiamo bisogno di un’iniziazione al silenzio, che equivale a dire un’iniziazione all’arte di ascoltare.

Nella società della comunicazione c’è un deficit di ascolto. In una cultura della valanga di parole come la nostra, un vero ascolto si può configurare solo come una risignificazione del silenzio, un arretramento critico di fronte al delirio di parole e messaggi che a ogni istante vorrebbero impadronirsi di noi. L’arte dell’ascolto, perciò, è un esercizio di resistenza. Stabilisce una discontinuità rispetto al reale apparente, alla successione oziosa del discorso, all’alluvione che la telenovelizzazione del quotidiano (politico, economico, religioso o culturale che sia) comporta. L’ascolto costituisce una cesura, un taglio simbolico, uno spostamento, una pratica d’attenzione.

Permettetemi d’inserire qui una storia presa dal quotidiano. Chi frequenta le università ecclesiastiche di Roma conosce un mendicante che gira per tutto il centro storico. Un uomo che avrà oggi una sessantina d’anni, con un aspetto discreto, direi quasi fine. Avvicina i passanti con due domande. Attacca con: «Parla italiano?» e quale che sia la risposta, passa alla mossa seguente. Prende con molta cura una moneta tra due dita e te la mette vicino agli occhi domandando: «Ha 100 lire?». Quando l’ho conosciuto le cose andavano così. Tempo dopo, con l’introduzione dell’euro, è passato a chiedere 10 centesimi. La prima volta che t’interpella con quella richiesta, pensi che si tratti della differenza di cui ha bisogno per arrivare all’importo di un biglietto della metropolitana o di un pezzo di pizza. Ti può capitare d’incontrarlo cento volte eppure rimani sempre lì, senza sapere cosa pensare. Ma un giorno ho assistito a una scena che forse spiega una parte dell’enigma. In una strada nei pressi del Pantheon sta seduto un altro mendicante. Prostrato, sarebbe meglio dire “vestito di stracci”, un braccio deformato da tumefazioni, un’aria che è l’immagine di tutto: dolore ed esclusione. Da distante, vedo il protagonista della nostra storia avvicinarsi a lui. E percepisco, con stupore, che ripete al mendicante la cantilena che rivolge a tutti gli altri, mostrandogli insistentemente una moneta. Forse per allontanarlo, forse vinto dalla compassione, vedo il mendicante prendere dal suo piattino una moneta e consegnargliela. E a questo punto la scena si fa indimenticabile. L’uomo s’inginocchia, lì, davanti a tutti, afferra le mani del mendicante e, in preda a una grande emozione, le bacia ripetutamente. Non chiedeva soldi. Chiedeva un bene più raro e vitale: chiedeva il dono. Se non ci fermiamo ad ascoltare quello che chiediamo in silenzio, non ci troveremo mai.

Trovare nella Bibbia una pedagogia del silenzio. Un detto rabbinico dice che, alla fine dei tempi, quando il Messia verrà a portare la luce su tutte le cose, spiegherà non solo il significato delle parole della Scrittura, ma anche quello degli spazi bianchi tra parola e parola. Leggiamo la Bibbia come un’avventura di rivelazione per mezzo della parola e dimentichiamo che la rivelazione avviene anche attraverso il silenzio che la Bibbia.

La percezione del silenzio che la Bibbia propone, è, in misura predominante, in chiave positiva. Il profeta Elia sente la presenza di Dio non nello scoppio dell’uragano, d’immediata percezione acustica, ma nel lievissimo mormorio di una brezza (1Re 19,11-12) tanto debole da richiedere una verifica. Alla sfida di Dio, «Chiedimi ciò che vuoi», Salomone risponde: «Dammi un cuore che ascolta» (1Re 3,9). I libri sapienziali, attraverso il silenzio, costruiscono un percorso verso la mistagogia (entrata nel mistero profondo dell’Essere). Chi legge Qoèlet apprende il silenzio come prudenza: «C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare» (Qo 3,7). «Non affrettarti a profferire parole» (Qo 5,1) si suggerisce in un altro passo. Sulla stessa linea il libro dei Proverbi: «Nel molto parlare non manca la colpa; chi frena le labbra è saggio» (Pr 10,19). Lo stesso Giobbe, nella sua tagliente teologia di protesta, tace, alla fine, davanti a Dio: «Giobbe prese a dire al Signore: Ecco, non conto niente: che cosa ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca; ho parlato una volta, ma non replicherò, due volte ho parlato, ma non continuerò» (Gb 40,4-5).

Il silenzio di Gesù comincia con la cosiddetta “vita segreta”, quella che precede la sua attività messianica; silenzio evidente nell’errare di Gesù per deserti e solitudini; e si concentra specialmente nel teatro della sua passione. Gesù attraversa in silenzio il complesso processo giudiziario che lo condanna, al punto che i primi testi cristiani stabiliscono un parallelo tra lui e il personaggio del Giusto sofferente di Isaia: «Maltrattato, si lasciò umiliare, ma non aprì la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori» (Is 53,7). Gesù tace davanti al Sommo Sacerdote che lo interroga (Mt 26,62-63), davanti a Erode (Lc 23,9) e infine davanti a Pilato (Gv 19,9). È il silenzio della vittima. Ma è anche il silenzio dell’abbandono fiducioso, al di là di ogni evidenza, contro ogni speranza. È così, in questa forma umanissima ed enigmatica, che s’intesse in noi una vita di Dio.

La tradizione cristiana è una scuola di silenzio. I Padri del deserto trasformarono il silenzio in una cultura, una cultura religiosa e politica. Evagrio asseriva la necessità del silenzio per la preghiera: «Che la tua lingua non pronunci parola quando ti metti a pregare». Arsenio designava il silenzio come luogo indispensabile per il raggiungimento della maturità libera e creativa del soggetto: «Fuggi. Taci. Resta in raccoglimento». Danno per certo che il silenzio genera la capacità di attraversare pacificamente spazi e convivenze: «Se veramente osserverai il silenzio, quale che sia il luogo dove ti trovi, troverai pace». Agatone tenne dei sassi in bocca per tre anni, non per diventare un oratore come Demostene, ma per imparare a tacere, dando testimonianza che esiste un apprendistato per la pratica del silenzio. Pambon riceve il patriarca Teofilo senza dire una parola. Poi spiega: «Se non si sente accolto dal mio silenzio, certamente non si sentirà accolto dalla mia parola». Il silenzio è una stupefacente forma di ospitalità.

Dalle posizioni dei Padri della Chiesa sul silenzio si distacca Gregorio Nazianzeno (morto nel 390). Per lui il silenzio è più importante del deserto e del digiuno: «Tu cerchi il deserto e il digiuno, io il silenzio». Più che un’ascesi, il silenzio è un dono da chiedere e accogliere con urgenza. In un inno per il giorno di Pasqua, ponendo fine al silenzio assoluto imposto durante la Quaresima, Gregorio canta: «Oggi faccio sentire la mia voce; apro le labbra che il silenzio teneva serrate e tu trovi in me una cetra pronta a suonare». Il silenzio ci prepara alla musica, che non prende il volo senza silenzio. Dionigi Areopagita, teologo e filosofo neoplatonico (fine V secolo-inizio VI), sviluppò la teoria della dimensione mistica del silenzio. Ascoltiamolo: «Osiamo negare ogni cosa concernente Dio per arrivare a quella sublime ignoranza a noi nascosta da ciò che sappiamo sul restante degli esseri, fino a contemplare quella oscurità soprannaturale celata al nostro sguardo dalla luce». Oppure: «Oh, Trinità…, tu che presiedi alla divina sapienza cristiana, portaci non solo al di là di ogni luce, ma al di là di ogni ignoranza, fino alla più alta cima delle Scritture mistiche, dove i misteri semplici, assoluti e incorruttibili della divinità si rivelano nelle Tenebre più che luminose del Silenzio. È nel silenzio, infatti, che si apprendono i segreti di queste Tenebre… che brilla con luce più luminosa nel grembo della più nera oscurità…».

Diciamo pure che il filo del silenzio non si può mai spezzare anche se oggi sembra inaudibile. Tra i Padri Latini, San Girolamo arriva a dire che il monaco si riconosce dal suo silenzio, non dalla sua parola. Per Ambrogio, il silenzio è indispensabile se vogliamo «custodire il segreto del Re Eterno». Agostino diceva che la vera preghiera è quella del cuore, nel silenzio.

Il silenzio indaga sulla possibilità dell’impossibile. Una formulazione teologica positiva, catafatica, cerca di delineare gli attributi rivelati di Dio e la loro azione sulla storia. La teoria, che tenta di descrivere le teofanie e di caratterizzarle in modo intelligibile, è però definita, dalla tradizione patristica, “simbolica” e “soltanto simbolica”, giacché è impossibile ridurre la realtà trascendente a un qualsiasi sistema di pensiero. Gregorio Nisseno avverte che «i concetti creano idoli» quando li usiamo per enunciare Dio. Secondo lui, «il mistero si rivela al di là di qualsiasi conoscenza, perfino al di là di qualsiasi ignoranza, nelle tenebre più che luminose del silenzio», quelle tenebre che «soltanto la contemplazione può catturare». Così, è un’approssimazione attraverso il silenzio quella suggerita dalla cosiddetta teologia apofatica. Non si tratta di ammettere soltanto l’insufficienza del dire umano, ma la profondità indicibile che non è possibile abitare in altro modo, il nomadismo che la fede suscita nel credente, la necessità di riscoprire l’esperienza religiosa come laboratorio dello stupore, poiché «soltanto la contemplazione la può catturare».

Dal punto di vista del metodo, l’apofasi non è speculativa. Non comunica nozioni, non elenca itinerari, non si ripete: c’immerge nel silenzio come ci buttasse in mezzo a una strada dove trovare il sapere solo percorrendola. «Va dove non puoi/vedi dove non vedi:/ascolta dove nulla risuona/e ti troverai dove parla Dio», sussurra il mistico Angelo Silesio. Il silenzio è un percorso di trasformazione, uno stato di spogliamento progressivo, finché l’orante riuscirà a pregare senza immagini e il pensante ad abbandonare tutto il pensato e il danzatore a danzare senza un solo gesto o con l’unico gesto della sua immobilità.

Proprio in un commento a Silesio, Jacques Derrida, con un’osservazione interessante, individua una familiarità fra la teologia negativa e l’esperienza di ciò che chiama «decostruzione», una figura notoriamente centrale nel suo progetto. «Lungi dall’essere una tecnica metodica, un procedimento possibile o necessario, esponendo la legge di un programma e applicando delle regole, cioè allargando le possibilità, la decostruzione è stata frequentemente definita proprio come possibilità dell’impossibile». L’energia utopica delle tradizioni spirituali non risiede forse nei loro enunciati, ma nella qualità del silenzio che esse permettono. La pace del presente e del futuro sta nella capacità di lasciar parlare il silenzio.

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Questa voce è stata pubblicata il 06/10/2019 da in Cultura, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , , .

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