COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Lectio divina sul Libro di Giona (1)

Libro di Giona
La tenerezza di Dio


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«L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo»

L’ascolto di Dio, da parte del cristiano, significa in concreto l’ascolto della Parola contenuta nella Bibbia. Il contatto con questa Parola scritta porta, infatti, a una ricchezza di vita inaspettata.

Sono allora indispensabili dei mezzi concreti con cui il cristiano riesca ad accostarsi ai testi della Scrittura, in modo da confrontarli realisticamente con la sua esistenza: tale è appunto la lectio divina. E’ un metodo patristico, chiamata “divina” appunto perché consiste nella lettura e nell’ascolto di pagine della Bibbia.

Tale ‘’lectio divina” comprende alcuni gradini:
• “è come se la lectio offrisse alla bocca un cibo ancora solido,
• la meditatio lo masticasse e lo spezzasse,
l’oratio lo gustasse;
• la contemplatio poi si identifica con una dolcezza che infonde gioia e ristoro”.

Card. Carlo Maria Martini

ALCUNI PASSI PER UNA LECTIO DIVINA FRUTTUOSA

«Impariamo a conoscere il cuore di Dio dalle parole di Dio»
(S. Gregorio Magno)

L’ascolto della Parola è la sorgente, il percorso ordinario e la meta della vita del credente. Origene (ca. 185-253), maestro della Parola, esortava a «scrutare la Parola di Dio con la sollecitudine di un cuore innamorato». Proprio l’amore esige assiduità. Sempre Origene chiedeva ai suoi discepoli di «tornare ogni giorno al pozzo delle Scritture, come Rebecca. E domandare a Dio che ci aiuti a trovare l’acqua viva». In tal modo la lettura diventa preghiera, perché «è assolutamente necessario pregare per comprendere le cose divine».

La ‘LECTIO’ è percorso d’amore perché si offre a noi come: incontro personale con il Cristo, vivo nella sua parola; luce nuova di discernimento sull’uomo e sul mondo; familiarità con l’ascolto e con il dialogo aperto a tutti; spinta ad un’azione che porti a trasformare la realtà, personale, comunitaria, sociale. La lectio ha dei binari essenziali per diventare un cammino puntuale e fruttuoso. Ecco allora dei passi concreti per infondere nuova vita e slancio a questo percorso di ascolto e preghiera a partire dalla Parola.

1. CHIEDI LO SPIRITO SANTO

La ‘lectio divina’ è un momento di grazia. In ogni unità ci è motivata l’invocazione allo Spirito, che ciascuno è invitato a fare, a partire dal tema e dalla Parola proposta dal tema.

2. PRENDI LA SACRA SCRITTURA, LEGGI

La Sacra Scrittura è davanti a te; non è un libro qualsiasi, ma il libro che contiene la Parola di Dio: attraverso di essa Dio vuole parlare a te oggi, personalmente. Leggi attentamente, adagio, più volte il testo cercando di ascoltarlo con tutto il cuore, con tutta la tua intelligenza, con tutto il tuo essere. Silenzio esterno, silenzio interiore e concentrazione accompagnino la tua lettura e la rendano ascolto.

3. CERCA ATTRAVERSO LA MEDITAZIONE

Rifletti con la tua intelligenza illuminata dalla luce di Dio sul testo. Rileggi eventualmente il testo cercando un’evocazione profonda del messaggio in te. Rumina le parole nel tuo cuore e applica a te, alla tua situazione il messaggio del testo. senza finire per fare un esame di coscienza. Lasciati stupire, attrarre dalla Parola.

4. PREGA IL SIGNORE CHE TI HA PARLATO

Ora, ripieno di Parola di Dio, parla al tuo Signore o meglio rispondi a lui, agli inviti, alle ispirazioni, ai richiami, ai messaggi, alle vocazioni che egli ti ha rivolto nella sua Parola compresa nello Spirito santo.

5. CONDIVIDI LA PAROLA ASCOLTATA (se sei in comunità)

È un ascolto comune del Signore attraverso la sua Parola, durante il quale ognuno cerca di edificare la comunità fraterna condividendo ciò che la Parola ha suscitato nel suo cuore. S.Basilio Magno (330-379) scrive:
«1. Parlare conoscendo l’argomento;
2. interrogare senza voglia di litigare;
3. rispondere senza arroganza;
4. non interrompere chi parla se dice cose utili;
5. non intervenire per ostentazione;
6. essere misurati nel parlare e nell’ascoltare;
7. imparare senza vergognarsene;
8. insegnare senza prefiggersi alcun interesse;
9. non nascondere ciò che si è imparato dagli altri».

6. CONSERVA NEL TUO CUORE LA PAROLA

La Parola ricevuta conservala nel cuore come Maria, la donna dell’ascolto. Conserva, custodisci, ricorda la Parola ricevuta. Richiamala a te nelle diverse ore del giorno attraverso il ricordo del brano pregato o anche solo attraverso un versetto richiamato alla mente. Questo è ricordo di Dio, che può dare grande unità alla tua giornata, al tuo lavoro, al tuo riposo, alla tua vita sociale e alla tua solitudine.

7. NON DIMENTICARE CHE ASCOLTO È OBBEDIENZA

Se hai ascoltato veramente la Parola devi metterla in pratica realizzando nel mondo, tra gli uomini, tra i fratelli ciò che Dio ti ha detto. Ascoltare è obbedire e quindi prendi risoluzioni pratiche in base alla tua vocazione e alla tua funzione tra gli uomini, lasciando sempre che la Parola abbia il primato e la centralità nella tua vita. Impègnati a realizzare la Parola di Dio che ti “giudicherà” non su quello che di essa hai udito, ma su quanto tu hai messo in pratica in tutta la tua vita personale, sociale, professionale, politica ed ecclesiale. L’opera che ti attende è credere e per la fede mostrare in te il frutto dello spirito che è: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). E conoscerai la grande gioia dell’amore: la fedeltà e la misericordia di Dio.

Introduzione
Il libro di Giona
IL METODO DELLA LECTIO

In questo tempo di profondo rinnovamento, sentiamo il bisogno di lasciarci trasformare dalla potenza creatrice della Parola, che è luce sul nostro cammino (Sal 118,105), dono che purifica il nostro cuore (Gv 15,3). Come spada affilata, penetra a fondo nella nostra vita, scruta i sentimenti e i pensieri nascosti, mette a nudo la nostra povertà di creature davanti a Dio. La Parola di Dio è parola viva, efficace. La parola della croce giudica il mondo (1Cor 1,18), ci guarisce, risana le nostre ferite, ci rigenera nella verità e nella libertà (Gc 1,18; Gv 8,31).
Disponiamoci all’esercizio della lectio divina, invocando, col salmista: «Mi consumo nell’attesa della tua salvezza, e spero nella tua parola» (Sal 119, 81). Insieme faremo “l’esperienza di quella beatitudine dell’ascolto, che Gesù rivolge ai suoi discepoli, dicendo: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono» (Lc 11,28). E imitiamo Maria, sorella di Marta, figura di ogni discepolo, seduta ai piedi di Gesù, in ascolto della sua Parola (Lc 10,39).

LECTIO
Analisi del testo

È importante conoscere il “linguaggio” del libro di Giona, cioè la sua particolare forma letteraria, e il contesto in cui è inserita. Queste informazioni ci aiuteranno a interpretare correttamente il testo e capirne il messaggio. Il libro di Giona è un testo biblico di facile lettura e di grande efficacia comunicativa. Si presta a molte interpretazioni, secondo la prospettiva da cui lo si legge. Per secoli se ne è fatta una lettura simbolica o una solo storica.

Leggendo questi quattro capitoletti – scorrevoli, gustosi, ironici e infarciti di situazioni paradossali – si capisce che siamo di fronte ad una parabola, un racconto popolare, una sacra rappresentazione in quattro scene che, usando nomi e vicende storiche conosciute dai lettori, critica – con l’arma dell’ironia e del paradosso – una mentalità diffusa al suo tempo.
Nello specchio di questo racconto parabolico appare il futuro e viene sempre di nuovo spiegato alle diverse generazioni il presente, che solo nella luce del futuro – in quella luce che proviene da Dio – può essere capito e rettamente vissuto. Questa parabola è profezia: getta la luce di Dio sul tempo e chiarisce la direzione da prendere, perché il presente si apra sul futuro. Lo stesso nome del profeta (Giona = colomba; Amittai = degno di fiducia) è ironico, perché la vera colomba è Dio (il protagonista nascosto), mentre Giona fa la figura del corvo petulante o del gufo malfidente. Nel libro parlano le situazioni paradossali, le immagini simboliche, più che le parole!
Come ogni parabola, anche questo racconto porta gli interlocutori a identificarsi nei personaggi presentati; a riflettere su ciò che succede nella storia; a porsi delle domande sul proprio agire e sulla propria idea di Dio: Ti sembra giusto fare così? È proprio così, come tu pensi e credi, o la realtà della vita e il modo di agire di Dio sono diversi?

Nelle Bibbie il libro di Giona è collocato tra i profeti minori, anche se non ha lo stile di un libro profetico. Il fatto poi che il libro non dia certezze, ma susciti interrogativi, indirizza più ai libri sapienziali che a quelli profetici.
Ormai tutti gli studiosi concordano nel ritenere che l’anonimo autore di questo libro abbia preso nome e ispirazione dalla vicenda di quell’antico profeta per costruire il suo racconto, ma che il testo sia stato scritto tra il 400 e il 350 a.C., molto dopo il ritorno dall’esilio e la ritrovata unità nazionale ebraica. Questa “fiction” descrive il dramma di un ebreo chiamato a interagire col mondo pagano circostante. Di fronte allo straniero, al diverso, al nemico, al simbolo stesso del potere assoluto e al dovere di contestarne apertamente le nefandezze, si riscopre pieno di paure, chiuso in se stesso, abbarbicato alle sue sicurezze. Vuole ritornare al passato per non aprirsi alle novità che la cultura più universalistica emergente sta portando nel mondo. L’autore del libro vuole sbeffeggiare questa gretta mentalità conservatrice per far respirare una ventata di aria nuova.

Il libro di Giona è uno dei frutti di quella minoranza ebraica (di ispirazione profetico-sapienziale) che aveva iniziato a mettere in crisi le certezze del giudaismo dominante in Israele dopo l’esilio. Viene così ripreso quel messaggio profetico che già al tempo della monarchia, ma soprattutto durante l’esilio aveva fatto intravedere il volto di un Dio benevolo verso tutti i popoli, compassionevole verso i malvagi e paziente anche verso i suoi figli più capricciosi e testardi. La nuova visione di Dio e del suo modo di agire, maturata da queste correnti profetiche, chiede un cambiamento di mentalità agli Ebrei, come singoli e come popolo.
Il messaggio centrale del libro diventa, perciò, la conversione di Giona (cioè di Israele) a servire il progetto di Dio che vuole la salvezza di tutti gli uomini, superando le ristrettezze della mentalità religiosa tradizionale ebraica. Ma Israele sarà disposto a fare questo radicale cambiamento di identità culturale e religiosa? Nella parabola i marinai si convertono, come gli abitanti di Ninive. E Giona? Il racconto lo descrive molto contrariato verso Dio e indispettito per il perdono accordato.
Non si sa se Dio sia riuscito a spuntarla con il suo profeta, con quel suo popolo dalla dura cervice. La vicenda di Gesù di Nazareth confermerà che l’integralismo religioso è duro a morire e porta i suoi frutti di morte in ogni epoca storica. Gesù porterà alla sua pienezza il cammino di rivelazione del volto di Dio, annunciando un Padre che ama tutti gli uomini e tutti vuole salvare. Annuncerà che il modo di fare giustizia di Dio è quello di usare misericordia, perché è buono, fedele e grande nell’amore.
Gesù darà molti segni del grande amore di Dio verso tutti, specie verso i peccatori, i malati, gli stranieri, gli impuri, gli emarginati dalla sua società legalista. Per questo ha citato il libro di Giona per chiedere a tutti un cammino di conversione, interpretando i segni che Dio dava loro attraverso la sua vita.

Oggi la lettura del libro di Giona pone gli stessi interrogativi alla nostra Chiesa: i cristiani, infatti, si trovano a vivere e ad annunciare il Vangelo in una società fortemente secolarizzata e globalizzata, dove il credente di religione diversa, l’indifferente, l’ostile, il diverso, è il vicino di casa e lavoro. Così diventa viva e coinvolgente anche per noi questa perla di saggezza racchiusa nella Bibbia.
Giona è profeta suo malgrado, malcontento, cocciuto e scornato. È tirato dentro una vicenda che non sente sua, costretto a recitare una parte non adatta al suo carattere schivo e alla sua formazione tradizionale. Dio non gli lascia vivere una vita di praticante fedele, onesto e sottomesso. E non può neanche lamentarsi!

È una figura vicina all’uomo contemporaneo che si sente costretto a scelte che non vorrebbe fare, a cambiamenti culturali e religiosi che non capisce e deve subire suo malgrado. Rappresenta le persone messe di fronte alla proposta di una vita di fede e di un volto di Dio che contrastano con l’educazione ricevuta. Incarna il dramma che hanno vissuto molti cristiani tradizionali dopo il Concilio e che vivono oggi i (pochi) fedeli rimasti a frequentare le nostre comunità, dove si fa fatica a cambiare per i traumi e i rischi che ogni nuovo cammino comporta.
Ma se non ci si incammina sulla via di un rinnovamento coraggioso e coerente, non resta che lamentarsi perché, come l’alberello di Giona, anche le iniziative più belle si seccano nel volgere di poche stagioni. Così l’interrogativo del libro è sempre attuale: Ti pare giusto comportarti così? Cerchiamo di coniugare questa domanda nell’oggi della Chiesa perché siamo invogliati a rispondere, come singoli e come comunità.

MEDITATIO
Momento della meditazione

Entriamo nella meditatio, che ci invita – come dicevano i monaci nel Medioevo – a “masticare” la parola, per scoprirne il significato, i “sensi” nascosti che nutrono la nostra vita. Qui siamo più noi a scrutare il testo, ma è la parola di Dio che entra nella nostra vita, illumina la nostra esistenza, la nostra condizione di peccatori, la nostra esperienza di Chiesa.
Per questo nella meditatio i sensi della Scrittura si moltiplicano, secondo le diverse situazioni della nostra esistenza, le esperienze in corso, le diverse sensibilità di ciascuno, le nostre attese di libertà e di pace.
Tra le diverse vie e forme attraverso cui la parola di Dio viene a noi come “spirito e vita” c’è quella, semplice e immediata, che tutti possono sperimentare: la via dei “sentimenti” che suscita in noi la parola ascoltata. Essa ci aiuta a vivere un intenso legame “affettivo” con la parola di Dio, e prepara più facilmente alla preghiera e alla contemplazione.

Quanta ricchezza di pensiero e di vita spirituale in ogni pagina della Scrittura; quanta luce per il nostro cammino di conversione! Eppure abbiamo appena sfiorato soltanto alcune parole… Purtroppo non c’è tempo per fare i dovuti approfondimenti su temi collegati… Del resto la meditatio non potrà mai concludersi qui; essa continua ogni giorno nella vita di ognuno di noi, perché la parola di Dio è sorgente inesauribile di vita e di sapienza. Lasciamo ora che lo Spirito ci faccia gustare la bellezza della Parola meditata…

ORATIO
Momento della preghiera

Concludiamo la “lezione” che ci viene dalla Parola ascoltata. La preghiera inizia quando sento che quella parola è rivolta a me, è invito personale per la mia vita. Allora sento il desiderio di entrare in dialogo con Dio per dire: Grazie, e anche per dire: ‘Eccomi; si compia in me la tua parola’.

Grazie, Signore,
• perché nella parola della Bibbia ci doni serenità e fiducia per nostra vita in questo tempo difficile di insicurezza, di vuoto, e di angoscia;
• perché riempi di stupore i nostri occhi e ci rendi ancora capaci di vedere – nonostante tutto – la bellezza del mondo;
• per aver impresso nel nostro essere un’immagine viva di te, che sei infinita bellezza e amore;
• per la luce della conoscenza, il desiderio del bene, il dono della libertà.

Grazie, Signore,
• perché ci affidi la responsabilità per il mondo e ti fidi ancora di noi;
• perché ci doni la tua parola e ci chiami al dialogo e alla comunione con te.

Signore, perdonaci,
• perché abbiamo deturpato la bellezza del tuo volto in ogni volto sfigurato dell’uomo,
• nel degrado della terra avvelenata dal nostro consumismo distruttivo;
• nel nostro stesso cuore, così spesso velato di tristezza e di morte.

La tua parola di vita, Signore, ridesti in noi nostalgie di bellezza, cammini di riconciliazione, e apra il nostro cuore alla speranza di un mondo nuovo. Restaura la tua immagine in ogni uomo ferito e umiliato, trasfigura il volto dell’umanità assetata di giustizia e di pace, inonda ancora di luce la terra come all’inizio della creazione, rivestici di Cristo uomo nuovo, perché possiamo vivere nella luce e nella gioia del tuo Spirito. Amen.

1. Libro di Giona
QUALE VOLTO DI DIO
Giona 1,1-3

Obiettivo – La Parola ci annuncia il vero volto di Dio. L’ascolto ci aiuta a convertire le immagini distorte e non evangelizzate del suo Mistero.
Invocazione dello Spirito – La lectio divina è anzitutto una grazia. Lo Spirito che ha creato la Parola, la suscita e la rende viva in chi l’ascolta. «Lo stesso Spirito che ha toccato l’anima del profeta, tocca ora l’anima del lettore» (Gregorio Magno).

Lettura e ascolto della Parola di Dio
1 Fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore:
2 “Àlzati, va’ a Ninive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me”.
3 Giona invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore.

Il primo capitolo del libro di Giona è diviso in due scene.
La prima scena (vv.1-3) riporta la chiamata di Dio a Giona perché compia una missione a Ninive. È descritta in modo molto conciso, con accenni generici al protagonista, alla missione ricevuta, al luogo in cui dovrà svolgersi, ai contenuti del messaggio da proclamare, ai motivi della fuga per mare. Tutto è vago, anche se si intuisce il dramma interiore di un ebreo che non vuole obbedire a Dio. Forse è scritta per creare ‘suspense’.

La seconda scena (vv.4-15) si svolge sulla nave in balia delle onde: è descritta con dovizia di particolari, in modo dettagliato. Protagonisti sono i marinai della nave e le loro sorprendenti azioni, perché sono dei pagani che però vogliono conoscere Dio e fare la sua volontà.
La fine ironia con cui l’autore descrive le due situazioni e i diversi atteggiamenti dei protagonisti è ben espressa dai verbi: Dio chiede a Giona di alzarsi, di andare nella grande città, di gridarle contro; lui invece scende al porto e s’imbarca per fuggire; sulla nave scende nel luogo più basso; dorme e non prega; si disinteressa della sorte degli altri. Fa scelte di rifiuto.

Dalla prima analisi si vede che figure e situazioni sono simboliche:
• Giona è figlio di Amittai, ma non si dice dove abita, cosa fa, quanti anni ha, in che epoca vive… (Sono Ebreo e venero il Signore). Rappresenta il popolo ebraico e il suo modo di vivere la fede. Ma perché fugge precipitosamente senza contestare l’ordine ricevuto? Perché dorme profondamente mentre infuria la tempesta? Perché non prega Dio e, pur sapendo cosa bisognava fare, non ha il coraggio di buttarsi lui stesso in mare? Essendo figura simbolica, ogni lettore può identificarsi in essa, renderla concreta con la sua realtà.
• Ninive è presentata come la grande città, senza riferimenti al regno Assiro, di cui era la capitale, al tempo in cui ci troviamo, alle atrocità di cui si è macchiata, a chi la governa. Qui richiama Babele o Babilonia. Ninive è il simbolo di ogni potere assoluto che sfida Dio, perché vuole dominare il mondo con la violenza e l’ingiustizia.
• Tarsis è come una città lontana, oltre le colonne d’Ercole, nella direzione opposta a quella della Mesopotamia. È il simbolo di una fuga senza ritorno.
• La missione affidata a Giona è quella di proclamare che Dio conosce il male che avviene a Ninive. È un compito generico, senza accuse precise, fatti concreti, persone da ammonire. Esprime il dovere di denunciare il male commesso dalle persone e dal potere dominante, di proclamare che Dio non è indifferente a ciò che succede nel mondo.
Agli Ebrei richiamava vari testi biblici: il sangue di Abele che grida dalla terra (Gn 4,10); le accuse contro Sodoma e Gomorra arrivate fino in cielo (Gn 18, 20); il lamento degli Ebrei schiavi in Egitto ascoltato da Dio (Es 2,24); il pianto degli esuli a Babilonia (Sal 137). Forse qui si riferisce alle parole del profeta Naum, in particolare sulla distruzione di Ninive, preannunciata nel capitolo terzo (3,1-11) ed avvenuta poi effettivamente nel 612 a.C.

ALCUNE CONCRETIZZAZIONI PER NOI
1. La chiamata

Giona riceve da Dio l’ordine di andare a Ninive e parlare chiaro, cioè contestare, rimproverare, scontrarsi, annunciare la preoccupazione di Dio per la situazione di violenza e di ingiustizia che domina nella città. Come ha capito Giona che Dio voleva proprio quello da lui? Forse era il pensiero prevalente tra il “popolo della terra” (gli ebrei rimasti in patria) e tra gli stranieri venuti in Giudea per coltivare i campi rimasti abbandonati. L’integrazione tra di loro era stata positiva. Solo l’imposizione della teocrazia e delle leggi razziali di Esdra e Neemia aveva generato dei conflitti, provocando lo scisma dei Samaritani e la chiusura dei Giudei in un rigido integralismo settario. Ma cosa Dio si aspettasse dal suo popolo era chiaro dalla voce dei profeti e dei saggi d’Israele!
Anche noi oggi siamo chiamati a riferirci costantemente alla Parola e ai “segni dei tempi” di cui ha parlato Gesù. È la condizione indispensabile – ci ha ricordato il Concilio – per la fedeltà della Chiesa alla missione di portare il Vangelo a tutti gli uomini. Uno dei compiti inderogabili di questa missione è quello di denunciare il male, in qualsiasi situazione storica ci si trovi a vivere.

2. La fuga

Se Giona ha ben chiaro qual è il suo dovere di credente, perché allora fugge? Non può contestare la missione ricevuta o accampare delle scuse?
• Forse si ritiene inadeguato o pensa che il compito sia troppo rischioso?
• Forse è convinto che sia un lavoro inutile, tanto il mondo non cambia e il potere domina sempre?
• Forse ha solo desiderio di stare tranquillo a dire le sue preghiere, senza mescolarsi con i problemi della società?

Qual è la reazione nella quale noi ci identifichiamo di più? Giona è contrariato per questo incarico, si sente inadeguato, non vuole essere coinvolto. Per risolvere il suo dramma interiore decide di fuggire dalle richieste di Dio, andare lontano da tutto e da tutti. Inizia così un percorso di “discesa”, di umiliazione, che lo porterà a sprofondare negli abissi del male, a finire nel ventre della disperazione e nel silenzio della morte.
Tornano in mente le parole di Elia in fuga nel deserto quando sotto una ginestra vuole morire (1Re 19,4) o le parole del salmo 55,1-8.

Anche noi proviamo il desiderio di fuggire di fronte ai problemi, alle scelte dolorose, alle responsabilità pesanti che la vita ci mette davanti. Allora vorremmo nasconderci, fuggire, cambiare vita, annientarci o farla finita. Giona in fuga è simbolo di ogni credente che sente il peso della vita, recalcitra di fronte a certe “obbedienze”, e sente la volontà di Dio come fardello pesante. Ma non si può fuggire da Dio, da se stessi, dalle responsabilità del vivere, del credere, dell’amare!

3. Dio stesso rivela il suo vero volto

Dio si mostra non solo come Colui che manda profeti al popolo eletto, ma anche Colui che, tramite i profeti, dà speranza ai popoli pagani. Dio vuole dimostrare la sua misericordia a quanti sono pronti ad accogliere la sua Parola e a convertirsi dalla loro condotta. La misericordia di Dio supera la giustizia, e tutti, compreso i pagani, possono sperimentarla. Lui accoglie tutti, anche quelli che non meritano di essere salvati. E realizza la sua promessa di salvezza nonostante la resistenza dei ‘messaggeri’.

Nel cap. 3 sarà rivelato il metodo seguito da Dio: Egli aveva solo minacciato, non decretato il male a Ninive (così pensava Giona). Dio sconfessa il profeta e tratta Ninive esattamente come Giona! Nonostante tutte le credenziali rispettabili (Giona è un buon israelita, Ninive è una superpotenza), entrambi si trovano lontani da Dio (Giona per la disobbedienza, Ninive per la violenza); entrambi sono richiamati all’ordine mediante una terapia d’urto (Giona minacciato di morte in fondo al mare; Ninive minacciata di distruzione entro breve tempo); entrambi ritornano sui propri passi (la preghiera di Giona; la conversione di Ninive). Ma proprio qui le due parti si dividono, o meglio, la storia di Giona subisce una crisi ulteriore.

PER RIFLETTERE

  1. Che cosa mi spinge nella mia vita di cristiano? Qual è il motore che la anima? Cosa vuol dire essere missionario, per me? In che cosa consiste l’essere mandato dal Signore?
  2. Sento che, se non esco da me stesso, se non apro la mia vita agli altri, se non mi lascio mandare verso di essi, la mia vita cristiana viene meno?
  3. Che posto occupa la parola di Dio nella mia vita, nella mia preghiera, nella mia meditazione?

PER APPROFONDIRE

  • Attraverso la lectio divina possiamo aprirci sempre di più alla rivelazione del mistero di Dio (Cfr Is 55,10-11) e alle chiamate profetiche alla missione, che generano timore e reazione (leggi e confronta Giona 1,1-3 con: Ger 1,6; Ez 4, 1-17).
  • Nel dialogo con Dio “che manda” imparo a riconoscere la ricchezza del Suo cuore misericordioso, aperto a tutti coloro che sono pronti alla conversione (Cfr Gal 1, 11-16).
  • Individuare i passi del cammino di conversione che ci attende perché il nostro cuore sia plasmato sui sentimenti del Figlio, sulla sua misericordia (Cfr Giov 8,1-11).

PER PREGARE

Ci hai ricordato, Signore, la chiamata che ci hai rivolto, le tante chiamate che hai disseminato nella nostra vita. Ci hai chiamato alla missione con tutto quanto essa comporta di movimento, distacco, apertura.
Non permettere, Signore, che il tempo della missione sia finito. Non permettere che lo Spirito della missione non abiti più la nostra vita, la nostra comunità.
Aiutaci ad avere lo sguardo fisso verso dove tu ci chiami e ad avere il cuore pronto a seguirti ovunque e comunque. Amen.

2. Libro di Giona
L’ANTIPROFETA IN FUGA
Giona 1,4-9

Obiettivo
La Parola ci annuncia che al credente, chiamato alla missione, non sono risparmiate né la paura di un Dio troppo grande nell’amore e generoso; né la fuga dalla verità scomoda di una missione che deve annunciare sempre e comunque i suoi piani di pace e non di sventura.
Invocazione dello Spirito
La lectio divina è grazia. «Gli altri possono essere capiti e penetrati da quanti li leggono, ma gli scritti che sono divini e parlano della salvezza, non possono essere né capiti né custoditi senza l’illuminazione dello Spirito» (Simeone il Nuovo Teologo).

Lettura e ascolto della Parola di Dio
4 Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così grande che la nave stava per sfasciarsi.
5 I marinai, impauriti, invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono in mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più in basso della nave, si era coricato e dormiva profondamente.
6 Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse: “Che cosa fai così addormentato? Àlzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo”.
7 Quindi dissero fra di loro: “Venite, tiriamo a sorte per sapere chi ci abbia causato questa sciagura”. Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona.
8 Gli domandarono: “Spiegaci dunque chi sia la causa di questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?”.
9 Egli rispose: “Sono Ebreo e venero il Signore, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terra”.

La scena si apre con Dio che scatena (“getta”) una terribile tempesta. Essendo Giona sordo allo spirito (= vento), Dio scatena un altro spirito, un vento di tempesta, di fronte al quale il profeta non potrà più nascondersi.
La descrizione della scena è vivace e ironica: al centro sta la confessione di Giona. Il profeta che rifiuta di recarsi a Ninive per timore di una predicazione che conduca al pentimento, si imbatte, precisamente durante la sua fuga, in una Ninive galleggiante, i cui marinai troveranno la conversione proprio grazie al suo rifiuto!
Mentre tutti intorno a lui si agitano, Giona resta passivo e immobile. La sua fuga continua. Cade in un sonno profondo che è quasi preludio della morte.
È l’antiprofeta, che non ascolta, non comunica, non parla. Egli rifiuta la responsabilità della propria vocazione.

Chiamati e inviati da Dio nel paradosso
L’atteggiamento di Giona descrive il dramma di una persona chiamata da Dio, che deve realizzare la sua missione quasi andando contro se stessa. È il problema di una forte contrapposizione tra due modi diversi di avvicinare le persone.
• Da una parte, c’è la persona “mandata”, che non vede il senso di portare il messaggio della speranza a chi non è fedele a Dio e vive nel peccato.
• Dall’altra c’è l’atteggiamento di Dio ricco di misericordia e di amore. Un atteggiamento che per il profeta non è soltanto sorprendente, ma persino causa di ribellione.
Nel profeta c’è una sorta di gelosia per la misericordia del Signore, per il suo cuore aperto a tutti, anche a coloro che sono lontani da Lui.
Questa forma di gelosia è rivolta verso quella forma paradossale e altissima di rispetto per l’uomo e la sua dignità e per libertà di Dio. Egli non si impone, non costringe a credere, permette che l’uomo possa perfino vivere senza di Lui.
Egli ci raggiunge attraverso la storia, le situazioni e le persone più disparate, sempre in uno stile di rispetto e di pace. Il Suo è un amore vulnerabile, non violento!
Una simile situazione è attuale anche oggi: i credenti, chiamati ad essere profeti della novità dello Spirito nella storia, non possono “sfuggire” dall’incontro con l’uomo, con l’altro là dove si trova: essi sono chiamati ad amare tutti, sia i buoni che gli ingiusti, cominciando l’opera della conversione da se stessi.

ALCUNE CONCRETIZZAZIONI PER NOI
La tempesta

L’infuriare sempre più forte della tempesta è attribuito alla decisione di Dio di non permettere a Giona di portare a termine la sua fuga. Più che un castigo, è un richiamo, una tirata d’orecchi per far cambiare idea a quel credente pauroso e testardo.
Diventa perciò simbolo del rimorso , del tormento interiore che rode chi rifiuta di accettare la volontà di Dio, chi fugge dalle sue responsabilità. Dio non dà tregua al suo profeta recalcitrante, non gli permette di nascondersi, di addormentare la sua coscienza, restando indifferente alla situazione che lo circonda.
E sono proprio i marinai pagani a metterlo di fronte alla sua vigliaccheria, a costringerlo a reagire, a guardare in faccia le conseguenze delle sue scelte. È gustoso, fine e fortemente ironico il contrasto tra l’incalzare dei marinai che cercano in tutti i modi la via della salvezza, e l’apatia di chi la conosce ma non la vuole seguire.
Proprio chi è ritenuto insensibile e senza fede diventa maestro di chi si dice credente!

Spesso sono le persone vicine a noi (quelle che subiscono le conseguenze del nostro fuggire) che ci aiutano ad aprire gli occhi, a reagire, a cambiare atteggiamento. A volte sono delle persone lontane dal nostro modo di pensare, magari persone di cultura e di religione diversa o non credenti, che ci stimolano ad essere coerenti con la nostra fede.
Anche le Chiese devono essere attente a questi segni! Come Chiesa italiana, siamo chiamati a prendere coscienza di come stiamo vivendo, testimoniando e annunciando la “vita buona” del Vangelo in questo tempo di “tempesta” globale.

• Assomigliamo forse a Giona nella paura di gridare contro il male e l’ingiustizia?
• Ci stiamo addormentando nella rassegnazione, mentre altri sono più svegli e attivi di noi?
• Cosa ci dicono i movimenti giovanili di protesta, la diffusa realtà del volontariato, l’immigrazione?
• Come ci scuote l’abbandono della pratica religiosa, il diffondersi di gruppi spiritualisti, l’indifferenza di molti?

PER RIFLETTERE

  1. Provo a dare nome e a riconoscere in alcuni passaggi della mia vita i tentativi di fuga dall’invio in situazioni, luoghi e relazioni faticose o indesiderate.
  2. Mi chiedo se davanti ad alcune proposte di Dio “capitolo” o mi nascondo.
  3. Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia…: da quale qualità di vita e di relazione riconosco che al centro della mia vita abita e cresce il progetto di Dio?

PER APPROFONDIRE

  • Con lo stile della lectio divina: il senso profondo della vita secondo la Parola di Dio (Sal 139 [138]).
  • Confronto e lascio illuminare il testo di Giona alla luce di Geremia che si lamenta della sua missione profetica (cfr. Ger 15, 10-21).

PER PREGARE

Signore, anche noi conosciamo i momenti bui in cui ci sembra che la nostra piccola barca faccia acqua da tutte le parti. Vediamo tutto nero e tutto ci sembra triste. Abbiamo l’impressione che anche a te le cose scappino di mano.
In quei momenti, Signore, non permettere che ci lasciamo andare allo scoraggiamento. Aiutaci a tirare fuori dalle poche forze che ci rimangono quel grido che solo può salvarci: «Signore, aiutaci!». Fa’ che accogliamo con riconoscenza tutti gli stimoli che vengono a svegliarci dal nostro torpore.
Aiutaci ad essere attenti anche alle provocazioni dei “lontani” che ci richiamano a maggior impegno. Spingici ad andare all’essenziale nella nostra vita, gettando a mare tutto quanto è inutile, tutto quanto ci impedisce di camminare dietro di te. Amen.

3. Libro di Giona
LA FEDE E LA PREGHIERA DEI PAGANI
Giona 1,10-16

Obiettivo
La Parola ci annuncia che la missione non dipende dalla nostra capacità, ma dall’azione preveniente di Dio, che ovunque può sorprenderci con esiti inaspettati e nuovi. A noi riconoscerli!

Invocazione dello Spirito
La lectio divina è anzitutto una grazia. Scrive il Vaticano II nella Dei Verbum: «La sacra Scrittura dev’essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito con cui fu scritta» (n. 12). Lo Spirito, che abita nelle profondità del mistero, e ha ispirato le Scritture, ed è all’opera in me cristiano, me le fa comprendere.

Lettura e ascolto della Parola di Dio
10 Quegli uomini furono presi da grande timore e gli domandarono: “Che cosa hai fatto?”. Infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva lontano dal Signore, perché lo aveva loro raccontato.
11 Essi gli dissero: “Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che è contro di noi?”. Infatti il mare infuriava sempre più.
12 Egli disse loro: “Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia”.
13 Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano, perché il mare andava sempre più infuriandosi contro di loro.
14 Allora implorarono il Signore e dissero: “Signore, fa’ che noi non periamo a causa della vita di quest’uomo e non imputarci il sangue innocente, poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere”.
15 Presero Giona e lo gettarono in mare ed il mare placò la sua furia.
16 Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse.

Il mare, nel linguaggio biblico, è simbolo di una realtà opposta a Dio e, quindi, all’uomo. La collera di Dio prende le forme ondulate di una tempesta sul Mediterraneo; e mentre tutti sono in angoscia, Giona se ne sta a parte e dorme. Viene quindi svegliato dai compagni di sventura e sorteggiato come responsabile del disastro. Giona riconosce la colpa di aver ignorato l’ordine di Dio, e si fa gettare in mare perché la tempesta possa finire. I marinai, ignari di tutto e coinvolti loro malgrado nella vicenda di quel passeggero – reagiscono positivamente: pregano; cercano tutti i modi per salvarsi; vogliono scoprire la causa di quel che succede per porvi rimedio; seguono i consigli di Giona anche se lo conoscono poco; implorano Dio di perdonarli per quel “sacrificio espiatorio” che sono costretti a fare gettandolo in mare; riconoscono la potenza di Dio e diventano fedeli osservanti.

I marinai della nave che compiono la lunghissima traversata fin oltre le colonne d’Ercole sono descritti come persone di religioni diverse. Nonostante la loro fama, sono timorati di Dio, in ricerca della verità, desiderosi di capire, attenti a ciò che dice Giona, onesti, laboriosi, disinteressati, desiderosi della salvezza, pronti a credere nel Dio che quell’ebreo, suo malgrado, sta loro annunciando.
Sono troppo perfetti per essere veri! Simboleggiano i popoli pagani in mezzo ai quali gli Ebrei vivevano e con i quali erano chiamati a rapportarsi, superando le paure che nutrivano nei loro confronti.

In fuga dal progetto di Dio

La fuga esteriore, oltre mari e terre, simbolizza la fuga interiore. Il protagonista di questa fuga è il cuore umano. Essa significa astenersi dal progetto di Dio, che risulta scomodo all’uomo e che chiede un cambiamento radicale del pensare e dell’agire. È il cuore umano che diventa campo di battaglia, e non sempre vince l’apertura dell’uomo e la sua disponibilità verso Dio. La persona che non accetta la missione di Dio, però, “scende sempre più in basso” per finire nel mondo del caos e della morte.
Il credente che si chiude in questo modo vede morire la sua stessa fede, che cresce solo donandola attraverso la testimonianza. Il cristiano ha allora sempre un credito nei confronti degli uomini e delle donne con cui vive ogni giorno: accettando di restare in mezzo a loro vivendo radicalmente l’avventura umana, testimonia la speranza che lo anima e dà sapore alla sua vita: la Pasqua di Gesù. Condividendo la paura e la fuga di tanti, si fa più vicino a molti.

La Chiesa non è libera dal peccato. Però, nonostante la sua debolezza e le sue mancanze, viene mandata a proclamare la conversione. Per Dio la debolezza umana non costituisce ostacolo. Egli riesce a portare a termine i suoi progetti, perfino quando il suo messaggero si ribella.  Se, invece, la persona mandata a realizzare una missione riconosce le sue incapacità, inaspettatamente proprio queste e la sua debolezza umana diventano il mezzo più efficace per portare a compimento la missione.
La “superbia” dell’inviato, tanto più odiosa quando si basa su argomenti religiosi (superiorità religiosa), in prospettiva finale ha un potere distruttivo per lui stesso. In più, la superbia suscita in lui lo stupore, quando vede che i peccatori, che non trovano ai suoi occhi nessun valore, mostrano cuore aperto alla Parola di Dio, e che il frutto della loro conversione è abbondante e meraviglioso. Questo tipo di superbia rende il testimone non pacifico, aggressivo nelle sue pretese, incapace di incontrare l’uomo là dove si trova, rispettandone la libertà. E, di conseguenza, incapace di riconoscere l’imprevedibile azione di Dio che lo previene e stupisce.

ALCUNE CONCRETIZZAZIONI PER NOI
Toccare il fondo

Tutti gli sforzi dei marinai sono vani e mentre Giona chiede di farla finita e viene gettato in mare (sprofondato nella disperazione o gettato nelle mani di Dio senza più difese e possibilità di fuga?), i marinai si salvano e giungono a credere in Dio, a pregarlo, a offrire sacrifici, facendo la promessa di restare fedeli al nuovo cammino intrapreso. Mentre Giona si intestardisce a fuggire da Dio, porta altri alla fede, a fare la sua volontà. Dio si serve anche del peccato dell’uomo, dei tradimenti e delle infedeltà delle Chiese, per farsi conoscere dagli uomini. Senza giustificare il male, fa riflettere il fatto che, a volte, le persone e le Chiese debbano toccare il fondo della mediocrità, del compromesso, della incoerenza, per avere un sussulto di dignità e la forza di reagire, ritrovando la gioia della fedeltà e l’esempio luminoso della coerenza.

PER RIFLETTERE

  1. Riconoscere nella preghiera e nella lode che Dio ha scelto proprio me per compiere le opere che – umanamente – superano le mie forze.
  2. Assumere un atteggiamento giusto, quando vedo il sorprendente amore di Dio verso di me e riconoscere la sua forza nella mia vita. Quale cammino mi ha fatto compiere il Signore?
  3. In quale maniera la misericordia di Dio si manifesta nella mia vita in questo tempo?

PER APPROFONDIRE

  • Con lo stile della lectio divina approfondire l’immagine di Gesù, che sceglie “ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti” (cfr. 1 Cor 1,27).
  • Con lo stile della lectio divina approfondire la missione dei profeti biblici (cfr. Ap 1, 1-11).

PER PREGARE

Grazie, Signore, per questa Parola. Ancora una volta i panni di Giona ci vanno a pennello: sembrano tagliati su misura per noi.
Anche noi abbiamo bisogno di essere coerenti, che la nostra vita non sia troppo distante dalle nostre labbra. Non permettere, Signore, che ci limitiamo alle belle parole.
Solo si salva chi salva. Solo guadagna la vita chi la spende per gli altri. Lo sappiamo. Aiutaci a viverlo. Amen.

4. Libro di Giona
LA PREGHIERA DI GIONA
Giona 2,1-11

Obiettivo
La Parola annuncia la missione come risposta ad una chiamata, che avviene nella realtà di limite del credente e matura nella preghiera.
Invocazione dello Spirito
La ‘lectio divina’ è anzitutto una grazia. «Bisogna comportarsi con lo Spirito come con una colomba, che tanto più si avvicina a noi quanto più stiamo quieti, fermi, docili ad attenderla» (un monaco del Monte Athos).

Lettura e ascolto della Parola di Dio
1 Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti.
2 Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore, suo Dio,
3 e disse: «Nella mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha risposto; dal profondo degli inferi ho gridato e tu hai ascoltato la mia voce.
4 Mi hai gettato nell’abisso, nel cuore del mare, e le correnti mi hanno circondato; tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati.
5 Io dicevo: “Sono scacciato lontano dai tuoi occhi; eppure tornerò a guardare il tuo santo tempio”.
6 Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo.
7 Sono sceso alle radici dei monti, la terra ha chiuso le sue spranghe dietro a me per sempre. Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore, mio Dio.
8 Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore. La mia preghiera è giunta fino a te, fino al tuo santo tempio.
9 Quelli che servono idoli falsi abbandonano il loro amore.
10 Ma io con voce di lode offrirò a te un sacrificio e adempirò il voto che ho fatto; la salvezza viene dal Signore»
.

Il capitolo 2 riprende la struttura del primo con due momenti:
• i primi tre versetti descrivono la permanenza di Giona nel ventre del pesce;
• gli altri sette riportano la preghiera ispirata da quella scomoda situazione.
Tutto si conclude sulla spiaggia da cui era partito per fuggire da Dio. La scena di Giona nel ventre del pesce è l’unica rimasta impressa nella memoria, forse perché riferita alla risurrezione di Gesù dopo tre giorni…

Sempre nel suo stile ironico e paradossale, l’autore presenta Dio che fa entrare in scena un “grosso pesce” al quale affida il compito di salvare Giona che sprofonda nel mare e di riportarlo al punto da cui era partito, sulla spiaggia di quella terra da cui voleva fuggire.
Sullo sfondo c’è il richiamo biblico a Noè nell’arca che va alla deriva sul mare del diluvio: Dio soffiò un vento e le acque si abbassarono (Gen 8,1).
Ricorda anche il profeta Elia in fuga nel deserto, addormentato sotto la ginestra, al quale Dio manda un angelo (1Re 19,5).

Il grosso pesce è l’incarnazione di Satana, degli Inferi con la bocca spalancata per inghiottire gli uomini sprofondati nelle tenebre della morte; ma è anche un luogo di deserto, di silenzio, di pace, dove l’uomo può ritrovare se stesso e pregare il suo Dio.
Alla fine prevale il valore positivo e diventa simbolo del seno materno (battistero per i cristiani), nel quale Giona viene custodito da Dio e dal quale esce per rinascere alla vita e alla missione.
Il tempo di tre giorni e tre notti passati nel ventre del pesce, diventa per Giona il tempo della preghiera che il profeta presenta agli occhi del Signore. Questa preghiera (appartenente alle “lamentazioni”) registra il passaggio dall’invocazione di aiuto all’espressione di ringraziamento.
Nonostante tutto, il profeta non cambia il suo atteggiamento verso gli “stranieri”. Lo vediamo dalla sua reazione alla conversione di Ninive che, accogliendo la parola di Dio, si pente e si converte. Giona provò un grande dispiacere e ne fu indispettito (4,1).
La preghiera di Giona sorprende un po’: è un brano in poesia in un testo in prosa; esce dalla bocca di uno che non aveva mai voluto parlare con Dio; non è una richiesta di perdono ma un ringraziamento per lo scampato pericolo, per il ritorno alla vita normale; ha un tono umile quando finora si era mostrato scontroso e indifferente; fa riferimento più volte al tempio, ai voti, ai sacrifici, quasi fosse la preghiera di un sacerdote o di un levita.
Per questo alcuni studiosi pensano che sia stata inserita posteriormente, ma si adatta bene ad esprimere i sentimenti di un credente che ritrova la fede dopo un tempo di prova. Detta sulla spiaggia sarebbe al suo posto!
Da notare la fine ironia dell’autore che mette in bocca a Giona gli stessi propositi espressi dai marinai poco prima.
Questo salmo di lode per la salvezza ritrovata è, in realtà, una miscellanea di versetti e riferimenti a preghiere e Salmi biblici (ne sono stati individuati una quindicina…). Qui diventa come un nuovo esempio di preghiera del credente nei tempi di prova. Nel fondo del mare Giona ritrova Dio, dal quale voleva ostinatamente allontanarsi, e inizia a dialogare con Lui. Ai silenzi e alle parole di questo dialogo ognuno di noi può aggiungere quelli che sgorgano dal suo cuore ferito.

ALCUNE CONCRETIZZAZIONI PER NOI
1. Negli abissi del male

Il mare nella Bibbia è simbolo del male (peccato, disperazione, impotenza dell’uomo). È il regno della morte. Giona ha toccato il fondo per aver cercato di fuggire dalle responsabilità della vita e dalla coerenza con la fede.
Gli abissi del mare, dove regnano le tenebre e l’assoluto silenzio, richiamano l’esperienza dei mistici detta “la notte dello spirito”. Molti l’hanno sperimentata col dolore, la tentazione, l’aridità d’animo: Abramo, Giacobbe, Mosé, Elia, Geremia, Giovanni Battista, Gesù nell’orto e sulla croce; Paolo, Francesco, Gandhi, Madre Teresa…
Ma anche negli abissi del male Dio si fa trovare! Dio non si dà per vinto di fronte al male e al peccato dell’uomo. Manda sempre dei segni (persone, incontri, una parola che non ti aspetti, un gesto di tenerezza…) per far rinascere serenità e fiducia. Spesso dagli abissi del male e della disperazione fiorisce la speranza e la lode del credente.

2. Un canto di lode

La preghiera di Giona è il punto di arrivo di un cammino di conversione che parte dalla richiesta di perdono e giunge alla lode per la salvezza sperimentata. Nel silenzio e nel dialogo con Dio anche la prova, se non ci si lascia abbattere, può servire per la crescita umana e spirituale.

  • Quale esperienza di fede (o di ribellione) viviamo nei tempi di prova?
    Alcuni si chiudono nel loro dolore o scaricano il peso su altri; altri si stordiscono nel fare o cercando evasione; altri si rivolgono ai santi (o ai maghi) sperando in un miracolo o qualcosa faccia sparire il male e liberi dalla prova.
  • Noi abbiamo imparato a pregare nei momenti critici, fisici e spirituali? Da quali sentimenti nasce e come si esprime la nostra preghiera? A chi ci rivolgiamo? È solo richiesta di aiuto, domanda di perdono, grido accorato o sa anche diventare preghiera di affidamento, richiesta di luce, lode e gioia di una presenza vicina e ritrovata?

3. Il segno di Giona

Giona è simbolo di Cristo più per opposizione che per somiglianza: Giona discende per disperazione, Cristo per condivisione; Ninive si converte, Gerusalemme rifiuta; Giona è profeta recalcitrante, Gesù è sempre obbediente al Padre.
Il messaggio è uguale: accogliere l’annuncio dell’amore misericordioso di Dio verso quelli che lo cercano e si affidano a Lui con cuore di figli. Nella sua testardaggine di ebreo tradizionalista, ma nella sua profonda umanità di credente tormentato, anche Giona ha preparato la via a Gesù. “Questa generazione, che è malvagia cerca un segno, ma non le sarà dato se non il segno di Giona”.

Il “ritorno della spiritualità” nella società secolarizzata che persone coinvolge? a quali bisogni risponde? come si esprime e verso cosa s’indirizza?
Da sempre gli uomini cercano miracoli, fatti di potenza, eventi straordinari per credere a Dio e avere qualche beneficio personale. Anche Gesù, Maria e i Santi a volte sono trasformati in talismani contro il male. Se questa strada risponde ad un bisogno profondamente umano di sicurezza, di consolazione, di vicinanza e sostegno nella fatica di vivere, la proposta di Gesù è diversa: “Venite a me, voi stanchi e oppressi, e io ristorerò. Imparate da me, mite e umile di cuore, e troverete ristoro” (Mt 11,28-30).
Gesù ci invita a seguirlo sulla via della croce, sulla via del servizio umile e disinteressato. Il segno di Giona indica a ogni cristiano e alla chiesa la via dell’abbassamento e del servizio, non quella dei miracoli e della gloria.

4. La preghiera del mandato

Grazie alla preghiera il messaggero può scoprire la verità di Dio che ama, può diventare un testimone, gioioso e ben disposto, della misericordia di Dio ai più bisognosi. Il suo atteggiamento dovrebbe presentarsi come rendimento di grazie per la vocazione ricevuta.
La preghiera educa il credente ad aprirsi agli orizzonti della Provvidenza, tanto più ampi dei nostri. Educa a diventare uomini e donne credenti capaci di compassione per il mondo, in pace ed accoglienza profonda. Educa alla speranza offerta ad ogni Ninive.

PER RIFLETTERE

  1. La preghiera cristiana ci riconduce alla nostra originaria responsabilità, perché risposta ad un appello che ci viene rivolto nella vita e per la vita. Verifico la qualità del mio personale ed ecclesiale dialogo con Dio.
  2. La preghiera cristiana non chiude nell’intimismo individualista e neppure ripiega in sterili lamentazioni. Essa è chiamata a maturare pian piano da supplica a ringraziamento.
  3. Cerco qualche momento e passaggio nell’anno trascorso in cui la preghiera ha lasciato una traccia nella mia vita.

PER PREGARE

Signore, senza legame con te nella preghiera non possiamo dirci e vivere da cristiani. Se qualche volta non sappiamo sopportare questo mondo che ci espone al disprezzo, è forse perché non attingiamo più in te quel coraggio che ci vuole per vivere e per dirsi cristiani. Amen.

PER AGIRE

È tutta qui l’opera dell’uomo: credere. Nonostante tutto. Sembra che tutto sia morte, e invece, nel profondo del mare, nelle tenebre, nel ventre del pesce, un’anima prega. Questo salva il mondo.

Testo pdf: La tenerezza di Dio – Il libro di Giona

https://www.macarioi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 08/10/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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