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Lectio sul Vangelo di Luca – Cap. 10 Fausti (6)

SanLucaLectio divina sul Vangelo di Luca
Silvano Fausti
Capitolo 10 


Messaggio del testo nel contesto

Testo doc Lectio Luca Cap 10 Fausti (6)

Testo pdf Lectio Luca Cap 10 Fausti (6)

IO INVIO VOI
(10,1-16)

Il brano inizia con Gesù che invia (v. 1), e termina con lui inviato (v. 16): manda i discepoli come il Padre ha mandato lui. Sorgente della missione è sempre il Padre, nella sua misericordia per tutti i suoi figli. Il Figlio è il primo inviato perché lo conosce. Dopo di lui, sono da lui e come lui inviati quelli che l’hanno riconosciuto come fratello.

Luca evita con cura i doppioni e ciò che ne ha l’apparenza. Qui invece appositamente – e lui solo! – ne fa uno, riprendendo e ampliando il discorso di 9,1-6. Così evidenzia l’importanza di tale testo per la sua chiesa.

Essa si sente apostolica (= missionaria), perché chiamata a continuare l’opera di Gesù che, con quella dei Dodici a Israele e dei settantadue a tutti i popoli, costituisce un’unica missione. Luca ne narra due, perché “due” è il principio di molti:

l’uno che si ripete nel tempo. Attraverso questa missione identica e molteplice dell’unico Signore, il Signore diventa “uno” su tutta la terra (Zc 14,9) e il suo nome è santificato tra tutte le genti (Ez 36,23). Unità e totalità sono le preoccupazioni di fondo del “cattolico” Luca.

La missione nasce dall’amore del Padre per tutti i suoi figli e termina nell’amore dei figli per il Padre e tra di loro. Essa si allarga in un orizzonte sempre più ampio, fino ad abbracciare gli estremi confini della terra: è il cerchio delle braccia del Padre, che si apre a stringere tutti i figli senza perderne alcuno, perché non ha figli da sprecare.

Le condizioni della missione dei Settantadue, come quella dei Dodici (9,1-6), sono le medesime di Gesù. La differenza sta nel fatto che lui è il Figlio che ha lasciato il Padre ed è “venuto” a cercare i fratelli (5,32; 19,10). Invece i Dodici sono “chiamati” (9,1) e i Settantadue “designati” a collaborare alla sua opera.

Questa missione, come da Israele va fino ai confini dello spazio, così da Gesù si estende fino alla fine del tempo. Poi giungerà il Signore. “Ma è prima necessario che il Vangelo sia annunciato a tutte le genti” (Mc 13,10). Fine della missione è non solo la vittoria sul male (v. 17s), e il ritorno allo stato originario di Adamo, re del creato (v. 19); ma soprattutto il fatto che il nome dei discepoli, nel nome di Gesù, è scritto nei cieli (v. 20), cioè in Dio. Gesù è venuto per darci la gioia di entrare nella sua comunione di Figlio col Padre (v. 21s).

Questo lungo discorso ha un esordio: “la messe è molta” (v. 2), cioè tutta l’umanità; chi conosce il cuore del Padre è sollecito di tutti i fratelli. Ha un’immagine iniziale, che dà il “colore” alla missione: “agnelli in mezzo ai lupi” (v. 3), sotto il vessillo del pastore che si è fatto agnello immolato. Seguono quattro proibizioni che descrivono la missione in povertà (v. 4), e le precisazioni circa l’annuncio del Regno: “dite”, “dimorate”, “mangiate”, “prendete cura”, “dite” (vv. 5-9). Tale annuncio, urgente e necessario, avviene nella contraddizione e nel rifiuto (vv. 10-15). Il tutto si conclude affermando che la missione dei discepoli è la stessa di Gesù, inviato dal Padre (v. 16).

Tutta l’umanità è messe matura per accogliere la salvezza. Dove c’è rifiuto, c’è un “ahimè” analogo a 6,24-26. Non è minaccia, ma forma estrema di annuncio. L’annunciatore rifiutato dice: “ahimè per te!”. Denunciando il male, ne porta su di sé la ferita. Così realizza l’offerta estrema della salvezza, che è fatta a tutti senza condizioni, anche a chi rifiuta. È ciò che fece il Signore in croce, rifiutato da tutti.

La perdizione di chi rifiuta si riversa su chi è rifiutato. Il dramma dell’amore non amato, che non rinuncia mai a offrirsi, è l’orizzonte stesso della salvezza, negata a nessuno e donata a tutti. Si vede così la serietà del dono e la gratuità dell’amore di Dio, che sa perdersi per ogni perduto.

Queste parole di Gesù ai suoi inviati suppongono ciò che s. Ignazio chiama: “terzo grado di amore” (Esercizi spirituali 167): il desiderio di scegliere la povertà, la stoltezza e la follia della croce, per somigliare al Signore che si ama. Questa somiglianza è già missione. È quella lampada accesa che illumina (8,16; 11,33), quello stare “con lui” (Mc 3,14; cf. 8,2!) che si fa trasparenza davanti ai fratelli, quell’essere associati alla sua croce che salva il mondo (cf. 2Cor 4,7-12; 6,10; Col 1,24). Ogni discernimento apostolico deve tener conto di queste parole di Gesù, ed è possibile solo a chi desidera somigliargli nella sua missione in povertà (cf. 2Cor 8,9; Fil 2,5-11). Questo desiderio è un amore che purifica da ogni paura. È il cuore puro vede Dio e discerne il suo volere, perché lo ama.

62. GIOITE INVECE CHE I VOSTRI NOMI SONO SCRITTI NEI CIELI
(10,17-20)

Al ritorno della missione, Gesù ne rivela il senso ultimo. Il cammino è chiaro solo quando è già percorso tutto! Il colore del rientro è la gioia, dono definitivo degli operai. Se “la messe è molta” (v. 2), ora, nelle valli ammantate di grano, “tutto canta e grida di gioia” (Sal 65,14). La gioia dei discepoli (vv. 17-20), si fa esultanza di Gesù, perché la sua conoscenza di Figlio è rivelata ai piccoli (v. 21s). Questa sua esultanza rimbalza poi in beatitudine per i discepoli, perché i loro occhi vedono ciò che i loro orecchi odono: il compimento di ogni promessa e profezia (vv. 23s).

Per tre volte si parla di gioia, e per tre motivi.

In primo luogo (v. 17) i discepoli gioiscono per la vittoria su Satana che si compie oggi, nella loro missione. La storia presente è sdemonizzata. La lotta escatologica tra Michele e il drago (Ap 12,7-12; cf. Dn 12,1-3) avviene già ora nell’opera di Gesù che i discepoli continuano nel suo nome e sotto il suo sguardo. Questo ritorno gioioso dei discepoli, che riferiscono sul risultato del ministero apostolico, richiama la consuetudine della prima comunità (cf. At 8,6-8; 11,17s; 14,27; 15,3).

In secondo luogo Gesù specifica che la missione non è solo vittoria su Satana che precipita dalla sua posizione di dominio (v. 18). È anche ritorno alla condizione originaria del paradiso, in cui l’uomo riprende il suo ruolo di signore del creato. Nessun male e nessun veleno, neanche la morte, può danneggiarlo e avvelenargli la vita (v. 19; cf. Sap 1,14; 2,24).

In terzo luogo si dice il vero motivo di gioia: la missione non solo è vittoria sul male e ritorno al giardino perduto. È soprattutto “iscrizione” nel libro della vita, che contiene la registrazione del popolo di Dio (v. 20; cf. Es 32,32ss; Sal 69,29; Is 4,3; Fil 4,3; Eb 12,23; Ap 3,5; 13,8; 17,8; 20,12; 21,27). È l’elenco di quelli che fan parte della sua famiglia. I nomi di coloro che sono inviati nel suo nome e hanno adempiuto la missione, sono a pieno titolo iscritti nei cieli, ossia in Dio, come Gesù stesso, il primo inviato. Sono associati a lui: i loro nomi, nel suo nome, sono nel Nome. Partecipano, come si dirà subito dopo, del rapporto ineffabile Padre/Figlio. Non sono più “stranieri né ospiti”, ma “concittadini dei santi e familiari di Dio”, per essere tempio santo del Signore, “per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,19.22). Non solo siamo chiamati, ma siamo in realtà figli di Dio (1Gv 3,1). Maria ricevette il saluto “gioisci” (1,28), perché concepì il Figlio dell’Altissimo (1,47). Gesù dice ora ai discepoli: “gioite”, perché sono entrati con lui in seno al Padre, e possono dire con verità: “Abbà”. Fine ultimo della missione è renderci a perfetta somiglianza del Figlio. Beneficiario dell’invio è l’inviato, che diventa pienamente figlio. Per questo, ciascuno secondo la sua chiamata, siamo tutti inviati a testimoniare l’amore del Padre ai fratelli.

63. SÌ, PADRE
(10,21-22)

Il brano, che parla cinque volte del Padre, tre del Figlio, una dello Spirito, è una danza di gioia del Figlio per il dono che il Padre in lui concede agli “infanti”.

È una meteorite caduta dal cielo giovanneo, un masso erratico abbandonato da un ghiacciaio ritiratosi su vette inaccessibili. Gesù rivolge queste parole al Padre in “quell’ora” in cui rientra la missione dei Settantadue. Rivela loro il vero motivo di gioia (v. 20), che fa esultare lui stesso: la loro partecipazione alla sua comunione di conoscenza e amore col Padre. Questo è il fine della missione, compimento del mistero della salvezza. Ciò che Dio è per natura, l’uomo lo diventa per grazia. Già fin d’ora, anche se ancora non è manifestato (1Gv 3,1s)!

La missione dei Settantadue ha portato il Regno fino agli estremi confini della terra. Gesù gioisce. Tutto è compiuto! L’amore del Padre è amato e la bellezza del Figlio è rispecchiata in tutti i fratelli.

L’uomo ha veramente un nome nuovo, che nessuno conosce. È scritto nel cielo, dentro il rapporto intimo Padre/Figlio.

Il nostro destino è più sublime di ogni immaginazione e ci dà una dignità infinita. Siamo preziosi agli occhi di Dio e degni di stima, perché ci ama (Is 43,4). Il Padre ci ama di amore unico e totale, come il Figlio (Gv 17,23); anzi, paradossalmente, più di lui che non ha risparmiato per noi (Rm 8,32). Infatti “ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). E questi ci ama con lo stesso amore del Padre (15,9.13). Dio ci ha creati perché, vedendo in sé la nostra immagine, se ne è innamorato (s. Caterina). Ci ama di amore eterno (Ger 31,3), e desidera che lo possiamo amare con lo stesso amore e unirci a lui. L’uomo è assetato e infelice fino a quando non raggiunge la sorgente da cui è scaturito. Per questo Agostino dice: “Ci hai fatti per te, Signore; ed è inquieto il nostro cuore, fin che non riposa in te”.

Nel Figlio siamo figli, ai quali il Padre ha dato tutto. Quando conosceremo come siamo da lui conosciuti – ciò che ora avviene solo imperfettamente in specchio e per enigma (1Cor 13,12) – lo vedremo faccia a faccia, e il nostro volto risplenderà della sua luce. Allora “io vedrò te nella tua bellezza e io mi vedrò in te nella tua bellezza. Che io sembri te nella tua bellezza e tu sembri me nella tua bellezza e la mia bellezza sia la tua e la tua sia la mia, così io sarò te nella tua bellezza e tu sarai me nella tua bellezza, poiché la tua stessa bellezza sarà la mia” (s. Giovanni della Croce).

In Luca Gesù rivolge altre tre preghiere “personali” al Padre (22,42; 23,34; 23,46). Questa è la più lunga. Le altre tre indicano la via che porta all’esultanza: il compimento della sua volontà (22,42), il perdono dei fratelli (23,34) e l’abbandono della vita nelle sue mani (23,46). Questa invece lascia intravedere il termine del cammino: la festa dell’amore corrisposto, fine della missione.

Nel “Padre nostro” (11,24) ci insegna a chiedere di percorrere la sua stessa via per giungere alla sua stessa esultanza.

64. BEATI QUEGLI OCCHI CHE GUARDANO CIÒ CHE VOI GUARDATE!
(10,23-24)

Sei volte si parla di occhi-guardare-vedere, tre volte di udire e tre volte di “ciò che” è visto e ascoltato, e che Gesù ha appena rivelato, cioè la sua comunione col Padre aperta ai piccoli. Questa beatitudine, più che ai discepoli, è rivolta agli occhi che guardano ciò che essi guardano. È per noi lettori, che, attraverso le parole dei testimoni oculari (1,2; cf. 1Gv 1,1-4), possiamo contemplare ciò che re e profeti desiderarono vedere. È una beatitudine modulata sulla visione, che implica l’ascolto. Lo sguardo del Figlio scende ora dal Padre sui fratelli. Ma è puntato ancora molto lontano, in avanti e indietro: nel futuro a quanti crederanno in lui; nel passato a quanti l’hanno atteso. Colui che i discepoli hanno davanti, è il centro del passato e del futuro, il senso di tutta la storia come desiderio e beatitudine, promessa e compimento. Il volto di colui che guardano rivela il mistero di Dio: l’amore mutuo Padre/Figlio, nel cui abisso sono custoditi tutti i piccoli.

Questa beatitudine, posta tra la rivelazione di tale mistero (vv. 21s) e il comandamento che ne scaturisce (vv. 25-28), è di chi vede in lui la piena realizzazione dell’amore di Dio e dell’amore dell’uomo, descritta nella parabola del samaritano.

Il discepolo è colui che “guarda” Gesù e “ascolta” la sua parola che spiega ciò che vede. Non basta guardare. La verità, invisibile, è tuttavia comprensibile. Per questo, chi vede il fatto, ne deve ascoltare la spiegazione. Solo così capisce il senso di ciò che guarda e ha la “visione” della verità comunicata dalla Parola. Per questo l’ascolto resterà sempre, fino a quando vedremo il Verbo e parleremo faccia a faccia col Volto! Visione-ascolto e ascolto-visione sono le due vie di accesso al mistero di Gesù. Prima il Verbo si è fatto carne per farsi vedere; poi la carne è tornata Verbo per farsi ascoltare. I suoi contemporanei prima lo guardarono, ma poi la dovettero ascoltare per vederlo. Noi prima lo dobbiamo ascoltare, e poi lo vediamo. La prima fu la situazione dei testi oculari, che divennero servi della Parola (1,2); la seconda la nostra, che, come Teofilo, ne siamo istruiti, perché obbedendo ad essa, veniamo come loro trasformati nel Figlio, e vediamo rispecchiato nel nostro il suo stesso volto.

Il discepolo, presente e futuro, sia cosciente del grande privilegio: i suoi occhi guardano e i suoi orecchi odono il compimento di tutta la promessa di Dio. Mentre vede Gesù, ascolta la Parola che gli porta l’amore del Padre; e, mentre ne ascolta la Parola, è introdotto a vederlo nella fede.

65. AMERAI
(10,25-28)

Alla fine della missione dei Settantadue c’è la rivelazione del rapporto Padre/Figlio aperto ai discepoli (vv. 21-24). Ora, a questo amore che dal cielo scende sulla terra, risponde dalla terra l’amore di figli e di fratelli che si alza fino al cielo. Inizia il regno del Padre, l’eredità della vita sulla terra, che vediamo e ascoltiamo nel Figlio (vv. 23s). Egli è contemporaneamente il “sì” di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio. La carne di Gesù, oltre che racconto della sua passione per noi, è anche nostra risposta perfetta d’amore per lui.

Il comandamento dell’amore è il cardine dell’Antico e del Nuovo Testamento. Definisce la verità dell’uomo, nella sua relazione con Dio, con gli altri e con se stesso (Dt 6,4ss e Lv 19,18). La morte, prodotta dal peccato, è l’incapacità di amare. Gesù ci ha riaperto il Regno lavandoci i piedi e dandoci il potere di lavarci i piedi gli uni gli altri nel suo nome. L’uomo, come è fatto per amore, così è fatto per amare; se non ama, è fallito.

La novità del “suo” comandamento sta nel fatto che non è più una legge, impossibile da osservare, che denuncia il peccato, ma è vangelo, annuncio del dono di un Padre che ama l’uomo con tutto il cuore, e di un Figlio d’uomo che ama Dio con tutto il cuore e i fratelli come se stesso.

Tutto il mondo non vale un atto di amore, come tutte le brocche d’acqua non valgono la sorgente da cui sono state attinte. Chi ama, raggiunge il fine. Per questo “è più prezioso al cospetto del Signore e dell’anima e di maggior profitto per la chiesa un briciolo di amore puro che tutte le altre opere insieme, quantunque sembri che l’anima non faccia niente” (s. Giovanni della Croce).

Il problema di tutto il brano è nominato all’inizio (v. 25) e alla fine (v. 28): che fare per ereditare la vita, ossia per vivere la vita stessa del Padre?

Ciò sarà chiaro dopo la parabola “autobiografica” del samaritano, quando Gesù potrà dire: “va’ e fa’ anche tu lo stesso” (v. 37).

66. E A ME CHI È VICINO?
(10,29-37)

La parabola del samaritano è una miniatura di quel volto di Dio rivelato nell’AT che Gesù riflette pienamente nel suo: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). È rivolta al legista, perché veda l’amore Padre/Figlio aperto ai piccoli. Egli è uno che, tutto teso nello sforzo di amare Dio e il prossimo, giustamente si chiede: “Ma a me chi vuol bene?”. Per l’uomo, infatti, prima dell’amare, viene l’essere amato: di amore si muore, di essere amato si vive! Se l’amore di Dio e del prossimo è il cammino della vita (v. 27s), l’uomo non lo percorre se non in senso inverso, proprio perché non si sente amato. La legge dell’amore, buona in sé, non fa che evidenziare il suo fallimento. La via alla salvezza diventa per lui condanna a morte!

Ordinando: “Va, e anche tu fa’ lo stesso” (v. 37), Gesù non ribadisce una legge impossibile. Sarebbe una beffa, non una risposta alla domanda: “che fare per ereditare la vita?” (v. 25). Fa invece un annuncio evangelico: in lui, il samaritano. Dio si è preso cura di me e mi ha amato; perché anch’io, guarito dal mio male, possa amare lui con tutto il cuore e i fratelli come me stesso.

Il legista, che ha risposto esattamente su ciò che “è scritto”, è ora chiamato a “leggere” (v. 26) che quanto è scritto si va compiendo sotto i suoi occhi e nei suoi orecchi mentre ascolta Gesù (cf. 4,21). C’è uno bollato come samaritano (Gv 8,48). perché, accogliendo i peccatori, trasgredisce tutta la Legge. Costui, che va oltre ogni limite per farsi vicino all’uomo, rivela in realtà l’amore del Padre.

Io scendo da Gerusalemme a Gerico e mi nascondo lontano da Dio; lui mi “vede” da lontano (cf. 15,20), fossi anche all’estremità della terra (cf. Sal 139,1-12)! Io fuggo da lui; lui mi viene incontro in ogni abbandono, fino a dire: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). Io sono incappato nei briganti; lui finì per me tra i malfattori (23,33.39-43). Io sono stato spogliato della sua immagine; la sua nudità mi ha rivestito (cf. 23,34b). Io sono stato coperto di percosse; dalle sue piaghe sono stato guarito (1Pt 2,25). Io sono stato abbandonato mezzo morto; il suo abbandono totale alla morte mi ha dato la vita (23,40). Io ho lasciato il Padre, perdendo la vita; lui me l’ha ridonata, consegnandosi al Padre (23,46). Egli è sceso, ha visto (cf. Es 3,7s), si è commosso, mi si è fatto vicino e ha fasciato le ferite del mio cuore (cf. Sal 147,3), perché è grazia e misericordia (cf. Es 33,19). È il mio Dio, che mi ama di amore eterno (Ger 31,3)!

Ora anch’io posso riamarlo di tutto cuore, unirmi a lui e diventare una sola cosa con lui. E perché nessuna briciola d’amore venisse sottratta all’uomo che egli ama, si è identificato con chi è nel bisogno estremo; così che, amando l’ultimo, abbraccio insieme lui e ogni uomo: “ogni volta che avrete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli minimi, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Posso quindi amare con cuore indiviso lui e il vicino. Da quando lui mi si è fatto vicino e fratello, posso amare Dio e l’uomo con lo stesso e identico amore con cui il Figlio e il Padre si amano.

Per questo tu, pane di vita, ti sei fatto fame per nutrirci nel cammino; tu, acqua viva, ti sei fatto sete per dissetarci nel deserto; tu, accoglienza, ti sei fatto esule per ospitarci nella fuga; tu, gloria, ti sei fatto nudità per rivestirci nella vergogna; tu, forza, ti sei fatto debolezza per visitarci nella malattia; tu, Figlio, ti sei fatto schiavo per liberarci dalle catene; tu, giusto, ti sei fatto condannare per inchiodare il chirografo della nostra condanna e vincere in te ogni inimicizia.

Sulla croce, albero della verità, hai voluto farti tutto ciò che noi siamo e non vogliamo essere, per darci il tuo regno che avevamo rifiutato sull’albero della menzogna. Hai chiuso così nelle tue braccia aperte ogni lontananza e hai compiuto la tua missione di Figlio: offrire a tutti i fratelli la misericordia del Padre.

Ora il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo non è più legge impossibile, ma buona notizia, dono per tutti: coloro dei quali il samaritano si è preso cura sono abilitati a percorrere ormai il suo stesso cammino.

Luca non dice che i due comandamenti sono simili (Mt 22,39) o uno solo (Rm 13,9; Gal 5,14). Fa invece un ribaltamento: ci porta a vedere e accogliere quell’amore di Dio per noi che ci permette di amare gli altri. Per questo sono beati gli occhi che vedono il samaritano (cf. v. 23)

Nel racconto c’è un dissolversi di un personaggio nell’altro, quasi una sovrimpressione progressiva: l’uno si fa l’altro fino a diventare tutti un’unica persona. Il legista – insieme al sacerdote e al levita – è chiamato a identificarsi coll’uomo mezzo morto, di cui si fa carico il samaritano che scompare all’orizzonte verso Gerusalemme, dove porterà su di sé il suo male. Nel frattempo quest’uomo guarisce, grazie a uno che “tutti-accoglie”, perché già prima accolto e guarito. Il nuovo guarito, a sua volta, potrà anche lui accogliere, e prendersi cura di tutti i mezzi morti: diventerà come colui che tutti accoglie, come il samaritano stesso, nell’attesa dei suo ritorno.

Questa unificazione di tutti in una sola persona è il prodigio dell’amore: amante e amato formano un’unica carne. Dio ti si è fatto vicino ed è diventato il percosso e ferito che tu eri, in modo che tu, guarito, diventi il samaritano nei confronti di lui, che, nel frattempo, si è fatto bisognoso di te. A questo punto lui è te e tu sei lui. E tu, amando l’ultimo, ami direttamente lui, il primo, che si è fatto ultimo di tutti per servire tutti e così aver bisogno di ciascuno.

Questa parabola mostra il messianismo di Gesù, che Luca propone alla sua chiesa. Non ha nulla a che fare con un sogno millenaristico, in cui tutti marceranno uniti verso Gerusalemme o Roma, con un successo socio-politico-religioso di qualunque stampo, di sinistra, di destra o di centro. Si tratta piuttosto del cammino di chi si prende cura del male del mondo, che ci sarà sino alla fine, e trova rifugio in un pandocheîon (= tutti accoglie). Questa è una fragile casa, sospesa tra Gerico e Gerusalemme, che nasce ovunque uno è disposto ad accogliere tutti. È l’anticipo della Gerusalemme celeste, che al suo ritorno accoglierà chi ha accolto.

Il messianesimo di Gesù non liquida la storia con la sua lotta tra bene e male, dove il bene perde e il male vince – appunto perché il male “vuole” vincere e il bene è “disposto” a perdere per amore (cf. 6,27-35)! Nella storia rimane sempre la croce. Ma è la vittoria dell’amore, gloria e salvezza di Dio.

Quando sarà il Regno? È l’ultima domanda ansiosa dei discepoli a Gesù (cf. At 1,6). Non è questione di tempi o di segni particolari: è in mezzo a noi (17,21) in modo non appariscente.

Il Figlio dell’uomo torna allo stesso modo in cui l’abbiamo visto nel suo camminare terreno fino al cielo (At 1,11): egli è il Samaritano che, ormai con i piedi di tanti fratelli, va di continuo per le strade del mondo e porta tutti alla casa che tutti accoglie. In questa sua missione sono associati a lui quanti già sono stati accolti. Il Regno, affidato al “piccolo gregge” (12,32), è questa testimonianza di chi ripercorre il suo stesso umile cammino.

L’opera lucana termina con la figura di Paolo che, in una casa non sua, accoglie tutti a sue spese (At 28,30). È il maestro dell’agápè, divenuto ormai come il suo Signore. Anche lui prima era un legista, zelante e irreprensibile nell’osservanza della Legge (Fil 3,6). Ma mentre scendeva da Gerusalemme, gli si fa incontro Gesù, il samaritano già carico del suo male (At 9,4ss!). Si scopre cieco, atterrato e morto. È quindi guarito e subito conquistato da lui che lo fa un “vaso di elezione” (At 9,15).

Il senso della parabola è ovvio: Gesù si mostra con le stesse caratteristiche di quel Dio che ha salvato Israele; la sua missione prosegue nel discepolo che ha già sperimentato in prima persona la sua misericordia. Una lettura della parabola, che escluda elementi allegorici, sembra inadeguata. Infatti c’è una pluralità di significati concentrici, che rimandano a un unico punto ineffabile: il volto di Dio in Gesù! Ogni minimo dettaglio, con risonanze anticotestamentarie, lo abbellisce di colori e sfumature. Già il Maldonado, commentando questo passo, accenna a un interessante metodo di lettura: stabilito il senso unico della parabola, cerca di distinguere, tra i vari particolari, quelli illustrativi (allegorici) da quelli di semplice contorno.

67. SEDUTA, ASCOLTAVA LA SUA PAROLA
(10,38-42)

Gesù è ricevuto due volte in casa di farisei (7,36ss; 14,1ss), e due volte in casa di peccatori (5,27ss; 19,1ss); da questi con gioia, da quelli con critiche. Qualcosa di simile accade con Marta. Essa lo ospita, ma la vera accoglienza è offerta da sua sorella Maria, che essa biasima e che Gesù difende (cf. 7,36ss)!

Il samaritano ora può fermarsi nel suo cammino verso Gerusalemme: c’è una casa che lo accoglie. Ma ci sono due modi di accoglierlo: Marta e Maria. La maggiore probabilmente è figura di un certo Israele: tutta occupata nel fare molte cose per colui che per tre volte è chiamato il Signore, osserva i 613 precetti per prepararsi all’incontro con lui. Ma non si è accorta che è giunto. Maria, la minore, è l’Israele che conosce la visita del suo Signore. Come Maria di Nazaret, dice “eccomi” e ne accoglie la Parola. Per questo blocca tutti gli altri servizi e gioisce della presenza dello Sposo, la cui gioia è che la sposa gioisca. Si siede ai suoi piedi e ne ascolta la voce. È una dei figli del talamo. Sono giunte le nozze (5,34): da discepola della Legge, diventa discepola del Signore.

La casa di Marta – in quanto casa di Maria! – è quel pandocheîon sospeso tra Gerico e Gerusalemme dove il samaritano si ferma col suo peso e si riposa. Accolto, è lui stesso che accoglie e insegna il mistero dell’accoglienza del Padre nei fratelli. Qui egli rivela il mistero del Padre e del Figlio a chi lo ascolta: lo guarisce con il balsamo della sua presenza, lo inebria con il vino della sua parola, perché possa seguirlo nel suo cammino.

Questa Maria, sorella di Marta e di Lazzaro, è la stessa che in Gv 12,3 compie l’unzione di Betania narrata dagli altri due sinottici (Mc 14,3-9; Mt 26,6-13). Potrebbe essere quella di 7,36ss: irrora di lacrime e asciuga coi capelli, profuma e bacia i piedi di colui che ha tanto camminato per farsi vicino a lei. Ora, riconciliata, ha una casa dove accoglierlo (cf. 5,24.25.29): lei stessa, i cui occhi si beano del suo volto e i cui orecchi ne accolgono la parola. Con libertà sovrana gode del suo amore, senza badare al disappunto della brava Marta, come prima non badò a quello di Simone, fariseo o lebbroso che sia. E Gesù l’approva senza riserve!

La sua presenza è gioia per Maria, e fatica per sua sorella Marta. Le due non sono in semplice opposizione: sono sorelle! La contrapposizione è vista solo da una che vuole richiamare l’altra al suo dovere. Gesù invece richiamerà Marta a trasformarsi in Maria. L’attesa si apra al suo compimento e in esso si plachi!

Non è esatto contrapporre Marta e Maria come azione e contemplazione. Luca vuole semplicemente purificare l’azione nella contemplazione. Sorgente dell’azione di Maria è l’ascolto e la gioia dello Sposo. Riconoscendo e stando vicina a colui che le si è fatto vicino, è in grado di fare quanto lui dice: “Va’, e fa’ lo stesso” (v. 37). La sua azione scaturirà dalla contemplazione, e non se ne staccherà mai: resterà sempre “contemplativa anche nell’azione”. In lei si vede il capovolgimento operato dal vangelo; può finalmente amare e accogliere, perché lui per primo l’ha amata e accolta (1Gv 4,10). Il silenzio assoluto di Maria, che non fa e non dice niente, è il perfetto “rinnegare” il proprio io (9,23) che si affanna ad affermarsi, col bene o col male poco importa, pur di essere protagonista. Dimentica di sé, si realizza nella forma più alta di vita: è per l’altro e dall’altro, tutta intenta in colui che ascolta, tutta accolta nell’altro che accoglie.

In Maria che “ascolta” e “vede” il Samaritano, c’è la consumazione della beatitudine del discepolo: vedere e ascoltare il Signore (vv. 23s).

Il brano ci richiama il fondamento del nostro discepolato. Non consiste nelle cose che si fanno – pure necessarie e importantissime! – ma nell’ascoltare Gesù.

La sua parola è la prima opera di misericordia del Padre verso tutti i suoi figli. Per questo i discepoli dicono: “Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense” (At 6,2). Infatti “non di solo pane vive l’uomo” (4,4 = Dt 8,3), “ma di ogni parola che esce dalla bocca dei Signore” (Dt 8,3), poiché lui è la sua vita (Dt 30,20).

Questa parola è un seme che, accolto, fruttifica nel pane che ci dà la vita del Figlio. Partecipiamo così alla sua compassione e agiamo come lui, che fa ciò che vede fare dal Padre (Gv 5,19).

Estratti da:
Silvano Fausti, “Una Comunità legge il Vangelo di Luca”
Edizioni Dehoniane Bologna 1991

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Questa voce è stata pubblicata il 08/10/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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