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Lectio sulla Lettera ai Romani – capitoli 1-5 – Sergio Carrarini (1)

Lettera ai Romani – capitoli 1-5

GIUSTIFICATI PER GRAZIA – SALVATI PER FEDE
COMMENTO E ATTUALIZZAZIONE A CURA DI DON SERGIO CARRARINI

Testo doc Lettera ai Romani – capitoli 1-5 – Sergio Carrarini (1)
Testo pdf Lettera ai Romani – capitoli 1-5 – Sergio Carrarini (1)

INTRODUZIONE

PaoloL’apostolo Paolo è il grande missionario che ha innescato il processo di traduzione della fede cristiana nella cultura greco-romana. Quando scrive la Lettera ai Romani è vicino alla conclusione della sua vita, sul finire degli anni 50 d.C.

La Lettera ai Romani è lo scritto più lungo e più importante di tutto l’epistolario paolino, quello più studiato e commentato nella tradizione della Chiesa e quello che più ha influito nella sua storia, sia per fondare la teologia, che per le molte discussioni che ha suscitato. La riforma protestante ne ha fatto il suo cavallo di battaglia ed attualmente è il testo dal quale si riparte nel dialogo ecumenico. E’ un testo dottrinale, con l’intento di svolgere un discorso teologico completo e sistematico sul contenuto essenziale della fede cristiana. Non è un testo facile, ma vogliamo rileggerlo a partire dalla situazione della nostra Chiesa chiamata, come la Chiesa delle origini, a passare da una tradizione di fede ancorata e pensata per il contesto religioso della società contadina, ad una nuova visione della fede che nasce da un contesto secolarizzato, multiculturale e multireligioso.

Per compiere questo passaggio (simile a quello che hanno dovuto fare gli ebrei diventati cristiani) anche noi dobbiamo superare la vecchia mentalità, legata alla legge e alle pratiche religiose, per cogliere l’essenziale della fede (ciò che è irrinunciabile) e metterlo come punto di partenza di una nuova sintesi teologica, di una nuova prassi religiosa più in sintonia con la cultura moderna. Per dialogare in verità con altre culture e religioni bisogna sfrondare ciò che non è importante, ciò che è incrostazione del passato, e mantenere saldo ciò che è fondamentale. Ci faremo aiutare da Paolo in questa “potatura” radicale della nostra tradizione religiosa, per rinvigorire la pianta della Chiesa e farla rifiorire nell’annuncio del vangelo agli uomini d’oggi.

La Lettera ai Romani è stata dettata da Paolo allo scrivano Terzo, presumibilmente nella primavera dell’anno 57 d.C., a Corinto, mentre si preparava per andare a Gerusalemme a portare la colletta. Dopo la visita alla comunità madre di Gerusalemme, Paolo aveva intenzione di passare da Roma nel suo viaggio verso la Spagna. Questa Lettera è nata per preparare la sua visita in una comunità dove non era mai stato, ma gli dà anche l’occasione per riprendere, in modo ragionato e completo, quanto scritto alle comunità della Galazia e quanto sosteneva nelle accese discussioni con i giudaizzanti. Alcuni pensano che sia come una preparazione per il suo incontro con la comunità di Gerusalemme, da sempre legata al giudaismo e in lotta con la sua linea apostolica.

Roma, capitale dell’impero, era la più grande città dell’antichità con un milione di abitanti. La sua popolazione era formata da un piccolo nucleo di famiglie importanti che detenevano il potere e le cariche pubbliche (senatori e cavalieri); da una classe di schiavi affrancati (liberti) che formavano l’ossatura dell’amministrazione pubblica; da una numerosa schiera di artigiani e di commercianti provenienti da ogni parte dell’impero. La maggioranza della popolazione, però, era composta da plebei romani e da schiavi che vivevano in quartieri secondo le varie razze o popoli di provenienza. C’era anche una nutrita colonia di ebrei (50.000 persone) che viveva in piccole comunità dislocate nei vari quartieri. Nel 49 l’imperatore Claudio aveva espulso da Roma gli ebrei a causa di tumulti per la fede in Cristo (segno della presenza a Roma di un’attiva comunità cristiana). Nerone li aveva riammessi verso la fine degli anni 50, ed è in questo periodo che Paolo scrive ai cristiani di Roma.

IL VANGELO FINO AI CONFINI DEL MONDO

La Lettera ai Romani è uno scritto molto esteso (16 capitoli), meditato e provocatorio nei contenuti. Secondo lo stile classico delle lettere dell’antichità, nel proemio (1,1-17) troviamo la presentazione del mittente e dei destinatari, una preghiera di ringraziamento a Dio e l’enunciazione del tema che Paolo vuole trattare. Noi leggeremo subito anche la parte conclusiva della Lettera (15,14 – 16,27) perché contiene molte informazioni su Paolo e i suoi progetti, sulla Chiesa di Roma e la sua struttura organizzativa, sui motivi che hanno spinto Paolo a scrivere ai romani e sulla situazione generale delle Chiese alla fine degli anni 50 d.C.

Paolo, l’apostolo dei pagani (1,1-17)

Il mittente della Lettera si presenta ai suoi interlocutori lontani e, questa volta, in gran parte sconosciuti. Paolo infatti non era mai stato a Roma, ma aveva conosciuto e lavorato con ebrei (es. Aquila e Prisca) espulsi da Roma ai tempi dell’imperatore Claudio. Certamente ne conosceva altri per motivi di viaggi o di lavoro. Proprio perché molti cristiani di Roma non lo conoscevano di persona, Paolo si presenta in modo più preciso e approfondito. Sottolinea tre aspetti:

v.1: Servo di Gesù Cristo… apostolo perché porti il suo messaggio di salvezza. Notiamo subito che Paolo non si associa altri collaboratori (come fa in quasi tutte le altre Lettere) per assumersi la piena responsabilità di ciò che scrive e per sottolineare il suo posto nella Chiesa di Cristo. Il suo essere cristiano e apostolo del vangelo gli deriva da una precisa chiamata ed elezione di Dio, non da una sua scelta personale. Durante tutta la sua vita di missionario Paolo ha sempre dovuto rivendicare e difendere la legittimità della sua vocazione apostolica di fronte alle critiche dei giudaizzanti. Anche con i romani precisa subito la sua posizione di apostolo, prevenendo possibili obiezioni.

vv.2-4: Il vangelo di salvezza… Paolo presenta con essenzialità il contenuto centrale del vangelo. Questi tre versetti sono come un piccolo credo, una breve professione di fede nel mistero di Cristo, forse già usata nelle liturgie delle comunità primitive. Essa sottolinea le due dimensioni di Cristo:

pienamente uomo: ebreo, discendente di Davide, fragile e mortale;

figlio di Dio: costituito Signore con la risurrezione dai morti, potente e immortale.

In questa professione di fede non si parla tanto di due “nature” (affermazione venuta molto dopo nella Chiesa), ma di due “condizioni esistenziali” di Gesù di Nazaret, quella prima e quella dopo la risurrezione. Come nell’inno della Lettera ai Filippesi (2,1-11) Paolo sottolinea il cammino storicoesistenziale (più che quello teologico-dogmatico) del mistero di Cristo: il Figlio di Dio dall’eternità ha iniziato ad esistere nel tempo in Gesù di Nazaret, pienamente uomo come tutti; per grazia di Dio il Nazareno è risorto dai morti ed è stato costituito Signore della storia e Salvatore.

vv.5-7: Devo portare tutti i popoli a credere in Dio e a ubbidirgli nella fede. Dalla fede in Cristo uomo-Dio nasce la missione, l’impegno di Paolo ad essere apostolo dei pagani, per annunciare loro che solo in Gesù Cristo c’è salvezza e che tutti sono chiamati a vivere come lui ha insegnato. Paolo ha ricevuto da Gesù il dono e la responsabilità di portare il vangelo ai non ebrei. Tra di loro ci sono anche i romani. Lascia così capire che la Chiesa di Roma è formata in gran parte da cristiani di origine pagana. Dopo l’editto di Claudio erano i soli rimasti a Roma e al tempo in cui Paolo scrive erano la grande maggioranza. Paolo li chiama amati da Dio e santi, cioè membra vive del nuovo popolo di Dio. Per loro invoca grazia e pace, secondo lo stile usuale delle Lettere.

vv.8-15: Ho il desiderio ardente di vedervi. Come in altre Lettere, alla presentazione del mittente e dei destinatari segue una preghiera di ringraziamento a Dio per i doni presenti nella comunità. Ma Paolo è subito preoccupato di giustificare il fatto di rivolgersi ad una comunità che non ha fondato e che non lo conosce. Perché lo fa? Con quale autorità si rivolge a loro? Che scopo ha? Abilmente Paolo presenta due riflessioni per giustificare il suo intervento e ingraziarsi i romani:

lo scambio di doni tra Chiese sorelle: ognuno ha dei doni che possono arricchire l’altro;

i tempi di Dio non sempre coincidono con quelli dell’uomo: ora forse è giunto il tempo per un incontro tra l’apostolo dei pagani e la Chiesa che vive nella capitale dell’impero. Senza questo incontro la sua missione non sarebbe completa.

vv.16-17: Dio, per mezzo della fede, riabilita gli uomini davanti a sé. Paolo mette il titolo alla Lettera, annuncia il tema che svolgerà poi con ampiezza di argomenti. Il tema si può formulare così: Il lieto annuncio riguarda Gesù Cristo che salva gratuitamente gli uomini per mezzo della fede. E’ il messaggio centrale del cristianesimo, perché da esso dipende tutto il resto.

La nuova missione di Paolo in Occidente (15,14-33)

Prima di affrontare il tema teologico della Lettera leggiamo i capitoli finali che ci aiutano a capire meglio il motivo che ha spinto Paolo a scrivere ai romani e la realtà di quella Chiesa.

vv.14-21: I non ebrei diventino un’offerta gradita a Dio. Alla fine della Lettera Paolo riprende i temi del prologo aggiungendo nuovi aspetti e notizie. Torna a giustificarsi per il suo intervento con parole forti in una Chiesa che non lo conosce e che non ha fondato. Partendo sempre dalla sua vocazione-missione di apostolo dei pagani, riprende i due motivi precedenti (scambio di doni fra Chiese e tempi di Dio per realizzare i suoi progetti), ma con una sottolineatura nuova:

  • la sua azione missionaria è come una grande liturgia offerta a Dio non con riti sacri nei templi, ma con la vita delle persone che si convertono e credono. E’ una liturgia senza confini di tempo e di spazio e si propone di coinvolgere tutta l’umanità. Questo tema verrà ripreso varie altre volte nelle Lettere e sarà portato al suo massimo sviluppo dal Vangelo di Giovanni (4,22-24; 13,1-5);

  • è venuto il tempo di guardare verso Occidente perché la sua missione in Oriente è terminata. Paolo afferma di aver avuto da Dio l’incarico di portare solo il primo annuncio, di mettere le basi delle comunità, di aprire strade nuove, non quello di dirigere le Chiese. Lui è fondatore, iniziatore; altri poi consolideranno. Ormai ha girato tutte le regioni dell’Oriente romano e sente che il suo compito ora è quello di andare verso Occidente.

vv.22-33: Verrò da voi quando passerò per andare in Spagna. Paolo rassicura i romani che non è sua intenzione venire in Italia per fondarvi delle nuove comunità o per fare da maestro a quelle già esistenti. Il suo sguardo e il suo cuore sono già proiettati verso i confini dell’Occidente, verso le colonne d’Ercole, estremo limite del mondo allora conosciuto. La sua visita a Roma è solo di passaggio, per avere uno scambio di fede e un sostegno al suo progetto missionario. E’ veramente impressionante questo slancio missionario di Paolo che in circa 20 anni ha girato tutto l’impero romano per portare l’annuncio di Cristo, per gettare il seme del vangelo. Certamente era spronato dall’aspettativa della fine del mondo imminente, ma aveva una fede incrollabile in Cristo, una coscienza profonda della sua missione, una dedizione totale e senza remore.

Ma c’è anche un secondo motivo che ha spinto Paolo a rivolgersi ai Romani. Gli ultimi anni della sua missione in Oriente erano stati segnati da forti contrasti e lotte con i giudaizzanti, perché il compromesso siglato al Concilio di Gerusalemme era saltato e molte comunità erano tornate ad osservare la legge mosaica e ad imporla ai nuovi convertiti, oppure a separare ebrei e pagani.

Oltre ad accese discussioni e a chiare prese di posizione (orali e scritte), Paolo aveva testardamente voluto mantenere fede ad un impegno preso al Concilio di Gerusalemme: quello di aiutare materialmente la comunità madre di Gerusalemme, come segno di comunione nella fede, pur nel pluralismo dei modi di viverla. Visto come stavano andando le cose, alcune Chiese dei pagani si rifiutavano di contribuire alla colletta e avevano accusato Paolo di interessi personali nella vicenda. Un’intera regione (la Galazia) si era ritirata e in Macedonia e Acaia Paolo aveva dovuto usare tutta la sua autorità di fondatore per portarla a termine. Ora che finalmente la colletta era stata raccolta, Paolo voleva concludere la sua missione in Oriente con un segno importante, un suggello al suo lavoro di apostolo, un segno ufficiale di comunione tra le sue Chiese e la Chiesa madre di Gerusalemme: la consegna della colletta. Per lui questo gesto assumeva un valore fondamentale: perché non risultasse inutile il lavoro che avevo compiuto e che stavo ancora facendo (Gal 2,2).

Ma era preoccupato circa l’esito della visita a Gerusalemme: sarebbe stato accolto bene o male? L’aiuto sarebbe stato accettato o rifiutato? Sarebbe diventato un segno di comunione o di rottura? Mentre scrive sta preparando il viaggio a Gerusalemme e ci sono molti segni che lo preoccupano. Chiede perciò ai Romani di pregare per il buon esito della sua missione a Gerusalemme e (velatamente) chiede anche il loro appoggio nella disputa che lo vede protagonista. Per questo ha trattato così approfonditamente con loro il tema della salvezza per fede e del rapporto con la Legge di Mosè. Paolo spera di avere il sostegno della Chiesa di Roma e di poter dopo condividere con loro la gioia della pace ritrovata. La comunione con tutta la Chiesa è per Paolo una condizione fondamentale per dare nuovo slancio alla sua missione. Di fatto la visita a Gerusalemme finirà male per lui (con l’arresto e una lunga detenzione) e per i rapporti tra le Chiese. A Roma arriverà sì, ma in catene e, in parte, per colpa proprio dei cristiani della Chiesa di Gerusalemme.

La struttura delle Chiese dei pagani (16,1-24)

L’ultimo capitolo della Lettera contiene delle raccomandazioni e i saluti. La cosa che lo rende originale e interessante (e che suscita molte discussioni fra gli studiosi) è il gran numero di persone citate per nome e con il loro ruolo nella Chiesa. Al di là, però, del problema di come potesse Paolo conoscere tanti cristiani della comunità di Roma, questo lungo elenco ci aiuta a capire meglio come erano strutturate le Chiese dei pagani. Cogliamo alcuni dati che emergono con più chiarezza.

vv.1-2: Vi raccomando la nostra sorella Febe. La prima persona ad essere citata è Febe diaconessa (oggi diremmo “responsabile”) della comunità di Cencre, porto orientale di Corinto, che ha accolto molti cristiani nella sua casa e tra questi anche Paolo in qualche sua visita a Corinto. Il fatto che Paolo inviti i romani ad accoglierla bene e ad aiutarla, ha fatto pensare a molti che fosse lei l’incaricata di portare a Roma la Lettera, ma non è sicuro, anche se può essere plausibile. Da notare che per Febe si parla di un preciso ministero femminile nella comunità, anche se non è specificato con precisione di cosa si tratti. Certamente alcune donne avevano un ruolo importante nelle Chiese dei pagani: solo in questo capitolo ne sono ricordate per nome 9!

vv.3-16: Salutate… Segue un lungo elenco di quasi trenta nomi, più il riferimento a molti altri che si radunavano nelle varie case. Notiamo alcuni particolari:

i nomi: alcuni sono di origine greca (Apelle, Epèneto, Narciso…); alcuni sono di origine romana (Giulia, Rufo, Urbano…); alcuni sono di origine giudaica (Andronico, Giunia, Maria, Prisca, Aquila…); alcuni sono nomi di schiavi o di liberti (Ampliato, Asincrito, Erma, Nereo, Erodione…). La Chiesa di Roma era veramente “cattolica”, cioè composta da persone di varie razze, culture, condizioni sociali; una Chiesa multietnica e multiforme.

Il ruolo: alcuni sono ricordati per il rapporto personale che li lega a Paolo (affetto, collaborazione, nazionalità, prigionia); altri per il loro impegno missionario a servizio delle varie Chiese fondate da Paolo.

Le comunità domestiche: da sottolineare il riferimento alle “case” comunità in cui si riunivano i cristiani: la casa di Aquila e Prisca che già avevano ospitato Paolo a Corinto, poi a Efeso e che ora erano ritornati a Roma; la casa di Aristobulo (nipote del re Agrippa?); la casa di Narciso (celebre liberto della famiglia di Claudio?); la casa di Asincrito (comunità di schiavi o liberti?); la casa di Filologo e Giulia…

Come abbiamo visto commentando gli Atti degli Apostoli, le prime comunità cristiane si erano strutturate nel mondo giudaico sul modello della sinagoga ebraica e nel mondo pagano sul modello delle “domus”, le case-famiglia patriarcali che erano l’ossatura portante della società romana. Anche la Chiesa di Roma (come del resto tante altre) era formata da piccole comunità autonome, ma in contatto fra loro, che si scambiavano lettere e persone. Alcuni cristiani infatti facevano i missionari o i catechisti itineranti a servizio di tutte le comunità e tenevano i collegamenti. Ogni comunità poi, al suo interno, aveva dei responsabili e dei ministeri a servizio della sua crescita e del suo funzionamento.

vv.17-20: State lontani da chi crea divisioni. Un invito strano questo ad evitare cristiani che creano divisioni. A chi si riferisce? Forse i giudaizzanti erano già arrivati anche a Roma? Oppure Paolo vuole solo prevenire difficoltà future in base all’esperienza già vissuta in Oriente? Non lo sappiamo.

vv.21-24: Vi salutano… Riprendono i saluti, ma questa volta da parte dei collaboratori e delle persone più vicine a Paolo:

l’equipe missionaria che lo ha aiutato nell’ultima parte della sua missione in Oriente e che ora si sta preparando ad accompagnarlo nel viaggio a Gerusalemme;

lo scrivano Terzo, che per una volta esce dall’anonimato e si firma unendosi ai saluti;

il capo comunità che lo sta ospitando nella sua casa a Corinto;

le autorità civili che governano la città, conosciute dai romani.

La dossologia finale (vv.25-27) non è nello stile paolino e non appartiene alla Lettera ai Romani, ma è stata aggiunta nel secondo secolo a conclusione di una raccolta degli scritti paolini che terminava proprio con la Lettera ai Romani. Ha il tipico stile dell’apocalittica e denota una lunga riflessione di fede sul senso della storia e sulla centralità di Cristo nelle vicende dell’umanità.

L’impressione generale che resta dalla lettura della situazione delle Chiese alla fine degli anni 50 del primo secolo è la grandezza del progetto missionario che ha ispirato i primi credenti, il loro coraggio e la loro dedizione, unita però a tante difficoltà e lotte non solo con il mondo esterno, ma anche all’interno della stessa Chiesa. Il cammino dell’evangelizzazione è sempre segnato dalla croce e insieme dal coraggio di chi cerca di aprire vie nuove.

L’UOMO SCHIAVO DEL MALE

Nei versetti 16-17 del primo capitolo Paolo anticipa il tema che svilupperà nella Lettera: il vangelo proclama che tutti gli uomini sono salvati gratuitamente da Dio attraverso la fede in Gesù Cristo. Questo è il lieto messaggio che Paolo annuncia ai pagani e che ora vuole approfondire con i romani (e attraverso loro anche con i credenti della Chiesa madre di Gerusalemme). La Lettera diventa così una specie di “autodifesa” di Paolo di fronte alle critiche che gli venivano mosse dai giudaizzanti e, nello stesso tempo, assume anche il carattere di un approfondimento sistematico della sua predicazione, quasi una sintesi organica e ragionata del messaggio cristiano nel suo nucleo centrale. Paolo istituisce come un “processo”: accusa, difesa, obiezioni, confutazioni, arringa, sentenza finale… Il suo ragionare però è assolutistico e parziale nelle posizioni che prende: procede sempre in forma dualistica assoluta: l’uomo è incapace di salvarsi – Dio solo salva; senza fede c’è perdizione – nella fede c’è salvezza; senza Cristo c’è solo male – in Cristo c’è solo bene. Noi siamo più sfumati, mentre Paolo drammatizza per dare più forza alla sua tesi. Nella Lettera Paolo sviluppa queste idee di fondo: tutti gli uomini sono peccatori (cap.1-3); solo in Cristo c’è salvezza per l’umanità (cap.3-5); riconciliati gratuitamente per vivere nello Spirito (cap.6-8); anche gli Ebrei si salveranno (cap.9-11); comportarsi da persone giuste (cap.12-15).

La condizione dei pagani (1,18-32)

In questa prima parte del discorso Paolo mette in luce la condizione degli uomini senza Cristo: sono irrimediabilmente perduti! Estremizza le situazioni per fare risaltare la sua tesi. (A volte anche noi facciamo le stesse constatazioni: tutti sono disonesti; il mondo va sempre peggio, il male ha sempre la meglio sul bene, nel mondo ci sono solo odi e violenze…). Paolo guarda alla realtà del mondo pagano (oggi noi diremmo dell’ateismo o dell’indifferenza) che gli ebrei consideravano il mondo dei senza Dio, dominato dal culto degli idoli, dai demoni, dal culto delle persone divinizzate. Non era un mondo senza fede o religione, anzi…, ma così era visto dai credenti nel Dio unico. Come giudica Paolo gli uomini che vivono nel paganesimo?

vv.18-23: L’ira di Dio si manifesta dal cielo contro tutti gli uomini. Secondo la mentalità del suo tempo Paolo parla di ira di Dio che si manifesta, si abbatte sull’umanità, attribuendo a Dio ciò che in realtà è effetto dell’uomo e delle sue scelte. Qui ira è sinonimo di giudizio negativo di Dio sulle scelte sbagliate dell’uomo che aumentano il male nel mondo. Il giudizio negativo di Dio tende però non a punire l’uomo, ma a fargli capire il suo errore e a fargli cambiare atteggiamento. Il motivo del giudizio negativo di Dio è racchiuso in una frase lapidaria, ma molto significativa: hanno soffocato la verità con l’ingiustizia, cioè hanno sacrificato la verità (Dio) al potere e all’interesse. Qui ritornano alla mente le parole di Pilato a Gesù: ma cos’è la verità? (Gv 18,38).

L’idolatria di cui parla Paolo non è tanto il culto degli dèi o dell’imperatore ma, più in profondità, è l’atteggiamento di chi rifiuta la verità che conosce e la soffoca per non mettere in discussione il suo stile di vita e le sue scelte ingiuste verso gli altri. Idolatria è il rifiuto dell’unico comandamento (ama Dio e il prossimo) per amare solo se stessi e la propria realizzazione. Il culto degli idoli e delle persone ne è la conseguenza e il segno esteriore. Lo stesso si può dire dell’asservimento del pensiero (filosofia-etica), della parola (comunicazione) e della scienza (ricerca-tecnologia) al potere economico o politico e non al rispetto della verità e della vita. Il segno esteriore è la giustificazione dei sistemi di ingiustizia e la trasformazione della libertà (democrazia) nel dominio del più forte.

vv.24-32: Per questo Dio li ha abbandonati ai loro desideri… In questi versetti Paolo descrive le conseguenze della scelta di rifiutare Dio e la verità, per privilegiare l’uomo e i suoi interessi. Il giudizio di condanna di Dio non si manifesta con una pena, un castigo (come ad es. il diluvio, la schiavitù, l’esilio, il fuoco dal cielo…), ma con l’abbandonare l’uomo a se stesso, ai suoi istinti, al dinamismo perverso che lui ha messo in moto e che lo porta inesorabilmente all’autodistruzione. Lasciato a se stesso (cioè all’assolutismo della libertà) l’uomo sprofonda sempre di più nel male (come sottolineano i primi 11 capitoli della Genesi); fa prevalere nel mondo la logica della violenza. Rifiutando Dio e la verità si perde il senso del bene e del male, il rispetto delle persone e delle leggi, il rispetto del corpo e della natura, il rispetto degli altri e della vita. In definitiva l’uomo diventa schiavo dei suoi istinti, del male che si porta dentro. Noi oggi ci interroghiamo di fronte a questo tipo di analisi: è una visione pessimistica o realistica? E’ un’analisi storica o un preconcetto ideologico? Il male è frutto di situazioni particolari o è dentro l’uomo stesso? La visione illuministica della storia regge ancora o è smentita dalla realtà?

La condizione dei giudei (2,1-29)

Nel capitolo secondo Paolo chiama in causa più direttamente gli ebrei e le loro scelte di vita. Le accuse generalizzate di immoralità e degrado sociale rivolte ai pagani trovavano facile accoglienza tra gli ebrei, perché giustificavano la loro certezza di essere migliori degli altri. Era difficile per Paolo convincerli che anche loro erano peccatori come tutti. Per fare questo deve impegnarsi a smantellare le false sicurezze dei suoi connazionali, quelle sicurezze che erano state anche le sue prima della conversione. Propone perciò il cammino di fede che lui stesso ha fatto: tutto ho considerato come spazzatura di fronte alla conoscenza di Cristo (Fil 3,7). Per smantellare le sicurezze dei giudei Paolo passa dal piano teorico (i pagani adorano gli idoli e quindi sono cattivi – gli ebrei adorano il vero Dio e quindi sono buoni) al piano concreto (chi fa il bene è buono – chi fa il male è cattivo). A rigor di logica questo varrebbe anche per i pagani, ma Paolo è preoccupato di smantellare l’idea che basta essere credenti nel vero Dio per essere a posto. Non basta credere, bisogna anche vivere! Il giudizio sarà sull’amore, non sulla fede (Mt 25,31).

vv.1-11: Mentre giudichi gli altri condanni te stesso. La prima sicurezza che Paolo mette sotto accusa è quella di sentirsi a posto con Dio, di ritenersi autorizzati a giudicare gli altri. Solo Dio è giudice delle persone e tutti siamo sottoposti al suo giudizio, nessuno escluso. Spesso chi si sente a posto è così duro nei giudizi verso chi sbaglia da arrivare ad accusare Dio di essere troppo buono e indulgente. Paolo lo sottolinea osservando: disprezzi la grande bontà, la tolleranza e la pazienza di Dio. Essere intolleranti verso gli altri è un disprezzare Dio, considerare la sua misericordia come debolezza. La sicurezza di essere nel giusto, l’arroganza di sentirsi detentori e difensori della verità e della morale, può portare fino al punto di giudicare e disprezzare anche Dio, oltre che il fratello. Chi giudica non cerca il cambiamento del fratello, ma la conferma della sua bontà e la punizione di chi sbaglia. Dio invece non cerca il male dell’uomo, ma che si converta e viva, che cambi vita e trovi la forza di fare il bene. Invece di voler togliere la pagliuzza che è nell’occhio del fratello bisogna riconoscere e togliere la trave che è nel proprio (Mt 7,1-5).

vv.12-24: Davanti a Dio sono giusti non quelli che ascoltano la Legge, ma quelli che la mettono in pratica. La seconda sicurezza è legata al fatto di avere la parola di Dio, di conoscere la verità attraverso lo studio della Bibbia. Paolo demolisce l’idea che basta conoscere la Bibbia, sapere ciò che è giusto o sbagliato, parlare a nome di Dio, per essere a posto. Non basta conoscere, bisogna vivere ciò che si conosce, praticare ciò che si crede. Paolo introduce un principio di uguaglianza fra ebrei e pagani: ognuno sarà giudicato in base alla legge che conosce. Dio ha molti modi di farsi conoscere dagli uomini: la coscienza, la filosofia, le religioni, le leggi degli stati, le tradizioni… sono tutte vie per arrivare al bene, purché la persona le segua con coerenza.

Qui Paolo fa una reprimenda verso l’arroganza razzista degli ebrei, riproponendo alcune critiche o “luoghi comuni” molto usati dai pagani (e ancora oggi da chi non va in chiesa verso i praticanti): i credenti sono peggiori degli altri; dicono tante cose belle e poi fanno tutto il contrario! Al di là dei luoghi comuni e delle generalizzazioni, resta però l’interrogativo sulla coerenza tra fede e vita, sulla testimonianza che i credenti danno del messaggio in cui credono. Gesù stesso ha richiamato molte volte questo aspetto, facendo anche dure critiche ai capi giudei del suo tempo. Non basta leggere la Bibbia, andare a Messa tutti i giorni, difendere la religione e i buoni costumi, fare dei bei documenti… bisogna vivere il vangelo che si predica, darne umile e gioiosa testimonianza!

vv.25-29: Vera circoncisione è quella del cuore. La terza sicurezza è quella legata all’appartenenza al popolo eletto attraverso il segno della circoncisione (noi oggi diciamo: sono cristiano perché sono battezzato, cresimato, sposato in chiesa…). Già i profeti e Gesù stesso avevano contestato questa sicurezza e parlato del bisogno di circoncidere il cuore, non la carne. I segni (i sacramenti) non hanno valore per la persona se non c’è la fede, e la fede si manifesta con la vita, con l’adesione di tutta la persona a Dio. Il gesto esteriore è un segno di questa scelta interiore, non viceversa. E’ ciò che viene dal cuore che rende puro o impuro, credente o ateo, santo o peccatore (Mt 15,19).

Tutti gli uomini sono peccatori (3,1-20)

Nella prima parte del capitolo terzo Paolo tira le conseguenze delle sue riflessioni sulla situazione dell’umanità arrivando ad una conclusione un po’ forzata e pessimistica, ma che, alla fine, si apre verso un dono che supera ogni attesa e speranza umana.

vv.1-8: Dio è fedele alle sue promesse. Prima di arrivare alla conclusione finale Paolo sgombera il campo da alcune obiezioni che sorgono spontanee e che sentiamo ripetere anche oggi: se importante è essere onesti e fare il bene, che differenza c’è tra chi crede e chi non crede? A cosa serve andare in chiesa, pregare… se alla fine basta essere a posto con la propria coscienza? O l’altro discorso che si sente dire: si può fare quello che si vuole, tanto Dio è misericordioso e salva tutti! Paolo dà per scontata la sapienza e la fedeltà di Dio nel cercare in tutti i modi che l’uomo giunga alla salvezza e afferma che i doni che Dio ci fa sono per aiutarci nel cammino della fede e della fedeltà. Sono una forza, un sostegno alla nostra debolezza, non un motivo di sicurezza e di superiorità sugli altri. Chi cerca di vivere nel bene trova nella parola di Dio, nei Sacramenti, nella preghiera un sostegno e uno stimolo a vivere sempre più nel bene. Certamente Dio è misericordioso verso chi sbaglia, ma non è indifferente al suo errore; con il suo amore misericordioso vuole aiutare l’uomo a capire i suoi sbagli e a cambiare vita.

vv.9-20: Nessun uomo è giusto, nemmeno uno. Attraverso una serie di citazioni bibliche Paolo conclude la sua arringa pronunciando una sentenza di condanna dai toni drammatici: tutti chiudano la bocca e il mondo intero si riconosca colpevole davanti a Dio. L’affermazione è assoluta e senza sfumature per sottolineare che senza l’aiuto di Dio l’uomo non può arrivare alla salvezza, non riesce a compiere il bene. Certamente nella storia dell’umanità ci sono sempre stati dei profeti, dei santi, degli uomini di fede e delle persone che hanno fatto il bene. Quello di Paolo è uno sguardo generale sulla storia, cogliendo soprattutto l’aspetto di violenza, di male, di decadenza dell’umanità, nonostante gli sforzi delle religioni e delle persone buone presenti in ogni popolo e in ogni epoca.

Ma questa pessimistica conclusione tratta da Paolo suscita un ulteriore interrogativo: Perché l’uomo è schiavo del peccato? Chi lo ha reso così? Quando nasce l’uomo è buono o cattivo? E’ il problema che noi chiamiamo (con un termine coniato dai Padri) del “peccato originale”. Paolo ne parla più avanti nella Lettera, in due brani inseriti in altri contesti ma che noi possiamo commentare già qui.

Il peccato originale (5,12-21; 7,14-25)

Il primo brano è tutto incentrato sul paragone tra Adamo e Cristo, tra l’umanità schiava del peccato, destinata alla morte eterna, e l’umanità riscattata da Cristo, erede della vita eterna. Illustrando questo paragone (che sottolinea la superiorità della salvezza portata da Cristo) Paolo afferma che il peccato e la morte, cioè la perdita della comunione con Dio, sono entrati nel mondo con la trasgressione del primo uomo e poi hanno dominato su tutti gli uomini perché tutti hanno peccato, cioè tutti gli uomini hanno continuato a peccare come Adamo. Questa frase (tradotta male da S. Girolamo nella Volgata e poi male interpretata da S. Agostino) ha dato origine all’idea del “peccato originale” come la colpa di Adamo trasmessa in eredità a tutti gli uomini al momento della nascita. Questa idea di peccato originale oggi non è più accolta nella teologia (vedi Catechismo della Chiesa Cattolica n. 405). L’idea prevalente è che il peccato originale esprime non tanto una “colpa”, quanto una “situazione” di connivenze e di scelte sbagliate che trascinano l’uomo verso il male e lo allontanano sempre più da Dio. La condizione dell’uomo è tale che – lasciato a se stesso – non riesce a fare il bene, ma è risucchiato in un vortice di male e di violenza, tanto che diventa lui stesso causa del suo male e corresponsabile del degrado dell’umanità. Senza una sana educazione e dei valori morali l’uomo si abbrutisce sempre più, come tragicamente la storia continua a dimostrare.

Questa idea del peccato originale come condizione di fragilità, di schiavitù (la “concupiscenza” di cui si parlava nel catechismo) in cui si trova l’uomo senza l’aiuto di Dio, è ripresa da Paolo alla fine del capitolo settimo. Siamo al termine della sezione dove parla di Cristo che ha liberato gli uomini dalla schiavitù della Legge. Qui ritorna il discorso su quella condizione di uomo peccatore, su quella legge del peccato che è dentro ogni persona e che le impedisce di mettere in atto anche il bene che vede e vorrebbe fare. E’ come una forza di negatività presente nella persona, una condizione di schiavitù dalla quale solo Dio può liberare. Più che ad un peccato personale, Paolo pensa ad una situazione negativa nella quale l’uomo si trova immerso fin dalla nascita e che poi viene aggravata dai suoi peccati, dalle sue scelte sbagliate. La coscienza stessa della fragilità e brevità della vita spinge l’uomo a fare molte scelte assurde, nel tentativo di esorcizzare questa paura. Il peccato e la paura della morte spingono l’uomo a vivere come uno schiavo (vedi 8,15). Solo Dio può rompere queste catene! Infatti ogni brano che parla di questa realtà sfocia sempre in un inno di grazie a Cristo che è venuto sulla terra per liberare l’umanità dalla sua condizione di schiavitù, per irrobustirla con la forza dello Spirito Santo.

L’idea del peccato originale è ormai sparita dall’orizzonte delle nostre comunità perché oggi c’è un’idea molto positiva della vita e dell’uomo, un po’ anche in reazione ad un passato che vedeva male e peccato dappertutto. Nessuno ormai crede più che i bambini nascano nel peccato e questo porta a ripensare la necessità di battezzare i bambini appena nati. Costringe anche a dare un valore diverso al battesimo dei bambini, legandolo più alla scelta di fede dei genitori e all’inserimento nella comunità cristiana, che al bisogno di cancellare un peccato perché possano salvarsi.

Ma la necessità e la fatica di educare le persone (i bambini, ma anche gli adulti) al rispetto di se stessi e degli altri, all’onestà e alla verità, alla nonviolenza, all’altruismo, alla fede e all’amore… ci interrogano sull’idea, oggi molto diffusa, che l’uomo è naturalmente buono e che il criterio educativo più efficace sia quello di rispettare la libertà di ciascuno e agevolare ciò che ognuno sente dentro. Dentro l’uomo c’è il bene e il male, ma senza l’aiuto di Dio e la forza trainante dell’educazione (personale e comunitaria) prevale il male, non il bene. Lo stesso è per le famiglie, per i gruppi, per la Chiesa e per la società nel suo insieme.

SOLO DIO LIBERA DAL MALE

Paolo ha tracciato un quadro dell’umanità a tinte fosche non per fare il moralista (anche se era convinto della fine del mondo imminente) ma per mettere più in risalto l’annuncio fondamentale del vangelo: solo Dio può salvare l’umanità e lo ha fatto per mezzo di Gesù Cristo.

Dio salva gratuitamente gli uomini (3,21-31)

Nel capitolo primo Paolo aveva parlato dell’ira di Dio; ora passa a parlare della “giustizia di Dio”. Questa espressione è usata per indicare l’amore fedele di Do verso tutti gli uomini, amore che lo porta ad intervenire per salvarli. Qui il termine “giustizia” non è riferito né all’ambito giudiziale (sentenza di condanna o di assoluzione), né a quello retributivo (dare a ciascuno secondo il merito), ma a quello dell’amore misericordioso (salvare gratuitamente). Il modo di essere giusto di Dio è quello di amare l’uomo e liberarlo dalla sua schiavitù. In Dio giustizia è sinonimo di misericordia. Questa giustizia che nasce dall’amore ha alcune caratteristiche:

v.21: Ora si rivela la giustizia di Dio. La salvezza che Dio opera non è una promessa per il futuro, ma per il presente. E’ questo il tempo della salvezza; essa si realizza già in questa vita.

v.22: Giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo. La salvezza arriva all’uomo attraverso l’adesione di fede a Gesù Cristo, non attraverso l’adesione ad una religione. Non sono le pratiche religiose a salvare l’uomo, ma la fede.

v.23: Per tutti quelli che credono, senza differenze. La salvezza è offerta a tutti, senza distinzioni di razza, cultura, religione, condizione sociale, comportamento morale… Unica condizione è accogliere il dono di Dio con fede e vivere come lui chiede.

v.24: Giustificati gratuitamente per la sua grazia. La salvezza è un dono gratuito, frutto dell’amore fedele e misericordioso di Dio, fatto a tutti, al di là dei meriti e delle opere compiute. Dio dichiara giusti tutti quelli che credono in Gesù Cristo e si affidano al suo amore.

Ma come si realizza questa salvezza di Dio? Come Dio salva l’uomo? In un solo versetto (26) Paolo richiama due immagini bibliche per illustrare il modo di salvare di Dio per mezzo di Cristo:

il go’el, il redentore, cioè il parente o l’amico che soccorreva chi era in grave pericolo o riscattava chi era diventato schiavo;

il kapporet, l’espiatorio, cioè il coperchio dorato dell’Arca dell’Alleanza sul quale il Sommo Sacerdote, durante la festa annuale del Kippur, versava il sangue di un capro per l’espiazione dei peccati del popolo.

Ambedue le immagini richiamano al fatto che Gesù ha riscattato l’umanità dalla schiavitù del male per mezzo del dono della sua vita, per mezzo di quel gesto d’amore gratuito che lo ha spinto fino a versare il suo sangue, a donare tutto se stesso. Il perdono è sempre gratuito (dono di Dio) ma esso si realizza, si rende visibile nella storia nel gesto di Gesù che muore in croce. In quel momento (significativo e riassuntivo di tutta la sua vita) Gesù diventa go’el, redentore dell’umanità. In quel momento il Calvario diventa kapporet, luogo nel quale viene sparso il sangue per il perdono dei peccati di tutto il popolo. Il sangue di Cristo non è il prezzo da pagare a Dio per il perdono (come non lo era il sangue del capro espiatorio), ma è solo il segno, il sacramento dell’amore misericordioso di Dio che perdona gratuitamente tutti gli uomini. La morte di Cristo, culmine e simbolo di tutte le ingiustizie e le violenze della storia dell’umanità (sarà chiesto conto a questa generazione di tutto il sangue di giusti sparso… da quello di Abele a quello di Zaccaria… Lc11,50) diventa, per grazia di Dio, segno e fonte di salvezza per tutti gli uomini del passato, del presente e del futuro, perché Dio ama tutti e vuole che tutti si salvino (1Tm 2,4). Questa è la “giustizia di Dio” rivelata agli uomini per mezzo di Gesù Cristo.

Ma se Dio salva tutti per mezzo di Cristo e della fede in lui a cosa servono le religioni, la Bibbia, le opere buone, la preghiera? Ha ancora un valore essere religiosi, essere onesti, fare il bene? Paolo non vuole negare valore alle religioni, alle opere buone delle persone… ma chiede di superare decisamente l’idea (molto diffusa tra i giudei del suo tempo ed anche tra molti cristiani oggi) che la salvezza bisogna “guadagnarsela” con una vita onesta e con tanti meriti da accumulare attraverso preghiere, fioretti, atti di carità, elemosine… per “avere il diritto di entrare in paradiso”. Si pensa che Dio è un giudice severo e che peserà sulla bilancia il bene e il male fatto: chi ha fatto più bene sarà salvato e avrà un posto migliore in cielo, chi ha fatto il male sarà punito.

Questa mentalità è falsa e deve essere superata perché mette al centro l’uomo e le sue opere, non Dio e la sua grazia. Ciò che dà valore alla religione è la fede, il rapporto che si stabilisce con Dio, non le opere che essa prescrive: queste sono la risposta al suo amore, non la condizione per incontrarlo. Il vangelo non annulla la religione, ma le dà il suo vero valore: ne mette in luce l’anima profonda dalla quale scaturiscono e ricevono valore i riti, i precetti, la morale, le opere buone… Se ti senti amato da Dio, allora ami anche tu; se ti senti perdonato da Dio, allora perdoni anche tu …

Resi giusti per fede (4,1-25)

Per chiarire bene questo aspetto Paolo si rifà all’esempio di Abramo. Alla sua figura dedica tutto il capitolo 4. Senza entrare nel dettaglio del discorso, cogliamo l’idea di fondo che Paolo sviluppa.

Come facciamo anche noi con i santi, gli ebrei sottolineavano molto le opere fatte da Abramo, le sue scelte e i suoi gesti profetici, per dire che era stato un uomo giusto, un santo: è stato grande perché ha fatto grandi opere. La conseguenza immediata che ognuno capisce è che se si vuole diventare santi, avvicinarsi all’ideale che Dio propone, bisogna fare grandi opere, fare dei miracoli, grandi penitenze, aiutare i poveri, fondare un istituto, rinunciare a tutto, subire il martirio…

Paolo rovescia la situazione (come farà poi Luca nel cantico di Maria e come dovremmo fare noi con i santi): Abramo è stato un uomo giusto, un santo, perché ha avuto fede in Dio, perché si è fidato di lui prima e attraverso le scelte della sua vita, prima e al di là delle opere che ha fatto (qualche volta anche “nonostante” le opere che ha fatto!). Le opere, le scelte sono venute come conseguenza della fede che aveva, non il contrario. Ed è proprio la fede che dà valore universale alla promessa che Dio gli ha fatto di essere luce per le genti, benedizione per tutti i popoli.

La fede è il cuore dell’esperienza di Abramo e di tutti i santi di ogni popolo e religione. Le opere ne sono il segno e la conseguenza. Senza la fede non hanno valore, tanto che quando manca la fede (o si attenua col passare del tempo) anche le opere di bene più belle e più grandi spariscono, muoiono. La fede dà alle scelte un valore universale, più grande di quello che dava loro chi le aveva fatte. Paolo arriva perfino a vedere, nel gesto di sacrificare il figlio Isacco, la fede di Abramo nella risurrezione, rendendolo così una figura più vicina ai cristiani e come un esempio per loro. Abramo ha creduto a Dio e Dio lo ha dichiarato giusto quando ancora era nella sua famiglia paterna, prima ancora che si mettesse in viaggio, prima di essere circonciso, di avere una terra e molte greggi, di avere un figlio e di sacrificarlo a Dio. E Paolo conclude: ma non soltanto per lui la Bibbia dice che lo considerò giusto, ma anche per noi: anche il cristiano è giusto per fede, non per le opere.

La polemica con i Protestanti e un modo distorto di interpretare le affermazioni del Concilio di Trento hanno portato molti cattolici a ritenere che sono le opere, i meriti, la pratica religiosa ad ottenere all’uomo la salvezza: solo chi è battezzato e osserva i precetti della Chiesa va in paradiso! Il Concilio Vaticano II ha rimesso in luce la salvezza come dono gratuito di Dio per tutti: tutti sono chiamati ad accoglierla con fede, a viverla nei sacramenti e a testimoniarla con le opere dell’amore.

La riconciliazione apre alla speranza (5,1-11)

Il dono gratuito della riconciliazione non riguarda solo il passato dell’uomo, con il perdono dei peccati commessi, ma lo apre verso un futuro nuovo, verso una pienezza di vita che si realizzerà alla fine dei tempi. Questa speranza, fondata sul dono della riconciliazione portata da Cristo, dà la forza di affrontare le prove della vita e di vivere in quell’amore che Gesù ci ha insegnato. Nei primi 11 versetti del capitolo 5 Paolo abbozza già il tema della vita nuova che poi affronterà più ampiamente nel capitolo 8. Quali frutti produce nell’uomo l’accoglienza del dono di Dio?

v.1: Siamo in pace con Dio. Basta paure, scrupoli, doveri da compiere, sensi di colpa… Cristo ci fa sentire in pace con Dio, accolti dal suo amore, perdonati e consolati, ripieni di tutti i doni dello Spirito. L’apostolo Giovanni dirà nella sua Prima Lettera: Allora non avremo più paura davanti a Dio. Anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore (3,20).

v.2: Abbiamo accesso alla grazia. La fede ci apre alla conoscenza sempre più profonda del mistero di Dio rivelatoci da Gesù. La fede ci fa approfondire il progetto di salvezza di Dio (anche se non riusciamo ancora a capirlo pienamente). Essa ci apre alla speranza, all’attesa di un compimento futuro, quando vedremo Dio faccia a faccia e potremo contemplare il mistero del suo amore.

vv.3-4: Ci vantiamo delle sofferenze. La vita del credente resta comunque segnata da persecuzioni. Il dono della riconciliazione diventa la forza per resistere e superare le prove, per consolidare e purificare la fede, per aprirsi ad una speranza sicura fondata non sulla forza dell’uomo, ma sulle promesse di Dio. Il vanto di Paolo non deriva da un atteggiamento masochistico o dall’orgoglio di essere migliore degli altri, ma è fondato su un cammino di fedeltà a Dio e di sequela di Gesù Cristo.

v.5: L’amore è nei nostri cuori. La fede e la speranza diventano concrete e visibili nella vita del credente attraverso l’amore, che è frutto e dono dello Spirito. La pienezza della riconciliazione si realizza in una vita guidata dallo Spirito e vivificata dall’amore.

vv.6-8: Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori. Questa è la prova che Dio ci ama. Di fronte ai dubbi e alle paure di Dio Paolo porta un ultimo argomento per sottolineare la grandezza del suo amore: se Dio ci ha salvati quando eravamo lontani da lui, tanto più ci salverà ora che abbiamo accolto la sua grazia! Basta aver paura di Dio; basta essere ripiegati su noi stessi e sulle nostre miserie. Apriamoci al suo amore e viviamo con fiducia e speranza la nostra vita.

vv.9-11: Addirittura possiamo vantarci di quel che siamo davanti a Dio. Questi ultimi versetti diventano un inno alla speranza e alla gioia: se già ora, pur essendo ancora fragili e peccatori, abbiamo superato la paura di Dio, tanto più dobbiamo essere fiduciosi e gioiosi di incontrarlo alla fine della nostra vita. Paolo ci dice anche: siamo orgogliosi e gioiosi dei doni che Dio ci ha dato, per vivere con coraggio e con generosità al servizio di Cristo e dei fratelli, nell’attesa del suo ritorno.

Come viviamo noi oggi il rapporto con Dio: con paura o con fiducia? Come ci immaginiamo l’incontro con lui al momento della nostra morte: esperienza di gioia (luce) o di angoscia (oscurità)? Come consideriamo i tempi di prova nella nostra vita? Nella nostra esperienza cristiana predomina la gioia o il dovere? Il minimo per essere a posto o l’amore senza calcoli? I meriti o la gratuità?

http://www.laparolanellavita.com

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Questa voce è stata pubblicata il 14/10/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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