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L’annus horribilis per i migranti e le fake news sul fenomeno migratorio


Presentazioni in tutta Italia per la ventinovesima edizione del Dossier statistico immigrazione, realizzato dal Centro studi Idos con il Centro studi e Rivista Confronti. Numeri che svelano molte fake news sul fenomeno migratorio, a partire da un'”invasione” che non c’è mai stata…

dossier-statistico-immigrazione-2019


È stato presentato oggi il Dossier statistico immigrazione 2019.
La pubblicazione corposa e densa, che Idos divulga puntualmente ogni anno in questo periodo, è un’opera accurata, costellata di numeri e tabelle.
Il dossier 2019 fotografa puntualmente la situazione del 2018 e offre, ancora una volta, indicazioni che sfatano i pregiudizi alimentati dalla politica della paura. L’invasione non è mai esistita, e tanto meno esiste oggi; quel che preoccupa, invece, rispetto agli anni scorsi, è  l’aumento delle presenze “irregolari”, effetto paradossale del “decreto sicurezza” 2018.
La fuga da guerre e violenze non costituisce la motivazione principale delle migrazioni, sebbene sia particolarmente drammatica; esistono invece diseguaglianze scandalose e crescenti, in termini di possibilità e qualità della vita, che alimentano la mobilità umana.
A livello mondiale, un elemento di rilievo emerso quest’anno è l’aumento di migranti ambientali, vittime del degrado sofferto dalle proprie terre.
La lettura completa del tomo lascia emergere una molteplicità di sfaccettature, tutte degne di attenzione. La sintesi del dossier, di più facile consultazione, ne lascia emergere soltanto alcune.
Nel panorama italiano, le donne costituiscono ancora la maggioranza della popolazione immigrata, che al 52% è di religione cristiana. (…)
Da ricordare, comunque, che al di là dei numeri e delle tabelle ci sono volti e nomi, persone in carne e ossa, ciascuna con la propria storia. E il modo più efficace per vivere bene, tutti e tutte, è conoscerle e riconoscere che non costituiscono tanto una minaccia quanto un arricchimento. In reciprocità, seppur non sempre facile da vivere.

Soltanto nell’incontro con persone “altre” da noi l’orizzonte si amplia: allora tutti e tutte, con grande serenità, possiamo percepirci “stranieri residenti” su questa Terra che generosamente ci ospita. 

Combonifem
24.10.2019


lavoratori-stranieri

Vedi pure l’articolo di Nigrizia L’ITALIA REALE CONTRO LA PROPAGANDA
di Rocco Bellantone

Per una corretta consapevolezza del panorama migratorio italiano…
ecco alcuni 
estratti della Sintesi del Dossier

L’annus horribilis


Tra le estati 2018 e 2019 è indubbiamente trascorso un annus horribilis per l’immigrazione, con ben due decreti “sicurezza” , immediatamente convertiti in legge, che hanno colpito sia gli immigrati già presenti in Italia, il primo, sia quelli diretti verso il paese, il secondo.

Tutta l’attenzione mediatica e la comunicazione politica hanno continuato a insistere sugli arrivi via mare dei richiedenti asilo, riproponendo – come da quarant’anni a questa parte – la retorica dell’invasione.
In realtà, a seguito dei discutibili e onerosi accordi che l’Italia ha stretto con la Libia, non solo già nel 2017 il numero dei migranti sbarcati nel paese era diminuito di oltre un terzo rispetto al 2016, scendendo a 119.310 casi, ma durante tutto il 2018 si è attestato ad appena 23.370, un numero crollato in un anno di oltre l’80%, per ridursi, nei primi 9 mesi del 2019, a soli 7.710 casi.
Si tratta di una cifra inferiore di ben 5 volte ai 39.000 migranti che nel frattempo sono giunti in Grecia e di circa 2,5 volte ai 19.000 approdati in Spagna, oltre che sostanzialmente equiparabile ai 6.400 richiedenti asilo che, nel 2018, l’Italia ha dovuto riammettere sul proprio territorio dai paesi comunitari in cui si erano trasferiti violando il Regolamento di Dublino.

Come è noto, questo crollo degli arrivi via mare è stato ottenuto al prezzo di un elevato numero di migranti, o fermati lungo la traversata dalla Guardia costiera libica (appositamente finanziata, addestrata e rifornita di mezzi dall’Italia e dall’Unione europea) e riportati nei campi di detenzione del paese nordafricano (dove sono tornati a subire sevizie, stupri e torture), oppure annegati lungo la rotta del Mediterraneo centrale, ancora la più letale al mondo con più di 25.000 morti o dispersi accertati dal Duemila ad oggi: oltre la metà di tutti quelli calcolati nelle rotte marittime a livello mondiale.
Solo nel 2018 l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni ne ha contati più di 1.300 lungo il tratto di mare italo-libico, per un rapporto di 1 ogni 35 rispetto a quelli che hanno tentato la traversata. L ’anno precedente, in cui pure i morti e dispersi accertati erano stati più numerosi, oltre 2.800, il rapporto con chi partiva era stato più basso, pari a 1 ogni 50, anche grazie ai salvataggi effettuati dalle navi umanitarie delle Organizzazioni non governative.
A queste ultime, prima che una insistente campagna di criminalizzazione – spesso basata su accuse giuridicamente inconsistenti – ne riducesse di fatto il numero e la capacità di intervento, erano ascrivibili il 35% di tutti i salvataggi effettuati. Una percentuale scesa a meno del 10% nel 2019, per effetto della pratica dei “porti chiusi” , poi normata nel secondo decreto sicurezza, in base al quale oggi sono a rischio di confisca e di multa fino a 1 milione di euro tutte le imbarcazioni che, pur avendo a bordo persone soccorse in mare, non rispettino il divieto nazionale di sbarco.

In tale contesto, è sorprendente constatare che i 20 casi mediatici delle navi umanitarie cui il governo precedente ha vietato l’attracco, tenendole bloccate in mare per una media di circa 10 giorni ciascuna, hanno riguardato, nel complesso, una quota di migranti minoritaria a fronte delle migliaia che nel frattempo, a dispetto della propaganda dei “porti chiusi” , sono state lasciate approdare con i cosiddetti “barchini fantasma” . Tanto più che, in 453 giorni complessivi di vita del precedente esecutivo, sono stati ben 154 quelli in cui sono state tenute ferme in mare tali navi con i migranti a bordo, ossia un terzo dell’intera durata del governo stesso. Con questa tattica recriminatoria verso l’Unione europea, l’Italia ha evitato di accogliere un numero limitato di persone, circa 2.000, le quali sono sbarcate o a Malta, per ben 10 volte, o in Spagna, in 2 occasioni.

Tra tutte le persone sbarcate in Italia nell’anno, sono diminuiti sensibilmente anche i minori stranieri non accompagnati (msna) che nel 2018 sono stati poco più di 3.500, sebbene la loro incidenza su questi arrivi sia rimasta comunque significativa, essendo pari a più di un settimo del totale (15,1%).
I msna presenti in Italia sono in stragrande maggioranza 17enni o 16enni, maschi, e molti di loro, iper-responsabilizzati dalla funzione di cui vengono investiti in partenza dalle proprie famiglie, abbandonano i centri di accoglienza loro riservati, rendendosi irrintracciabili, con tutti i gravi pericoli di sfruttamento a cui questa condizione sommersa li espone. Secondo il Ministero del Lavoro sono oltre 5.200 quelli che a fine 2018 erano irreperibili in Italia, a fronte di quasi 10.800 ospitati nei centri di accoglienza.

Il restringimento delle possibilità di entrata legale per i migranti economici, la cui pressione migratoria non è tuttavia diminuita, ha avuto due effetti consecutivi. Il primo è che li ha spinti a tentare gli stessi percorsi dei migranti forzati, mescolandosi a loro e rendendo “misti” i relativi flussi. Il secondo effetto è che essi sono stati poi esclusi dalla possibilità di rimanere regolarmente in Italia dai verdetti di rigetto delle loro richieste di asilo: su 95.200 domande esaminate nel 2018 – quando quelle presentate ex novo sono state circa 60.000 –, solo un terzo, il 32,2%, è sfociato in una qualche forma di protezione.

IL CASO DELL’ITALIA NEL CONTESTO INTERNAZIONALE

Se alla drastica riduzione degli arrivi via mare si aggiunge la sostanziale chiusura, da diversi anni, dei canali regolari di ingresso per i non comunitari che intendano venire a lavorare stabilmente in Italia, ben si capisce perché, in realtà, è da almeno 6 anni che la popolazione straniera non è in espansione. Anche nel 2018 essa è cresciuta di appena il 2,2%, arrivando a 5.255.000 residenti, pari all’8,7% di tutta la popolazione. Una tendenza che stride con l’andamento mondiale delle migrazioni, se si pensa che in due anni i migranti nel mondo sono aumentati di oltre 14 milioni, arrivando a un totale di 272 milioni a giugno 2019, pari a più di 1 ogni 30 abitanti della Terra. Di costoro, circa 24 milioni sono rappresentati da rifugiati e richiedenti asilo, ai quali si aggiungono 41 milioni e 400mila sfollati interni e circa 5 milioni di rifugiati “storici” palestinesi che ricadono sotto la gestione dell’Unrwa, per un totale di quasi 71 milioni di migranti forzati a livello planetario.

Ad alimentare le migrazioni mondiali contribuiscono certamente le perduranti sperequazioni economiche tra le varie aree del pianeta, con un sempre più accentuato differenziale tra arricchiti e impoveriti. A fronte di un Pil mondiale che nel 2018 ammonta a 121.000 miliardi di dollari Usa, pari a una media procapite di 15.900 dollari annui, i paesi economicamente più ricchi del Nord del mondo, dove abita solo il 17,8% della popolazione mondiale, contano su un Pil pro-capite di 39.300 dollari Usa, quasi 4 volte superiore ai 10.500 dollari dei paesi poveri del Sud, all’interno dei quali 821 milioni di persone soffrono ancora la fame.
Ma le migrazioni sono causate anche dalle tante guerre e conflitti in atto nel mondo (in cui Save the children calcola essere coinvolti 420 milioni di bambini), dalle epidemie, dai disastri ambientali (desertificazioni, alluvioni, sconvolgimenti idrogeologici, ecc.) provocati anche dai cambiamenti climatici globali.

Nel più ristretto contesto dell’Unione europea, che a inizio 2018 conta al suo interno una popolazione straniera di 39,9 milioni di persone, il 7,8% dei 512 milioni di abitanti complessivi, l’Italia si colloca al terzo posto per numero di stranieri residenti, dopo la Germania (9,7 milioni) e il Regno Unito (6,3 milioni), precedendo la Francia e la Spagna (rispettivamente con 4,7 e 4,6 milioni).
Anche per quel che riguarda l’incidenza dei residenti stranieri sulla popolazione complessiva, diversi altri paesi comunitari, anche più piccoli, ne conoscono una molto più alta di quella italiana (dall’11,7% della Germania al 9,8% della Spagna, al 12,0% del Belgio al 15,7% dell’Austria, fino a ben il 47,8% del Lussemburgo).
Inoltre, tra gli stranieri residenti in Italia, all’aumento netto di 111.000 presenze rispetto all’anno precedente hanno contribuito anche i 65.400 bambini nati nel corso del 2018 da coppie straniere già presenti nel paese, i quali non sono quindi “immigrati” . Anche il loro numero, comunque, continua a calare insieme a quello delle nuove nascite nel loro complesso: 439.700 nel 2018, il livello più basso registrato da decenni, delle quali poco più di un settimo riferite a genitori stranieri (14,9%).
È un dato preoccupante, che conferma l’inesorabile declino demografico dell’Italia, prossima ad avere oltre un terzo della popolazione complessiva con più di 65 anni e giovani minorenni solo ogni 8 abitanti.

La metà degli stranieri residenti in Italia è di cittadinanza europea (50,2%), poco più di un quinto è di origine africana (21,7%), gli asiatici coprono un altro quinto delle presenze (20,8%), mentre è americano (soprattutto latino-americano) 1 residente straniero ogni 14.
I più numerosi (più dell’intera provenienza dall’Africa) sono i romeni, che con 1.207.000 residenti continuano a rappresentare la prima collettività estera in Italia, precedendo di gran lunga i 441.000 albanesi, i 423.000 marocchini e, a maggiore distanza, i 300.000 cinesi e i 239.000 ucraini.
Dal 2016 è praticamente statico anche il numero dei soli soggiornanti non comunitari, pari a 3.717.000 persone: dei 242.000 nuovi permessi di soggiorno rilasciati nel 2018, più della metà dei quali per motivi familiari, quasi 40.000 hanno riguardato presenze temporanee, come studio e lavoro stagionale, e diversi si riferiscono a persone o nate in Italia nell’anno o che, già presenti nel paese, hanno effettuato una conversione del motivo del proprio permesso di soggiorno, e non a nuovi ingressi effettivi.
Questi ultimi sono stati compensati sia dagli stranieri che nel 2018 hanno lasciato l’Italia (sicuramente più numerosi delle loro 40.000 cancellazioni per l’estero registrate dalle anagrafi), sia dai 112.500 che nello stesso periodo hanno acquisito la cittadinanza italiana.
Un numero, quest’ultimo, in netto calo rispetto ai due anni precedenti, sul quale pesa non solo una legge anacronistica imperniata sullo ius sanguinis–che in 27 anni nessun governo è riuscito ancora a riformare, nonostante le innumerevoli proposte di legge depositate in Parlamento e le diverse campagne e raccolte di firme a favore di un suo superamento –ma addirittura un inasprimento dei requisiti, anche economici, necessari non solo per ottenerla ma soprattutto per conservarla, a causa delle aumentate possibilità di revoca introdotte dal primo decreto sicurezza del 2018.

La mancata risoluzione della questione della cittadinanza per chi nasce in Italia, in un paese in cui iniziano ad affacciarsi addirittura le terze generazioni di immigrati, costituisce uno di quei fattori che stanno contribuendo ad avviare processi di disaffezione e – soprattutto tra i più giovani e qualificati – anche di abbandono dell’Italia.
Un fenomeno che, del resto, sta assumendo proporzioni preoccupanti anche tra gli italiani, sia nativi che per acquisizione, i quali hanno ripreso a emigrare massicciamente, spopolando soprattutto le regioni meridionali.
A dispetto della retorica nazionalista, infatti, i giovani italiani condividono le stesse difficoltà dei loro coetanei stranieri a trovare, in Italia, condizioni accettabili di inserimento e di stabilità, a cominciare dal lavoro: precario, sottopagato, sotto-qualificato e con scarse prospettive di miglioramento.
Confrontando gli archivi anagrafici dei maggiori paesi di destinazione dei nuovi emigrati italiani, Idos ha calcolato che nel 2017 e nel 2018 ne siano effettivamente espatriati quasi 300mila l’anno, un numero 2 volte e mezzo superiore a quello delle relative cancellazioni anagrafiche per l’estero (circa 120.000), le quali restituiscono un quadro solo parziale del fenomeno.
Un ritmo di abbandono del paese che, congiunto al blocco degli ingressi per gli stranieri e alla sempre più grave e persistente denatalità, sta inesorabilmente condannando l’Italia a diventare un paese sempre più anziano, meno produttivo, più povero e meno competitivo a livello internazionale.

CI AIUTANO A CASA NOSTRA E SI AIUTANO A CASA LORO

Sebbene inseriti nel mercato occupazionale nelle condizioni di svantaggio, ai lavoratori immigrati è ancora ascrivibile – secondo la Fondazione Leone Moressa – il 9% del Pil nazionale (pari a un valore aggiunto di 139 miliardi di euro annui) e l’entità delle loro rimesse non solo è aumentata sensibilmente, passando dai circa 5 miliardi di euro del 2017 ai ben 6,2 miliardi del 2018, ma ha ancor di più sopravanzato quanto l’Italia destina agli aiuti internazionali allo sviluppo.
Infatti, se già nel 2017 questo importo era inferiore di qualche miliardo al flusso di rimesse inviate dagli stessi immigrati nei propri paesi d’origine, nel 2018 il gap si è allargato ancora di più non solo per il descritto aumento delle rimesse, ma anche per il contestuale decurtamento della quota nazionale riservata, appunto, agli aiuti allo sviluppo, la quale, già più bassa di quella cui l’Italia sarebbe tenuta, nel 2018 è stata tagliata di circa un terzo.
Così, all’inconcludente retorica dell’“aiutiamoli a casa loro” si può rispondere, a ragion veduta, che in realtà ad aiutarsi a casa loro ci pensano già, e molto più, loro stessi. A ciò si aggiunga che, secondo i calcoli effettuati dalla stessa Fondazione Leone Moressa, anche nel 2018 il saldo nazionale tra entrate e uscite complessive (ossia tra quanto gli immigrati assicurano all’erario in pagamento di tasse, contributi previdenziali, pratiche di rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno e di acquisizione della cittadinanza ecc. e quanto lo Stato spende specificatamente per loro in servizi, sussidi e altri costi) è risultato positivo, per lo Stato, di 200.000 euro nell’ipotesi minima e di 3 miliardi di euro nell’ipotesi massima.

A tal riguardo, colpisce che il dibattito politico sia stato incanalato per mesi sui 5 miliardi di euro annualmente spesi dallo Stato (in realtà in parte coperti da fondi dell’Ue) per l’accoglienza e l’integrazione dei migranti “invasori” , quasi a giustificare, davanti all’opinione pubblica, l’opportunità di decurtare tali fondi per spostarli piuttosto sui rimpatri degli irregolari trattenuti nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), e molto poco si dice sui 109 miliardi di euro annualmente persi dallo Stato (una cifra quasi 22 volte superiore alla prima) a causa degli “evasori” fiscali e contributivi, in stragrande maggioranza italiani.

Contribuire a una corretta consapevolezza del panorama migratorio italiano, attraverso una lettura ragionata dei dati e delle dinamiche strutturali del fenomeno, continua a costituire la funzione principale del Dossier Statistico Immigrazione, uno strumento conoscitivo che intende porsi al servizio di una società che, senza paure infondate e chiusure preconcette, resti aperta al futuro e all’incontro con gli altri.

Vedi il testo della sintesi del dossier

 

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Questa voce è stata pubblicata il 24/10/2019 da in Attualità sociale, Giustizia e Pace, ITALIANO con tag , , , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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