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Lectio sul Vangelo di Luca – Cap. 13-15 Fausti (8)

SanLucaLectio divina sul Vangelo di Luca
Silvano Fausti
Capitoli 13-15


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Testo doc Lectio Luca Cap 13-15 Fausti (8)

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81. SE NON VI CONVERTITE, TUTTI COSÌ PERIRETE! (13,1-5)

L’inizio e la fine del c. 13 hanno un tema in comune: la morte. Essa dovrebbe colpire tutti gli uomini che sono peccatori (vv. 1-5), ma ricade su Gesù (vv. 31-35). Anche i vv. 10-17 e 22-30 si richiamano: parlano della salvezza che, pur essendo un dono, è insieme oggetto di fatica per ogni uomo. Al centro ci sono le similitudini del chicco di senape e del lievito (vv. 18-21). Il capitolo ha quindi una struttura a cipolla, il cui cuore sono le parabole del Regno. Queste ci aiutano a leggere la nostra storia alla luce di quella di Gesù. È quindi uno sviluppo del brano precedente, che ci chiama a riconoscere i segni del tempo per convertirci.

Questo passo ci presenta due fatti di cronaca: un’uccisione e un incidente con molte vittime. Nel primo caso è in gioco la libertà e la cattiveria dell’uomo, nel secondo l’ineluttabilità e la violenza del creato. Unico è l’orizzonte: quello appunto della morte, che l’uomo vive sempre come indebita violenza.

Questi due avvenimenti richiamano in modo esemplare ciò che maggiormente scuote la fede del credente: perché Dio permette i soprusi e le violenze, i disastri e i terremoti? La storia con le sue ingiustizie e la natura con la sua insensatezza sembrano dominate piuttosto dal maligno (cf. 4,6!) o dal caso. Nel primo episodio ci si aspetta da Gesù che giudichi tra cattivi e buoni. Nel secondo è implicita l’obiezione di fondo: che fiducia si può avere nel Padre, se gli innocenti soffrono? Gesù li prende come modelli di difficile discernimento, per dare al credente una chiave di lettura per gli avvenimenti storici e naturali (cf. Sal 136). Il male, che c’è sia nell’uomo che nelle cose, è misteriosamente connesso con il peccato; ma non sfugge di mano a quel Dio nella cui mano sono gli abissi della terra (Sal 95,4) e che raccoglie in un otre le acque del mare (Sal 33,7). È vero che tutti abbiamo peccato (Rm 3,23); ma il nostro male è ormai il luogo della salvezza: “là dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20).

Tutti gli avvenimenti sono quindi da leggere, a un livello più profondo, in termini di perdizione e di salvezza: svelano la perdizione dalla quale ci salva la conversione al Signore. Si esclude una lettura manichea e semplificata, che divida i buoni dai cattivi. Si propone invece di vedere come il male è dentro di noi, in modo da convertirci. Bisogna andare alla radice, discernendo qual è il lievito che muove la nostra vita: è quello dell’avversario, che ci domina mediante la paura del bisogno e ci porta all’avere di più, o quello del Regno, che ci libera nella fiducia filiale e ci porta al dono?

Il male, ingrediente costante dell’esistenza, non è “un” problema, bensì “il” problema, inspiegabile razionalmente. Il tentativo di difendersi da esso è il motore della storia umana. Esso costituisce una sfida per la fede: la può far crollare o rafforzare, negare o cambiare di qualità.

Conoscere i “segni del tempo” significa vedere nel male il Signore che viene a salvarci chiamandoci alla conversione. Non si esclude la verità di altre interpretazioni intermedie. Sono però meno importanti, al di là delle apparenze. Ciò che conta è un discernimento alla luce del fine. La soluzione del male non sta in una sua analisi più corretta, ma nel cambiare il lievito: mutare il senso della vita, convertendosi al Signore.

In conclusione, davanti al negativo della storia e della natura, il cattivo discernimento divide i buoni dai cattivi in nome della giustizia, oppure considera il male come inevitabile e fatale. Il buon discernimento apre gli occhi e fa cambiare vita. Si noti inoltre che è un errore comune, oggi più che mai, credere che la sofferenza sia di per sé un male. Parlando di male, pensiamo ai poveri che muoiono di fame, ai bambini che sono vittime della violenza, agli innocenti che vengono sistematicamente uccisi. In realtà il male è un altro: ciò che spinge ad affamare, violentare e uccidere.

82. LASCIALO ANCORA PER QUEST’ANNO! (13,6-9)

I capitoli 12-13 sono una teologia della storia, che ci rivela come Dio vede lo spazio e il tempo dell’uomo: le cose sono un dono del Padre ai fratelli (c. 12), e il tempo è l’occasione per convertirsi (c. 13)

Con la venuta del Messia la storia ha raggiunto il suo fine, e il tempo avrebbe dovuto arrestarsi. Come mai invece va ancora avanti? È il problema che qui si affronta.

La parabola è trasparente. Il Padre e il Figlio si prendono cura dell’uomo e non si attendono altro che egli risponda al loro amore. Questa risposta è la sua realizzazione stessa, come per il fico far fichi. Ma come il fico è sterile, così l’uomo non si decide a fare frutti di conversione (3,8). Per sé, con la venuta di Gesù, il tempo dell’attesa sarebbe finito e il giudizio compiuto. Ma Dio accorda all’uomo “ancora un anno” e prodiga la sua ultima ed estrema cura perché fruttifichi e non debba esser tagliato. Dio non gode della rovina, ma della conversione (Ez 18,23-32; 33,11). Questo è l’unico motivo teologico per cui, anche se la scure già è alla radice (3,9), l’albero non è ancora tagliato.

È una risposta ulteriore all’interrogativo del Battista davanti a Gesù (cf, 7,19ss): come mai, se lui è il Messia, non è cessato il male e il tempo non si è fissato nell’eternità? Gesù risponde svelandoci il misterioso dialogo tra la giustizia – “taglialo” – e la misericordia di Dio: “lascia/perdona ancora per quest’anno”.

È il dramma del Padre e del Figlio nel loro reciproco amore che ingloba il mondo. Il tempo fluisce ancora per dar modo a tutti di incontrare la tenerezza di Dio! Egli infatti “vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). I tre anni del ministero di Gesù sono la venuta di Dio per il giudizio; ma egli, invece di giudicare, offre il perdono. Tutti gli anni successivi sono l’“ancora un anno” che si prolunga, per fare con l’annuncio la medesima offerta alle generazioni successive.

Questo è il senso profondo della storia: è l’“anno” della pazienza e della misericordia di Dio, una dilatazione della salvezza e una dilazione del giudizio, ancora sempre per un anno, da allora fino a ora e fino alla fine. Per questo bisogna annunciare il vangelo, per aprire a tutti l’amore del Padre in Gesù. Colui che ha detto che tornerà, “non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono: ma usa pazienza verso di noi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9). Finché dura quest’oggi (Eb 3,13), urge convertirsi per non fare come quegli “empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio” (Gd 4). Non ci si deve prendere gioco della ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ci spinge alla conversione (Rm 2,4)

Questa parabola sostituisce il racconto del fico seccato perché sterile (Mc 11, 12-14.20-25). Ha il medesimo significato di fondo. Solo che il fico non è tagliato! Si sottolinea quindi l’aspetto della storia come rinvio del giudizio e prolungarsi della fatica di Dio per chiamare tutti alla conversione.

Dio non taglia il fico, cioè l’uomo! Lo rispetta perché lo ama. Gli prodiga intorno tutta la sua opera, perché possa rispondere al suo amore.

Il tempo continua, perché eterna è la sua misericordia! Così canta il ritornello del Salmo 136, che dice il vero perché di tutte le cose e di tutti gli avvenimenti.

83. DONNA, SEI STATA SLEGATA DALLA TUA INFERMITÀ (13,10-17)

Questo miracolo ci fa vedere cosa avviene in quest’anno che la pazienza di Dio ancora ci accorda per convertirci: l’annuncio della sua salvezza già donata in Gesù, perché ci volgiamo ad essa e l’accogliamo. Il sabato, giorno del riposo di Dio, è ormai all’opera in questo mondo. Il Padre, offrendo suo Figlio, è tutto incurvato sull’uomo, e ogni uomo incurvato si può raddrizzare e rifletterne la gloria del Figlio. Tutta la storia è già “oggettivamente” salvata. L’annuncio porta a riconoscere e accogliere liberamente tale salvezza.

Cinque volte si parla di “sabato” e due di “bisogna”: al centro la salvezza da Satana a una figlia di Abramo. Conoscere i segni del tempo presente è riconoscere che con Gesù è giunto tra gli uomini il “sabato” e si compie il “bisogno” di Dio, che è quello di salvare l’uomo.

Anche se con la piccolezza del seme e il nascondimento del lievito (vv. 18-21), il Regno lavora e trasforma il mondo. Il sabato, inaugurato nella sinagoga di Nazareth, si compie nell’oggi in cui l’uomo recupera la stazione eretta davanti a Dio.

Capire la storia significa leggere in essa la salvezza da lui operata in Gesù. Chi la vede così, guarisce, gioisce e glorifica come la donna e la folla. Chi la vede con altri occhi, resta ripiegato su di sé, si adira e si vergogna, come l’arcisinagogo e i suoi oppositori.

Il racconto presenta forti analogie con 6,6-11 e 14,1-6. Questa donna, a differenza dell’emorroissa, non cerca di toccare Gesù. È invece cercata e toccata da lui. Si sottolinea così l’iniziativa paziente di chi è venuto a cercare i figli di Abramo perduti (19,9s).

S. Gregorio (Hom. 31) paragona questa donna al fico sterile: è figura dell’uomo che, non volendo produrre il frutto dell’obbedienza, perse il suo stato di rettitudine. I diciott’anni di malattia significano il male dell’uomo, creato al sesto giorno, nei tre momenti della storia: prima, durante e dopo la Legge, fino a quando sente la parola del Signore che lo dichiara libero: sei per tre fa diciotto!

L’uomo, chiuso e rattrappito in sé, sta finalmente diritto innanzi a colui di cui è immagine e somiglianza: è libero, perché brilla su di lui la salvezza del suo volto, il suo Dio (Sal 42,12).

Il centro del brano: “Sei stata slegata dalla tua infermità”, è la costatazione di quanto Gesù ha già fatto nella nostra storia. Il miracolo, considerato già avvenuto nel passato, è semplicemente dichiarato. L’annuncio ne fa prendere coscienza e permette all’uomo ancora curvato di raddrizzarsi. Purché accolga l’annuncio con fede!

84. A CHI È SIMILE IL REGNO DI DIO? (13,18-21)

Il brano precedente dice che il Regno c’è già ed è all’opera nel mondo. Ora si dice come. Ha un’apparenza trascurabile e insignificante, quasi invisibile, e ci vuole discernimento per riconoscerlo. Agisce nella nostra storia secondo lo stile che fu proprio di Gesù, sotto il segno della povertà, nell’irrilevanza religiosa e politica. Queste parabole illustrano e giustificano, allora come adesso, il suo tipo di messianismo.

Il regno del Padre, aperto agli infanti, agli occhi dei potenti è una realtà piccola e fallimentare: un seme che marcisce! Ma proprio così rivela la sua forza vitale, spontanea e specifica, di diventare pianta. Il regno del Padre, donato ai peccatori, agli occhi dei religiosi è una realtà immonda e disprezzabile: un po’ di farina andata a male! Ma proprio così rivela la sua forza di lievito, capace di trasformare in pane di vita tutta la pasta del mondo.

Per accorgersi della sua presenza e della sua azione, bisogna volgere lo sguardo verso ciò che non conta: Dio realizza il suo disegno con ciò che è piccolo, disprezzato e nulla (1Cor 2,4ss). Lascia libero l’uomo di far la storia; si riserva però di interpretarla. E quel che conta è la sua interpretazione, che ci viene svelata nel mistero del Figlio dell’uomo. Anch’egli fu preso e gettato via. Ma così divenne l’albero della vita offerta a tutti gli uomini. Anch’egli fu preso e nascosto in fretta, come immondo, per celebrare la festa (Gv 19,31s!). Ma così divenne fermento di novità che lievitò la terra aprendone i sepolcri.

Il lievito del Regno ha caratteristiche opposte a quello dei farisei: invece della paura della morte (12,1ss), l’amore del Padre (12,32ss); invece dell’accumulo, il dono (12,13ss; 22ss); invece del ladro che ruba la vita (12,39), lo sposo che bussa (12,35).

Il tempo presente è il momento di grazia in cui siamo chiamati a convertirci (vv. 1-5). Questo è il senso della storia, dilatazione nel tempo dell’eterna misericordia di Dio (vv. 6-9). Con Gesù è giunto il sabato e siamo liberati dal male. Chi si volge a lui, e accetta la sua parola di salvezza, da curvo che era può finalmente alzarsi (vv. 10-17). La conversione consiste nel volgersi a lui che è ancora presente nella nostra storia allo stesso modo di allora. L’annuncio ce lo fa riconoscere nel suo mistero di piccolezza-grandezza, umiltà-esaltazione, morte-risurrezione. La salvezza, finché dura il tempo della pazienza di Dio, avrà sempre i lineamenti del volto del Figlio dell’uomo crocifisso, il più piccolo tra tutti (9,48). Per questo non sembra neanche salvezza. Ma in realtà è come un tappeto persiano finissimo, del quale noi guardiamo solo i nodi dei rovescio. Per vederne il diritto dobbiamo cambiare posizione e vederlo dall’alto.

Queste parabole sono criteri di discernimento per vedere il disegno dall’alto, come lo vede Dio: ciò che capitò a Gesù nella sua storia, capita al suo regno nella nostra storia. Sono quindi parabole cristologiche, che tracciano la storia di Gesù, il seme che produce vita attraverso la morte, il lievito che agisce solo nel nascondimento! Diventano parabole della chiesa, chiamata a seguirlo. Riguardano in ultima analisi anche il rapporto chiesa-mondo, e ci presentano il Regno già di fatto all’opera in tutti. Questo è indicato anche dai verbi, che sono tutti al passato. La verità di queste parabole di Gesù è riscontrabile negli Atti degli apostoli: una sola donna che accoglie Paolo è il piccolo seme, gettato lungo il fiume a Filippi, che crebbe nella chiesa d’Europa (At 16,11-15).

85. CI SONO ULTIMI CHE SARANNO PRIMI
E CI SONO PRIMI CHE SARANNO ULTIMI (13,22-30)

Il c. 11 ci ha rivelato la nostra figliolanza di Dio, già sicura in cielo, presso il Padre. Ma noi siamo qui in terra, nella densità dello spazio e nel fluire del tempo. Il c. 12 ci ha insegnato a viverla in rapporto alle cose: sono un dono del Padre ai figli e dei fratelli tra di loro.

Ora il c. 13 ci insegna a viverla nel tempo: come il dono è il senso di tutto ciò che occupa lo spazio, così la conversione è il senso di ogni frazione di tempo. Il presente, unico tempo che ancora c’è e già non è scomparso, è l’occasione per convertirci. Ciò non significa diventare “più bravi”, ma volgerci dalla nostra miseria alla sua misericordia, dal male che facciamo al bene che lui ci vuole, dall’autogiustificazione all’accettazione della sua grazia, come fonte nuova di vita. Così viviamo in continua gioia e rendimento di grazie: siamo entrati nel sabato! Questo è già all’opera nel mondo e si celebra nell’“eucaristia”, il banchetto di gioia dei salvati. Il problema è come entrare nella sala dove si mangia il pane del Regno.

Questo brano parla della lotta per entrarci. Richiama per vari termini il bussare della notte per ottenere il pane (11,5-8) e la richiesta insistente per ricevere lo Spirito (11,9-13; cf. anche 18,1ss).

La porta è Gesù: attraverso di lui tutti gli uomini sono salvati, perché il suo cammino verso Gerusalemme va incontro a ogni fuggiasco. Ognuno può entrare, anche il disperato, l’immondo e l’incurabile. Unico biglietto d’ingresso è il bisogno. Resta fuori solo chi “sta bene”. La falsa sicurezza e la presunta giustizia sono l’unico impedimento. Per entrarvi basta riconoscersi peccatori davanti al perdono di Dio (18,9ss): nessuno si salva per propri meriti, ma tutti siamo salvati. Il tempo presente è l’anno di grazia che ci è concesso per convertirci dalla nostra (in)giustizia alla sua grazia. La porta è dichiarata stretta perché l’io e le sue presunzioni non vi passano. Devono morire fuori.

Inizia qui la seconda parte del viaggio di Gesù, tutta centrata sulla sua misericordia. Noi siamo invitati a identificarci con le varie persone che lui incontra e salva. La porta, stretta come la cruna di un ago per chi presume dei suoi beni (18,25), sarà aperta per chi riconosce la propria cecità (18,35).

86. UNA CHIOCCIA! (13,31-35)

Il brano contiene un preannuncio della morte di Gesù (vv. 31-33) e un suo lamento su Gerusalemme (vv. 34-35).

Il capitolo, aperto con la prospettiva della morte violenta, comune a tutti a causa del peccato, si chiude con la previsione dell’assassinio di Gesù, unico giusto, vittima della nostra violenza. Ma la sua morte, ingiusta e insensata, darà senso a tutte le nostre morti giuste e senza senso. Nella sua, la nostra morte, comunque inevitabile, cambia segno.

Gerusalemme in Luca è il luogo del compimento. Lì si consuma la perdizione e lì è data la salvezza. Gesù vi si incammina, sapendo di essere rifiutato. Ma il rifiuto, invece di bloccare il suo viaggio, lo porta al suo fine. È il ritorno al Padre.

La miseria dell’uomo, rappresentata dalla volpe, e la misericordia di Dio, raffigurata dalla gallina, si uniscono e formano un’unica realtà che ha ormai due facce. Bisogna saper vedere l’una nell’altra, e capire che la perdizione è volersi salvare e la salvezza è riconoscersi perduti. Il discernimento è qui.

Il lievito dei farisei, alleato con quello di Erode, si scontra ora con Gesù. Verrà preso, gettato e nascosto; ma, siccome è lievito di Dio, proprio così risorgerà in pane di vita.

La storia è una, ma in due atti. Gli uomini recitano la prima parte, come vogliono. Comunque, a causa del peccato originale, il canovaccio è poco originale e sempre identico: la paura della morte, l’egoismo, il tentativo di salvarsi e il conseguente perdersi. Si ammettono solo variazioni sul tema. Dio si riserva la seconda parte, che recita come lui vuole, utilizzando liberamente ciò che l’uomo gli offre. Essa è molto originale, e contempla la novità della risurrezione: si serve addirittura della morte per donare all’uomo una vita superiore e più feconda. Tutta la cattiveria umana non fa altro che gettare il seme e disperdere il lievito del Regno, che proprio così germina e fermenta. Il Signore sposa realmente la nostra storia con il suo male, e ci dà in essa il suo bene. L’unico Signore della storia sa assumere tutti gli sgorbi che l’uomo fa in un disegno sempre più fantastico di salvezza. Non manca d’inventiva! È quanto scoprono i discepoli durante la prima persecuzione, quando costatano che i nemici non fanno altro che riunirsi per compiere ciò che la mano e la volontà di Dio aveva predestinato che avvenisse (At 4,27s). Questa comprensione costituisce una vera seconda pentecoste per i discepoli. Nella prima avevano colto che il Crocifisso è risorto. Qui capiscono il reciproco, ben più difficile: il risorto è proprio il Crocifisso, alla cui storia sono associati. È come vedere all’improvviso con gli occhi di Dio. Egli infatti non si fa una storia sua, parallela alla nostra, più bella e più giusta. Prende la nostra com’è. La volpe può dire alla gallina: “Ti uccido e sei finita!”. Ma Gesù ha il potere di rispondere a Erode: “Muoio e sono compiuto!”.

Il capitolo, iniziato con l’uccisione dei galilei e il crollo della torre sui diciotto a Gerusalemme, termina con la profezia del galileo ucciso a Gerusalemme dal lievito dei farisei e di Erode, schiacciato dal cumulo del nostro male. Il finale è una lamentazione seguita da un augurio, perché la morte si muti in vita e il lutto in danza (Sal 30,12).

87. C’ERA UN UOMO IDROPICO (14,1-6)

Il c. 14 è tutto una tensione tra l’impossibilità e la necessità della salvezza, che si scioglie nel c. 15: la porta è stretta (13,24), ma il Signore vuole che la sua casa sia piena (14,23).

È l’ultimo sabato dell’attività di Gesù che Luca menziona. I suoi nemici sono ridotti al silenzio, in attesa del sabato in cui lui stesso tacerà nella morte (23,56).

Questo pasto incornicia una sezione tutta centrata sul cibo (vv. 1-24): si parlerà di convito nuziale (vv. 7-11), della sua gratuità (vv. 12-14) e dell’invito accolto dai poveri (vv. 15-24). È il banchetto annunciato in Isaia 55, che il Padre imbandisce per la gioia del Figlio perduto e ritrovato (c. 15). È il banchetto di misericordia, aperto a tutti coloro che si riconoscono peccatori.

Se mangiare significa vivere, mangiare di sabato significa partecipare alla vita di Dio. È quanto Gesù è venuto a portarci, il regno del Padre di cui vivono i figli. Il chicco, preso e gettato, è cresciuto in albero che accoglie tutti, anche i giusti! Il lievito, preso e nascosto, è diventato pane offerto a tutti, anche ai giusti!

Ma la porta, che introduce nel banchetto sabbatico, è stretta (cf. 13,24). Eppure la sala deve essere piena. L’idropico, troppo grosso per entrarvi, è figura del fariseo, che trasforma in gonfiore di morte tutte le cose buone che prende (cf. 18,11ss!). Deve essere guarito! La scena è analoga a 6,6-11 e 13,10-17.

L’aporia, con cui si chiudeva il c. 13, ha un’unica via di uscita: la gratuità del Regno. Se nessuno può guadagnarlo, allora viene donato a tutti! Ma non solo ci è offerto: siamo guariti per accoglierlo. Gesù, sempre di sabato, ha aperto la mano chiusa perché riceva il suo dono (6,6ss), ha raddrizzato la donna curva perché dialoghi con lui, lo Sposo (13,10ss): ora sgonfia ogni fariseo confesso, perché riesca a passare attraverso la porta del banchetto.

Questo racconto ci fa vedere il volto del Signore della vita: egli, per la ricchezza della sua misericordia, dona a tutti quella salvezza a tutti impossibile. Il presente capitolo, coi due successivi, è tutto una lezione sull’umiltà. Questa è la vittoria sul lievito dei farisei e ci fa condurre una vita filiale e fraterna, che coinvolge concretamente il nostro rapporto con noi, con le cose, con gli avvenimenti e con gli altri. Tutto è dono e perdono, da ricevere e donare in riconoscenza e amore.

88. CHIUNQUE SI INNALZA SARA UMILIATO
E CHI SI UMILIA SARA INNALZATO (14,7-11)

Il lievito dei farisei porta all’“avere di più” (cf. 12,15); riempie l’uomo di possesso e di rapina (11,39) e lo riduce a un idropico, che trasforma in acqua morta tutto ciò che mangia, e cresce tanto da non passare per la porta stretta. È la situazione di ogni uomo: nessuno può salvarsi (cf. 18,26s), e tutti veniamo salvati. Tutti, tranne l’orgoglioso che rifiuta la mano tesa, perché pretende di farcela da solo.

Qui Gesù illustra lo spirito nuovo di chi è guarito dall’idropisia: è l’umiltà, il contrario di quel protagonismo di cui fanno mostra i tanti piccoli idropici che vede scegliere i primi posti al banchetto della vita! Al lievito dei farisei, Gesù contrappone il lievito del Regno. Non si tratta di norme di galateo o di tatticismi: è invece la rivelazione del giudizio di Dio, che valuta in modo opposto al nostro. È quanto Gesù ci ha manifestato e ciascuno di noi è chiamato a vivere. Egli ha scelto l’ultimo posto, si è fatto servo di tutti e si è umiliato. Suoi amici sono quanti fanno altrettanto! In questa parabola siamo esortati a occupare l’ultimo posto, perché è quello del Figlio. È il motivo per cui Dio ama gli ultimi e anche noi dobbiamo amarli (vv. 12-14). Solo questi partecipano al banchetto del Regno (vv. 15-24), che la misericordia del Padre imbandisce per il Figlio perduto e ritrovato.

Questa parabola ribadisce la lezione del Magnificat. Ci guarisce dall’enfiagione dell’io per vivere di Dio; ci snebbia dei deliri di potenza e ci ripulisce gli occhi. Così vediamo come Dio agisce nella storia. Solo l’umile dà gloria a Dio e riceve da lui gloria. Il superbo invece dà gloria all’io e resiste a Dio. L’umiltà è la verità dell’uomo, humus che Dio ha illuminato della sua gloria, ma è anche la verità di Dio che, essendo amore, non può essere superbo. Più che una virtù, è lo specifico del Dio che ci si è rivelato in Gesù: egli, invece di gonfiarsi e innalzarsi, addirittura si “svuotò” e si “tapinizzò”, sottomettendosi a tutti fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo ha ottenuto un nome che è al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,5-11).

L’umile conosce Dio per connaturalità. Secondo s. Ignazio di Loyola (Eserc. 146) il fine di ogni apostolato è portare gli uomini all’umiltà. Questa, con la povertà e l’umiliazione, è il distintivo di Cristo: sono i colori della sua bandiera. Quella del nemico invece ha i colori opposti: ricchezza, vanagloria e superbia.

89. CHIAMA POVERI, STORPI, ZOPPI E CIECHI, E SARAI BEATO (14,12-14)

Il discorso precedente era rivolto agli invitati, questo a chi invita al banchetto. A quelli Gesù dice di scegliere l’ultimo posto, a questi di scegliere gli ultimi. L’ultimo è il posto da scegliere e da cui scegliere. Il motivo verrà detto dopo: Dio fa lo stesso (vv. 15-24). Il nostro rapporto con i fratelli deve rispecchiare quello di Gesù, che ci chiama a comportarci con gli altri come lui si è comportato con noi. Si riprende così il tema dominante di Luca: la grazia e la misericordia (6,32-38), che ci trasformano nel volto del Figlio, uguale al Padre.

Questa istruzione sulla gratuità del banchetto tocca il centro della vita cristiana, che trova nel dono dell’eucaristia il suo alimento. Chi la osserva è veramente beato (v. 14): gli è già “ampiamente aperto l’ingresso nel Regno” (2Pt 1,11), è passato per la porta stretta (13,22ss) e appartiene al mondo dei risorti, insieme al Figlio.

La chiamata degli esclusi è insieme la salvezza messianica, e l’anticipo della realtà definitiva: è la nostra deiformità, il nostro vero essere come Dio in questo mondo.

La scelta, l’impegno e il servizio cristiano per i poveri non sono strumento di dominio a buon mercato, che crea una schiavitù più sottile. Non è neanche sgravarsi la coscienza da giusti sensi di colpa. Scaturisce invece dalla conoscenza di Dio, che ha scelto i poveri e si è identificato con loro. Da qui nasce un diverso modo di valutare e di agire.

Il povero è il “luogo teologico” per eccellenza. In lui incontro il mio Salvatore che si è fatto ultimo di tutti. La sua presenza mi rivela sempre inadempiente e mi richiama al rispetto e alla stima verso di lui. Lui è il valore che ispira i miei pensieri, non il disvalore cui cerco di rimediare con le mie azioni. È la presenza del Crocifisso. Per questo s. Francesco baciò il lebbroso. È un vero gesto di ad-orazione (= portare alla bocca, baciare, come segno di venerazione e affetto). Più che ciò che faccio per lui – spesso solo umiliarlo con un po’ di soldi – è importante ciò che lui fa per me: mi giudica e mi salva (cf. Mt 25,31-46).

90. SIA RIEMPITA LA MIA CASA! (14,15-24)

Si chiude la sezione del pasto (vv. 1-24): Gesù, invitato a mangiare dal fariseo, cerca di guarirlo dall’idropisia, perché accetti il suo invito al banchetto del Regno. L’insegnamento è rivolto al fariseo che si annida nel discepolo, perché il suo “mangiare pane” di sabato (v. 1) diventi un “mangiare pane nel regno di Dio” (v. 15). Tutto questo capitolo ha come sfondo ciò che Gesù ha fatto nell’ultima cena (cf. 22,24-27): lui ha scelto l’ultimo posto (vv. 7-11) e noi, scegliendo gli ultimi, scegliamo lui (vv. 12-14).

Ora si dice perché Dio sceglie gli ultimi: mentre i primi rifiutano, essi sono quelli che accettano l’invito. La porta del banchetto, stretta e chiusa per il satollo, è larga e aperta per il disgraziato che ha fame.

Qui si espongono le cause del rifiuto: il possesso, il commercio e il piacere (vv. 1-20).

Ma il banchetto è imbandito e deve essere goduto. Se il primo chiamato, l’Israele giusto della Legge, non viene, accetteranno gli ultimi e gli impediti (v. 21), ai quali Gesù rivolge le sue cure. Siccome c’è ancora posto (v. 22), l’invito sarà esteso ai pagani (v. 23). Nelle tre chiamate sono da vedere i tre momenti della storia della salvezza. Primo è il tempo della Legge che non salva nessuno, ma porta al Signore (Gal 3,24) mostrando il peccato. Secondo è il tempo di Gesù, molto breve (“veloce”, v. 21), che conduce alla salvezza gli impediti. Terzo è il tempo della chiesa, in cui gli esclusi, cioè i pagani, sono forzati a entrare. Così si rivela il mistero di Dio, Padre di tutti, che tutti vuole salvi.

È da notare come gli impediti non sono soltanto chiamati, ma addirittura “condotti” (v. 21); quelli poi che non hanno assolutamente diritto, sono “forzati a entrare” (v. 23). C’è come un crescendo nell’azione amorosa di Dio, che risponde al rifiuto con un’insistenza maggiore nell’offerta.

Il banchetto del Regno è la salvezza (cf. 13,22-30). Alla domanda se “pochi sono salvati” (13,23), Gesù risponde che tutti sono chiamati, e in tre tempi diversi. Nella casa del Padre c’è sempre posto, fino a quando tutti i suoi figli non sono a mensa. Egli non esclude nessuno: si esclude solo chi rifiuta. Per questo, rispetto ai primi che hanno rifiutato, saranno altri quelli che accettano. I primi entreranno nel banchetto quando si sentiranno impediti ed esclusi dal loro rifiuto, nella stessa condizione degli ultimi. La porta della salvezza è stretta, e vi passa solo chi ha lo spirito di umiltà (vv. 7-11) e di gratuità (vv. 12-14): è la medicina che sgonfia dall’idropisia il fariseo e concede il titolo a mangiare il pane del Regno.

Questo pane è una chiara allusione all’eucaristia, che la comunità dei poveri di Gerusalemme celebra con gioia e semplicità di cuore (At 2,46). È la beatitudine degli invitati alle nozze dell’Agnello (Ap 19,9). Essi, confessando: “Signore, non sono degno”, scoprono che il Padre si volge ai figli non secondo il loro merito, ma secondo il loro bisogno (cf. 5,27ss; 7,36ss; 15,11ss; 19,1ss; 23,41ss). Questa parabola ci lascia intravedere il dramma del Padre, origine della missione del Figlio e della chiesa: tre volte rifiutato, tre volte allarga l’invito. Fino a quando manca un figlio, la sua casa è vuota, perché manca il Primo che si è fatto ultimo di tutti. E vuole che la sua casa sia piena.

91. NON PUÒ ESSERE MIO DISCEPOLO (14,25-35)

Nel brano precedente si dice che gli invitati al banchetto sono i poveri e gli esclusi. A loro spetta il Regno, perché sono come Gesù. Ora si dice al discepolo di vedere bene se si trova tra quelli, perché, per stare con lui, è necessario scegliere il suo stesso posto. Per questo a chi non lascia tutto, ripete per ben tre volte il ritornello: “non può essere mio discepolo”.

Il Regno è offerto gratis. Ci sono però delle condizioni per accoglierlo. Alla fine della parabola del banchetto, Mt 22,11ss richiede l’abito nuziale, la vita nuova nel Signore. Luca tocca qui lo stesso problema, esponendo le esigenze del discepolato.

La porta è stretta (13,24). Tutti siamo troppo gonfi per entrarci! Davanti alle richieste di Gesù nessuno è in grado di farcela. Luca vuol renderci coscienti della nostra incapacità, in modo che, disperando di noi, speriamo in lui. Queste parole sono una puntura che ci trafigge: sgonfiandoci di ogni presunzione, ci rende umili, poveri e mendicanti, perché gridiamo verso di lui, come il cieco di Gerico (18,35-43). La nostra unica possibilità di essere discepoli è la confessata impossibilità “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10): forte della forza di colui che mi conforta e mi rende tutto possibile (Fil 4,13).

Questo brano è una ripresa delle richieste che Gesù ha già fatto al discepolo in 9,23-26 e 9,57-62. Dopo la lunga sezione sul discernimento tra il lievito dei farisei e quello del Regno (cc. 12-13) e le tre istruzioni sull’umiltà (vv. 7-24), ora sappiamo di dover essere guariti come l’idropico (vv. 1-6). Nessuna pretesa o volontà di carne è in grado di farci discepoli. È solo un dono di grazia, che Dio concede all’umile e al povero. Però, se tutto è azione di Dio, tutto è anche libertà dell’uomo, che può accoglierla o meno. Il sazio e ricco è rimandato a mani vuote (1,53); ma la bocca aperta e vuota viene riempita (Sal 81,11; cf. Sal 104,27).

La povertà, che Gesù richiede, non è stoica; è motivata dall’amore per lui. Tocca tutti i livelli ed è l’unica virtù che, quanto più è materiale, tanto più è spirituale. Ma solo se è dettata dall’amore e non indurisce verso gli altri.

La povertà comporta umiliazione e porta all’umiltà. Pur essendo in sé maledizione e privazione, diventa scelta cordiale e necessaria per il discepolo che vuol stare col suo Signore.

Le esigenze del discepolato sono: odio verso ciò che è caro (v. 26) e amore verso ciò che è odioso al mondo, per andare dietro a Gesù (v. 27); prudente valutazione di chi non vuol restare a metà dell’impresa (vv. 28-30) o venire sconfitto (vv. 31-32) e saggia follia di uno che trova la sua forza nel perdere tutto (v. 33). Diversamente si è come sale sciocco: inservibile, irrecuperabile e da buttare (vv. 34-35).

Siamo al cuore della catechesi lucana, che si snoda nel viaggio dalla Samaria a Gerusalemme. Se le cose stanno così, chi salirà il monte di Dio (Sal 24,3)? Chi raggiungerà un’intimità tale con il suo Signore che per lui diventi padre, madre, moglie fratello, sorella e ogni bene? Chi decide evangelicamente di abbandonare tutto per scegliere il Regno? La forza di tale decisione è l’amore di chi è stato conquistato da lui, e giunge a un’unione appagante con lui, in cui si trova ogni delizia. Egli diviene l’unico, il solo; il resto non ha più sapore.

La vita cosiddetta “religiosa” propone a tutti il nocciolo della fede cristiana. Chi riconosce nel suo Signore il suo tutto, si fa profezia per tutta la chiesa, ricordandole l’essenziale. Se essa trascura la povertà, l’umiltà e la castità (ci sono tanti adulteri!), anche come mezzi apostolici, diventa sale insipido. Perde la luce di cui è testimone, abbandona il suo Signore povero, umile e libero. Oggi la chiesa è particolarmente tentata di usare, “a fin di bene”, strumenti di potere, entrando in concorrenza con il mondo. Cerca una rilevanza fasulla, senza sapere che la sua identità col Crocifisso è l’unica sua forza. I vecchi ordini religiosi sono nati, sempre, per testimoniare nella chiesa e al mondo la croce del Signore, proprio nei momenti in cui era più pericolosamente dimenticata. Anche se è naturale degenerare verso la ricchezza, il potere e l’onore, anche se è “ovvio” cadere in ciò che Gesù ha scartato come tentazione (4,1-12!), tuttavia questo ritarda la venuta del Regno più di ogni altro male. Che dire se nascessero organizzazioni religiose che si prefiggono di raggiungere privilegi e potere come strumenti di apostolato? Ben diversi sono i discorsi di Gesù al proposito (9,1ss; 10,1ss)! Il discernimento evangelico non è un genere che abbondi sul mercato; oggi certo non più di una volta!

A un fratello che desiderava fare il monaco, ma che aveva trattenuto qualcosa per sé, Abba Antonio disse: “Se vuoi diventare monaco, va’ al villaggio, compra della carne, legatela attorno al corpo nudo e poi vieni qui”. Così fece. Ma i cani e gli avvoltoi gli si precipitarono addosso. Tornò da Antonio tutto dilaniato. Questi lo guardò e gli disse: “Chi rinuncia al mondo, e tuttavia vuol conservare ricchezze, così viene dilaniato dai demoni che gli fanno guerra”.

Si dice che la povertà è “muro e difesa” della vita religiosa. Quando si sfalda o crolla, cade nelle mani del nemico e perde la sua essenza: non testimonia più la fiducia nel Padre. Per questo va amata come “madre”; ci genera suoi figli, perché ci fa riconoscere lui come unica fonte della nostra vita. Se il miraggio del mondo è diventare ricco, quello del discepolo è diventare povero. Il Regno è dei poveri, perché il Re stesso si è rivelato povero.

92. CON-GIOITE CON ME, TROVAI LA PECORA MIA, LA PERDUTA (15,1-7)

Il c. 15 è un’unica parabola in tre scene. Rivela il centro del vangelo: Dio come Padre di tenerezza e di misericordia, ben diverso da quello da cui Adamo era fuggito per paura. Egli trasale di gioia quando vede tornare a casa il figlio più lontano, e invita tutti a gioire con lui: “Bisogna far festa!”. Il banchetto del c. 14 è questa festa del Padre che vede ormai occupato l’ultimo posto a mensa. La sua casa è piena, il suo cuore trabocca: nel ritorno dell’ultimo, ogni figlio perduto è ormai con lui.

Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio” (14,15). Gesù fin dall’inizio ne mangia con i peccatori (5,27-32). Ora invita anche i giusti. Attaccato da loro con cattiveria, li contrattacca con la sua bontà. Vuole portarli a conversione. Ma l’impresa è ben più difficile che con i peccatori. Questi, a causa della loro miseria, sentono la necessità della sua misericordia. Quelli invece, arroccati nella “propria” giustizia, sono autosufficienti. Così, mentre condannano i fratelli ingiusti, ignorano e rifiutano il Padre, che ama gratuitamente e necessariamente tutti i suoi figli. Il suo amore non è proporzionale ai meriti, ma alla miseria. Per questo solo i primi invitati, che credono di aver diritto alla salvezza, se ne escludono (14,17ss). I peccatori invece, nella loro incapacità a salvarsi, accolgono il dono.

La chiesa di Luca deve ricordarsi sempre che non è un’accolta di giusti, ma una comunità di peccatori aperti al perdono (cf. 6,27-38). Paolo sintetizza la catechesi battesimale con le parole: “Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, graziandovi a vicenda come Dio ha graziato voi in Cristo” (Ef 4,32). L’eucaristia, cibo e vita nuova per il cristiano, è il pane del perdono: mangiato da ogni peccatore, è rifiutato solo da chi è soddisfatto di sé. La misericordia di Dio lo rimanda a mani vuote (1,53), perché possa essere tra gli affamati che vengono saziati (6,21). È l’astuzia che Dio usa coi furbi (Gb 5,13), in modo da aprire la bocca a tutti i suoi figli e riempirla del suo dono (Sal 81,11).

Il c. 15 è rivolto al giusto, perché non resti vuoto il suo posto alla mensa del Padre: deve partecipare alla festa che egli fa per il suo figlio perduto e ritrovato. L’innamorato della volontà di Dio, che nel Sal 119 canta la sua obbedienza alla Parola, riconosce, dopo ben 175 versetti: “come pecora smarrita vado errando: cerca il tuo servo, perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti” (Sal 119,176). Chi non dimentica i comandamenti, che si riassumono tutti nella misericordia (6,36), non può non vedere di essersi perso nei meandri della propria giustizia. È finalmente un idropico sgonfiato, un fariseo guarito dalla presunzione. Sa che la salvezza è essere cercati, trovati e incontrati da colui che egli cerca di trovare senza mai incontrarlo (cf. Ct 3,1; 5,6). In realtà, fin dal principio, ogni uomo si è nascosto da Dio e smarrito. L’unico giusto è il Cristo, il Pastore che si è fatto agnello perduto e immolato per noi.

Questa parabola parla della conversione; ma non del peccatore alla giustizia, bensì del giusto alla misericordia. La grazia che Dio ha usato verso di noi, suoi nemici, deve rispecchiarsi nel nostro atteggiamento verso i nemici (6,27-36), e verso i fratelli peccatori (6,36-38). Il Padre non esclude dal suo cuore nessun figlio. Si esclude da lui solo chi esclude un fratello. Ma Gesù, il Figlio che conosce il Padre, si preoccupa di recuperare anche colui che, escludendo il fratello, si esclude dal Padre.

Gesù con questa parabola giustifica il suo atteggiamento verso i peccatori: dimostra loro la stessa benevolenza del Padre (6,35). Contemporaneamente invita i giusti a entrare nella sala del banchetto. Sono gli unici rimasti fuori.

Le tre scene della parabola presentano una certa simmetria con le tre chiamate al banchetto (14,15ss). Quella della pecora smarrita corrisponde alla seconda chiamata, rivolta alle pecore perdute d’Israele; quella della dracma, corrisponde alla terza chiamata, rivolta ai pagani. Resta vuoto ancora solo il posto di chi fu chiamato per primo, l’Israele della Legge. È il fratello maggiore, figura di ogni credente al quale è indirizzata tutta la parabola, in particolare l’ultima scena, perché partecipi al banchetto di salvezza, alla festa e alla danza per il Figlio perduto e ritrovato, morto e risorto.

La fine del c. 14 dichiarava la condizione per la salvezza: non avere nulla (14,33). Ora si riduce a povertà anche chi è ricco della propria giustizia, in modo che possa accogliere il dono di Dio. L’intento della parabola è analogo al racconto del fariseo e del pubblicano (18,9-14). Il credente è interpellato allo stesso modo con cui il libro di Giona interpella Israele. Luca e Giona hanno lo stesso messaggio. Ricordano al giusto che, anche se lui non lo sa e non lo vuole, Dio è Padre, e quindi usa misericordia per tutti i suoi figli. Si riconosca quindi peccatore graziato, e usi grazia al peccatore. Solo così conosce Dio.

93. CON-GIOITE CON ME, TROVAI LA MIA DRACMA, CHE PERSI (15,8-10)

Questa parabola spesso è sorvolata dai commentatori. Ci si accontenta di dire che è la seconda delle prime due simili tra loro, preludio alla terza. La si appiattisce quindi sulla prima con fretta di passare alla terza. In realtà si tratta di una “ripetizione”, sorvolata solo da chi ignora l’importanza che essa ha nella tradizione della preghiera. Per sé è un invito a sostare con più attenzione, non a passare oltre con fretta. La ripetitività fa parte della struttura dell’uomo, che vive nel tempo. Cessa solo al sopraggiungere della morte. Considerarla inutile sarebbe come dire: “Ho già mangiato; posso quindi farne a meno per sempre!”. Essa è necessaria non solo per vivere, ma anche per vivere sensatamente! Il senso è ciò che muove ogni ripetizione e in essa permane, lasciandosi così scoprire. Ciò che sazia l’uomo non è il sapere sempre cose nuove, ma il sentire e gustare interiormente quelle essenziali. La contemplazione è frutto di una continua ripetizione. Essa porta all’unità del cuore umano la molteplicità delle sue esperienze, e, per successive semplificazioni, giunge alla cosa. Da qui l’importanza insostituibile che le attribuiscono i maestri dello spirito. In essa scema la curiosità dell’intelletto che cerca novità, e il cuore trova la verità che cerca. Nella ripetizione l’uomo scopre il valore della realtà: ciò che è brutto lo diviene sempre di più, fino ad essere repellente; ciò che è bello lo diviene sempre più, fino ad assorbirci estaticamente in sé. È il migliore strumento per discernere e per affinare il gusto interiore. Se c’è una ripetizione nel Vangelo, guardiamoci bene dal sorvolarla come “doppione”: bisogna fermarsi il doppio, se si vuole procedere correttamente.

Il c. 15 illustra, attraverso l’atteggiamento di Gesù, il cuore del Padre che ama i suoi figli. Il cristianesimo non è una “setta di puri”. È invece un’accozzaglia di peccatori che diventa fraternità nella misura in cui si scopre l’amore del Padre per tutti i suoi figli. Per questo, come Israele deve restare aperto ai gentili, così anche la chiesa ai peccatori. Nella parabola avviene un ribaltamento, tipico di ogni scena dove si trovano i farisei (cf. 7,36ss; 18,9ss): il peccatore è giustificato e il giusto risulta peccatore, perché a sua volta possa essere giustificato. Si gira la frittata, perché cuocia da ambo le parti. Ogni uomo ha bisogno della gloria di Dio per vivere (Rm 3,23); e la sua “gloria”, ciò che gli è proprio e lo fa Dio, è la sua misericordia (cf. 6,36). Per questo egli “ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia” (Rm 11,32).

Occasione di questa parabola è il “con-mangiare” di Gesù con i peccatori; fine è il “con-gioite con me” del Padre. Il mezzo è la “con-chiamata” a partecipare al banchetto di Gesù, che rivela la pena di Dio quando cerca e soprattutto la gioia quando trova. La ripetizione mette in risalto la sua azione nei confronti dell’“uno solo” perduto. La reduplicazione, come uno specchio, ci permette di vederne i lineamenti. Per questo è utile porre vicino le due scene – come Luca stesso fa – e sostare evidenziando in un colpo d’occhio i tratti comuni. Ci rivelano il volto di Dio nei confronti del singolo peccatore:

vv. 4-7 vv 8-9
  • quale uomo
  • cento pecore 
  • persa

  • una sola

  • tralascia nel deserto

  • va
  • finché trovi 

  • con-chiama 

  • amici e vicini 

  • con-gioite con me 

  • trovai

  • perduta
  • dico a voi
  • gioia
  • nel cielo
  • un solo
  • peccatore
  • che si converte
  • quale donna
  • dieci dracme
  • perde
  • una sola
  • accende una lampada
  • spazza la casa
    cerca con cura
  • finché trovi
  • con-chiama
  • amiche e vicine
  • con-gioite con me
  • trovai
  • perduta
  • dico a voi
  • gioia
  • al cospetto degli angeli
  • un solo
  • peccatore
  • che si converte

I “novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (v. 7) non vengono più nominati. Gli ascoltatori dovrebbero capire di essere loro stessi.

Tutto il c. 15, che parla di “una sola” pecora e dracma, e di “un” figlio, parla in realtà di Gesù, il Figlio. Egli, come è l’agnello sgozzato che è il vero pastore, così è l’unica ricchezza del Padre, che in lui si compiace.

In realtà egli, l’“uno solo” che si è perduto, è il solo giusto che salva tutti. Ai tempi in cui Abramo intercedeva per Sodoma e Gomorra, non c’era ancora (Gn 18). Era solo promesso, come salvezza e benedizione per tutte le genti.

E centro del capitolo, in tutte e tre le scene, è la “con-chiamata” a “congioire”. Oggetto della sua gioia è l’uno solo, perduto e ritrovato. Questa gioia, che è già nel cielo, scende sulla terra per coloro che accettano di con-mangiare con il Figlio che con-mangia con i peccatori: è l’eucaristia, specchio in terra della festa che il Padre fa nel cielo.

Tutte le azioni sono attribuite a Dio: lui perde – non è la pecora o la dracma che si perde! – lascia tutto e va; lui accende la lampada, spazza la casa e cerca con cura; lui trova e con-chiama a con-gioire con lui. La parabola, occasionata dal fatto che “tutti” i peccatori si avvicinano a Gesù, ci parla della sollecitudine del Padre per “uno solo”. Dietro ogni singolo uomo perduto, egli vede il suo unigenito: l’unico che, conoscendo il Padre, non si è vergognato di chiamarsi nostro fratello (Eb 2,11). Così, nel vedere lui, senza il quale non può vivere, vede in lui tutti i perduti. Sublimità della sapienza e dell’amore imperscrutabile di Dio!

94. BISOGNAVA FAR FESTA E RALLEGRARSI (15,11-32)

Preparata dalle prime due, è la terza scena del c. 15, concepito come un’unica parabola. È giustamente chiamata “il Vangelo nel Vangelo”: rappresenta il culmine del messaggio di Luca. Parla del banchetto festoso che fa il Padre per rallegrarsi del Figlio morto e risorto, perduto e ritrovato.

Si tratta di una parabola. Essa ha un solo significato generale, a differenza dell’allegoria, dove ogni parola ha un riferimento storico preciso. Ciò non significa che i singoli dettagli siano inutili. Sono piuttosto come frecce scoccate da un buon arciere: da diversi punti, fanno sempre centro nell’unico bersaglio. La parabola riesce a cogliere lo spessore della realtà meglio del concetto, uniforme e piatto. Ogni suo elemento ne illumina un aspetto. Se fosse trascurabile, non verrebbe narrato.

Quindi, se il senso è uno, ogni singola parola, frutto maturo di memoria antica, serve a evidenziarlo, specificarlo e arricchirlo.

Qui leggeremo tutto alla luce di quanto dice il Padre: “Bisognava far festa”. L’hanno capito i peccatori, che fanno festa a Gesù. I giusti sono chiamati a fare altrettanto.

Più che del “figliol prodigo” o del “fratello maggiore”, è la parabola del Padre. Ci rivela il suo amore senza condizioni per il figlio peccatore, la sua gioia di essere da lui capito come padre e infine l’invito al giusto di riconoscerlo fratello.

La parabola invita “Teofilo” a essere misericordioso come il Padre (6,36; cf. 11,4!). Diversamente resta fuori a brontolare del banchetto che Gesù celebra coi peccatori. È un invito ai giusti (vv. 1-3) a mangiare il pane del Regno (14,15ss).

La conversione non è tanto un processo psicologico del peccatore che ritorna a Dio, quanto il cambiamento dell’immagine di Dio che giusto e peccatore devono fare. Convertirsi significa scoprire il suo volto di tenerezza che Gesù ci rivela, volgersi dall’io a Dio, passare dalla delusione del proprio peccato – o dalla presunzione della propria giustizia – alla gioia di essere figli del Padre.

Radice del peccato è la cattiva opinione sul Padre, comune sia al maggiore che al minore. L’uno, per liberarsene, instaura la “strategia del piacere”, che lo porta ad allontanarsi da lui – con le gradazioni del ribellismo, della dimenticanza, dell’alienazione atea e del nihilismo. L’altro, per imbonirselo, instaura la “strategia del dovere”, con una religiosità servile, che sacrifica la gioia di vivere. Ateismo e religione, dissolutezza e legalismo, nihilismo e vittimismo sono tutti aspetti che scaturiscono da un’unica fonte: la non conoscenza di Dio. Hanno un’idea di lui come di un padre-padrone. Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo, per tenere schiavi gli uomini (Voltaire); se ci fosse, bisognerebbe distruggerlo, per liberarli (Bakunin).

Questa parabola ha come intento primo di portare il fratello maggiore ad accettare che Dio è misericordia. Scoperta gioiosa per il peccatore, è sconfitta mortale per il giusto. Ma solo così può uscire dalla dannazione di una religione servile, e passare, come Paolo, dalla irreprensibilità nell’osservanza della Legge, alla “sublimità della conoscenza di Gesù Cristo” suo Signore (Fil 3,6.8). È la conversione dalla propria giustizia alla misericordia di Dio.

Il racconto si divide in tre parti:

  • vv. 11-20a: il figlio minore si allontana dal Padre e torna a lui;
  • vv. 20b-24: il Padre va incontro al figlio minore;
  • vv. 25-32: il Padre esce per far entrare il fratello maggiore.

La parabola, che inizia col “figlio” minore e termina col “fratello” maggiore, ha come centro la rivelazione del Padre, che ama perdutamente ogni figlio perduto. È un’esortazione al maggiore, perché riconosca come fratello il minore. Solo così può conoscere il Padre, e divenire, come lui, misericordioso (6,36).

Le azioni del racconto consistono nella partenza e nel ritorno del minore; nell’accoglienza e nella festa del Padre; nel rifiuto del maggiore a entrare e nell’uscita del Padre stesso a consolarlo. Il ritornello: “con-gioite con me” (vv. 6.9), diventa “far banchetto festoso per il figlio morto e risorto” (vv. 23s). È una necessità per il Padre: “bisognava far festa e rallegrarsi” (v. 32).

I sentimenti cardine sono: la compassione del Padre per il minore e la collera del maggiore; la festa e la gioia del Padre, che sarà piena quando tutti i figli avranno accolto l’invito. Per ora è realizzata in terra dalla convivialità di Gesù con “tutti” i pubblicani e peccatori.

Il figlio minore non ha sentimenti: ha solo bisogni. Ma alla fine è travolto dalla gioia del Padre. Ne resta fuori solo il maggiore: non riconoscendo il fratello, rifiuta il Padre che lo riconosce figlio. Infatti, mentre il minore lo chiama sempre: “Padre”, egli non lo chiama mai così. Colui che nel racconto è chiamato dodici volte “Padre”, sarà chiamato così anche dal maggiore quando dirà all’altro: “fratello mio”.

In sintesi: Dio riconosce necessariamente come figli tutti quanti, sia giusti sia peccatori. Semplicemente perché è Padre! Il giusto riconosce a denti stretti il peccatore come figlio, ma non come fratello suo! È quindi il vero peccatore. Bisogna che riconosca l’altro come fratello, identificandosi con lui. Solo così gioisce dell’amore e della festa del Padre per il Figlio suo perduto e ritrovato.

Questa pagina esige il passaggio da una religione servile alla libertà dei figli. Siamo amati da Dio non perché noi siamo buoni, ma perché lui è nostro Padre. Accogliendo come fratelli tutti i suoi figli, diventiamo come lui che è misericordia in sé e per tutti. Per questo l’ebreo accetterà il pagano (cf. At 10); Stefano, “martire” di Gesù, perdonerà ai suoi persecutori (At 7,60); Paolo, da fratello maggiore (Fil 3,6), si riconoscerà primo dei peccatori (1Tm 1,15). Sgonfiato dal suo protagonismo di irreprensibile, si farà l’ultimo di tutti, il minimo tra i santi (Ef 3,8), per accogliere tutti (At 28,30).

Il c. 15 è un commento a 6,36 (e, implicitamente, a 11,4): descrive il nuovo volto del Padre, come lo vive Gesù, suo vero figlio e nostro sincero fratello. La conversione sarà volgersi a colui che è tutto rivolto a noi, conoscere il suo amore “gentile, cortese e grazioso” (Giuliana di Norwich) per tutti i suoi figli. Per questo il giusto deve accettare un Dio che ama i peccatori. Convertirsi al fratello è accettare il Padre.

Estratti da:
Silvano Fausti, “Una Comunità legge il Vangelo di Luca”
Edizioni Dehoniane Bologna 1991

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Questa voce è stata pubblicata il 27/10/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , , .

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