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Lectio sulla Lettera ai Romani – capitoli 6-8 – Sergio Carrarini (2)

Lettera ai Romani – capitoli 6-10

GIUSTIFICATI PER GRAZIA – SALVATI PER FEDE
COMMENTO E ATTUALIZZAZIONE A CURA DI DON SERGIO CARRARINI

LIBERI PER SERVIRE

PaoloDi fronte all’annuncio categorico che Dio perdona gratuitamente tutti gli uomini, che li ama anche se fanno il male, sorge spontanea un’obiezione: allora si può fare tutto quello che si vuole, tanto Dio perdona sempre! Se si toglie la paura del castigo, se si toglie valore e forza alle leggi e alle punizioni che comminano, gli uomini ne approfitteranno! Se non c’è un premio per chi si impegna a fare il bene, tutti cercheranno solo il proprio comodo. Il bastone e la carota hanno sempre fatto girare il mondo, non l’amore e la libertà! Questa l’obiezione di allora e di oggi. In effetti alcuni gruppi di cristiani nelle Chiese paoline affermavano che bastava credere ed essere battezzati; poi si poteva fare ciò che si voleva, tanto nulla più era importante. Queste affermazioni venivano attribuite a Paolo e diventavano un motivo di accusa da parte dei giudaizzanti.

Già in precedenza (3,8) Paolo aveva rifiutato questa accusa nei suoi confronti. Ora approfondisce il tema sottolineando in particolare due aspetti della scelta di fede del cristiano:
♦ col battesimo il credente rinuncia per sempre al male e diventa servo del bene;
♦ col battesimo non è più sotto il dominio della Legge, ma sotto quello dello Spirito.

L’idea di fondo che guida i capitoli 6 e 7 è che la libertà portata da Cristo non è la possibilità di fare ciò che si vuole, ma la scelta di fare ciò che è bene, spinti dalla forza dell’amore e guidati dallo Spirito. Contemporaneamente Paolo dimostra che la paura del castigo e la ricerca del premio non hanno avvicinato gli uomini a Dio, anzi li hanno spinti a compiere ancora di più il male o a inorgoglirsi davanti a Lui giudicando i fratelli. Solo l’amore gratuito cambia veramente le persone!

Morti al peccato per vivere nella giustizia (6,1-23)

Per affrontare e demolire le accuse di libertinismo che gli venivano rivolte, Paolo si rifà alla scelta di fondo che segna l’inizio della vita cristiana: il battesimo. L’uso di abluzioni e bagni rituali era molto diffuso nell’antichità, come segno di purificazione nel momento in cui ci si rivolgeva alla divinità. Nel mondo ebraico richiamava il passaggio del mar Rosso ed era un segno di conversione, di passaggio dalla schiavitù del male alla libertà della fede. Gli Esseni e i pii ebrei facevano molte abluzioni come segno di purificazione. Giovanni Battista ha fatto del battesimo il segno dell’attesa messianica. Gesù, e poi le comunità cristiane, ne hanno fatto il segno fondamentale della conversione e della nascita alla nuova vita di credenti. Paolo si inserisce in questo filone e approfondisce alcuni aspetti.

vv.1-7: Siamo stati sepolti con Cristo.
L’immagine è presa dal battesimo per immersione: la persona che si immerge nell’acqua è come venisse sepolta con Cristo nella tomba, dopo essere morta con lui al male, alla sua vita passata segnata dall’idolatria, dall’egoismo e dall’immoralità. Il primo aspetto che Paolo sottolinea del battesimo è il distacco, la rottura con la vita passata: come il gesto d’amore di Cristo che dona la vita ha vinto la forza del male, così la scelta di fede del cristiano annulla tutto il suo passato, lo seppellisce per sempre. E’ la morte dell’uomo vecchio.

vv.8-14: Consideratevi morti al peccato ma viventi per Dio in Cristo Gesù.
Il secondo movimento del battesimo per immersione è la risalita verso la nuova vita, che Paolo assimila alla risurrezione di Cristo: come Cristo è stato risuscitato dal Padre a vita nuova, così il cristiano, sempre per dono di Dio, può rinascere ad una nuova vita, una vita segnata dalla fede e dall’amore. Liberati per sempre dalla schiavitù del male che porta le persone a vivere nell’ingiustizia, si diventa servi di Dio per vivere nella giustizia e operare il bene. Accogliere la grazia di Dio e aderirvi con la fede comporta un radicale rifiuto del male. Più si fa posto a Dio e alla sua grazia, più ci si allontana dal male.

vv.15-18: Siete entrati al servizio della giustizia.
Da schiavi del peccato a servi della giustizia. Paolo ribadisce subito che la liberazione portata da Cristo non è un affrancamento dal male per vivere una vita di libertinaggio, per fare tutto quello che si vuole. Si è riscattati da un padrone che tiranneggia e porta verso la morte per diventare servitori di un padrone che dona la vita eterna. La vita del credente resta sempre segnata dal servizio, dall’essere servo, come sottolineava spesso Gesù parlando della vita di chi voleva farsi suo discepolo. L’ideale di vita del cristiano non è quello del “semidio” dei greci o del “superuomo” dei filosofi (liberi da ogni vincolo e da ogni legge) ma quello del “servo di Dio” descritto nella Bibbia e incarnato da Gesù di Nazaret, la cui vita si realizza nell’obbedienza a Dio e nella pratica della giustizia, intesa come dono d’amore ai fratelli.

vv.19-23: Il risultato è una vita che piace a Dio e il traguardo è la vita eterna.
Il cristiano che ha condiviso la morte e la risurrezione di Cristo ha fatto una scelta definitiva di abbandonare la mentalità del mondo, il modo di vivere e di ragionare di tutti, per iniziare una vita diversa, a servizio del bene, secondo la parola e l’esempio di Cristo. La promessa che accompagna questa scelta è quella di condividere non solo la vita di Cristo qui in terra, ma anche la sua nuova vita nel regno dei cieli, nella casa del Padre. Vivere e morire con Cristo per rinascere con lui a nuova vita. Questo è il progetto di vita che scaturisce dal battesimo!

La secolare prassi della Chiesa di battezzare i bambini appena nati e di amministrare i sacramenti dell’iniziazione cristiana in giovanissima età pone oggi un problema di fondo, visto che la società non è più cristiana e alcune scelte non sono più scontate: i cristiani hanno coscienza di cosa vuol dire essere battezzati? Hanno fatto una scelta personale? Quando e con quali segni comunitari? Se ciò avviene in modo chiaro ed esigente nell’adesione a movimenti o gruppi di rinnovamento della fede, più difficile è proporre e avviare una riscoperta della fede nella pastorale ordinaria delle parrocchie e nell’amministrazione dei sacramenti. E’ la sfida della nuova evangelizzazione (o della rievangelizzazione dei battezzati diventati “cristiani della soglia” o cristiani “anonimi”). Questo messaggio deve essere rivolto agli adulti, a chi può e deve fare delle scelte di vita, magari diverse dalla mentalità comune in cui è cresciuto e dalla vita fatta finora.

Morti alla Legge per vivere nella grazia (7,1-25)

Il secondo aspetto, strettamente legato con il primo, è quello del rapporto con la Legge (le leggi umane e la legge di Mosè). Noi oggi diremmo: il rapporto con la morale, intesa come dettami della coscienza e leggi sancite dalle religioni. C’è sintonia o conflitto tra vangelo e morale, tra vangelo e dettami della religione? Più volte Paolo ha affermato che la legge non ha più valore, perché Cristo ci ha liberati dalla schiavitù della legge e dalla paura del castigo che dà forza alla legge. Ma allora il cristiano è senza leggi, libero di fare ciò che vuole? Ritornano le stesse domande del capitolo precedente. Paolo sottolinea tre aspetti.

vv.1-6: Siamo morti nei confronti della legge.
Col battesimo il cristiano è liberato dalla sottomissione alla legge; è liberato dalla paura del castigo e dai vincoli delle norme religiose; è liberato da un rapporto con Dio tutto regolato da precetti morali, obblighi religiosi, pratiche di pietà, norme da osservare. Col battesimo entra in un rapporto nuovo con Dio, fondato sulla libertà dello Spirito e su un vincolo di amore. E’ quel rapporto che Gesù ha vissuto con il Padre e che ha indicato come via ai suoi discepoli: amare Dio e il prossimo come lui li ha amati. Tutta la morale è racchiusa e parte dal comandamento dell’amore. “Ama e fa ciò che vuoi” commenterà S. Agostino, convinto che chi ama non può fare il male ma solo il bene; chi ama, poi, come ha amato Gesù Cristo, non può che dare la sua vita per il Signore e per i fratelli. Questa è l’unica legge in vigore per chi crede e segue Gesù Cristo!

vv.7-13: Il comandamento che doveva condurmi alla vita mi ha condotto alla morte.
Ma allora le leggi, la morale, i precetti sono da abolire? La paura del castigo non aiuta a evitare il male? Con una certa amarezza e in modo troppo assoluto Paolo afferma che, sì, le leggi, la morale sono buone e utili per guidare al bene, ma che, di fatto, non hanno aiutato gli uomini a migliorare, anzi li hanno spinti a fare il male ancora di più, proprio perché danno la coscienza del male e il proibito ha un suo fascino e attira irresistibilmente le persone. Paradossalmente le leggi spingono gli uomini a trasgredirle, a trovare le scappatoie per aggirarle. E’ la convinzione che fa fare il bene, non la paura del castigo (come dimostrano anche le leggi civili, la pena di morte, le invettive moraleggianti, le scomuniche, le direttive sui comportamenti sessuali, l’obbligo di andare a Messa…).

La morale è la conseguenza di una scelta di fondo, è il modo concreto di vivere un ideale. Non è la morale che porta ai valori, ma i valori che fondano la morale. La legge non fa scegliere il bene, ma il bene dà la forza di fare scelte coerenti. La legge senza la convinzione diventa un peso e spesso allontana da Dio. Se bisogna educare i bambini anche attraverso l’imposizione di regole e obblighi finché arrivano a capire, diverso è per gli adulti: imporre obblighi non porta a credere, ma credere deve incarnarsi in regole di vita: lo Spirito dà vita, la carne non giova a nulla (Gv 6,63).

Noi stiamo uscendo da un tempo pieno di leggi e di regole che ha dato grandi santi e persone di fede, ma ha creato anche esteriorità e “trucchi” per salvare le apparenze e sentirsi a posto con Dio. Il vento della modernità (secolarizzazione) ha spazzato via in fretta questo castello di leggi e regole esteriori, mettendo a nudo una povertà di fede e di convinzione che ancora ci sgomenta e ci interroga sulle scelte da fare. Ormai ci siamo resi conto che bisogna puntare sulla convinzione, sulla formazione, sulle scelte di fede delle persone adulte. Bisogna tornare a porre il fondamento (rievangelizzazione) della fede perché i muri della casa possano stare in piedi. Dove c’è lo spirito bastano poche regole; quando si perde lo spirito si moltiplicano le strutture, le regole, i divieti.

vv.14-23: In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di compierlo.
Sempre in modo un po’ assoluto e con vena melodrammatica Paolo conclude questa riflessione sulla inutilità pratica della legge morale senza la guida e la forza dello Spirito, riprendendo una constatazione già fatta al termine del capitolo 5: l’uomo da solo è incapace di fare il bene che capisce e vorrebbe fare. La coscienza delle persone rette fa vedere il bene, ma non dà la forza di farlo; la morale indica la via da seguire ma non sa aiutare gli uomini a vincere il male che li attira su un’altra strada. Senza la grazia di Dio l’uomo arriva a conoscere il bene, ma resta fragile e incapace di compierlo. E’ una visione un po’ pessimistica della realtà, accentuata da Paolo per mettere in risalto la conclusione positiva che tira da questa constatazione: Dio è venuto incontro alla fragilità dell’uomo. La storia ci ha dato grandi figure di persone rette e indubbiamente ci sono stati dei progressi nei rapporti tra le persone e i popoli, ma non possiamo nasconderci il tragico fallimento dei grandi movimenti filosofici e religiosi nel loro impegno di cambiare l’umanità e di portarla ad un tempo di pace e di serenità. Oggi forse Paolo dovrebbe dirlo dello stesso cristianesimo da lui propagandato.

La conclusione del capitolo però non è pessimistica o apocalittica: Paolo non considera l’umanità irrimediabilmente perduta e non invoca un fuoco purificatore dal cielo. La sua conclusione è una preghiera di lode a Dio per il dono della salvezza che ci ha fatto attraverso Gesù Cristo: Rendo grazie a Dio che mi libera per mezzo di Gesù Cristo! Per mezzo di Cristo quella che sembrava una condizione irrimediabile di schiavitù e di morte diventa un dono di liberazione e di vita nuova. Non è l’uomo con le sue leggi e le sue opere buone che può cambiare il mondo, ma è Dio con la sua grazia e con l’azione dello Spirito che anima e muove le persone e le rende capaci di compiere il bene. L’uomo è chiamato ad accogliere questo dono e a lasciarsi trasformare dallo Spirito.

LA VITA SECONDO LO SPIRITO

Il capitolo 8 è il vertice, il punto di arrivo di tutto il discorso di Paolo sulla giustificazione per grazia, perché sottolinea e approfondisce l’aspetto positivo della salvezza portata da Cristo: la vita nuova secondo lo Spirito e la promessa della vita eterna che attende l’umanità e l’intero universo. La luce e la speranza che riempiono questo capitolo risaltano ancor di più sullo sfondo buio dei capitoli precedenti e sottolineano con forza che il vangelo è proprio un “buona notizia” per l’uomo.

Centro focale del capitolo è lo Spirito Santo (citato 34 volte nella Lettera, 20 in questo capitolo), lo Spirito di Dio o Spirito di Cristo. Lo Spirito (alito, soffio, vento) indica la presenza vivificante di Dio nel credente, la forza che lo libera dalla schiavitù del male, la guida sulla via del bene, la primizia della nuova vita e la caparra della piena liberazione. Lo Spirito Santo è la forza di rinnovamento della storia umana e il fondamento della speranza.

L’azione dello Spirito ha una dimensione legata al presente, alla vita concreta del credente e della Chiesa (senza fughe dal mondo o derive spiritualistiche) e una dimensione futura, di speranza nella piena liberazione che Dio realizzerà alla fine dei tempi. Le due dimensioni sono sempre legate tra loro in un rapporto dinamico.

La persona guidata dallo Spirito (8,1-13)

Questa prima parte del capitolo è centrata sul confronto fra carne e spirito, tra l’uomo carnale e l’uomo spirituale, tra una vita secondo la carne e una vita secondo lo spirito, tra l’essere schiavi della carne e l’essere servi dello spirito. Paolo usa tante espressioni diverse per indicare che i termini “carne” e “spirito” non vogliono indicare (come nella filosofia greca) “corpo” e “anima”, ma due modi di vivere, di pensare e di agire dell’uomo. Sono due concezioni contrapposte di vita.

Vivere secondo la carne vuol dire essere persone che guardano solo a se stesse, che cercano solo il proprio comodo, il proprio interesse, il proprio piacere personale, il successo, le cose materiali… Paolo e Giovanni (ed anche noi oggi) per indicare questa mentalità usano il termine egoismo. Vivere secondo lo spirito vuol dire vivere nell’obbedienza a Dio e nell’amore verso il prossimo, nell’attenzione alle persone e nel rispetto della vita, nella gioia di fare il bene e di costruire la pace. Sono due modi contrapposti di pensare e di vivere che coinvolgono tutti gli ambiti dell’esistenza umana, tutte le dimensioni della persona e della vita sociale. Qui Paolo ne cita alcune.

vv.1-4: Non viviamo più nella nostra debolezza, ma siamo fortificati dallo Spirito.
Ricollegandosi con la conclusione del capitolo 7, Paolo usa il termine carne come sinonimo di debolezza, fragilità, incapacità di fare delle scelte positive (suggerite dalla coscienza e dall’educazione ricevuta). E’ il desiderio di trasgredire le regole per affermare se stessi, l’istinto di violenza per sopraffare gli altri, l’incapacità di resistere alle seduzioni delle mode, alle lusinghe della società del benessere.

L’uomo carnale è la persona senza forza di reagire, di essere critica, di fare scelte controcorrente; è la persona che fa quello che fanno tutti, che si crede libera ma in realtà è schiavizzata dalle mode e dalla propaganda, che ragiona ed agisce secondo i luoghi comuni dettati dal piacere e dall’interesse. L’uomo spirituale è quello che chiede a Dio la forza di reagire, perché ha coscienza della propria debolezza; quello che si apre allo Spirito per resistere e vincere le tentazioni della vita; quello che guarda e segue l’esempio di Gesù Cristo.

vv.5-8: Seguire l’egoismo conduce alla morte, seguire lo Spirito conduce alla vita e alla pace.
Ora Paolo guarda alle persone che fanno scelte di egoismo non per debolezza, ma per convinzione, secondo una logica umana centrata sulla soddisfazione dei propri desideri e sull’assecondare le passioni che covano nel cuore dell’uomo. E’ un modello di vita propagandato dalla cultura del potere (oggi dai mezzi di comunicazione di massa) e tenacemente perseguito da molte persone.

Vivere secondo la carne diventa allora rifiuto cosciente della legge di Dio per seguire quella del proprio tornaconto personale, della sete di potere o di piacere, del desiderio di primeggiare e di comandare. I segni (o le conseguenze) di questa scelta di fondo sono vizi, immoralità, disonestà, cattiverie, violenze… di cui Paolo parla in 1,29-32 e nella Lettera ai Galati 5,19-24. Questa scelta di vita dettata dall’egoismo conduce alla morte, alla lontananza da Dio, al fallimento dell’esistenza. Vivere secondo lo Spirito invece vuol dire seguire il comandamento dell’amore e i dettami della coscienza, l’esempio di Cristo e delle persone che fanno il bene. Questo porta vita, gioia, pace, serenità, mitezza, armonia interiore e con tutti, rispetto della natura e speranza nel futuro.

vv.9-13: Se qualcuno non ha lo spirito di Cristo, non gli appartiene.
Il terzo aspetto che viene ripreso da Paolo è quello legato alla religiosità umana, al modo di vivere il rapporto con il Signore. Vivere secondo la carne vuol dire vivere una religiosità esteriore, fatta di pratiche, di riti, di opere per sentirsi buoni, di osservanze per paura del castigo, di elemosine per farsi vedere dalla gente… Vivere secondo lo spirito vuol dire vivere un rapporto di amore verso Dio, di comunione con lui e con Gesù Cristo; vuol dire dare valore all’interiore più che all’esteriore, alla fede più che alle opere. E’ un rapporto da figli e non da servi, ispirato dalla fiducia e non dalla paura. Si può essere battezzati e cresimati, pregare quando si ha bisogno e fare delle elemosine, lavorare tutto il giorno e curare la propria famiglia… ma se non si è guidati dallo spirito di Cristo non si è veri cristiani.

Siamo figli ed eredi di Dio (8,14-30)

La seconda parte del capitolo è imperniata sull’essere figli di Dio come dono portato da Cristo e realizzato dallo Spirito. Anche qui c’è una dimensione presente (già ora) di questo dono e c’è una dimensione futura (non ancora): la piena realizzazione sarà finale, nel momento dell’incontro definitivo con Dio, quando la salvezza raggiungerà tutti gli uomini e tutte le cose.

Questa grande visione di fede non è però statica, quasi un dono che scende dal cielo già bello e confezionato, da ammirare e custodire gelosamente (visione spiritualista), ma è dinamica, in continua evoluzione: siamo figli di Dio per dono, ma dobbiamo diventarlo per scelta; siamo figli di Dio per fede, ma un giorno lo vedremo faccia a faccia; siamo figli di Dio fragili e crocifissi, ma un giorno saremo gloriosi; amiamo il Padre in modo confuso e tentennante, ma un giorno saremo trasformati dal suo amore. Paolo esprime questa visione dinamica della figliolanza divina attraverso alcuni passaggi.

vv.14-16: Quelli che si lasciano guidare dallo spirito di Dio sono figli di Dio.
Paolo sottolinea le due dimensioni dell’essere figli di Dio: avete ricevuto = il dono gratuito portato da Cristo attraverso lo Spirito; lasciarsi guidare = l’accettazione della persona che rende attivo il dono. Essere figli di Dio è dono e insieme impegno; è rivelazione e insieme ricerca; è grazia e insieme responsabilità. Paolo aggiunge poi un altro aspetto: essere figli è un passaggio, una conversione, un cambiamento di mentalità: è passare dalla paura di Dio alla confidenza, dall’atteggiamento dei servi alla tenerezza umile e fiduciosa dei figli. La paura di Dio è frutto del peccato; frutto dello Spirito è la fiducia.

v.17: Saremo eredi insieme con Cristo.
Vivere come figli di Dio comporta però passare per la via della croce, come Gesù di Nazaret. Paolo non prospetta per i figli di Dio una vita tutta rose e fiori, tutta dolcezze e sentimentalismi, tutta miracoli e successi. Essere figli nel Figlio vuol dire seguire la sua strada, continuare nella nostra carne ciò che manca alla sua passione (Gal 2,19 e 6,17; Col 1,24) per la salvezza del mondo. Ma condividere la passione di Cristo vuol dire condividere un giorno anche la sua risurrezione, vuol dire diventare eredi con lui della gloria, della piena liberazione. Il dono dello Spirito e la fedeltà dell’uomo diventano garanzia, caparra, pegno, rinnovo delle promesse fatte da Dio agli antichi profeti e confermate in Cristo a tutti i credenti.

vv.18-27: Le sofferenze del tempo presente non sono assolutamente paragonabili alla gloria che Dio ci manifesterà.
Alla luce di questa promessa Paolo allarga il suo sguardo verso il futuro, verso la grandezza della potenza di Dio e sottolinea la sproporzione esistente tra l’oggi dell’uomo e il futuro di Dio. L’uomo rischia di restare prigioniero dei suoi limiti, di guardare solo all’oggi, non cogliendo il progetto di Dio sulla storia. Bisogna allargare lo sguardo al futuro promesso, per avere la forza di essere fedeli nel presente, per resistere nelle prove, per superare le tentazioni disseminate lungo il cammino di ogni credente e di ogni Chiesa.

Paolo sottolinea questa dimensione di speranza incarnata nelle contraddizioni e nell’opacità della storia umana con dei termini che ritornano parecchie volte: gemiti, sospiri, attesa impaziente:
• dell’universo, prigioniero di un non senso, di una situazione di violenza e di degrado che non trova una spiegazione logica;
• del cristiano, che è ancora in un cammino di fede tortuoso e incerto, segnato da rischi e paure, dubbi e insicurezze, sbagli e tradimenti;
• dello Spirito, impegnato a guidare con fatica i credenti sulla via della fede, a trasformare in figli di Dio delle persone deboli, fragili, incostanti, inesperte, riottose.

Ma il contrasto tra i limiti della realtà umana e la grandezza della promessa di Dio dà un senso nuovo alle cose, le illumina con la luce della fede. Allora il male e la violenza presenti nella storia dell’umanità si trasformano nelle doglie del parto di un mondo nuovo; le persecuzioni del cristiano diventano il prezzo della liberazione; le debolezze umane diventano occasione per fare spazio alla forza dello Spirito; i dubbi diventano invito a fidarsi di Dio e ad affidarsi nelle sue mani.

vv.28-30: Dio fa tendere ogni cosa al bene di quelli che lo amano.
La conclusione di Paolo è un invito alla fiducia; è una visione assolutamente ottimistica della realtà fondata non sulle capacità dell’uomo, ma sulla potenza di Dio che sa trarre il bene anche dal male e che sta conducendo la storia verso la salvezza. Dio ha un progetto sull’umanità, con le sue tappe e i suoi passaggi: nessuna forza umana, nessun peccato, nessuna violenza possono impedire a Dio di realizzarlo. Il dono dello Spirito, la sua instancabile e sofferta azione nel cuore delle persone sono la garanzia che, nonostante le fragilità delle persone e le resistenze della natura umana segnata dal male, il progetto di Dio si realizzerà e la storia raggiungerà il traguardo fissato. Questa fede e questa speranza incrollabili fanno sgorgare dal cuore di Paolo un inno di lode all’amore fedele e inesauribile di Dio.

Canto all’amore fedele di Dio (8,31-39)

Il capitolo si conclude con un inno di vittoria, quasi un canto di trionfo dei credenti vittoriosi sulle forze del male e della morte. Ma bisogna subito notare che questo canto di vittoria è messo in bocca a persone che stanno subendo la persecuzione, a gente che si avvia incatenata verso il Calvario. Anche se crocifissi e perseguitati, i cristiani sono nella gioia e si sentono vincitori, perché Dio è con loro e un giorno cambierà la loro situazione, la rovescerà. Questo inno di fede e di speranza non è un canto di trionfalismo umano o di esaltazione della croce, ma è un inno all’amore fedele di Dio che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili (Lc 1,52). Il canto ruota attorno a due serie di domande che hanno già trovato risposta nei capitoli precedenti.

vv.31-34: Se Dio è per noi chi sarà contro di noi?
La prima serie di domande è legata all’immagine del processo, con accusa e difesa dell’imputato (come avveniva ai cristiani chiamati a difendersi nei tribunali romani). Qui il riferimento, però, è al giudizio ultimo di Dio sulle persone e sulla storia. In questa accusa e difesa si sente ancora presente la paura di Dio, il richiamo alla legge e alla sua osservanza, alle opere buone e ai meriti da presentare come credenziali per ottenere l’assoluzione.

Paolo introduce allora l’immagine di Cristo come intercessore presso il Padre e quella dello Spirito come avvocato difensore (immagini riprese poi ampiamente dal Vangelo di Giovanni). Se il Padre ci ha mandato il Figlio come go’el e lo Spirito come avvocato difensore chi potrà opporsi a loro e fare da accusatore? Potrà mai lo Spirito del male essere più forte dello Spirito di Dio? Dio vuole salvare gli uomini, non condannarli (Gv 3,17)! Questa è la sua volontà e il suo progetto di salvezza rivelati da Gesù Cristo.

vv.35-39: Chi ci separerà dall’amore di Cristo?
La seconda serie di domande si rifà all’immagine della persona sottoposta a prove per saggiare la sua fedeltà. Paolo elenca sette situazioni (come le sette fatiche di Ercole, ma senza nulla di eroico e di glorioso): quali fatti della vita potranno giustificare la rottura del rapporto di amore con Dio? Quali violenze degli uomini o sofferenze interori potranno indurre al tradimento della fede? La vittoria di Cristo sulle forze del male, la sua fedeltà nella passione sono garanzia di vittoria per il cristiano, per chi vive e muore unito a lui.

Ma non ci sono solo le sofferenze a livello personale; ci sono anche delle forze più grandi: le ideologie e gli imperi, gli angeli e i demoni, le religioni e le superstizioni, i pesi del passato e gli incubi per il futuro, i disastri naturali e le catastrofi cosmiche…; c’è tutto un mondo in evoluzione che sembra andare verso la catastrofe finale (nucleare, ecologica, demografica, astrale?). Chi potrà superare queste prove? Chi potrà resistere fino alla fine?

La conclusione di Paolo è piena di fiducia e di speranza: niente e nessuno potrà impedire a Dio di amarci e a noi di restare uniti a lui, perché Dio è più forte dell’uomo e della sua cattiveria, Dio è più forte del male e degli imperi che esso crea, Dio è più grande del drago che regna nell’inferno, del mostro che sguazza nel mare della violenza, della bestia che domina il libero mercato, del falso profeta che ha il controllo dell’informazione. L’ultima parola sarà di Dio e non dell’uomo e sarà una parola di amore e di perdono. La garanzia è lo Spirito donato ai credenti!

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Questa voce è stata pubblicata il 27/10/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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