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Lectio sul Vangelo di Luca – Cap. 22-24 Fausti (11)

SanLucaLectio divina sul Vangelo di Luca
Silvano Fausti
Capitoli 22-24


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Testo doc Lectio Luca Cap 22-24 Fausti (11)

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123. SI AVVICINAVA LA FESTA DEGLI AZZIMI. E CERCAVA L’OPPORTUNITÀ PER CONSEGNARLO (22,1-6)

Comincia il racconto della passione. Il lungo cammino di Dio in ricerca dell’uomo volge al termine. Iniziato tra gli alberi del giardino, si conclude sull’albero della croce. Lì il Figlio dell’uomo trova ogni uomo fuggitivo, gli si fa vicino e gli offre la sua solidarietà, il Regno. Lì finalmente vediamo chi è Dio per noi in ciò che siamo noi per lui.

Paolo, conoscitore del mistero di Dio, dice: “Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso” (1Cor 2,2). Quel Dio che nessuno mai ha visto (Gv 1,18), ci è rivelato da Gesù. La sua carne crocifissa è la manifestazione piena di Dio come amore folle per l’uomo.

Il racconto della passione è il nucleo attorno al quale è cresciuto e si è strutturato il resto del Vangelo. Riunita intorno alla mensa, celebrando il memoriale della beata passione e risurrezione del suo Signore, la chiesa cerca di comprendere e di vivere sempre più a fondo il grande mistero.

Il resto della Bibbia ci rivela Dio come di spalle: ci dice ciò che ha fatto per noi. Dio non ha più veli: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che ‘Io sono’”, cioè conoscerete JHWH (Gv 8,28).

La croce è la distanza che Dio si è preso dalla cattiva immagine che di lui ha suggerito il serpente. Solo così veniamo guariti dalla diffidenza su di lui, origine di ogni male, e conosciamo la verità che ci fa liberi (Gv 8,32).

Le braccia della croce racchiudono ogni estrema lontananza e opposizione fra cielo e terra. In essa il giudice è giudicato, l’innocente condannato, il giusto giustiziato, l’autore della vita ucciso, il re dei re intronizzato sul patibolo dello schiavo. Su di essa la Parola eterna di Dio tace. Ma il suo silenzio grida l’essenza stessa di Dio: amore infinito che si ritrova perdendosi e pervade ormai tutto l’universo, riempiendo della sua luce ogni tenebra.

La croce è salvezza universale, “sì” totale di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio: nel Crocifisso i due formano una carne sola.

Il racconto della passione di Dio per l’uomo convoca, costruisce, nutre, unisce e custodisce il popolo di Dio. È la memoria dell’umanità nuova, che vive di Gesù morto, risorto e presente con il suo Spirito.

Il “passio” per sé non andrebbe commentato. Tutta la Scrittura è commento della croce e trova in essa la chiave del suo enigma. Solo l’Agnello immolato può prendere e aprire il libro sigillato (Ap 5,9). Per questo il “passio” va solo ormai proclamato, pregato e rivolto al Padre in rendimento di grazie per il dono del Figlio. È la parola da adorare, da portare alla bocca e baciare, perché diventi nostro cibo e bevanda. È parola che trascende ogni nostro sentimento, perché ci rivela il sentimento stesso di Dio per noi. Lo stupore ci coglie e ci porta fuori da noi, per farci entrare in lui e nel suo abisso di amore. Per questo la lettura della passione è seme di contemplazione. Ciò che noi proviamo per lui passa in secondo piano, e cede il posto a ciò che lui prova per noi. Viene il sole, impallidisce la luce della luna e delle stelle.

Fin dalle prime battute il racconto vuole introdurci nella celebrazione dell’eucaristia. Comincia infatti dicendo: “Si avvicinava la festa degli Azzimi, detta Pasqua”; continua con le parole: “Venne il giorno degli Azzimi, nel quale bisognava immolare la pasqua” (v. 7), per concludere: “Quando venne l’ora” (v. 14), in cui, durante la celebrazione del banchetto pasquale, Gesù istituisce la sua cena. Si passa gradatamente dalla pasqua ebraica all’eucaristia, che ne realizza la promessa. La morte e risurrezione del Signore è il compimento della salvezza prefigurata nell’esodo. Si suppone come ovvio che il cristiano conosca la pasqua ebraica. Diversamente non è cosciente del grande dono di Dio.

Più specificamente questo brano presenta i protagonisti del dramma della passione. È lo scontro definitivo tra Gesù e il diavolo, che, dopo le tentazioni, si ritirò fino al suo momento (4,13). Ora giunge la sua ora, quella del potere delle tenebre (v. 53). I vari personaggi rappresentano le maschere del male, di cui Satana è l’autore, e noi gli attori.

Se Dio agisce liberando la libertà dell’uomo mediante l’amore e la fiducia, Satana agisce schiavizzandolo mediante la paura della morte e l’egoismo. Se i mezzi di Dio sono la povertà, il servizio e l’umiltà, quelli di Satana sono l’avere, il potere e l’apparire. In questi si esprime il male del mondo, per il quale Cristo muore. Dio non ha bisogno di contrastare ciò che fa l’uomo: il suo bene e il nostro male possono convivere nella stessa azione. Chi dona non ostacola chi gli ruba ciò che vuol donargli. Solo spera che capisca!

124. PREPARATE PER NOI LA PASQUA (22,7-13)

La scena richiama quella della preparazione dell’ingresso messianico. Ora si passa però dalla “città” alla “casa”, in cui trovare la “stanza superiore”. Da qui, dove la cerchia dei Dodici si chiude in intimità con Gesù, inizierà il moto contrario, da Gerusalemme fino agli estremi confini della terra, per terminare con Paolo che accoglie tutti in una casa ad affitto (At 28,30s).

“Dove preparare la pasqua” è l’espressione chiave del brano. È un esempio di teologia narrativa: per celebrare l’eucaristia, bisogna individuare “dove” il maestro può cenare con il discepolo. Questo luogo porta lo stesso nome di quello in cui egli nacque (katá1yma) e fu deposto in una mangiatoia per animali. “Preparare la pasqua” significa quindi conoscere ed entrare in quel luogo dove entriamo in comunione con lui e lui con noi. Qui lui nasce in noi, e noi in lui; qui si forma e cresce la comunità dei discepoli, da qui parte e qui porta la loro missione al mondo.

Gli elementi principali che emergono dal racconto sono cinque:

1. La “pasqua ebraica” è la cornice in cui si deve leggere tutta l’opera di Gesù, la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione. Quanto celebriamo nell’eucaristia è la realizzazione di ciò di cui il primo esodo è promessa: liberazione dalla schiavitù, dall’idolatria, dal peccato e dalla morte (cf. brano precedente). Prima dell’ultima cena Luca nomina sei volte la pasqua ebraica. L’eucaristia è la settima e definitiva pasqua, in cui tutto è compiuto e la creazione raggiunge in Dio il suo riposo.

2. La pasqua è “immolata”, cioè l’agnello è sacrificato e ucciso. Ciò significa che la nostra liberazione è a caro prezzo (1Cor 6,20; 7,23). Costa il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetto e senza macchia (1Pt 1,19). La nostra vita è la sua morte. Lui si fa carico del peccato del mondo (Gv 1,29): diviene l’uomo negativo, solidale con il male di tutti, per offrire a tutti il Regno. Mangiare la pasqua con lui significa essere associati a lui, che porta il peso della debolezza del mondo, testimone dell’amore del Padre verso i fratelli.

3. Questa pasqua è “prevista” da Gesù. Non è un incidente sul lavoro, una sorpresa di cui lamentarsi. Così anche noi dobbiamo sapere che nessun discepolo è superiore al suo maestro (Gv 15,18), e che è “necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno” (At 14,22). La sua via è la nostra via. Non ci dobbiamo né sorprendere, né scoraggiare per le difficoltà. In noi si compie la sua stessa passione e continua il disegno di Dio per la salvezza del mondo (cf. Col 1,24; At 4,28; 1Cor 4,9-13). Per questo ci consideriamo beati, esultiamo e ci rallegriamo nelle difficoltà incontrate a causa del suo nome (6,22s; At 5,41; Gc 1,2s; 1Pt 1,6ss; Eb 12,8s; 2Cor 11,21-12,10; ecc.). Infatti “è una grazia, per chi conosce Dio, subire afflizioni, soffrendo ingiustamente” (1Pt 2,19).

4. Questa pasqua è “voluta”. Non è semplicemente subita. È prevista, predisposta, anzi “desiderata”, anche a costo di sudar sangue. È il frutto di tutta la sua vita, voluto con libertà e coscienza, sapendo ciò che voleva e volendo ciò che sapeva, fin nei minimi dettagli.

5. Questa pasqua si celebra nella “stanza superiore”. È il luogo dove si realizza il grande mistero: il nostro mangiare e vivere di lui. L’uomo con la brocca d’acqua ci insegnerà questo luogo. Il battesimo, che ci immerge nella morte del Signore, si completerà nell’eucaristia, che ci assorbe nella sua vita donata per noi.

125. QUESTO È IL MIO CORPO (22,14-20)

Inizia l’ultimo giorno di Gesù. È il sesto della settimana, quello in cui il Signore completa l’opera sua, per cessare alla fine dalla sua fatica. È il giorno pieno del Vangelo, del quale si scandisce ogni ora. Comincia con le prime ombre della sera, continua nella notte, culmina nell’oscurità meridiana e termina nel riposo della tomba, mentre già luccicano le luci della Pasqua.

Questo brano ci presenta l’ultima cena e l’istituzione dell’eucaristia. È il banchetto in cui ci nutriamo di Cristo, facciamo memoria della sua passione, ci abbeveriamo del suo Spirito e riceviamo il pegno della gloria futura.

Marco e Matteo mettono il dono dell’eucaristia tra la predizione del tradimento e quello della defezione di tutti. Il peccato del discepolo è il castone che contiene la perla più preziosa della Scrittura.

Luca invece ci presenta un dittico, che offre il compiersi della pasqua ebraica (vv. 14-16) nella cena cristiana (vv. 17-20). All’agnello succede il pane spezzato, al calice della benedizione il sangue della nuova alleanza.

Questo racconto è il nucleo genetico di tutto il Vangelo: “Fate questo in mia memoria” (v. 19). I fratelli, riuniti a mensa, celebrano la memoria del Signore morto e risorto, asceso al cielo e presente in mezzo a loro; mangiano la sua pasqua, in attesa del suo ritorno. Nell’eucaristia si coglie il significato di tutto quanto Gesù ha detto e fatto, e si vede il compimento della Legge, dei salmi e dei profeti. In essa Dio ci fa il dono dei doni: ci dona se stesso.

Qui il suo amore per noi raggiunge il suo fine: si unisce a noi e si fa nostra vita. È il punto d’arrivo di tutta la creazione, che si congiunge al suo Creatore.

Qui vediamo e gustiamo l’umiltà di Dio, che, per essere desiderato da chi ama, si fa suo bisogno fondamentale: pane. Così ne prendiamo e ne viviamo. Siccome uno diventa ciò che mangia, mangiando del Figlio, diventiamo figli. Veramente l’eucaristia ci deifica! Ci assimila al corpo del Signore donato per noi e ci inebria del suo sangue, effuso per noi.

Facendo memoria di questo grande dono, viviamo sempre in rendimento di grazie al Padre e attingiamo la linfa per vivere da fratelli, in umiltà e servizio reciproco. Questo è il pane che ci dà forza per il lungo viaggio, fino alla parusia, quando staremo davanti al suo volto.

L’eucaristia ci incorpora pienamente nel Figlio, nel quale il Padre dice “sì” a tutto e tutto gli dice il suo “sì”. Essa ci introduce nell’eterno reciproco “si” di compiacenza e d’amore tra Padre e Figlio. Questa è la vita eterna. Contempliamo il dono del Signore: più importante di ciò che noi comprendiamo o sentiamo, è quanto lui fa e sente per noi.

In tutte le religioni c’è il sacrificio dell’uomo per Dio. Nel cristianesimo invece sta al centro il sacrificio di Dio per l’uomo. E di questo facciamo memoria e ringraziamo nell’eucaristia.

Marco e Matteo notano che alla fine della cena cantarono l’inno, il grande Hallel. È il Sal 136, che legge tutta la creazione e la storia alla luce del ritornello: “perché eterna è la sua misericordia”. Dopo l’eucaristia, pure noi lo comprendiamo.

126. IO IN MEZZO A VOI SONO COME COLUI CHE SERVE (22,21-30)

I vv. 21-38 contengono le parole d’addio di Gesù, il suo testamento.

La chiesa, riunita attorno alla mensa, esamina se stessa. Riconosce il peccato da cui il Signore la salva, accoglie il suo perdono e riceve la capacità di una vita nuova. L’eucaristia è il giudizio di Dio sul mondo – un giudizio di salvezza, che dichiara il negativo da cui ci libera. Il suo dono d’amore è come lo specchio della verità, nel quale vediamo il nostro egoismo. Il nostro male viene alla luce, e la luce entra in tutte le nostre tenebre. Per questo la condizione per entrare degnamente in comunione con il Signore è, secondo la liturgia, il triplice riconoscimento della propria indegnità: “O Signore, io non son degno”.

Il Signore si dona a una comunità che lo tradisce, non capisce, fugge e rinnega. Il nostro peccato è la nostra parte di vangelo, la condizione stessa dell’altra parte, quella di Dio che perdona e salva.

Per comodità dividiamo il discorso in due blocchi (vv. 21-30 e 31-37). In questo primo il tono è dato dal tradimento di Giuda (vv. 21-23), dove si consuma il mistero di iniquità dell’uomo. I vv. 24-27 mostrano che tutti i discepoli hanno la loro quota di partecipazione a questo male, per riscattarci dal quale Cristo si fa servo e muore. Mentre lo spirito del nemico ci fa cercare l’autoaffermazione e il dominio, lo Spirito di Gesù ci fa conoscere il vero modo di realizzarci a immagine di Dio. L’eucaristia, come denuncia il male, così dona il bene. I Dodici, attorno alla mensa, rappresentano tutta la chiesa che accoglie il “mandato” del suo Signore: mangia e beve il pane e il vino del Regno, che l’associano al suo stesso destino di passione e di gloria (vv. 28-30).

127. LA TUA FEDE NON VENGA MENO (22,31-38)

È l’ultima parte delle parole d’addio di Gesù. Egli prevede la situazione dei suoi nell’ora della prova. Conosce la difficoltà di Pietro (vv. 31-34) e di tutti (vv. 35-38), quando lui, come è scritto, condividerà la sorte dei malfattori. “Percuoterò il pastore, e le pecore saranno disperse” (Mc 14,27).

Ma la fedeltà, la grazia e l’amore del Signore, lungi dal venir meno, si manifestano pienamente nei cedimenti dei discepoli. Il nostro peccato, oltre che luogo dell’incontro e della conoscenza di Dio, è l’unica misura della sua misericordia.

Luca pone in risalto la posizione di Pietro: Satana lo mette al vaglio. Ma Gesù ha già pregato perché nella sua caduta, invece di disperare di sé, speri in lui. Oltre che inevitabile, è bene che Pietro fallisca. La frana dei suoi buoni desideri lascerà emergere dalla rovina la roccia salda che non crolla: la fedeltà del suo Signore. Nei suoi buoni propositi è nascosto un male sottile dal quale deve essere salvato lui come tutti noi. Si tratta dell’orgoglio e dell’autosufficienza. È il peccato più grave, addirittura l’essenza di ogni peccato. Ignota al peccatore normale – almeno fintanto che non cerca di giustificarsi – è invece ben nota al “giusto”.

Pietro passerà dalla propria giustizia e dal proprio amore per il Signore alla giustificazione e all’amore del Signore per lui. Non sarà lui a morire per Cristo, ma Cristo a morire per lui!

Se Pietro non avesse rinnegato, si sarebbe salvato? Per sé la salvezza non è il mio amore per Dio, bensì il suo amore per me. Il mio per lui è solo una risposta e un dono del suo per me. L’uomo è creatura e deve accettare di essere tale, senza usurpare il posto del suo Creatore! Non ci dispiaccia di essere secondi a Dio. Siamo come lui, ma in quanto figli!

Qui Pietro compirà il difficile passaggio dalla Legge al vangelo, per giungere alla conoscenza di Gesù come suo Signore, che lo ha amato e ha dato se stesso per lui (Fil 3,8; Gal 2,20). È il nocciolo della fede cristiana. Il discepolo non è più bravo degli altri. È peccatore come tutti. Ma è contento, perché sa che il Signore lo ama: ha riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per lui (1Gv 4,16). Questo è il vero principio di vita nuova. Nell’attuale situazione solo attraverso il nostro peccato conosciamo la verità di Dio, e la conosciamo proprio nella sua essenza attraverso il perdono.

“Il giusto vivrà di fede” (Rm 1,17 = Ab 2,4) significa che il giusto vive della fedeltà del Signore a lui: nulla può separarlo dall’amore che Dio ha per lui in Cristo Gesù (Rm 8,39). Questa fede è incrollabile, perché poggia non sulla mia fedeltà a Dio, ma sulla sua fedeltà a me, che non può venire meno. Neanche il peccato e la morte mi sottraggono a lui, perché lui si è fatto per me peccato e morte, per essere mia giustificazione e vita.

È molto importante che il peccato di Pietro sia previsto e predetto. Gesù lo ama e muore per lui non per errore, ma sapendo che lo rinnega.

Pietro avrà poi la funzione di confermare i suoi fratelli in questa fede nella sua fedeltà, che è il fondamento della chiesa.

Davanti al compiersi del destino del Signore – l’innocente condannato come malfattore – ogni discepolo sarà in difficoltà, né più né meno di Pietro. La croce sarà scandalo per tutti. In tale situazione sarà necessario spogliarsi di tutto, per acquistare la sola spada che può dare vittoria. È quella che esce dalla bocca di Cristo (Ap 1,16); è la sua parola, che ci porta all’obbedienza e all’abbandono fiducioso nel Padre. Questa, e non altre spade che possiamo avere o usare, sarà la nostra unica forza.

128. NON LA MIA VOLONTÀ, MA LA TUA (22,39-46)

La Bibbia ci riferisce di tre notti altissime. La prima fu quella in cui Dio dal caos creò il mondo, che poi si allontanò da lui tornando nelle tenebre. La seconda fu quando Dio lottò con Giacobbe e creò il nuovo popolo; e gli diede il nome di “Israele”. La terza è questa, quando Gesù, il vero Israele, lotta con Dio e fa risuonare nell’oscurità il vero nome di Dio: “Abbà”, Padre. Questa è la notte ultima e definitiva della storia; ormai le lontananze estreme dell’universo sono illuminate dal Nome.

Nella trasfigurazione del Tabor il Padre chiamò Gesù: “Figlio”; nella sfigurazione dell’orto il Figlio lo chiama: “Padre”. Là l’umanità lasciò trasparire la bellezza della divinità; qui la divinità riveste l’orrore della nostra disumanità.

Gesù affronta la morte in tutta la sua drammaticità, così come ognuno di noi la sperimenta dopo il peccato: fine della vita, abbandono di ogni bene e di Dio stesso. Ciò è particolarmente tragico per lui, perché è “il” Figlio. Quando porta su di sé il peccato dei fratelli, che è l’abbandono del Padre, egli vive il nulla di sé. È un male inconcepibile, infinito. Veramente Dio si perde per noi. Ma proprio così si rivela come amore! Nell’agonia dell’orto vediamo che il nostro male tocca il cuore stesso di Dio, facendone uscire la sua essenza. Quale deve essere l’amore del Padre per noi, se per noi ha donato colui per il quale è se stesso?

Da questa maledizione, in cui vive l’angoscia senza limiti dell’annientamento, Gesù si rimette con fiducia filiale nelle braccia del Padre. Ormai dalla perdizione assoluta si eleva a lui la voce del Figlio. In questa voce ogni Adamo, che non può fuggire oltre, invoca il Padre e ritorna a casa. O felice notte, in cui Dio entra in tutte le notti dell’uomo – e l’uomo conosce molte notti! Se nella notte della creazione Dio pose il mondo fuori di sé, in questa notte egli pone sé quasi fuori di sé, in modo che ogni angolo di perdizione sia visitato dalla salvezza.

Gli altri sinottici evidenziano la tristezza e l’angoscia mortale di Gesù davanti alla croce. È l’ora dell’incontro definitivo con il male, l’abbandono di Dio. “Hai nascosto il tuo volto, e io sono stato turbato” (Sal 30,8). Noi, con i discepoli, siamo invitati a tenere gli occhi aperti sul dolore di Dio per il mondo: “Restate qui e vegliate” (Mc 14,34; cf. Mt 26,38). Da qui impariamo a conoscere chi è lui.

In Luca il brano ha un accento diverso. Incluso tra l’invito ai discepoli di pregare per non cadere in tentazione, parla tre volte della preghiera di Gesù. Esce quindi per cinque volte il motivo dominante: la preghiera, di cui Gesù ci dà l’esempio, è la forza per vivere la morte, anche violenta, come segno di obbedienza al Padre della vita. Così, proprio in quella che è lo stipendio del peccato (Rm 6,23), ci è dato di vincere il peccato e la morte stessa.

Il centro, in tutti e tre i sinottici, è la lotta per passare dalla “mia” alla “tua” volontà. È la vera guarigione dal male originario dell’uomo, il ritorno di Adamo al suo rapporto filiale con il Padre. Gesù, fattosi per noi peccato (2Cor 5,21), vive in prima persona la paura del peccatore: consegnarsi a Dio. La vera lotta è con lui, che per il peccato consideriamo nemico. Per questo la nostra vittoria è la resa a lui.

L’agonia di Gesù nell’orto, davanti alla quale i discepoli si ostinano a chiudere gli occhi, rimase impressa nella loro memoria come il grande mistero della rivelazione del Figlio.

Il Figlio infatti è colui che compie la volontà del Padre. Per questo “nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo dalla morte e fu esaudito per la sua riverenza”. Non fu però esaudito nel senso che fu liberato dalla morte; fu invece esaudito con la risurrezione, solo dopo aver accettato per obbedienza filiale la morte. Infatti “pur essendo figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì, e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,7ss).

129. QUESTA È LA VOSTRA ORA (22,47-53)

È il trionfo del potere delle tenebre, la sua ora già prevista (4,13). Ma la sua vittoria sarà la sua sconfitta, perché “concepisce” la luce (v. 54).

Dopo la guarigione dell’orecchio, cessa ogni azione di Gesù. Inizia la sua passione. Si passa da ciò che ha fatto a ciò che si è fatto per noi. Mentre la sua azione fu particolare e limitata, la sua passione è universale e infinita: porta su di sé il male del mondo. Propriamente parlando, Gesù non ci ha salvato con la sua azione, ma con la sua passione. La sua azione ne è segno e anticipo.

Quand’era libero, dal suo mantello scaturiva la vita, al tocco della sua mano gli zoppi saltavano come cervi, dai suoi occhi i ciechi bevevano la luce, al suono della sua voce i sordi udivano la Parola, al suo comando i morti balzavano dal sepolcro, dalle sue mani fioriva il pane per tutti.

Ora, fatto oggetto di possesso, non è e non fa più nulla. È il niente che gli altri ne fanno. Il dono, stretto in pugno, porta su di sé la maledizione del possesso.

Il brano è strutturato sulla contrapposizione tra Gesù e tutti gli altri. Da una parte c’è lui. È solo, circondato dai nemici, tradito da Giuda, non compreso dai suoi, catturato come un brigante. Dall’altra parte c’è un gioco di danari, spade, bastoni e falsi baci: le carte con le quali il nemico da sempre gioca la storia umana.

Dio, che è amore e dono, viene incontro all’uomo egoista e bramoso di possedere. Il bene si consegna al male che lo prende. Così la luce entra nelle tenebre e la vita nella morte. Tutto è illuminato e vivificato in questa notte.

130. NON SONO (22,54-62)

In Luca, dopo l’arresto, tutta la notte è occupata dal rinnegamento di Pietro e dal dileggio dei soldati. Solo al mattino, da quel volto non riconosciuto da nessuno e velato dal male del mondo, dopo che il discepolo avrà detto: “Non sono”, uscirà la rivelazione di colui che dice: “Io sono”.

La nostra attenzione è concentrata su Pietro. Starà con il suo Signore nell’ora della prova? La sua esperienza è normativa per ogni credente, che non può e non deve contare sulla propria forza e fedeltà, ma solo sulla forza e la fedeltà del suo Signore.

Il racconto è tutto un gioco di occhi fissati su Pietro. Nello sguardo di Gesù egli riconoscerà le due verità complementari che costituiscono il vangelo: il proprio peccato e il suo perdono. Finalmente conosce insieme se stesso e Dio, l’inferno e il paradiso. Morto alla propria identità presunta, troverà quella autentica: l’amore del suo Signore per lui. Il suo pianto sarà il suo battesimo. Gli purificherà il cuore e gli illuminerà gli occhi. Il racconto si arresta alla prima parte del battesimo, con Pietro che piange amaramente. Non è con Gesù che muore per lui; non sa né capisce ancora cosa questo significhi! La profezia del suo ravvedimento (v. 32) ci assicura della seconda parte. La sua nuova identità sarà vivere dell’amore gratuito del suo Signore.

Nel Vangelo di Luca gli unici a capire la croce di Gesù saranno un malfattore e il centurione. Solo l’empio convinto, giustamente giustiziato con lui, e il suo ingiusto giustiziere, comprendono che è il Salvatore e il Giusto. Anche Pietro, come chiunque, deve associarsi alla loro esperienza. Prima di conoscere chi dice: “Io sono”, dovrà riconoscere il proprio: “Non sono”. Il rinnegato dai suoi e il percosso da tutti è il Salvatore e il Signore di tutti. Anche di Pietro.

131. IO SONO (22,63-71)

L’uomo, anche se lo ignora, è costituito tale dal suo desiderio naturale di vedere Dio. Fatto a sua immagine e somiglianza, solo in lui trova la realtà di se stesso. Senza di lui, è senza di sé. Ora finalmente, dopo il “non sono” del discepolo, ci è dato di contemplare in Gesù il vero volto di Dio. È velato da percosse e insulti, sfigurato dal peccato del mondo, indurito nell’amore del Padre e dei fratelli. Dalla sua bocca esce la parola: “Io sono”. Essa svela l’identità sua e il mistero stesso di Dio: Gesù è Dio e Dio è Gesù. Egli è il Figlio misericordioso come il Padre. In lui, mentre vediamo la verità nostra di figli perduti, vediamo anche quella di Dio come amore che si fa carico del nostro male.

Un parlare cristiano su Dio può partire solo dalla contemplazione di questo volto velato, che ne è la rivelazione piena.

Questo brano è un compendio di cristologia. I vv. 64-65 ci mostrano Dio che, assumendo in Gesù il volto di tutti i senza volto, svela la sua essenza recondita: amore misericordioso, che ci colma di ogni benedizione. I vv. 66-71 ci spiegano l’enigma di questo volto: Gesù è il Cristo (re e salvatore) proprio in quanto solidale con il male dell’uomo, è Figlio dell’uomo (giudice supremo) proprio in quanto giudicato, è Figlio di Dio (“Io sono”) proprio in quanto ingiustamente condannato a morte.

Qui, e non prima, si presenta il problema della fede cristiana: credere nella debolezza di Dio.

Qui il Vangelo raggiunge il suo apice: vediamo il Salvatore, il Giudice e Dio stesso in colui che condanniamo, giudichiamo e uccidiamo. Mentre le parole di Gesù suonano bestemmia per l’uomo religioso (Mc 14,64), la vera bestemmia è non riconoscere in lui il re che ci libera, il giudizio che ci salva, il Dio che ci ama (v. 65; 23,39).

Luca tralascia le accuse contro Gesù, e fa del processo la sua “testimonianza”. La parola “Io sono” costituisce il culmine della rivelazione biblica: mostra a tutti chi è lui e chi è il Padre. Per questo viene ucciso. Ma proprio così si manifesta senza più velo e chiede fede e risposta. “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). Il Padre delle misericordie (2Cor 1,3).

Il popolo invoca: “fa’ splendere il tuo volto, e noi saremo salvi” (Sal 80,4.8.20). Anche Mosè pregò dicendo: “Mostrami la tua gloria”. Ma nessuno può vedere il suo volto e restare in vita (Es 33,20). Ora però la preghiera è esaudita. Vediamo il suo volto. Porta su di sé la nostra morte, e ci dà in cambio la sua vita. Questo volto velato è la “salvezza del mio volto e mio Dio” (Sal 42,12). In lui ci è dato contemplare a viso scoperto colui nel quale persino “gli angeli desiderano fissare lo sguardo” (1Pt 1,12).

132. TU SEI IL RE DEI GIUDEI? (23,1-12)

I romani lasciano ai popoli sottomessi le loro leggi, l’amministrazione della giustizia e l’amministrazione del patrimonio pubblico. Si riservano però l’esecuzione delle condanne capitali. Per questo i giudei consegnano Gesù ai pagani, perché sia messo a morte. Come poi i suoi discepoli, lui per primo compare davanti a re e governatori, per rendere la sua testimonianza (Cf. 21,12s).

La duplice comparsa davanti a Pilato e a Erode mostra per contrasto la sua regalità, e mette in crisi l’ideale dell’uomo e l’idea stessa di Dio. Infatti il re è l’uomo ideale libero e signore del creato a immagine e somiglianza di Dio. Ora Gesù ci rivela che la libertà divina consiste nell’amare e la sua signoria nel servire fino all’impotenza di croce. La sua regalità è ben diversa da quella dell’uomo (22,25ss). A Luca sta molto a cuore provare la sua innocenza politica. È importante per la chiesa, che si trova ad affrontare le sue stesse accuse e persecuzioni. Ma è ancora più importante per capire cos’è il suo regno e la sua salvezza.

Gesù è un re innocuo per Pilato e pazzo per Erode. Ma proprio così riceve la veste candida che gli spetta: è “candidato” re, specchio in terra della gloria dei cielo. Proclamato tale per ovazione generale nella condanna a morte, sarà intronizzato sulla croce. Scandalo e follia per ogni uomo, questa è il potere e la sapienza di quel Dio che è amore.

Erode e Pilato, grazie a Gesù, divengono amici. Proprio essi colgono il primo frutto salvifico della sua regalità. Il suo regno infatti è la vittoria su ogni inimicizia. Egli lo realizza amando i nemici, facendo del bene a chi lo odia, benedicendo chi lo maledice e pregando per chi lo maltratta. Infatti è il Figlio dell’Altissimo, misericordioso come il Padre. Ora vediamo insieme Pilato ed Erode. Li abbiamo già incontrati rispettivamente anche in apertura e in chiusura del c. 13, che parla del Regno presente nella storia come un seme piccolo, preso e gettato nell’orto, come un po’ di lievito preso e nascosto. Ora comprendiamo che il Regno è Gesù stesso: insignificante e disprezzato, piccolo e preso, gettato fuori le mura e nascosto sotto terra, sarà il grande albero che accoglie tutti gli uccelli, sarà il lievito che farà lievitare la pasta del mondo in pane di vita. È questo il re, colui che viene nel nome del Signore. Non dobbiamo aspettarne un altro, ma cambiare le nostre attese (Cf. 7,18ss). È lui che depone i potenti dai troni (1,52) e ci salva, dandoci una nuova immagine di Dio, di re e di uomo.

133. CROCIFIGGILO! (23,13-25)

Questo brano ci narra il grande baratto: la vita del delinquente con la morte del Giusto. L’uccisione di Dio è la salvezza dell’uomo. Sei volte esce la parola “liberare”. La nostra libertà costa la consegna di Gesù.

La sua innocenza è sottolineata per tre volte da Pilato. Non solo per non dare pretesto ai romani di perseguire i cristiani come criminali politici, ma soprattutto perché sia chiaro che Gesù fu crocifisso solo perché “santo e giusto”. Se fosse stato ucciso perché empio e ingiusto, non sarebbe stato l’autore della vita (At 3,15) e non ci avrebbe liberati.

Il giudicato e reietto da tutti ci appare in una solitudine assoluta, unica e divina. Tutti sono contro di lui e gridano: “Crocifiggilo”. È solidale con il male di tutti.

“Ecco l’uomo!” (Gv 19,5). Ma anche: “Ecco Dio”. Quest’uomo vero, libero e capace di amare fino a questo punto, è il Figlio dell’Altissimo, misericordioso come il Padre. Sua icona perfetta, è venuto a restituire ai fratelli il loro volto perduto.

Questo brano ha una grossa funzione teologica: chiarisce chi e perché ha condannato Gesù, e spiega il risultato e il significato della sua morte.

Chi ha condannato Gesù? Tutti, nessuno escluso. Tutti hanno peccato e sono privi della Gloria (Rm 3,23). Ognuno ha prestato la sua mano a Satana, vero autore della morte di Gesù. Questa è la lotta definitiva tra il potere delle tenebre – è la sua ora! – e il Signore della luce.

Perché lo abbiamo condannato? Solo perché è Figlio di Dio e non ha fatto nulla di male. È santo e giusto, il solo santo e il solo giusto. A causa del peccato, il bene, invece che motivo di lode, è oggetto di invidia. Per essa entrò la morte nel mondo (Sap 2,24), e per essa il Figlio dell’uomo fu consegnato a morte (Mc 15,10). Gesù, condannato come buono dalla nostra cattiveria, porta su di sé il nostro male: “Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti”; “portò i nostri peccati nel suo corpo” (1Pt 3,18; 2,24); “ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi” (Gal 3,13), “colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore” (2Cor 5,21).

Cosa viene a noi da questa condanna? La giustificazione dai nostri peccati “la grazia pasquale”, che ci dà la vita immeritata invece della morte meritata. Barabba ne è la primizia. Il santo e il giusto muore al posto del peccatore ingiusto.

Cosa significa la sua morte? È chiaramente la morte salvifica del servo di JHWH. Egli dà la vita per noi, portando su di sé la nostra morte. È una morte “vicaria”, in vece nostra. Il santo e il giusto, che si fa computare tra i malfattori (22,37; Is 53,12) e uccidere ingiustamente, rivela il mistero stesso di Dio: amore che si fa condannare alla nostra stessa pena per stare con noi. Qui Dio compie un gesto più potente di quello della creazione: strappa dalle fauci della morte la sua creatura perduta. È la notte pasquale, in cui è ucciso il Figlio primogenito e liberato il popolo schiavo.

134. SE NEL LEGNO VERDE FANNO QUESTO, CHE AVVERRÀ NEL SECCO? (23,26-32)

Inizia l’ultima tappa del ritorno del Figlio al Padre la via crucis, il cammino del martire e insieme il corteo del re verso il suo trono.

In questo viaggio Gesù ritrova i suoi fratelli, che, in fin dei conti, percorrono la stessa via. La via crucis è una delle pratiche più care alla pietà cristiana. Porta dall’incontro alla contemplazione e all’identificazione con il Signore.

Il brano ci presenta tre istantanee: il cireneo, le figlie di Gerusalemme e i due malfattori. Sono i tre modi d’incontro dell’uomo con il Figlio dell’uomo. Nel cireneo vediamo chi è il vero discepolo. Non è Simone di Giona, che vuole e desidera morire con Gesù. È invece Simone di Cirene. Non desidera né vuole, ma deve portare la croce dietro di lui.

Nelle figlie di Gerusalemme vediamo chi è il vero popolo di Dio. Non sono i capi, ma quelle persone che hanno verso Gesù lo stesso sentimento che lui ha verso di loro: la compassione. Queste donne lo compiangono come re, giusto e profeta che va alla morte. Il Signore le invita a piangere su di sé, cioè a convertirsi. La conversione è possibile proprio ora, perché il legno verde brucia al posto di quello secco. È il mistero della misericordia di Dio, che offre perdono anticipato a tutti, perché tutti possano convertirsi ed essere salvi.

Nei due malfattori, condotti “con lui” alla croce, vediamo rappresentata l’umanità intera davanti alla propria morte. Tutti noi siamo mal-fattori. Facciamo il male e siamo legno secco destinato al fuoco. Il benefattore, che passò tra noi facendo del bene a tutti (At 10,38), è il legno verde che condivide la nostra sorte per donarci il suo regno. Come Simone di Cirene è solidale con la croce di Gesù, così Gesù è solidale con la nostra. È il nostro cireneo, ma volontario e per amore. Con lui ora possiamo comprendere la nostra croce, anche quella che non vogliamo e siamo costretti a portare. È quanto capirà uno dei due malfattori.

La tradizione pone qui l’episodio della “Veronica”. Realmente la contemplazione di Gesù che va al Calvario è principio di sapienza e di timor di Dio. Stampa nel nostro cuore la sua “vera icona”, in cui conosciamo perfettamente chi è per noi il Signore.

135. OGGI CON ME SARAI NEL PARADISO (23,33-43)

Le prime e ultime parole di Gesù in croce sono rivolte al Padre. Gli chiede perdono per chi lo crocifigge e gli rimette nelle mani la sua vita, carica di tutti i nostri peccati. Al centro c’è la sua solidarietà con i fratelli perduti.

Il brano ci presenta la regalità di Gesù, principio di salvezza. Dall’alto della croce, suo trono, il Signore compie il giudizio di Dio sui nemici: perdona e dona il Regno ai malfattori. Qui comprendiamo bene in che senso Gesù è re e qual è la salvezza che porta. È un re che esercita la sua libertà nel servire; l’unico suo potere è amare fino alla morte. La sua salvezza non è quella che si attende l’uomo. È quella di un Dio che si fa condannare alla nostra stessa pena, pur di stare con noi.

Sulla croce Gesù realizza il Regno che aveva annunciato all’inizio (6,20-38). Lui è il re. Povero, affamato, piangente, odiato, bandito, insultato e respinto come scellerato, ama i nemici, fa loro del bene, li benedice, intercede per loro, resiste al male portandolo, è disposto a subirne di più pur di non restituirlo, e dà agli altri la salvezza che ognuno vorrebbe per sé. Questa sua regalità rivela la grazia e la misericordia di Dio: è il Figlio uguale al Padre, che non giudica, non condanna, perdona e dona la vita per i fratelli.

Prima che esempio dei martiri, Gesù stesso è martire, ossia testimone dell’amore del Padre per tutti i suoi figli. Così apre a noi il Regno. La sua croce di giusto è giustificazione di tutti gli ingiusti e salvezza del mondo. È infatti rivelazione e vicinanza di un Dio amore gratuito, che nella sua misericordia si fa prossimo all’uomo peccatore. Ogni teologia della liberazione, per non cadere nell’idolatria e produrre altre alienazioni, deve fare i conti con la croce di Gesù. Egli respinge come tentazioni le nostre attese di salvezza, basate su segni di forza e di potenza. Moltiplicherebbero quel male dal quale vuole strapparci.

“Salvi se stesso” è il ritornello ripetuto sul Golgota. Rappresenta la suprema aspirazione dell’uomo che, mosso dalla paura della morte, cerca di salvarsi da essa a tutti i costi, instaurando la strategia dell’avere, del potere e dell’apparire. Ma proprio quest’ansia di vita genera l’egoismo, vera morte dell’uomo come figlio di Dio. Da qui poi nasce ogni altro male e falso modo di intendere la vita e la morte.

Gesù non ci libera dalla morte, ma dalla paura di essa, che ci avvelena tutta la vita. Infatti “il pungiglione della morte è il peccato” (1Cor 15,56). “Il” peccato è sostanzialmente quella menzogna che ci ha tolto la conoscenza di Dio come amore, e ci impedisce di accettare di essere da lui e per lui. Per questo temiamo l’incontro con lui come la nostra morte, e viviamo schiavi di quest’angoscia per tutta la vita. Lui ce ne libera, offrendoci la sua amicizia e standoci vicino fin nella morte. In questo modo la svuota del suo pungiglione. “Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14).

Con la sua uccisione, Gesù è Cristo e Figlio di Dio, messia e Signore, salvatore di tutti. È infatti prossimo a ogni perdita.

Proprio là dove noi temiamo la solitudine assoluta – il nulla e la dannazione – scopriamo un Dio che ci offre la sua solidarietà e la comunione con lui, che è la vita. La solitudine è l’unico male dal quale nessuno può salvarsi da solo.

Cade la falsa immagine di un Dio tremendo, che sta all’origine della paura della morte, causa dell’egoismo, causa dell’ansia di vita, causa della brama di avere, di potere e di apparire, causa di ogni male. La salvezza che Gesù ci porta ha quindi la sua fonte prima nella riconciliazione dell’uomo con il Padre della vita.

Le tre tentazioni iniziali del deserto si ripresentano ora in forma più radicale e in ordine inverso. Non sono più dei dubbi su come realizzare il Regno, ma una constatazione della sterilità di tutta la sua opera. La salvezza che il Figlio di Dio ha portato sembra non avere alcuna rilevanza, né religiosa, né politica, né personale. Gesù è religiosamente un maledetto, politicamente un impotente, personalmente un fallito. Sulla croce pare che tutto finisca e torni come prima. Anzi, peggio di prima, perché il male sembra aver vinto. Dopo una breve illusione, la tragica delusione! “Speravamo”, dice uno di quelli di Emmaus (24,21). Ma proprio questa è la vittoria decisiva. Il nostro male radicale è il voler salvare noi stessi. Gesù, perdendosi per noi, lo vince. Le sue tentazioni riguardano l’inutilità della croce e della sua salvezza. Sono le tentazioni costanti della chiesa e di ogni uomo. Bisogna uscire dalla trappola della propria attesa, per cogliere la prospettiva di Dio.

La salvezza consiste nel passaggio dal primo al secondo malfattore. Questo. convinto del suo fare il male e della solidarietà del suo Signore con lui, è l’unico che Gesù direttamente canonizza, elevandolo alla gloria del cielo. È il prototipo di tutti i santi del NT, malfattori graziati dalla croce di Gesù.

136. PADRE, NELLE TUE MANI AFFIDO IL MIO SPIRITO (23,44-49)

La scena della morte di Gesù secondo Luca contiene varie particolarità rispetto agli altri due sinottici. Le principali sono le seguenti: invece della citazione del Sal 22 e relative parole su Elia, troviamo la citazione del Sal 31; il velo del tempio si lacera prima della sua morte; il centurione lo proclama “giusto”; le folle si battono il petto.

A livello più generale è utile tener presente che la croce di Gesù per Marco è soprattutto la rivelazione del mistero di un Dio che muore per l’uomo; per Matteo è l’irruzione della Gloria che preannuncia la risurrezione; per Luca è il passaggio dal mondo della schiavitù alla casa del Padre. È il ritorno del Figlio perduto e ritrovato: sulla croce è definitivamente con noi, perché noi siamo con lui. Il modo in cui il maestro vive la sua morte è presentato come “causa esemplare” (= modello e forza per attuarlo) della vita e della morte del discepolo, chiamato a testimoniarlo sia dimorando nel corpo sia esulando da esso (2Cor 5,9).

Le brevi annotazioni degli avvenimenti che precedono e seguono la morte di Gesù ne illustrano i vari aspetti teologici.

Le tenebre e l’oscurarsi del sole (v. 44) sottolineano la sua portata cosmica e salvifica. Crocifiggendo il Giusto, il male ha raggiunto l’apice: è la fine del mondo, che ripiomba nel caos; è la tenebra fitta, che copre la terra di schiavitù. Ma Dio ne fa una nuova notte di genesi e di pasqua, in cui esplica tutto il suo potere di creatore e di salvatore: il suo unigenito Figlio ucciso è principio di un mondo nuovo, il sangue dell’Agnello immolato è riscatto per tutti. L’oscurarsi di tutta la terra è anche segno di lutto. È il pianto della creatura per il suo Creatore.

Lo squarciarsi del velo del tempio (v. 45) significa che Dio non è più chiuso all’uomo. Si è aperto, per accogliere il Figlio che ritorna a casa. In lui ogni fratello ora è riconciliato e ha libero accesso al Padre. Cessa l’antica alleanza che denuncia il peccato, inizia la nuova che annuncia il perdono.

La morte di Gesù, con le sue parole di fiducia, è un “e-spirare” (v. 46). Egli getta il proprio soffio vitale da questo mondo irrespirabile alla sorgente della vita. Si abbandona al Padre. La diffidenza e la fuga diventano affidamento e ritorno a lui. È la vittoria sul veleno della menzogna antica, l’ingresso nel giardino originario in cui il Benefattore introduce ogni malfattore che glielo chiede. La morte di Gesù è l’esaltazione piena di Dio; la sua Gloria torna tra gli uomini. Anche il centurione pagano la riconosce (v. 47). Nel Giusto che muore con gli ingiusti si rende visibile l’amore di Dio per noi; la sua bellezza traspare sulla terra e riacquista il suo peso.

Questa morte è uno “spettacolo” (v. 48), visione dell’essenza di Dio che si esibisce nella sua misericordia per l’uomo. Il Crocifisso è la theorìa divina, da cui scaturisce una prassi nuova. Finalmente l’uomo vede chi è Dio, si converte a lui, e ritorna a lui, suo “luogo naturale”: in cui solo è se stesso e può vivere.

I conoscenti di Gesù e le donne (v. 49) raffigurano l’inizio della chiesa, piccola, debole e impotente come il suo Signore. Riunita ai piedi della croce, raccoglie il frutto della com-passione di Dio per il male del mondo.

137. IL SABATO COMINCIAVA A RISPLENDERE (23,50-56)

La vita di Gesù è racchiusa tra due grotte, quella della nascita e quella della morte. Adoriamo l’umiltà di Dio. È in tutto simile a noi, che veniamo dalla terra e ad essa ritorniamo. Qui il suo amore raggiunge la massima umiltà, fino all’identificazione con noi.

Ora non fa più nulla, perché ha già fatto tutto. Solidale con noi fino in fondo, si è donato totalmente, fino allo svuotamento assoluto. Disceso nel luogo da cui cerchiamo disperatamente e invano di fuggire, diventa ciò che nessuno vuole essere e tutti diventiamo: il niente di sé, il no della vita.

Il sepolcro di Sara fu il primo pezzo di terra promessa (Gn 23). Il sepolcro di Gesù contiene la realizzazione ultima della promessa. Il suo corpo, gettato sotto terra, è il seme che porterà il frutto della vita. Il messia non salva dalla morte, ma nella morte. Ora scende nel regno di colei che tutti ha in suo potere. Lì sono quanti furono, lì saranno quanti ancora non sono; lì tutta l’umanità si dà convegno, ugualmente sconfitta. Nessuno sopravvive alla morte, che alla fine tiene tutti in prigione. Ora il Signore della vita ne varca le porte. La luce entra nelle tenebre e annuncia la buona notizia ai poveri. Comincia dai più poveri fra tutti: i morti che non hanno creduto nel tempo della pazienza e della magnanimità di Dio (1Pt 3,19s). Davvero senza misura è la sua misericordia: tutto riempie, come l’acqua l’oceano.

Nel sepolcro del Figlio dell’uomo si conclude la fatica di Dio in ricerca dell’uomo. Iniziata nel giardino dell’Eden, finisce nel giardino del sepolcro. “Adamo, dove sei?” (Gn 3,9) sono le sue prime parole rivolte all’uomo peccatore. Qui finalmente lo trova, perché non può più fuggire oltre. E riposa presso di lui, che da sempre ha amato e cercato.

In questa sera risplende la luce del sabato definitivo. Dio ha compiuto la sua creazione. La tomba, dove sono tutti i suoi figli, diventa anche sua dimora. Finalmente tutti sono con lui, vita di tutto ci ò che esiste (cf. Gv 1,3b-4a). Il corpo del Signore, ridotto a passività totale, scende nelle profondità della materia primordiale. La potenza del suo Spirito la riplasma a nuova vita. È la salvezza cosmica, che tutto e tutti strappa per sempre dal caos. La casa del Padre è finalmente piena (14,23).

La Parola entra nel silenzio, avvolta nella maestà della sua potenza creatrice.

“Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne, ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.

Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: Sia con tutti il mio Signore. E Cristo rispondendo disse ad Adamo: E con il tuo spirito. E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: Svegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.

Io sono il tuo Dio, che per te son diventato tuo figlio, che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi. Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi, mia effigie, fatto a mia immagine! Risorgi, usciamo da qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura.

Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te io, che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.

Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.

Sorgi, allontaniamoci da qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita; ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.

Il trono celeste è pronto, pronti agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli” (da un’antica omelia sul Sabato santo, riportata nel Breviario Romano).

Certamente Gesù avrà incontrato anche Giuda, giunto lì da poco. E questi gli avrà rivolto la stessa domanda che lui gli aveva fatto l’ultima notte: “Amico, perché sei qui?” (Mt 26,50).

138. NON È QUI, MA È RISORTO (24,1-12)

“Finché c’è vita, c’è speranza” dice un proverbio. L’uomo naturalmente pensa che la morte ponga fine a ogni speranza. La risurrezione non può che suscitare incredulità o ilarità (cf. At 17,32; 26,24). Ai sadducei, che non la ritenevano possibile, Gesù aveva detto: “Non siete voi forse in errore, dal momento che non conoscete le Scritture né la potenza di Dio?” (Mc 12,24). Indeducibile da qualsiasi premessa umana, essa è rivelata a chi conosce la promessa e la potenza di Dio (cf. commento a 20,27-40). È la realizzazione piena della sua salvezza. Amante della vita, Dio non vuole la morte. Ha creato l’uomo per l’immortalità, la cui radice è la conoscenza della sua potenza (Sap 11,26; 1,13.23; 15,3). In Gesù ce l’ha manifestata totalmente, mostrandoci come in lui tutta la creazione, insieme con noi, è destinata alla risurrezione, espressione piena della nostra verità di figli di Dio (Rm 8,19-23).

Per questo non siamo “come gli altri che non hanno speranza” (1Ts 4,13) oltre la morte. Se “abbiamo avuto speranza solo in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini” (1Cor 15,19). “Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato. Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1Cor 15,13s).

Con la nostra risurrezione, sta o cade quella di Cristo e il senso stesso di tutta la fede cristiana. La fede infatti è esperienza del Cristo risorto. La nostra vita, pur non ignorando nessuna delle tribolazioni comuni a tutti, è illuminata dalla gioia pasquale; e trova nell’incontro con il Signore glorificato la forza per camminare fin dove lui già ci attende.

La nostra risurrezione sarà corporea, come la sua. Non si tratta però di rianimazione di cadavere: un ritorno alla vita di prima. È creazione nuova, passaggio a una vita altra. Il nostro corpo sarà animato dallo stesso Spirito di Dio e parteciperà della sua vita. Infatti “si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso; si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale” (1Cor 15,42ss).

Questa vita nuova, superiore a ogni conoscenza umana, consiste nell’essere con Gesù, il Figlio unito al Padre nell’unico amore: “Saremo sempre con il Signore” (1Ts 4,17). Saremo con colui che è venuto a stare con noi fin sulla croce per poterci dire: “Oggi sarai con me in paradiso”.

Come gli altri racconti del Vangelo, a maggior ragione questi della risurrezione non sono il semplice resoconto di fatti accaduti una volta per sempre. Una volta per sempre si è svuotato il sepolcro e Gesù è risorto con il suo corpo glorioso. Ma ogni racconto intende mostrarci come noi ancora oggi possiamo incontrarlo. Tra le sue varie manifestazioni, avvenute a Gerusalemme e in Galilea, gli evangelisti scelgono quelle che ritengono più adatte ad aiutare la loro comunità a questo scopo, seguendo la loro particolare ottica catechetica. In tutte le narrazioni è costante la scoperta del sepolcro vuoto, l’annuncio della risurrezione, l’incredulità, l’incontro con il Risorto non riconosciuto, il riconoscimento attraverso il ricordo (Parola ed eucaristia!) e un cambiamento gioioso e sconvolgente nella consapevolezza di una vita nuova in unione con lui.

Luca insiste particolarmente sulla corporeità della risurrezione, perché l’ambito culturale al quale si rivolge la ritiene impossibile o anche disdicevole.

Il capitolo è racchiuso tra due assenze corporee: il corpo del Signore si assenta dall’abisso nella risurrezione e dalla terra nell’ascensione. È un moto dal sepolcro al cielo, dalla morte alla vita. Nel tempo che intercorre tra l’uscita dagli inferi e il ritorno al Padre, Gesù, parlando e mangiando con loro, ha confortato e introdotto i discepoli nei misteri del Regno che si sono realizzati in lui: ha spiegato le Scritture e ha mostrato la propria vita come loro via, in cui camminare nella forza del suo Spirito.

Al centro c’è l’incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus. Nella parola e nel pane lo “riconoscono” e si accomunano all’esperienza di coloro dai quali “fu visto”. Giardiniere per la Maddalena nel giardino, pescatore per i suoi discepoli sul lago, Gesù si fa viandante per quanti sono ancora per via. Cambia il senso del loro cammino senza speranza e li fa correre verso Gerusalemme.

In questo brano c’è la duplice constatazione del sepolcro vuoto – delle donne e di Pietro – e il duplice annuncio che proclama il Risorto – degli angeli alle donne e di queste ai discepoli. Il dubbio e l’incredulità sono il luogo dove le nostre attese di morte si scontrano con l’annuncio della vita nuova: “Perché cercate il Vivente con i morti? Non è qui. È risorto”. La consapevolezza di morte deve giungere a confrontarsi con il sepolcro vuoto. Qui l’uomo perde l’unica sua certezza indubitabile e si trova davanti a un’aporia, dalla quale può uscire solo attraverso l’annuncio e il ricordo delle parole del Signore che culminano nel banchetto. In questo far memoria di lui incontriamo il Vivente. La comunione con lui ci trasforma: viviamo del suo stesso Spirito con abbondante frutto di “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Già ora simili a lui, attendiamo la piena manifestazione dei dono ricevuto, quando alla fine lo vedremo così come egli è (1Gv 3,2).

139. “DAVVERO È RISORTO IL SIGNORE E FU VISTO DA SIMONE”.
COME FU RICONOSCIUTO DA LORO NELLO SPEZZAR DEL PANE (24,13-35)

Di questo episodio, preso da una tradizione secondaria, Luca fa una pagina esemplare per mostrarci come il Signore risorto è presente ancora oggi nella nostra vita di credenti e come possiamo incontrarlo. I due pellegrini sono figura della chiesa. Essa cambia cuore, volto e cammino quando, nella duplice mensa della parola e del pane, “sperimenta” il Vivente e si unisce alla proclamazione di fede di Pietro, dal quale “fu visto”.

In questo racconto, in cui si passa dal “non riconoscere” (v. 16) al “riconoscere” il Signore Gesù (v. 31, cf. v. 35) Luca ritraccia la sintesi di tutto il cammino proposto al suo lettore. Fin dall’inizio si era prefissato di far “riconoscere” a Teofilo la fondatezza della parola in cui è stato istruito (1,4). E lo fa in due tappe successive, che corrispondono alle due parti del suo Vangelo; l’ascolto del Signore che annuncia la parola, e la visione del suo volto mentre spezza il pane. Centro della duplice catechesi è il mistero del Figlio dell’uomo morto e risorto, davanti al quale ogni uomo “è senza testa e lento di cuore nel credere” (v. 25; cf. 9,45!).

I due discepoli conoscono la Scrittura. Rifiutano però lo scandalo della croce, ignorando che essa è la chiave per entrarvi e comprenderla. Il Signore morto e risorto – di cui ci narra il Vangelo e facciamo memoria nell’eucaristia – ci porta ad accogliere la storia di Gesù come realizzazione e spiegazione di tutto il disegno di salvezza.

“Veramente il Signore è risorto e fu visto da Simone!”. Ma ora è finito il periodo in cui si è fatto vedere. Nella sua ascensione la rivelazione si è chiusa, perché completata. Noi non abbiamo visto né lui né chi lo ha visto. Come quelli ai quali Luca si rivolge, siamo cristiani della terza generazione. Fondiamo la nostra fede sulla parola che ci tramanda la testimonianza dei testi oculari (1,2). Possiamo anche noi, come le donne e come Pietro, andare in pellegrinaggio al sepolcro. Come loro, lo troviamo vuoto. Non è lì il Vivente. Ma non ci ha lasciati. Egli è per le strade del mondo, fin che il suo regno non sia compiuto. Lui, il Figlio unico che dimora sempre presso il Padre, è uscito in cerca degli altri novantanove fratelli smarriti. Li segue, li incontra e si accompagna loro, per trasformare il loro esilio da fuga in pellegrinaggio. La nostalgia – che pur rimane e si esprime nel desiderio: “Maranà tha” (1Cor 16,22) – da triste dolore per un ritorno sempre più impossibile, diventa corsa gioiosa verso la casa del Padre.

Come ai due di Emmaus, lui si fa vicino a tutti noi. Fa i nostri stessi passi sia di delusione che di speranza, sia di morte che di vita. Ci incontra nella nostra vicenda quotidiana di viandanti, associandosi al nostro cammino, ovunque andiamo. Non si allontana da noi, anche se noi ci stiamo allontanando da lui. Il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto (5,32; 19,10).

Il nostro cuore è morto e raggelato. I nostri occhi, impossessati dalla paura, sono incapaci di riconoscerlo. Sono chiusi fin da quando, ai piedi dell’albero, la menzogna li aprì sulla nostra nudità. Ma ora colui che fu appeso all’albero, ci scalda il cuore e ci schiarisce la vista. Lui in persona ci apre le Scritture e ci spalanca gli occhi. Anche se diventa invisibile, sappiamo che è entrato per rimanere con noi. Con la sua forza compiamo il santo viaggio, che ci mette in comunione di fede e di vita con i primi discepoli. Pure noi “riconosciamo” il Vivente. Da loro fu anche “visto”.

Ma solo per un breve periodo, e per fondare la fede loro e nostra. Questa è la sola differenza tra loro e noi. Per il resto identica è la via che porta a riconoscerlo e identica la forza che ne scaturisce. Sia coloro dai quali fu visto, sia tutti noi ai quali fu testimoniato, giungiamo a lui attraverso l’annuncio che lo rivela risorto, il ricordo della sua parola e il “suo” gesto di spezzare il pane.

Dio è l’Emmanuele. Non è solo “colui che è”, ma “colui che è con”. Infatti è amore, vittoria sulla solitudine e sulla morte. Per questo rimane per sempre con noi, anzi “in noi”. Perché “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,56). La Parola e il pane, con cui resta nel nostro spirito e nella nostra carne, sono il viatico della chiesa, fino alla fine dei tempi. L’uomo diventa la parola che ascolta, e vive del pane che mangia. La parola e il corpo del Figlio ci assimilano a lui, donandoci il suo stesso Spirito, che è la forza per vivere da figli del Padre e da fratelli tra di noi.

Come i due di Emmaus, anche noi possiamo conoscere bene il Signore e tutte le Scritture. Ma siamo evangelizzati solo a metà, e tutta la nostra vita è amarezza e delusione, fino a quando la sua parola non ci fa comprendere la croce e il suo pane non ce lo fa riconoscere vivo e operante in noi.

Questo racconto inoltre ci insegna a “discernere” la visita del Signore. Egli ormai è sempre presente: “entrò per dimorare con loro!” (v. 29), e la sua azione è farci passare dalla desolazione alla consolazione. Se prima ci sentivamo soli e abbandonati, ci vuol far sentire che lui è con noi e riempie la nostra solitudine. Se il nostro cammino era una fuga, con tristezza, oscurità, scoramento e sfiducia, ora diventa una corsa a Gerusalemme verso i fratelli, con la mente piena di luce e il cuore traboccante di gioia, di fiducia, di coraggio e di speranza. Da questi segni tutti possiamo riconoscere la presenza del Vivente nella nostra vita concreta. È il nostro incontro trasformante con lui. La fede è questo rapporto vitale con lui, che è personale, non per sentito dire (cf. Gv 4,42).

140. SONO IO, IN PERSONA! PALPATEMI E GUARDATE (24,36-49)

“Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete!” (10,23). È la santa invidia nostra e di Luca per i primi discepoli, che videro colui che ci testimoniarono. Qui ci si narra come anch’essi, pur avendolo visto e toccato, devono, come noi, riconoscerlo e credergli attraverso la memoria della sua parola e il suo banchetto (vv. 36-45).

La Parola e il pane sono la presenza costante del Risorto nella sua chiesa. Con la prima ci spiega la promessa di Dio e ci tocca scaldandoci il cuore; con il secondo ci apre gli occhi sulla sua realizzazione e si fa vedere nel dono di sé (vv. 13-35). In questo modo anche noi sperimentiamo in prima persona la verità di quanto ci hanno trasmesso i testimoni oculari (1,2) e facciamo nostro il loro grido di meraviglia per la grande opera di Dio: “Veramente il Signore è risorto, e fu visto da Simone” (v. 34).

In questo brano Luca collega direttamente il nostro riconoscerlo con l’esperienza di Simone e degli altri con lui. La differenza tra noi e loro sta nel fatto che essi contemplarono e toccarono la sua carne anche fisicamente, noi invece la contempliamo e tocchiamo solo spiritualmente, attraverso la testimonianza della loro parola e il memoriale eucaristico (cf. 1Gv 1,1ss).

Luca insiste molto sulla corporeità del Signore risorto. È in polemica con l’ambiente ellenistico, che credeva all’immortalità dell’anima, ma non alla risurrezione dei corpi (At 17,18.32; 26,8.24). Con questa sta o cade sia la promessa di Dio che la speranza stessa dell’uomo di superare il nemico ultimo, la morte (1Cor 15,26). Questa vittoria è frutto dell’albero della croce, dove ci è offerta la solidarietà di Dio col nostro male.

Chiave di lettura e sintesi delle Scritture (“così è scritto”, v. 46) è il Crocifisso, che ci offre la visione di un Dio come amore e misericordia infinita. La sua risurrezione è quasi un corollario, che conferma da una parte la sua divinità e dall’altra il dono che è venuto a portarci.

Nel suo nome si annuncia a tutti la conversione e la remissione dei peccati (v. 47). In lui infatti vediamo la verità di colui dal quale la menzogna ci fece allontanare, e torniamo a volgerci a lui, che è la nostra vita. Ai piedi della croce cessa la nostra paura di Dio e la nostra fuga da lui, perché vediamo che lui da sempre è rivolto a noi e per sempre ci perdona. I discepoli saranno testimoni di questo (v. 48): faranno conoscere a tutti i fratelli il Signore Gesù come nuovo volto di Dio e salvezza dell’uomo.

La forza di questa testimonianza è lo Spirito santo, la potenza dall’alto (v. 49). Come scese su Maria, scenderà su di loro (1,35; At 1,8; 2,1ss. 33). L’incarnazione di Dio nella storia non solo continua, ma giunge così al suo stadio definitivo. Siamo negli ultimi giorni (At 2,17), in cui si vive ciò che è per sempre. Dio ha reso perfetta la sua solidarietà con l’uomo: al tempo degli antichi fu “davanti a noi” come legge per condurci alla terra promessa; al tempo di Gesù fu “con noi” per aprirci e insegnarci la strada al Padre; ora, nel tempo della chiesa, è “in noi” come vita nuova. Il Padre nel suo amore ci ha donato il Figlio; il Figlio, nello stesso amore, ci ha donato il suo Spirito; ora lo Spirito è la nostra vita piena nel Figlio, in cui amiamo il Padre e i fratelli. Il seme già è piantato e germogliato. Deve crescere e portare la pienezza del suo frutto, fino a quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). Allora sarà la festa del raccolto.

Gesù ha terminato la sua missione. Noi la continuiamo nello spazio e nel tempo. In lui e come lui, ci facciamo prossimi a tutti i fratelli, condividendo con loro la parola e il pane, curando con l’olio e il vino le loro ferite mortali. Da Gerusalemme fino agli estremi confini della terra, l’universo e quanto contiene, tutto sarà ricolmo della Gloria. Allora l’uomo avrà ritrovato pienamente se stesso. E sarà salvo, lui e la sua storia.

141. MENTRE EGLI LI BENEDICEVA, DISTÒ DA LORO (24,50-53)

Il Vangelo di Luca iniziò nel tempio con la benedizione mancata di Zaccaria, che non ebbe fede. Termina ora nel tempio con la benedizione e la gioia dei discepoli, che hanno riconosciuto e adorato il Signore. In mezzo c’è tutto il cammino di Gesù, che ha loro aperto gli orecchi e la mente all’ascolto, gli occhi e il cuore alla visione.

L’ascensione è narrata da Luca due volte, rispettivamente come conclusione del Vangelo e come inizio degli Atti. È la cerniera tra il tempo di Gesù e quello della chiesa, chiamata, per la potenza dello Spirito, a riviverlo qui e ora nella testimonianza e nell’annuncio. È insieme l’ultima apparizione del Risorto e il suo modo definitivo di essere tra noi fino al suo ritorno.

La narrazione è come una liturgia di glorificazione, simile alla solenne benedizione del sommo sacerdote Simeone quando finì di fortificare il tempio (Sir 50,20). L’ascensione compie il giorno senza fine di Pasqua. Il ritorno del Figlio al Padre costituisce il senso pieno del mistero pasquale, il punto di arrivo dell’esodo e della creazione stessa. L’uscita dalla terra dei sepolcri termina con l’ingresso nel cielo, la creatura si ricongiunge al suo creatore. Dopo l’ascensione Dio non ha più nulla da dire o da dare. Ha già detto e dato tutto nella carne di Gesù glorificata. C’è solo la necessità continua del suo Spirito, che ci faccia entrare e vivere in essa.

Il Signore non si allontana dai suoi. Sarà sempre in cammino con tutti i pellegrini, come con i due di Emmaus. Ma la sua presenza non sarà fisica, limitata nello spazio e nel tempo. Sarà spirituale, illimitata, ovunque e sempre. La sua distanza assoluta è in realtà una vicinanza assoluta. Se prima era vicino a noi col suo corpo, ora è in noi con il suo stesso Spirito. Prima era visibile, con il volto di un altro; ora è invisibile, come il nostro stesso volto trasfigurato nel suo dalla Parola e dal pane.

La sua ascensione – esaltazione della sua umanità alla dignità del Figlio di Dio – è certezza di benedizione per ogni uomo. Dopo un lungo travaglio, è nato il capo. Ma dove è il capo, sarà tutto il corpo. In lui vediamo la speranza alla quale siamo stati chiamati, il tesoro di gloria che racchiude la nostra eredità (Ef 1,18). In Gesù che ascende al cielo conosciamo compiutamente il mistero dell’uomo e del suo corpo. Sappiamo da dove viene perché vediamo dove va: viene dal Padre della luce, e a lui ritorna. La nostra vita non è più sospesa nel nulla; ha trovato il suo principio e il suo fine.

Gesù non ci lascia orfani e senza patria. Proprio con il suo distare ci indica il Padre e la sua casa, dove lui ci ha preceduto. La nostra patria è nei cieli e la nostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. In lui anche noi siamo già risorti, fatti sedere nei cieli e glorificati (Fil 3,20; Col 3,3; Ef 2,6; Rm 8,30). Dove è il nostro tesoro, lì è anche il nostro cuore (12,34) e, dove è il nostro cuore, lì saremo anche noi. Il comandamento dell’amore è la via per raggiungerlo. Ora conosciamo finalmente chi cerchiamo e come trovarlo.

La glorificazione di Gesù con il suo corpo è la realizzazione della brama più profonda che il Dio della vita ha messo nell’uomo: diventare come lui, vincendo la morte. Non è un sogno proibito (cf. Gn 3,4s), ma il dono che lui ci vuol fare.

Per questo i discepoli sono colmi di gioia! Il Signore, ascendendo in alto, ha compiuto i più grandi prodigi in nostro favore (cf. Ef 4,8). Ha distrutto la schiavitù che ci separa dalla patria del desiderio, vincendo la nostra morte e dando se stesso come senso della nostra vita; ha distribuito tutti i suoi doni, offrendoci il suo Spirito e la possibilità di vivere la sua vita. Ora siamo liberi, simili a lui, e vediamo in lui chi siamo noi. Figli nel Figlio, fatti finalmente adulti e responsabili, possiamo testimoniare e annunciare ai fratelli l’amore del Padre, continuando a fare e insegnare fino agli estremi confini della terra quanto lui cominciò a fare e a insegnare dalla Galilea a Gerusalemme (At 1,1).

“Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo” (Ef 1,3). Alla fine del Vangelo, Gesù ci dà la sua benedizione. Ci benedice due volte: di continuo e per sempre. Il suo bene-dire è un bene-dare. È infatti il Figlio, Parola perfetta del Padre, che adoriamo uguale a lui nella santità e nella misericordia. E noi lo benediciamo, dicendo bene di lui che ci dà-ogni-bene. In lui possiamo finalmente lodare Dio. Raggiungiamo il fine per cui siamo creati: gioiamo della gioia stessa di Dio, di Dio stesso che è gioia. Gioiamo di lui come lui gioisce di noi. La sua Gloria riempie la terra.

 

Estratti da:
Silvano Fausti, “Una Comunità legge il Vangelo di Luca”
Edizioni Dehoniane Bologna 1991

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Questa voce è stata pubblicata il 06/11/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , , .

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