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Il tuo Dio è un ragioniere contabile?


Dio contabile


Liberarsi dalle false immagini di Dio (3)
Francesco Cosentino “Il tuo Dio è un ragioniere contabile?”
https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com

Terza puntata di un percorso a tappe alla scoperta di quelle immagini di Dio parziali, confuse, distorte, negative, perfino da poter generare un senso di oppressione

All’annuncio straordinario di Gesù sull’amore incondizionato del Padre non è sempre facile credere. Sul momento ci stupisce e magari ci emoziona ma, immersi come siamo nel mondo e portandoci dentro tante ferite che riguardano proprio l’amore, siamo quasi sempre convinti del messaggio contrario: una cosa bella, un premio, perfino l’affetto delle persone care, sono cose che arrivano se te le sudi e se le meriti!
Questo triste musica che fa da sottofondo alle nostre anime ci impedisce di credere totalmente e veramente alla buona notizia del Vangelo manifestata da Gesù: Dio ti ama senza condizioni, senza merito, senza esigere nulla.

In realtà, molte persone coltivano l’immagine di un Dio privo di sentimenti e senza cuore, che tiene conto di ogni sbaglio e di ogni violazione della legge e lo registra per un rendiconto finale. Si tratta di un Dio che è simile a un “ragioniere contabile”, che ti premia solo se “i conti sono apposto”. Se un ragioniere contabile analizza, esamina e verificare la situazione della persona perché non trasgredisca le norme (soprattutto fiscali), un Dio immaginato così è simile a uno che ti aspetta per aprire la pratica che ti riguarda e controllare sul registro se hai pagato tutto e se c’è eventualmente qualcosa da saldare.

Questa immagine di Dio rischia di generare una religiosità legalista, fondata sul timore di trasgredire le norme e di non essere apposto davanti alla legge. Questo Dio diventa un ossessivo controllore della nostra anima, un grande fratello, una specie di doganiere che difficilmente mi fa attraversare la frontiera se non sono in regola.

Troppi cristiani immaginano un Dio ragioniere contabile. Spesso si tratta di persone che non accettano se stesse, non si sono riconciliate con la loro storia o fanno fatica ad accogliere con tenerezza la loro esistenza con le sue luci e le sue ombre. Facilmente, un’immagine di questo tipo genera una religione fondata sulla paura della trasgressione dei precetti, che fa diventare legalisti scrupolosi, minuziosamente attenti all’osservanza esteriore della legge. Se ci si lascia alimentare da questa spiritualità e da questa immagine negativa di Dio, si diventa facilmente perfezionisti e si vive sotto pressione, sottoponendo continuamente se stessi a severe verifiche e lasciandosi determinare dal giudizio degli altri.

La Bibbia ci racconta, invece, che Dio non tiene i conti della nostra vita su un registro segreto, perché è il Padre dell’amore che ci ha creati a Sua immagine e, perciò, ci ha donato una inviolabile dignità. Il nostro valore non dipende dai risultati raggiunti. Creandomi e chiamandomi a essere Suo figlio, Dio ha voluto pronunciare una parola di benvenuto alla mia vita e, come recita il bel Salmo 139, posso lodare il Signore perché mi ha fatto come un prodigio e fin dalle viscere di mia madre Egli ha tessuto la mia vita. Se anche mi trovassi a percorrere una valle oscura, il Signore si fa mio Pastore e, come un pastore fa con le pecore ferite e perdute, Egli viene a caricarmi sulle sue spalle per curarmi, guarirmi e riportarmi a casa.

Nella sua predicazione e in diverse parabole, Gesù trasforma la nostra immagine di un Dio ragioniere e controllore, che incute paura; nella parabola dei talenti, ad esempio, se i primi due servi investono con creatività e libertà, il problema del terzo servo è la paura del suo signore. Quando diamo troppo potere alla paura dentro di noi, essa blocca la nostra fiducia interiore e ci paralizza. Il terzo servo, avendo un’immagine severa e paurosa di Dio, nasconde il talento sotto terra e, di fatto, si condanna all’inferno: a furia di pensare che Dio è duro e miete dove non semina, va a finire che vivi nel terrore di sbagliare e ti perdi la gioia dell’incontro con Dio.

Anche la parabola del grano e della zizzania può aiutarci a vincere una cattiva immagine di Dio e correggere la nostra tentazione di essere perfezionisti. Se cadiamo nella trappola di pensare che per essere accolti e benvoluti, davanti a Dio e agli altri, dobbiamo mostrare un’immagine impeccabile di noi stessi, dovremo rimuovere tutte le nostre zone d’ombre, soffocare i nostri istinti, reprimere i bisogni, controllare le emozioni ed eliminare con violenza tutte le oscurità che ci abitano. Invece, nella parabola del grano buono e della zizzania, Gesù ci invita a vedere che nel campo della nostra vita e del mondo esistono gemme preziose ed erbacce cattive, punti di forza e aspetti di fragilità che convivono insieme. L’intransigenza e il rigorismo con cui tentiamo talvolta di strappare la zizzania non è buona, perché rischia di non farci raccogliere neanche il grano buono. Infatti, la fecondità della nostra vita non è mai assenza di passioni e di errori, ma fiducia che il grano buono crescerà e sarà più forte della zizzania. L’invito di Gesù è ad avere pazienza: bisogna attendere la mietitura puntando sul grano buono, senza dare troppo potere alla zizzania.

Anche davanti a Dio è così: non devo presentarmi in modo impeccabile e con un curriculum perfetto; devo piuttosto andare avanti senza paura, ridimensionando il male e dando spazio al grano buono che lo Spirito semina dentro di me.

[Le puntate di questo percorso si ispirano al libro dello stesso autore “Non è quel che credi. Liberarsi dalle false immagini di Dio” (Dehoniane).

 

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Questa voce è stata pubblicata il 11/11/2019 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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