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FP.it 11/2019 Liberarsi dalle false immagini di Dio

Formazione Permanente – italiano 11/2019

Testo doc FP.it 2019-11 Liberarsi dalle false immagini di Dio
Testo pdf FP.it 2019-11 Liberarsi dalle false immagini di Dio


Liberarsi dalle false immagini di Dio

Estratti dal volume 
“Non è quel che credi. Liberarsi dalle false immagini di Dio”
di 
Francesco Cosentino

Un percorso di riconciliazione con Dio, proposto da Francesco Cosentino, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana e officiale della Congregazione per il clero.

Prefazione di Enzo Bianchi

A che punto è l’annuncio del vangelo come buona notizia nella nostra società italiana? Con che linguaggio possiamo rendere le nostre parole su Dio comprensibili, prima ancora che accettabili e convincenti? E se dopo secoli di cristianità — in cui esigenze evangeliche, precetti ecclesiali, morale privata, etica pubblica, diritto civile, istituzioni statali viaggiavano in sostanziale armonia — sono bastati pochi decenni di secolarizzazione perché molti battezzati vedessero prevalere attorno e dentro di sé immagini di Dio negative e malsane, com’è possibile ritrovare la freschezza del vangelo e ridare splendore al volto di Cristo, il Figlio di Dio, l’uomo Gesù che ha saputo narrarci il Padre con parole che nessuno aveva mai udito prima?

A queste domande, così brucianti ed esigenti, cercano di rispondere con pacata risolutezza le pagine che seguono. L’autore non si attarda a distribuire colpe e responsabilità a quanti lo hanno preceduto nell’arduo e affascinante compito di trasmettere la fede. Anzi, grato per il suo personale itinerario di credente — un cammino in un certo senso da «privilegiato», che gli ha risparmiato le secche di una fede immiserita a religione di campanile — don Cosentino supera di slancio la tentazione di rammaricarsi per un’epoca che, pur con tutti i suoi evidenti limiti, ha comunque consentito alla fiaccola della fede di giungere fino ai nostri giorni.

L’analisi dell’impasse che la corsa del Vangelo nel mondo contemporaneo conosce è lucida e tagliente, ma non è né impietosa né arrogante, anzi è colma di attenzione, di cura, di sollecitudine pastorale, di misericordia verso le persone, siano esse ormai lontane dalla compagine ecclesiale, magari preda di un’acidità verso un passato di pesi e asfissia, oppure stancamente assestate in una condizione senza molte prospettive di speranza vitale.

L’autore non evita le questioni più scottanti, né le problematiche a volte incancrenite nel vissuto ecclesiale quotidiano, né tace sull’affievolirsi di una luce che fatica a illuminare e scaldare il cuore dei fratelli e delle sorelle in umanità. Ma non vi è mai una sola riga di scoramento, di accettazione passiva delle contraddizioni al Vangelo: basta tornare ogni volta con risoluta determinazione alla domanda maestra: «Le nostre immagini di Dio corrispondono a quella che ci ha donato Gesù?». Se il criterio decisivo è questo, allora tutto può riprendere vita e senso, allora la cenere può essere scostata e la brace riprendere ad ardere, allora lo «sta scritto» torna a essere «Parola di vita», che ridesta alla vita.

È significativo che il paradosso del titolo provocatore — Dio «non è quel che credi» — finisce per valere anche per l’ateo e il non credente: «Dio non è quello cui tu non credi!». Sì, perché le immagini distorte di Dio che noi cristiani coltiviamo in noi stessi non corrispondono al Dio di Gesù Cristo narrato e testimoniato nei Vangeli. Non dovremmo allora stupirci se questo volto sfigurato, deturpato, estraneo ai tratti evangelici di Gesù di Nazaret suscita rigetto o, al meglio, indifferenza nei nostri contemporanei. Si tratta quindi, come suggerisce nelle righe finali l’autore, di «tornare a leggere, meditare e pregare il Vangelo». Solo così sarà possibile l’incontro personale con Gesù e l’affascinante riscoperta dell’autentica immagine di Dio, quell’immagine che ogni essere umano custodisce indelebile nel più profondo del proprio essere.

di Enzo Bianchi

La predica di Neale

Una signora del pubblico, che sta ascoltando la predica di Neale Donald Walsch, a un certo punto si alza e chiede: «Se Dio volesse farci arrivare un messaggio, intendo il suo messaggio più importante per tutti noi, e lei dovesse sintetizzarlo in un paragrafo, che cosa scriverebbe?». Dopo una breve pausa, Neale risponde: «Lo ridurrei a quattro parole: voi mi avete frainteso».

La scena è narrata nel film Conversazioni con Dio, che riprende un vendutissimo bestseller americano in cui si racconta la storia vera di Neale Donald Walsch, il quale, dopo aver perso il lavoro ed essere finito nel baratro, vive una forte esperienza di Dio e diventa un famosissimo messaggero spirituale.

Non ci interessa discutere su Neale, sul suo successo e sul messaggio spirituale che diffonde. Ciò che desidero invece comunicare in questo libro è la convinzione che alla base dell’odierna crisi spirituale vi sia un grande ostacolo per la fede cristiana: abbiamo frainteso Dio. Il fraintendimento di Dio è ciò che spesso impedisce di entrare in una relazione viva con lui e con la Chiesa.

Si incontrano persone che, nella loro infanzia, hanno interiorizzato un’immagine di Dio oppressiva e soffocante. Esse hanno conosciuto Dio come un contabile puntiglioso o un giudice severo. Alcune di queste persone, nella vita, hanno sviluppato un atteggiamento religioso alimentato dalla paura di essere punite o non accettate; anche se molte volte hanno ascoltato che «Dio è amore e misericordia», hanno conservato intimamente la sensazione di non essere a posto davanti a un giudice così spietato. La loro religiosità fa leva sul sacrificio e sul peccato, mentre sono schiacciate dal senso di colpa, dal timore del giudizio e da una crescente ansia di prestazione religiosa.

Esteriormente si presentano spesso ligie e perfette, ma, in realtà, vivono un profondo disagio interiore e non riescono ad accogliere serenamente i propri limiti e le proprie fragilità. Guidate dal loro rigido super-io, restano schiacciate sotto il peso delle sue richieste. Purtroppo questo loro stato, talvolta, è dannosamente alimentato dai toni accusatori e moralisti di certe omelie, di alcune catechesi e di tutto un mondo devozionale, che suscita rimorsi, eccessi di scrupolo e sensi di colpa.

Vi sono però altre persone, tra quelle che hanno interiorizzato una cattiva immagine di Dio, che da adulte si sono definitivamente liberate di lui. Inconsciamente, qualcosa di quel simbolo sopravvive e li condiziona ancora, ma, dal punto di vista delle loro esplicite convinzioni, esse hanno ritenuto fosse un bene liberarsi di un Dio che ha avvelenato i piaceri della vita e di un mondo religioso che ha tagliato le ali alla gioia e alla libertà. Poiché in Dio non hanno trovato il Pastore buono e accogliente, tantomeno il Padre con le braccia spalancate, hanno rivolto contro di lui la propria rabbia. O, semplicemente, lo hanno definitivamente abbandonato e con lui non vogliono più avere niente a che fare.

In un suo libro recente, che ho letto davvero con grande frutto, Enzo Bianchi afferma: «A volte Dio diventa una presenza ossessiva, e va riconosciuto che di ciò sono particolarmente responsabili quanti si appellano a lui e magari si dicono investiti dell’autorità e della missione di parlare di lui: quante immagini perverse, quanti vitelli d’oro (cfr. Es 32) hanno fabbricato e fabbricano con l’intenzione di “fare il bene”, di “educare”, di radicare la religione… Fabbricano e distribuiscono immagini di un Dio che ama finché uno fa il bene, ma che non ama più chi fa il male; immagini di un Dio “spione” (“Dio ti vede!”), che vìola la nostra stessa intimità; si spingono fino a tracciare veri e propri sgorbi di un Dio che castiga ed è pronto a farcela pagare se non lo compiacciamo in tutto… Dovremmo ricordare che quando uno ha un’immagine perversa di Dio, un’immagine del Padre nei cieli peggiore di quella del padre umano che, pur insufficiente, ha conosciuto, allora diventa ateo, cioè preferisce fare a meno di Dio. Perché un Padre-padrone, un Padre che chiede prestazioni non è sopportabile» (E. Bianchi, Raccontare l’amore).

Io sono grato all’ambiente religioso in cui sono cresciuto. Nella mia famiglia c’è stato uno spirito di fede e, successivamente, un cammino spirituale più profondo, che non hanno mai avuto il retrogusto del bigottismo. Nella comunità parrocchiale che frequentavo da bambino ho sviluppato una fede gioiosa e lì sono nate alcune delle mie più belle amicizie.

Infine, prima di maturare la scelta del sacerdozio, ho ricevuto la grazia di essere accompagnato e sostenuto da un parroco amabile, una persona pienamente umana, spirituale, delicata, riconciliata con Dio e con gli altri; con la sua vicinanza e l’approccio della sua predicazione mi ha presentato Dio in modo affascinante e mi ha trasmesso un’immagine felice della fede e del sacerdozio.

Nella mia infanzia non sono stato ferito o turbato dall’esperienza religiosa. Tuttavia, ho incontrato e mi capita ancora di ascoltare persone che hanno vissuto un’esperienza diversa.

Generalmente succede che, nel dialogo, è la pazienza a portare frutto: se non si giudica tutto e subito, e si riesce a mettere tra parentesi una certa inevitabile asperità nel confronto, lentamente queste persone si sciolgono e riescono ad aprirsi; riescono a intuire, cioè, che le loro convinzioni e sicurezze si radicano in una certa immagine di Dio o esperienza di Chiesa, ma che, al contempo, le cose forse non stanno esattamente come pensano.

Bisogna ammetterlo: una certa educazione religiosa del passato, che ha visto espressioni di eccellenza e molti punti forti, ha avuto anche dei lati oscuri.

Questo libro nasce dal desiderio di aiutare le persone a percorrere una via di guarigione dalle immagini di Dio negative e malsane, che spesso hanno ferito la loro vita; si tratta di un percorso di riconciliazione con Dio, nato dalla convinzione che tra quelli che oggi rifiutano Dio — e non sono pochi — molti stanno in realtà respingendo un’immagine sbagliata di lui. Dinanzi alla situazione di queste persone abbiamo il dovere di chiederci: come è possibile fare una buona esperienza di Dio? È possibile annunciare Dio come una buona notizia?

di Francesco Cosentino

Liberarsi dalle false immagini di Dio (1)
“Il tuo Dio è un tappabuchi?”

In quale Dio crediamo? Siamo sicuri che la nostra immagine di Dio rifletta quella che Gesù ci ha voluto presentare e ci annuncia nel Vangelo? Molte persone hanno immagini di Dio parziali, confuse, distorte, perfino negative al punto di generare un senso di oppressione. Se per molti oggi la fede è diventata impossibile o si è ridotta a una stanca e noiosa abitudine, ciò non deriva principalmente per motivi “esternia noi, ma dal fatto che spesso il Dio che crediamo non è affatto quello che Gesù e i Vangeli ci rivelano. È una sua caricatura.

Quale Dio continuare a credere?

Ci sono persone che, durante l’infanzia o a motivo dei linguaggi e delle pratiche religiose ed ecclesiali, hanno un’immagine di Dio rigida, oppressiva e soffocante, tanto da aver abbracciato una religiosità fondata sulla paura o sul senso di colpa, con non pochi risvolti di natura psicologica. Dinanzi alla loro storia ferita e al fraintendimento di Dio, dobbiamo chiederci: Quale Dio continuare a credere?

Per rispondere a questa domanda ho pubblicato di recente un libro intitolato “Non è quel che credi. Liberarsi dalle false immagini di Dio”. Nel libro analizzo cinque immagini negative di Dio, per iniziare un vero e proprio cammino di guarigione e di purificazione.

Il Dio tappabuchi

La prima immagine è quella del Dio tappabuchi. Si tratta di un Dio ideale, sul quale proiettiamo i nostri desideri e bisogni. Quando la vita quotidiana diventa insopportabile e ci sentiamo appesantiti non solo dai problemi, ma anche da piccole e grandi scelte che dobbiamo compiere, è comodo rifugiarsi in un Dio che, dall’alto, mi risolve i problemi. In tal senso, Egli è Colui che viene a “tappare i buchi” che non sono in grado di coprire da solo. La spiritualità, allora, non mi serve ad affrontare con coraggio e responsabilità le sfide della vita, ma, al contrario, è una scorciatoia, un modo per fuggire le questioni del vivere, un comodo rifugio che mi rende passivo.

Chi vive secondo questa immagine di Dio tende ad avere una ricerca spirituale ansiogena dove anche la preghiera, come in un rito magico, serve solo a invocare Dio perché intervenga dove la mia vita ha delle falle. Alcune persone che coltivano questa immagine, in realtà evitano se stessi e non si assumono mai, in prima persona e in modo adulto, il rischio della vita. “Tappabuchi” è il nome che il teologo protestante Bonhoeffer ha dato proprio a questo Dio invocato “ai limiti della conoscenza”, quando magari per pigrizia le forze umane vengono a mancare.

Generalmente, le persone che interiorizzano questa immagine di Dio hanno bassa autostima, insicurezza, poca fiducia in sé, poca capacità di affrontare da soli le cose della vita. Prima o poi succede che Dio non risolve questo o quel problema come io speravo: allora l’immagine del tappabuchi si frantuma e la delusione può essere grande.

Non fuggire le proprie responsabilità

Credere in Dio significa certamente affidarsi e credere che la mia storia e quella dell’umanità è saldamente nelle mani di un Dio buono, misericordioso, che ha cura di noi. Tuttavia, ciò non significa fuggire dalla vita e dalle responsabilità, ma, al contrario, cercare di capire quale strada Dio mi indica perché io possa affrontare le situazioni che si presentano sul mio cammino.

La prima pagina della Bibbia, che si apre col racconto della creazione, è un primo invito a purificare questa immagine del Dio tappabuchi; siamo amati da Dio perché proveniamo da Lui e, come Creatore, Egli ha soffiato un alito di vita nelle nostre narici, cosicché qualunque cosa accada e in qualunque situazione ci troviamo, noi sappiamo che la nostra esistenza è nelle mani del Signore. Ma, allo stesso tempo, dopo aver creato l’uomo – afferma la Genesi – Dio lo pose nel giardino e glielo affidò perché lo custodisse. Siamo creati e accompagnati da Dio, ma è compito nostro cooperare a questo progetto e prenderci cura in prima persona del giardino della nostra anima, della nostra vita e del nostro mondo.

Nella sua predicazione, Gesù fa spesso riferimento al fatto che dall’amore del Padre abbiamo ricevuto dei talenti e dei doni, ma questi ci sono affidati proprio perché, con sapienza e senso di responsabilità, li facciamo trafficare e moltiplicare. Così come a noi è stata affidata la bellissima vigna del Signore e siamo stati chiamati a essere suoi operai; ma se mangiamo, beviamo, maltrattiamo gli altri e ci impossessiamo dei doni di Dio senza essere vigilanti e attenti al suo ritorno, perderemo tutto.

L’immagine del Dio tappabuchi rischia di farci diventare persone timorose, deboli, incapaci di reagire alle sfide della vita. Ma la fede cristiana, invece, annuncia che Dio è con noi, non per risolverci i problemi dall’alto, ma per donarci la luce dello Spirito e la forza di abbracciare in profondità il mistero della nostra esistenza.

Liberarsi dalle false immagini di Dio (2)
“Il tuo Dio è un giudice che castiga?” 

Un’immagine di Dio fin troppo frequente è quella del Dio giudice. Per evitare ulteriori fraintendimenti, è meglio chiarire subito: è vero, Dio è anche un giudice e questa affermazione la troviamo nella Sacra Scrittura. Qual è allora il problema?

Generalmente, il nodo principale consiste nel fatto che applichiamo a Dio il nostro modo di intendere e di pensare la giustizia.
Per noi giustizia significa anzitutto che “se sbagli, paghi” e a stabilirlo, in un aula di tribunale, è un giudice che verificherà in modo minuzioso le colpe e le responsabilità. Questa idea resta troppo limitata e parziale rispetto alla giustizia di Dio, perché si limita a richiedere al colpevole di ripagare il danno causato. Ma, la giustizia di Dio è davvero così?

La Bibbia ci fa vedere che nell’agire di Dio c’è una giustizia che va oltre. Come ha ricordato spesso Papa Francesco, la giustizia di Dio è la misericordia: Egli non vuole che tu paghi in quanto colpevole, ma vuole renderti giusto e liberarti dalla colpa, cosicché tu non debba pagare i tuoi debiti! È un completo rovesciamento di prospettiva, che circola ancora poco nelle nostre Chiese. Con la misericordia, Dio sconfigge il male che ti assedia, cioè “ti rende giustizia”. Noi abbiamo sempre l’idea di dover recuperare l’errore davanti a Dio; in realtà, quando cadiamo nella rete del male Dio si commuove e soffre per noi ed è Lui stesso che interviene a nostro favore “facendo giustizia”, cioè liberandoci dalle prigionie e dalle schiavitù. La sua giustizia non è quella della semplice applicazione della legge (il “se sbagli, paghi”), ma è la misericordia con cui ci trasforma rendendoci nuove creature.

Purtroppo, molti cristiani hanno invece un’immagine di Dio che somiglia a quella di un giudice severo e spietato, al quale interessa solo stabilire le nostre colpe e punirci se siamo colpevoli.

Questa immagine di Dio viene inculcata, a volte senza volerlo, soprattutto nell’educazione religiosa ricevuta durante l’infanzia, a causa della scarsa cautela e attenzione di genitori, educatori e figure religiose di riferimento. Talvolta, purtroppo, nel tentativo di educare, rimproverare o correggere, si fa cenno della punizione di Dio o al fatto che “Dio vede tutto” e “Gesù si offende”. Molti bambini, ancora oggi, crescono con l’idea che davanti a Dio bisogna essere bimbi buoni invece che capricciosi, cioè non bisogna mai sbagliare. Se questa concezione di Dio rimane fissata e non viene scalzata da una buona evangelizzazione, si genera facilmente l’idea del perfezionismo: davanti a Dio non posso commettere errori.

In diversi colloqui spirituali, ho potuto sperimentare che molte persone arrivano come se fossero esauste e interiormente spezzate. Al di là di alcuni motivi “esterni”, il problema è che esse mettono costantemente sotto pressione se stesse, per dimostrare agli altri dei risultati sempre migliori. Hanno avuto spesso dei genitori che esigevano molto e dinanzi ai quali hanno dovuto sempre fornire delle prestazioni eccellenti per ricevere un po’ di attenzione. Sono cresciute con la paura di sbagliare e con i sentimenti di colpa dinanzi ai propri errori. In questo orizzonte, Dio è diventato per loro un giudice dinanzi a quale dover dimostrare ogni giorno la propria innocenza e il proprio valore, per non incorrere nella minaccia di un castigo. Le persone che hanno questa immagine di Dio diventano facilmente rigide, perfezioniste e dure anche con se stesse, spesso sprofondando nei sensi di colpa e negli scrupoli.

Ritornando alla Parola di Dio possiamo trovare una nuova via per rinnovare la nostra spiritualità e liberarla dalla paura di Dio, così da ricostruire anche la fiducia in noi stessi, anche nel mezzo delle esperienze fallimentari della nostra vita.

Il roveto ardente dinanzi al quale si trova Mosè, per esempio, è un luogo arido nel quale, tuttavia, brucia la presenza di Dio; esso rappresenta quell’aspetto o quella situazione della nostra vita che sono diventati secchi e inariditi, eppure in quel fallimento Dio è all’opera col fuoco della Sua presenza. Nella mia debolezza Dio risplende. Posso accogliere anche i miei difetti e i miei errori, senza paura di Dio e senza identificarmi con essi: il mio valore non dipende da essi, ma dal fatto che nel roveto arido della mia vita arde il fuoco della presenza di Dio.

Nella parabola del Padre Misericordioso, Gesù ci mostra che Dio non è un despota da temere o un giudice dinanzi al quale dover riparare il danno; Egli è il Padre di ogni figlio perduto e ama senza porre condizioni. Se il figlio minore ragiona secondo una giustizia umana – cioè “potrò essere riammesso in casa solo chiedendo scusa e ripagando il male commesso” – ecco che Dio, invece, scruta l’orizzonte da lontano e, quando lo vede gli corre incontro per abbracciarlo senza attendere le sue scuse e senza esigere il conto.

Dinanzi all’amore di Dio, manifestato da Gesù e dal Vangelo, ci accorgiamo che un Dio duro e col dito puntato, non esiste. E se esiste non è cristiano.

Liberarsi dalle false immagini di Dio (3)
“Il tuo Dio è un ragioniere contabile?

Terza puntata di un percorso a tappe alla scoperta di quelle immagini di Dio parziali, confuse, distorte, negative, perfino da poter generare un senso di oppressione

All’annuncio straordinario di Gesù sull’amore incondizionato del Padre non è sempre facile credere. Sul momento ci stupisce e magari ci emoziona ma, immersi come siamo nel mondo e portandoci dentro tante ferite che riguardano proprio l’amore, siamo quasi sempre convinti del messaggio contrario: una cosa bella, un premio, perfino l’affetto delle persone care, sono cose che arrivano se te le sudi e se le meriti!
Questo triste musica che fa da sottofondo alle nostre anime ci impedisce di credere totalmente e veramente alla buona notizia del Vangelo manifestata da Gesù: Dio ti ama senza condizioni, senza merito, senza esigere nulla.

In realtà, molte persone coltivano l’immagine di un Dio privo di sentimenti e senza cuore, che tiene conto di ogni sbaglio e di ogni violazione della legge e lo registra per un rendiconto finale. Si tratta di un Dio che è simile a un “ragioniere contabile”, che ti premia solo se “i conti sono apposto”. Se un ragioniere contabile analizza, esamina e verificare la situazione della persona perché non trasgredisca le norme (soprattutto fiscali), un Dio immaginato così è simile a uno che ti aspetta per aprire la pratica che ti riguarda e controllare sul registro se hai pagato tutto e se c’è eventualmente qualcosa da saldare.

Questa immagine di Dio rischia di generare una religiosità legalista, fondata sul timore di trasgredire le norme e di non essere apposto davanti alla legge. Questo Dio diventa un ossessivo controllore della nostra anima, un grande fratello, una specie di doganiere che difficilmente mi fa attraversare la frontiera se non sono in regola.

Troppi cristiani immaginano un Dio ragioniere contabile. Spesso si tratta di persone che non accettano se stesse, non si sono riconciliate con la loro storia o fanno fatica ad accogliere con tenerezza la loro esistenza con le sue luci e le sue ombre. Facilmente, un’immagine di questo tipo genera una religione fondata sulla paura della trasgressione dei precetti, che fa diventare legalisti scrupolosi, minuziosamente attenti all’osservanza esteriore della legge. Se ci si lascia alimentare da questa spiritualità e da questa immagine negativa di Dio, si diventa facilmente perfezionisti e si vive sotto pressione, sottoponendo continuamente se stessi a severe verifiche e lasciandosi determinare dal giudizio degli altri.

La Bibbia ci racconta, invece, che Dio non tiene i conti della nostra vita su un registro segreto, perché è il Padre dell’amore che ci ha creati a Sua immagine e, perciò, ci ha donato una inviolabile dignità. Il nostro valore non dipende dai risultati raggiunti. Creandomi e chiamandomi a essere Suo figlio, Dio ha voluto pronunciare una parola di benvenuto alla mia vita e, come recita il bel Salmo 139, posso lodare il Signore perché mi ha fatto come un prodigio e fin dalle viscere di mia madre Egli ha tessuto la mia vita. Se anche mi trovassi a percorrere una valle oscura, il Signore si fa mio Pastore e, come un pastore fa con le pecore ferite e perdute, Egli viene a caricarmi sulle sue spalle per curarmi, guarirmi e riportarmi a casa.

Nella sua predicazione e in diverse parabole, Gesù trasforma la nostra immagine di un Dio ragioniere e controllore, che incute paura; nella parabola dei talenti, ad esempio, se i primi due servi investono con creatività e libertà, il problema del terzo servo è la paura del suo signore. Quando diamo troppo potere alla paura dentro di noi, essa blocca la nostra fiducia interiore e ci paralizza. Il terzo servo, avendo un’immagine severa e paurosa di Dio, nasconde il talento sotto terra e, di fatto, si condanna all’inferno: a furia di pensare che Dio è duro e miete dove non semina, va a finire che vivi nel terrore di sbagliare e ti perdi la gioia dell’incontro con Dio.

Anche la parabola del grano e della zizzania può aiutarci a vincere una cattiva immagine di Dio e correggere la nostra tentazione di essere perfezionisti. Se cadiamo nella trappola di pensare che per essere accolti e benvoluti, davanti a Dio e agli altri, dobbiamo mostrare un’immagine impeccabile di noi stessi, dovremo rimuovere tutte le nostre zone d’ombre, soffocare i nostri istinti, reprimere i bisogni, controllare le emozioni ed eliminare con violenza tutte le oscurità che ci abitano. Invece, nella parabola del grano buono e della zizzania, Gesù ci invita a vedere che nel campo della nostra vita e del mondo esistono gemme preziose ed erbacce cattive, punti di forza e aspetti di fragilità che convivono insieme. L’intransigenza e il rigorismo con cui tentiamo talvolta di strappare la zizzania non è buona, perché rischia di non farci raccogliere neanche il grano buono. Infatti, la fecondità della nostra vita non è mai assenza di passioni e di errori, ma fiducia che il grano buono crescerà e sarà più forte della zizzania. L’invito di Gesù è ad avere pazienza: bisogna attendere la mietitura puntando sul grano buono, senza dare troppo potere alla zizzania.

Anche davanti a Dio è così: non devo presentarmi in modo impeccabile e con un curriculum perfetto; devo piuttosto andare avanti senza paura, ridimensionando il male e dando spazio al grano buono che lo Spirito semina dentro di me.

Liberarsi dalle false immagini di Dio (4)
“Il tuo Dio vuole il sacrificio?” 

Quarta puntata di un percorso a tappe alla scoperta di quelle immagini di Dio parziali, confuse, distorte, negative, perfino da poter generare un senso di oppressione

Sarà capitato a tutti noi di osservare il cielo in una giornata di foschia o di nebbia; quando viene a mancare la limpidezza della luce, i contorni risultano sfumati e la bellezza del firmamento ci sfugge.
Nella predicazione e nella tradizione cristiana succede spesso così: la bellezza del Vangelo viene ricoperta da una polvere che ne impedisce di coglierne i contorni. Ciò succede soprattutto ad alcune parole e dimensioni cristiane che, nel tempo, sono state soggette a interpretazioni non solo parziali ma anche per coì dire “estreme”. È questo il caso del “sacrificio”, parola tanto cara alle religioni e alla fede cristiana, ma anche tanto male interpretata e tanto strumentalizzata fino a generare un’immagine di Dio negativa e perfino tremenda.
La parola “sacrificio” è comune a tutte le religioni. È proprio dell’esperienza religiosa, infatti, avvicinarsi alla divinità e presentare l’offerta di un sacrificio per essere graditi e accolti con benevolenza. Ora, se il sacrificio rimane un importante elemento dell’esperienza religiosa, tuttavia bisogna dire con il cristianesimo le cose…sono radicalmente cambiate!

Nella mentalità della religione si pensa più o meno così: sacrificio significa compiere un atto gradito a Dio, cioè un’azione per “ingraziarselo”, per “tenerselo buono”, per “ottenere il suo favore”. Ora, poniamoci una semplice domanda: è questo il senso del sacrificio cristiano? Quale significato ha dato Gesù al sacrificio?

Vorrei farmi portavoce di un annuncio straordinario e diffonderlo ovunque, in ogni comunità dove i credenti si riuniscono per adorare il Signore e invocare il Suo nome: il cristianesimo è la fine dei sacrifici. In Gesù, Dio mette la parola fine al sacrificio, perché è Lui a sacrificarsi per noi sulla Croce! Lui è l’Agnello di Dio!

Tuttavia, una buona parte della spiritualità cristiana è ancorata a una mentalità che esalta il sacrificio fuori misura, insieme a un’eccessiva enfasi sul tema del peccato. Essendo peccatori, per essere accolti e graditi a Dio, dobbiamo offrirgli i nostri sacrifici, che ci aiutano a scontare il male commesso perché provocano in noi la meritata sofferenza. L’immagine di Dio che tiranneggia dietro una religiosità così sacrificale è quella di un Dio arrabbiato e severo, quasi assetato di sangue che, dopo aver mandato a morte Suo Figlio (altro grave errore teologico), esige anche da noi dolore e sacrificio, e così ci fa scontare il peccato.

In questa mentalità, il sacrificio diventa assolutamente necessario e, anzi, spesso è Dio stesso a richiederlo e a “mandarci la croce” che meritiamo!

Questa immagine di Dio è perversa e pericolosa. Anche nella mentalità religiosa, come quella del popolo di Israele, che offre capri e agnelli a Javhè, Dio cerca di purificare il significato del sacrificio attraverso la voce dei profeti; essi contestano le forme dei sacrifici religiosi, perché spesso sono diventati una semplice formalità esteriore per assolvere un precetto, ma non trasformano il cuore e non lo aprono all’amore di Dio e del prossimo. I Profeti ci ricordano che il cuore del sacrificio non è la nostra offerta a Dio, ma la relazione con Lui che deve cambiare il cuore e renderlo simile al Suo, aperto all’amore verso i fratelli e specialmente verso i più poveri: “Misericordia e amore voglio, e non sacrifici” (Os, 6,1-6).

Nella Sua predicazione, Gesù ripete spesso questa parole per trasformare la logica di una mentalità religiosa sacrificale ed esteriore e presentare il comandamento nuovo che riassume tutti gli altri: l’amore. Offrendosi per amore all’umanità intera, ci mostra non un Dio arrabbiato che, per placare la sua collera esige la morte del Figlio, ma un Dio che per amore lotta, soffre e muore per noi. La Croce di Gesù, perciò, è la fine della religione e di tutti i suoi sacrifici: non è più l’uomo a dover dare qualcosa a Dio, ma Dio che dona se stesso all’uomo. L’Eucaristia, che riattualizza il sacrificio di Cristo, è allora l’unico sacrificio vivente, puro e senza macchia e per il cristiano.

Tutte le volte che abbiamo cercato il sacrificio, che abbiamo pensato che Dio si diverte a “mandarci la croce” che meritiamo, che abbiamo preferito lo stile sacrificale e quaresimale invece che la gioia della Pasqua, abbiamo dato potere a un’immagine di Dio negativa e tenebrosa, che non ha nulla a che fare con il Dio di Gesù.

In realtà, ancora una volta Dio “non è quel che credi”. Egli non mi vuole caricare di croci né opprimermi con pesi sulle spalle. La sofferenza non corrisponde a nessun progetto di Dio su di me, benché Dio se ne possa servire – come e quando ciò avviene lo sa però solo Dio – per il mio bene Dio. Dio non vuole sacrifici, ma un cuore aperto ad accoglierlo e amarlo. Per noi non ha pensato la sofferenza, ma da essa come dalla morte ci ha liberati per sempre.

Liberarsi dalle false immagini di Dio (5)
“Il tuo Dio ti vuole sempre efficiente?” 

Quinta (ed ultima) puntata di un percorso a tappe alla scoperta di quelle immagini di Dio parziali, confuse, distorte, negative, perfino da poter generare un senso di oppressione

C’è un motto che presiede e guida le nostre anime e la nostra società: “tu vali a seconda di quanto produci”. A generare questa visione riduttiva e per certi versi malsana della vita è stata la cultura dell’efficienza, che pervade ormai ogni ambito della società.
Il motto può anche essere declinato: tu sei qualcuno se stai sempre sul pezzo; tu vivi davvero se ti metti alla guida di questo treno in corsa, che ti vuole far visitare più posti possibili; tu potrai ricevere davvero stima se produci e moltiplichi. In una parola: il tuo valore dipende da quanto sei efficiente. Niente spazio per la riflessione, il silenzio, la pausa, le fragilità. Corri, e porta frutto!
Siamo in presenza di un criterio che, poco o molto, rischia di inquinare il nostro spirito, di ridurre gli spazi umani, di produrre generazioni di persone super-eccitate, mai a contatto con se stesse, risucchiate dalla frenesia. Papa Francesco ha affermato che “Dobbiamo pensare anche alla sana cultura dell’ozio, di saper riposare”.

Questo imperativo che ci spinge a produrre e ottenere sempre risultati ottimali condiziona e coinvolge anche la fede, fino a generare l’immagine di un Dio dell’efficienza. Un Dio che esige prestazioni perfette e una produzione ininterrotta di opere buone, e che ci giudica a seconda del risultato che siamo capaci di portare a casa. Chi ha questa immagine di Dio eccede in attività di per sé meritevoli, ma questo eccedere è eccessivo. Lo zelo profuso per questa o quell’altra attività è alimentato dall’idea che “in questo modo si fa la volontà di Dio” o che “bisogna portare la propria croce”. In fondo, si tratta di fare il bene, ma di fare il bene senza misura.

Ci sono persone che, per questo motivo, arrivano a lavorare sempre, a impegnarsi al massimo, a non staccare mai, senza riuscire a integrare l’idea del riposo nella loro vita. Ciò ha trovato riscontro, talvolta, nella dottrina dell’espiazione e nell’idea che Dio “dona a ciascuno secondo quanto gli spetta”. Secondo lo psicanalista Erikson, ciò può essere inculcato sin dall’infanzia, ad esempio quando si instaura un modello educativo fondato sul baratto: un riconoscimento, un complimento, un premio, un giocattolo, ma “solo se hai fatto il bravo”, cioè se hai fatto il tuo dovere.

Persone che maturano un’immagine del Dio dell’efficienza sono o possono diventare esauste; esse ruotano eccessivamente intorno al proprio lavoro, al proprio successo, alla propria immagine, cercando disperatamente una conferma del proprio lavoro in questo esagerato gettarsi nelle cose da fare; il bisogno di dare continuamente prova della propria efficienza è, secondo Henri Nouwen, una strada di esaurimento, una sorgente torbida che prosciuga le energie della vita.

Generalmente, queste persone vivono anche la pressione delle attese, la paura della concorrenza altrui, la necessità di tenere tutto sotto controllo – perfino le proprie emozioni – perché non ci siano sbavature nel risultato finale. A volte, tale idea genera quella forma di altruismo che, invece di essere una buona e vera carità cristiana, diventa una corsa sfrenata nell’attivismo: fare molto, fare meglio, fare tutto!

Tante volte questa immagine è rafforzata da una lettura sacrificale della redenzione di Gesù: Lui si è sacrificato così tanto per te e tu non fai niente per lui.

Il figlio minore della parabola del Padre Misericordioso valuta sul criterio dell’efficienza la sua relazione col Padre. Sulla strada verso casa, egli “si fa i conti”: gli dirò che ho sbagliato e che, casomai, potrei almeno essere servo se non merito più di essere suo figlio. Ma il Padre della parabola non attende che egli si giustifichi e faccia il rendiconto dei suoi risultati fallimentari; non lo fa neanche parlare e gli corre incontro per abbracciarlo. Con questa parabola, Gesù distrugge l’immagine di un Dio-padrone, che misura severamente sulla bilancia i nostri demeriti e centellina il Suo amore per noi, invitandoci ad ascoltare la voce interiore che ci spinge, anche in mezzo alle attività e ai fallimenti, a rientrare in noi stessi, ritornare a Lui con tutto il cuore e goderci prima la gioia della casa e dell’amore, poi tutto il resto.

In tanti momenti, Gesù sfida il mito dell’efficienza. Quando vuole sfamare la folla e gli Apostoli – anche loro – “si fanno i conti”, Egli chiede di avere fiducia anche nei cinque pani e due pesci di un fanciullo. Il poco, speso, donato e condiviso con amore, si moltiplica molto più che un estenuante lavoro portato avanti con scrupolo, rigidità e ansia. Davanti a un albero che da tre anni non porta frutto, una delle sue parabole più belle ci insegna che Dio non guarda immediatamente ai risultati prodotti, ma offre con pazienza e magnanimità un altro anno, un tempo supplementare in cui Lui stesso si prende cura del nostro terreno e lo concima.

A Betania, il dolce rimprovero che Gesù rivolge a Marta non è per disprezzare il valore dei servizi e delle attività, ma per ricordare a lei e a noi che se siamo affannati e preoccupati solo delle cose da fare, ci perdiamo la parte migliore, cioè la gioia dell’incontro con il Signore e il gusto delle Sue parole.

[Le puntate di questo percorso si ispirano al libro dello stesso autore “Non è quel che credi. Liberarsi dalle false immagini di Dio” (Dehoniane).

Ripreso da https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 15/11/2019 da in Articolo mensile, ITALIANO con tag , .

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