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L’inferno dell’ebola a Beni


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Daniele Bellocchio , Marco Gualazzini
30 OTTOBRE 2019
https://it.insideover.com

Da agosto 2018, nel nord est della Repubblica democratica del Congo, è in corso un’epidemia di ebola, la seconda epidemia più letale della storia e la prima in un contesto di guerra. I numeri sono devastanti: oltre 2mila morti e più di 3100 contagi. È questa la prima epidemia di ebola della storia per numero di bambini infettati e deceduti. Oltre il 30% degli ammalati, infatti, ha meno di 18 anni e, a oggi, la ”strage degli innocenti” non sembra intravvedere una fine. Il servizio di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini racconta questa drammatica situazione, descrivendo quanto avviene quotidianamente a Beni – città epicentro della malattia e area sotto assedio delle milizie ribelli che infestano la zona. Nel reportage viene raccontato il lavoro che svolgono gli operatori medico-sanitari nel cercare di arginare il contagio e curare gli ammalati. Check-point, prelievo degli ammalati e dei defunti, decontaminazione delle case, vaccinazioni e centri di trattamento, funerali e incontri con superstiti e parenti delle vittime sono solo alcuni dei momenti immortalati e che permettono di comprendere la psicosi, la fobia e la disperazione che sta vessando la gente del Nord Kivu stretta tra l’insicurezza endemica e il propagarsi di un virus che quotidianamente miete vittime soprattutto tra i bambini.


EBOLA, THE OUTBREAK
PARTE 1
Testo di Daniele Bellocchio
Foto di Marco Gualazzini

L’alba, sulle colline del Nord Kivu, è orfana del sole: una nebbia densa e solfurea avvolge foreste e villaggi e fa paura perché trasporta con sé gli spettri della notte, si solleva come un sipario e mostra al mondo l’ennesimo massacro. Sottopone infatti al feroce obbligo di assistere alla morte: quella innocente, quella ingiustificabile, quella che destabilizza e fa vacillare, sui loro stessi cardini, convinzioni e certezze. Il villaggio di Erengeti è sul confine tra le province dell’Ituri e del Nord Kivu, racchiuso tra i vertici di quella zona della Repubblica democratica del Congo ribattezzata “il triangolo della  morte”.

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I 54 chilometri di strada tra le città di Beni e Butembo nella provincia del Nord Kivu sono terra di nessuno. Qui lo Stato non ha più alcun controllo

Qui imperversano oltre 50 gruppi di miliziani: sono stakanovisti dell’esecuzione, professionisti della strage, ribelli orfani di una ribellione, banditi bambini senza domande, che assediano queste terre per accaparrarsi il controllo di una strada, di una collina, di una miniera o, semplicemente, per saccheggiare nell’assoluta impunità. Un drappello di irregolari, approfittando dell’oscurità, si è abbattuto sul piccolo centro abitato e, come una ridda di demoni, ebbri di odio e follia, ha aperto il fuoco contro le abitazioni. Brandendo machete e kalashnikov, gridando e sparando. Qualsiasi azione, pure la più efferata, è per loro soltanto un esercizio di cieca obbedienza a un imperativo di sterminio.

I segni di quanto è accaduto durante la notte sono ora ben visibili. I governativi della Fardc circondano il centro abitato: le canne delle mitragliatrici scrutano chiunque si muova lungo la strada principale e, intanto, soldati a piedi perlustrano campi e sentieri. Tutta la comunità è raccolta all’esterno dell’ospedale in un assordante silenzio. Dentro alla camera mortuaria, dove l’odore di sangue rappreso e urina impedisce di respirare, al buio, su gelide lastre di pietra, sono stesi due corpi. George aveva 18 anni, era uno studente, stava ascoltando la radio, quando gli irregolari hanno assaltato il villaggio crivellando di colpi l’oscurità. Due proiettili gli hanno trapassato il ventre ed è morto, senza neanche riuscire a interrogarsi su cosa stesse accadendo e senza nemmeno poter domandare “perché?”.

E anche Kahambu, di 60 anni, adagiata accanto a lui, ha condiviso la stessa sorte: una raffica, un’esplosione, un assassinio senza ragione. La sorella di George piange sola, sorreggendosi al muro dell’obitorio e intanto Moise Bitchuma, il portavoce della comunità, tuona parole incendiate, riflesso di una rabbia logorante e di una paura endemica. “Questo è l’inferno! L’inferno! Noi siamo soli e abbandonati a noi stessi e moriremo tutti prima o poi. Ditemi voi: come possiamo vivere qui, in queste terre, in questo villaggio, dove negli ultimi sei giorni sono state assassinate 22 persone? Cosa dobbiamo fare per sopravvivere? I ribelli occupano le strade, assaltano i convogli, stuprano le donne, attaccano i villaggi. E guardate, guardate cosa fanno: uccidono i nostri ragazzi, le nostre madri e noi siamo soli, soli!”, così grida l’uomo, che poi prosegue dicendo: “E adesso siamo terrorizzati perché c’è anche l’ebola e noi siamo tutti condannati!”.

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L’esercito sovrintende tutte le operazioni di pubblica sicurezza per evitare che i membri della comunità locale attacchino gli operatori sanitari e li accusino di portare il virus nel villaggio

Le grida di esasperazione di Moise Bitchuma riflettono quella che è la situazione nelle regioni del Nord Kivu dove, da agosto 2018, è in corso la prima epidemia di ebola della storia in un contesto di guerra e la più spietata per numero di bambini contagiati. L’infezione, in un anno, ha già causato oltre 3mila contagi, i decessi sono più di 2mila: il 30% sono minori e il tasso di mortalità, intorno al 67%, è tra i più alti mai registrati. Il tutto sta avvenendo in uno dei Paesi più poveri al mondo, secondo l’Indice di Sviluppo umano, in uno Stato che conta al suo interno più di quattro milioni di rifugiati, oltre due milioni di bambini vittime di malnutrizione e 13 milioni di persone bisognose di aiuti per sopravvivere. E la città di Beni è l’epicentro di questa crisi: una cittadina di 250mila abitanti, al cui interno propaga la diffusione del virus, mentre all’esterno è accerchiata da decine di milizie che controllano le arterie principali e le vie di comunicazione.

Un lenzuolo bianco impregnato di sangue, un bambino che corre sventolando un fazzoletto, così allertando della presenza di un morto: lungo la strada per Beni, a pochi chilometri dal centro abitato, è appena stato ucciso un uomo. Un colpo di machete ed è crollato al suolo. Gli abitanti della zona hanno provveduto a coprire il cadavere e i testimoni dicono che gli esecutori siano alcuni membri delle milizie Mai Mai che hanno deciso di uccidere Malenganya Chabani perché era un operatore della Croce rossa, quindi colpevole di lavorare con le realtà che cercano di contrastare la diffusione del morbo. Ora infatti, nelle zone colpite dall’epidemia, si sono diffusi anche complottismo e dietrologie. Credenze popolari, superstizioni, strumentalizzazioni politiche ed esasperazione sociale hanno spinto sempre più persone a convincersi che il morbo non esista e che sia solo una strategia di potenze occulte per sterminare la popolazione locale. E sono stati uccisi alcuni medici, sono stati assaltati diversi centri di salute, i dispensari sono stati saccheggiati e le comunità locali hanno iniziato a dimostrare ostilità nei confronti delle attività contro l’ebola, rifiutandosi di adottare misure precauzionali e impedendo quindi l’arresto della catena di contagio.

A parlare è Jean Paul Kapitula, capo della Protezione civile di Beni. L’uomo è seduto nella sede del coordinamento delle squadre di pronto intervento, dove uomini e donne continuano a rispondere al telefono mentre Kapitula spiega: “Appena avviene un decesso noi veniamo allertati e incarichiamo il personale di prepararsi per andare a recuperare il corpo e poi svolgere la sepoltura. Dal momento che i cadaveri sono altamente infettivi, non possiamo lasciare la salma ai parenti, ma dobbiamo portarla d’urgenza all’obitorio, adottare misure di sicurezza estremamente rigorose e procedere con il funerale nel minor tempo possibile. Spesso gli operatori vengono aggrediti quando si recano in un abitazione dove c’è stato un morto per ebola e per questo oggi devono essere sempre scortati dalle forze di polizia o dai militari. È molto doloroso, ma non possiamo fare diversamente”.

“Da quando è esplosa l’epidemia si è generato un conflitto tra la comunità e gli operatori sanitari. Sempre più persone, mosse da dicerie e false credenze, hanno iniziato a manifestare avversione verso le attività del personale incaricato di combattere la malattia. Oggi ci troviamo quindi stretti tra due fuochi: da un lato la situazione di crisi e il continuo propagarsi dei contagi, dall’altro l’avversione da parte della popolazione, che non fa altro che peggiorare lo stato delle cose”.

I telefoni continuano a squillare e intanto un operatore annota su una lavagna, con cinica precisione da archivista, i nomi delle persone decedute a causa dell’infezione: nome, cognome, quartiere ed età. E continua a scrivere come se stesse componendo l’elegia di un’intera comunità: Irene Kavira, un anno, Confiance Masika, quattro anni, Kymbesa Ndonia, 13 anni. Ancora una chiamata e Kapitula avverte: “È appena arrivata la segnalazione di un decesso nel quartiere di Paida”. Poliziotti e soldati si preparano, kalashnikov e caricatori, mascherine e guanti e poi si posizionano sui pick-up. La squadra di pronto intervento carica su un fuoristrada le attrezzature necessarie per l’operazione e il carro funebre si posiziona in mezzo al convoglio trasportando una bara di legno compensato foderata con tela cerata. È un viaggio sulla linea del fronte, dove la tragedia è un fremito che si percepisce come imminente e presente, la minaccia è invisibile e il nemico è nascosto in ogni dove: un attacco da parte degli irregolari, un’imboscata di un gruppo di cittadini oppure la più innocua imprecisione, che in questo caso però può divenire un fatale incidente, un’esposizione al contagio.

È su una collina la piccola casa che uomini, donne e bambini indicano con sguardi saturi di paura e sconvolti. La gente intorno urla che il ragazzo Kambale Mandefu, di 21 anni, era malato solo da pochi giorni: alcune donne si disperano, altre persone dicono di avergli portato da mangiare, nessuno sapeva che si trattava di Ebola. È tutto spettrale, disumano, perché chiunque può essere contagiato, ma anche contagioso: nessuno può sentirsi al sicuro e nessuno può rassicurare l’altro. I militari non si avvicinano all’abitazione al cui interno c’è la vittima del virus, gli uomini della protezione civile invece indossano le tute, entrano nella casa, aspergono di cloro l’intera capanna e poi escono con il corpo del giovane avvolto in un sacco bianco. Un ragazzo di vent’anni rinchiuso in un telo di plastica e nessuno che lo possa salutare, toccare o almeno benedirne il ricordo con un ultimo sguardo.

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Una squadra del servizio di protezione civile si reca nel villaggio di Mialeke per prelevare un corpo, decontaminare la casa e rendere sicura l’area

Il body bag viene inserito in un ulteriore telo, che a sua volta viene collocato nella bara, che immediatamente viene chiodata e portata all’obitorio. Sono solo sguardi sconvolti, vuoti di ogni risposta e consolazione, quelli di coloro che hanno assistito all’operazione. Sono occhi che si rincorrono e rincorrono risposte e ricercano nell’altro quello che nessuno riesce più a trovare in sé: una spiegazione, una giustificazione, un’origine alla condanna di vivere in una terra dove la morte incombe nella vita senza preavviso, dove atrocità gratuite regnano e dilagano in ogni provincia e dove a chi viene quaggiù per guardare e affacciarsi sul bordo dell’abisso, rimane soltanto un’urgenza, ossessiva.

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Questa voce è stata pubblicata il 19/11/2019 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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