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Una Chiesa sempre più a Oriente

Nella prima tappa del suo 32° viaggio apostolico, Papa Francesco giunge in Thailandia. In Terris ne parla con l’esperto di geopolitica vaticana Schiavazzi


Thailandia


MARCO GRIECO
20 nov 2019
http://www.interris.it

Undici ore e mezzo di volo sono l’ammontare di tempo che separa Roma da Bangkok. Eppure, a Papa Francesco basterà a rinsaldare la sua missione, pastorale prima che politica, in una terra che vide un Pontefice per l’ultima volta trentacinque anni fa. Allora, si trattò di Giovanni Paolo II e, ieri come oggi, missione è la parola chiave per leggere la prima tappa del 32esimo Viaggio Apostolico del Papa argentino.  Bergoglio ama le ricorrenze liturgiche e quest’anno cadono anche i 350 anni del Vicariato di Siam, il primo nucleo dei padri missionari giunti dal Vecchio Continente nel 1669. I Cattolici thailandesi rasentano quasi l’1%: fra undici diocesi ed arcidiocesi, se ne contano circa 300.000. La presenza del Pontefice servirà a farsi prossimo a questa “minoranza” – ancora oggi, in Thailandia il Cristianesimo è riconosciuto come religione straniera -, ma non solo. Basta dare un’occhiata alle scuole cattoliche presenti sul territorio, per comprendere la presenza trasversale della Chiesa nella società thailandese: sono ben 370 scuole con un totale di più di 500 mila studenti che vengono formati, fra cui membri della famiglia reale e dell’élite politica. L’azione dei Cattolici, dunque, non è ascrivibile soltanto a una cerchia limitata, ma si estende a tutto l’ecosistema sociale e politico, volto al recupero degli ultimi e votato al dialogo. L’incontro interreligioso è la seconda chiave di lettura di questa visita perché, nonostante il divario di percentuale fra cattolici e buddhisti, la Thailandia è un Paese modello per comprendere la fecondità della convivenza fra popoli malgrado le differenze religiose. La famiglia reale favorisce la coesistenza e l’ascolto e da sempre coltiva buoni rapporti con la Santa Sede, se si pensa che Re Rama V, un sovrano per nulla cattolico, nel 1897 fece visita a Papa Leone XIII. Ne abbiamo parlato con Piero Schiavazzi, vaticanista dell’Huffington Post e docente di Geopolitica vaticana alla Link Campus University.

Dott. Schiavazzi, il viaggio di Papa Francesco in Thailandia ha un grande significato dal punto di vista interreligioso. Secondo lei, ricorda il precedente di Papa Wojtyła?

“Tutti noi ricordiamo l’ingresso di Papa Giovanni Paolo II – la prima volta di un Papa – in un tempio buddista. Però, al tempo stesso, anche se le orme che Francesco ricalca sono le stesse, la direttrice è cambiata. Sennò si rischia di vivere quest’incontro in chiave di amarcord. Il viaggio di Papa Giovanni Paolo II del 10 maggio 1984 ebbe del rivoluzionario, perché in qualche modo precorse l’incontro interreligioso di Assisi di due anni dopo. Oggi alcuni gesti ci appaiono scontati, ma all’epoca l’ingresso di Wojtila in un tempio buddhista destò delle perplessità”.

Che differenza c’è, allora?

“L’obiettivo di Francesco è audace e si colloca dopo una premessa che non è bastata. Nell’esortazione apostolica di fine millennio, Wojtyła aveva preparato il Giubileo con una serie di sinodi continentali. Fra questi c’era anche quello in Asia e, lui scrivendo l’esortazione apostolica Ecclesia in Asia, aveva ricordato: ‘come nel primo millennio la Croce fu piantata sul suolo europeo, nel secondo millennio su quello americano e africano, nel terzo millennio si potrà sperare di raccogliere una grande messe di fede in questo continente così vasto e vivo’. Il Pontificato di Francesco, a differenza di quello di Wojtyła e Ratzinger, è il primo della globalizzazione. Il motore della Storia si è già spostato tra la Thailandia e il Giappone, tra la Cina e le Filippine. In quell’area oggi risiede il centro dell’Asia del XXI secolo, che è diventato un aut aut drammatico per la Chiesa, ridotta al 3% di Cattolici sui 4 miliardi e mezzo di asiatici. L’incontro con le religioni asiatiche di Papa Giovanni Paolo II non ha dato i frutti sperati. Per questo, il viaggio di Francesco è innanzitutto autobiografico e geopolitico”

Corea nel 2014, Sri Lanka e Filippine nel 2015, Birmania e Bangladesh nel 2017. Come va letto questo 4° “viaggio in Oriente” del Papa?

“Papa Francesco si sta sempre più avvicinando all’Oriente, perché in primis si è proposto di andare oltre l’Occidente. Se il viaggio di Papa Giovanni Paolo II perseguiva come obiettivo il dialogo interreligioso, Bergoglio è il Pontefice che ha tagliato gli ormeggi con l’Occidente, con l’imprinting occidentale. Quello di Wojtyła è stato, difatti, un Pontificato europeo, con radici distintamente europee. D’altronde, il Papa polacco è stato l’ultimo, grande leader europeo. Quello di Bergoglio, invece, è un Pontificato non europeo, che rompe gli ormeggi con l’Occidente, cioè con gli schemi della cultura classica greco-romana per sciogliersi come il lievito, pronto a rischiare e anche a rinunciare”.

Verso il Sol Levante, quindi, il Papa opera un superamento della tradizione europea?

“La constatazione a monte del Pontificato di Bergoglio è che l’impronta greco-latina nuoce come schema di ragionamento. In questo, Bergoglio è il Padre di una teologia panasiatica che fa più leva sul sentimento e anche su un sincretismo. Nell’articolo del gesuita Benoît Vermander su La Civiltà Cattolica si fa la differenza tra un dialogo che punta sui concetti e un dialogo che si basa sulle persone. Se noi intendiamo il dialogo un confronto fra i concetti, non si fa altro che voler mostrare, in modi finanche gentili, chi dei due ha ragione. Questo è il dialogo inteso come dialettica, che è un fatto tipicamente europeo. Il dialogo come lo intende Bergoglio, invece, fa leva sulle persone, cioè ‘io riconosco che in te si manifesta Dio e la Verità. Tale approccio non guarda a come Dio Si manifesta, bensì parte dalla valorizzazione del soggetto. Il resto lo farà Dio”.

In che direzione sta andando Papa Francesco?

“Il Pontefice segue la stessa rotta del gesuita Francesco Saverio, il missionario amico di Ignazio di Loyola che partì dal Giappone e morì a dieci miglia dalla Cina. Lui guarda all’Asia come aveva prospettato Papa Giovanni Paolo II, soprattutto alla Cina, dove c’è una Chiesa che desidera poter visitare, ma che tuttora è restìa”

In Thailandia la prostituzione è bandita, ma il turismo sessuale è una costante dolorosa nel Paese, come mostrano i bordelli di Patong, nella capitale. Secondo lei, il Papa parlerà di quest’aspetto?

“Mi aspetto che lo faccia. La Thailandia è un Paese a democrazia limitata e la prostituzione spiega una forte sperequazione sociale. Il Papa sicuramente interverrà sui minori davanti alle autorità e incontrerà il loro consenso, perché quest’aspetto incontra la condanna unanime di tutti. La Thailandia non vive di turismo sessuale, ma il turismo sessuale esiste perché si tratta di un Paese povero”.

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Questa voce è stata pubblicata il 20/11/2019 da in Attualità ecclesiale, ITALIANO con tag , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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