COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Entrare nel regno del nostro Re


cristo y ladron bradi barth


In questa ultima domenica dell’anno liturgico la Chiesa ci invita a fermare lo sguardo sul Cristo, l’Agnello immolato che “regna dal legno” (come amava ripetere S. Francesco nel suo Ufficio della Passione FF 288). La liturgia ci presenta una solenne scena di intronizzazione, molto diversa da quella in cui Davide (e ogni altro re di qualche regno terreno) è consacrato re d’Israele (prima lettura). Non siamo portati nel giardino di Pasqua a contemplare il Risorto nella gloriosa vittoria della vita e dell’amore sul peccato e sulla morte. Ma siamo condotti ai piedi del Crocifisso, sul Golgota, lì dove il nostro Re mostra la sua potenza nell’impotenza dell’amore e apre le porte del Regno al primo uomo che osa affidarsi alla sua debolezza.

È una scena di intronizzazione paradossale perché il Re si mostra tale nel portare il peso dell’amore davanti all’insulto e alla derisione di tutti. L’evangelista Luca passa in rassegna progressivamente tutti coloro che sono presenti a questo “spettacolo”: il popolo, spettatore muto di quanto sta accadendo, ha occhi che scavano il senso degli eventi (“stava a vedere”): riconoscerà nel Crocifisso il suo Re? I capi, i soldati e perfino uno dei crocifissi con Lui “lo deridono”, “lo insultano” e per tre volte gli chiedono di “salvare se stesso” per mostrare chi è, per rivelare a tutti che è il “Cristo di Dio” e “il Re dei Giudei”. È davvero così che funziona il nostro pensiero umano: riteniamo che un re debba prima di tutto avere la forza per salvare se stesso, mentre Gesù mostra di essere il Cristo e il Re proprio perché, rinunciando a salvare se stesso, salva noi.

Questo Re che è il crocifisso non ha bisogno di manifestazioni di potenza, né di presentazione autorevole da parte di qualcuno che lo riconosca Re. Solo un cartello apposto alla sua croce lo indica come il Re e anche questa insegna regale vuole essere un ulteriore motivo di scherno: “Costui è il re dei Giudei”.

In questa scena, quindi, tutto parla della Sua regalità, ma “al contrario”: ciò che vuole essere scherno, per Dio diviene occasione per rivelare una regalità “altra”, diversa da ogni altra.

L’unico ad accorgersi di essere di fronte a un vero e proprio Re è il secondo crocifisso con Lui, l’“altro” che si dissocia dallo scherno e dalle pretese di salvezza del primo malfattore: “salva te stesso e noi”. Questo anonimo malfattore osa invece rimproverare il suo compagno per difendere Gesù. Estremo ed inutile tentativo di proclamazione dell’innocenza di Gesù? Questo malfattore è avvocato accusatore di se stesso e delle proprie azioni (“Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni”) e avvocato difensore della giustizia di Gesù (“egli non ha fatto nulla di male”). E osa appellarsi ad un condannato come lui. Chi mai lo farebbe? Ci si affida ad un giudice, non a un condannato… Ma questo “altro” ha visto “qualcosa” in Gesù che ha risvegliato in lui il “timore di Dio” (“Non hai alcun timore di Dio…” Lc 23,40). Che cosa? Dalle sue stesse parole lo comprendiamo: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Ha visto in Gesù Dio che è stato computato fra i malfattori, messo a morte con i condannati a morte. Ha visto Dio “spogliare se stesso fino alla morte ed essere annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori” (cfr. Is 53,12). Qui si rivela la regalità di Dio: nel farsi solidale con l’uomo che fa il male, nell’essere “con lui” nell’esperienza più terribile che ci tocca tutti: nella morte.

Quindi, avendo visto in Gesù un Re, ora non vuole lasciarsi sfuggire la possibilità di condividere la Sua regalità: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Il malfattore non chiede tuttavia qualcosa di specifico, ma semplicemente di essere “ricordato”. E se Dio si ricorda di noi, noi continuiamo a vivere ovunque noi siamo! “Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza” (Ger 2,2). La memoria è ciò che pone in collegamento l’identità della persona con il fluire della storia e tutte le persone e gli eventi che la edificano. In questo senso la memoria è la radice di ogni relazione, la possibilità di continuare a definirci in rapporto a coloro che ricordiamo. Ricordando qualcuno, quella persona rimane viva per noi. Partecipare alla memoria di Dio, essere da Lui ricordati significa allora rimanere in vita per sempre: “Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,14-15). Dio non dimentica mai l’uomo. Tanto che porta tatuato il suo nome sulle palme delle Sue mani (secondo l’immagine di Is 49,16: “sulle palme delle mie mani ti ho disegnato”).

Di qui comprendiamo la risposta solenne di Gesù al malfattore: “oggi con me sarai nel paradiso (letteralmente “nel giardino”). A chi chiede di essere “ricordato” quando Gesù “entrerà nel suo regno”, Gesù risponde con la promessa di una relazione (“sarai con me”) in un tempo e in un luogo precisi. “Oggi”, cioè nell’unico tempo di cui abbiamo piena percezione, saremo con Lui “nel giardino”; nel luogo dove la relazione si era spezzata (cfr. Gen 3), Dio promette una comunione ritrovata, una relazione dove io posso essere “con Lui” perché Lui è stato con me nel travaglio della vita che è la morte.

Sorelle Povere di Santa Chiara
http://www.clarissesantagata.it

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Questa voce è stata pubblicata il 22/11/2019 da in Anno C, Festività (C), ITALIANO, Tempo Ordinario (C).

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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