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Lectio sul Libro di Daniele – C. Doglio (1)

Il libro di DANIELE
Conversazioni bibliche di don Claudio Doglio


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Il Libro di Daniele, un testo dell’Antico Testamento che ha delle caratteristiche strane e spesso anche difficili.

Introduzione storica

È un libro molto vario al proprio interno, ci sono delle pagine decisamente strane. Noi lo cataloghiamo insieme ai profeti maggiori: Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele, però effettivamente Daniele non è un profeta. Non dovrebbe proprio nemmeno essere adoperato il termine profeta e infatti il libro non appartiene al genere profetico. Il Libro di Isaia, quello di Geremia, quello di Ezechiele contengono gli oracoli, gli insegnamenti, i detti di questi profeti e, anche se sono testi rielaborati da loro discepoli, di fatto contengono gli insegnamenti di quel profeta, personaggio storico. Daniele non è l‟autore del suo libro e non è nemmeno un personaggio storico, è invece una figura di fantasia, è un personaggio letterario che ha il nome di un antico sapiente. I grandi saggi dell‟antichità, come dice il profeta Ezechiele, erano Daniele, Noè e Giobbe, le grandi figure dei sapienti antichi.

Il nome appartiene alla tradizione cananea e vuol dire “Dio è il giudice”; “dan” è il giudice, il giudizio, l‟azione del giudicare, “el” finale è il riferimento al nome comune di Dio. L‟opera è stata scritta durante la rivolta dei Maccabei, cioè tra il 167 e il 164 a.C.; si riesce a dare una datazione così precisa perché nel libro ci sono dei riferimenti molto esatti.

Ambiente storico del libro

Per poter introdurre il Libro di Daniele dobbiamo riprendere brevemente il problema della persecuzione dei Maccabei. Israele, ritornato dall‟esilio, con grande fatica ricostruì Gerusalemme, riorganizzò la città e la struttura del popolo. Con Esdra e Neemia il popolo di Israele, che era concentrato nella città di Gerusalemme, uscì praticamente dalla storia, nel senso che si chiuse in una vita di monastero religioso, di grande luogo sacro dedito solo al culto di Dio e allo studio e non ebbe più contatti con il mondo esterno.
Per alcuni secoli non abbiamo quindi notizie, nessuna informazione di quello che avvenne a Gerusalemme, perché non avvenne nulla di particolare, tutto normale in una cittadina di tipo religioso con la vita regolata dagli schemi liturgici.
All‟inizio del II secolo, diciamo intorno al 190, l‟ambiente di Israele era ormai in piena epoca ellenista. Dopo Alessandro Magno tutto l‟oriente fu conquistato dai greci e in un primo tempo Gerusalemme fu dipendente dai Tolomei, cioè dai greci che regnavano sull’Egitto e le cose andarono bene, in modo abbastanza pacifico.
La cultura però permeò tutto l’ambiente di Israele, la lingua greca divenne molto importante, tantissimi ebrei andarono ad abitare ad Alessandria d’Egitto che era una nuova città, costruita ex novo da Alessandro Magno e chiamata Alessandria proprio in onore del grande re. Gli ebrei che vivevano ad Alessandria erano più numerosi di tutti quelli della Palestina, quindi la comunità ebraica di Alessandria era molto consistente, era la comunità che parlava greco e che tradusse la Bibbia in greco; i LXX appartengono infatti a questo ambiente. Tutti costoro restano fedeli all‟ebraismo, ma parlano greco e usano la Bibbia in greco.
Anche a Gerusalemme è avvenuto qualcosa del genere, finché una nuova classe di arricchiti volle prendere il potere e l‟unico modo per comandare a Gerusalemme era diventare sommi sacerdoti. Non potendo però entrare in una casta chiusa – perché la cerchia dei sommi sacerdoti era una famiglia ristretta – tentarono le vie della corruzione, cioè comprarono dal re di Siria la possibilità di fare i sommi sacerdoti. C‟era stata una guerra e Gerusalemme era passata sotto il controllo della Siria, sempre regno greco.
Quando salì al trono Antioco IV Epifane fondarono la città di Antiochia, perché i re si chiamavano Antioco: Antiochia città di Antioco, Alessandria città di Alessandro, Cesarea città di Cesare.
I re Seleucidi di Antiochia regnavano sulla Siria, erano greci ed erano un p’ fissati con la civilizzazione greca. Ritenevano cioè che tutti quelli che non erano greci fossero barbari, per cui dovevano civilizzare gli incivili e gli ebrei erano considerati incivili e barbari. Il mondo greco sentì quasi l’obbligo di civilizzare questi barbari.
I ricchi di Gerusalemme ben volentieri accettarono di essere civilizzati per adattarsi alle mode; divennero volentieri greci e costruirono a Gerusalemme teatro e palestra, due simboli della grecità: il teatro per gli spettacoli pubblici e la palestra per lo sport e la ginnastica.

I poveri e fedeli di Dio: ‘anawîm e chassidîm

Rimasero contrari a questa situazione molti gruppi di piccoli e di poveri, gli ‘anawîm e i chassidîm. Il circolo dei chassidîm è un circolo di fedeli, di persone religiose, devote, attaccate alla tradizione di Israele e contrarie a ogni compromesso. Noi oggi diremmo che erano dei conservatori, degli uomini all’antica, dei tradizionalisti. Di fatto rimasero ai margini della società e finirono per essere emarginati, diventando poveri perché non contavano niente.
Si arrivò al punto – dicevo prima – che qualche ricco imprenditore comperasse la carica di sommo sacerdote. Abbiamo addirittura due casi ricordati di sacerdoti con nomi greci: Giasone e Menealo; sono degli ebrei che assumono nomi greci e diventano sommi sacerdoti, non perché interessasse loro il culto del tempio, ma perché volevano mettere le mani sul tesoro del tempio ed essere padroni di Gerusalemme.
Anche noi, purtroppo, nella nostra storia della Chiesa abbiamo avuto dei secoli in cui i signori di Roma diventavano papi, le grandi famiglie si spartivano il papato: Farnese, Colonna.
Questo fu un momento veramente buio della storia di Israele perché il problema era interno a Israele. Quando nel 167 Antioco IV occupò militarmente Gerusalemme fece erigere nel tempio una statua a Zeus Olimpio, dedicando il tempio di Gerusalemme a Zeus per uniformare la religione. Queste autorità di Gerusalemme accettarono tranquillamente, ma i chassidîm assolutamente non accettarono e si ritirarono.
Alcuni sacerdoti scapparono nel deserto seguendo il maestro di giustizia e nacquero così gli esseni. Esseni è un altro modo per dire chassidîm, è la forma greca asidei dell’ebraico chassidîm; questi fondarono il monastero di Qumran. Qualcuno scappò in Egitto e il figlio del sommo sacerdote legittimo, che era stato spodestato, ebbe paura che gli facessero la pelle e scappò via, si ritirò in Egitto e sparì; suo padre infatti l’avevano ammazzato.
La famiglia dei Maccabei prese allora le armi e si mise a combattere. Furono reazioni diverse: chi fonda un monastero nel deserto, chi scappa in Egitto, chi combatte. Il gruppo dei chassidîm fece un po’ una cosa e un po’ l’altra: scapparono, si ritirarono nel deserto preparandosi, vissero ai margini della civiltà e della società di Gerusalemme, oppure divennero militari, partigiani per combattere contro i greci.
In questa fase di lotta armata tra i piccoli gruppi di partigiani ebrei fedeli alla tradizione biblica e le truppe greche, vennero scritti dei libri di esortazione, di incoraggiamento alla resistenza e alla lotta. I libri dei Maccabei furono scritti dopo, parecchio tempo dopo: a guerra finita si fece infatti il racconto di quello che era capitato. Invece, durante la guerra, furono scritti i due testi che noi abbiamo nella Bibbia come esortazione al combattimento: sono Giuditta e Daniele.
Il Libro di Giuditta è una favola dove Giuditta è la Giudea, è infatti il femminile di Giuda, ed è la donna che rappresenta la Giudea. È come se noi presentassimo una eroina che si chiama Itala o Italia, è l’incarnazione delle virtù della nazione italiana che combatte contro questo terribile nemico a difesa di Betulia, la vergine del Signore. La città di Betulia   non esiste, è tutta fantasia: è una donna debole che combatte contro il fortissimo nemico e vince, come Davide vinse contro Golia: con la spada del nemico gli taglia la testa. È un racconto per esortare i piccoli, i deboli, i poveri, ad avere il coraggio della lotta, perché Dio si serve dei piccoli per sconfiggere i grandi. Avere fiducia nel Signore è l’arma per combattere.

Le armi dei chassidîm

Il Salmo 149, la festa dei chassidîm, che è un po’ la sigla finale del salterio, dice espressamente quali sono le armi per combattere a fianco del Signore; lo sappiamo a memoria perché lo ripetiamo in tutte le feste: Sal 149,6-9
Le lodi di Dio sulla loro bocca e la spada a due tagli nelle loro mani, 7per compiere la vendetta fra le nazioni e punire i popoli, 8per stringere in catene i loro sovrani, i loro nobili in ceppi di ferro, 9per eseguire su di loro la sentenza già scritta. Questa è la gloria dei suoi chassidîm.
In ebraico c’è la parola chassidîm, celebrate il Signore, cantate al Signore nell’assemblea dei santi “ecclesia sanctorum” “qehal chasîdîm”. Noi abbiamo tradotto in latino con “santi chassidîm”, la Chiesa dei santi, l’assemblea dei chassidîm. Tutte le volte che trovate nei salmi il riferimento all’assemblea “Ti loderò nell’assemblea, nella grande assemblea”, quello è il termine tecnico per indicare la loro congregazione: è la grande assemblea. Quando fanno il capitolo generale allora si ritrovano e uno promette di raccontare nella grande assemblea quello che è capitato.
Che cosa vuol dire “Le lodi di Dio nella loro bocca e la spada a due tagli nelle loro mani”? Vuol dire che i chassidîm combattono con la preghiera. Le lodi di Dio sulla loro bocca corrispondono alla spada a due tagli. È la parola di Dio la spada a due tagli per eseguire sulle genti il giudizio già scritto. Scritto dove? Nel Salmo 2: secondo e penultimo salmo, 2 e 149 sono collegati.
Sal 2,1Perché le genti sono in tumulto e i popoli cospirano invano? 4Ride colui che sta nei cieli, il Signore si fa beffe di loro. 7Voglio annunciare il decreto del Signore. Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. 9Le spezzerai con scettro di ferro, come vaso di argilla le frantumerai».
I chassidîm sono gli eredi del re, è la comunità messianica; loro combattono con le lodi di Dio sulla bocca e a forza di dire i salmi stringono in catene i capi delle genti ed eseguono il giudizio. Il Signore infatti lo ha già scritto: questa è la gloria dei suoi chassidîm, vincere pregando. Così si capisce molto meglio, per questo il salmo è così importante e ripetuto tante volte. Con la prima lettura non lo comprendiamo e non ci piace, sembra violento, in realtà è una lettura pacifista della violenza: i chassidîm sono quelli che combattono pregando, questa è la buona battaglia di cui parla san Paolo: “Combattete la buona battaglia”, “ho combattuto la buona battaglia”. San Paolo è rappresentato con la spada in mano e non è semplicemente la spada che gli ha tagliato la testa, ma è la parola di Dio. San Paolo ha parlato e ha combattuto, la sua è stata una buona battaglia.
L’autore del Libro di Daniele è un chassid, uno dei chassidîm che – per incoraggiare i suoi confratelli in questo impegno di resistenza – raccoglie storie, raccoglie testi, narrazioni, sogni, leggende, speculazioni apocalittiche. Mette cioè insieme diversi testi, li cuce e costruisce questo racconto che nel tempo è anche cresciuto. Il capitolo 13, ad esempio, Susanna, è aggiunto; c’è solo in greco, non c’è nell’originale. Daniele è quasi tutto in aramaico, un pezzo in ebraico, il pezzo centrale in aramaico. Il canto dei tre fanciulli: “Benedite il Signore, opere tutte del Signore” non c’è né in ebraico, né in aramaico, è una aggiunta del greco. Gli ultimi due episodi, cioè il capitolo 14, erano addirittura considerati libretti indipendenti, erano racconti che giravano e furono cuciti poi con il Libro di Daniele.

Ambiente storico del racconto

Il personaggio di Daniele, quindi, è un personaggio fittizio; qualche volta è un ragazzo, qualche volta è un consigliere, a volte un vecchio ministro, un giovane paggio, un veggente, uno studioso della Bibbia: è quindi una figura eclettica che rappresenta un po’ le varie categorie di persone.
Non ci preoccupiamo assolutamente di questo, non succede proprio nulla: siamo davanti a un testo ispirato, è parola di Dio, dobbiamo capire il genere letterario. Non ci vuole molto ingegno, infatti, a capire che è tutt’altra cosa rispetto al Libro di Isaia o di Geremia.
Le storie raccontate in questo libro sono ambientate durante l’esilio in Babilonia. L’esilio a Babilonia avviene nel VI secolo, comincia nel 597 e noi parliamo della guerra maccabaica che è del 167, ci sono più di quattrocento anni di distanza; è come se io oggi scrivessi un libro, ma raccontassi una storia del 1500. D’altra parte, se io racconto oggi le storie di una suora di Castiglia, che si chiamava Teresa, vi racconto una storia del 1500, però va benissimo per voi oggi, perché – a seconda di come la racconto – voglio comunicarvi un messaggio. Elementare. Il testo parla quindi di un’altra vicenda, di un’altra epoca, parla di re antichi vissuti quasi cinquecento anni prima, però si rivolge a quelli contemporanei che stanno vivendo il grave problema della oppressione dei greci.

Daniele alla corte del re (cap. 1)

Il Libro di Daniele si divide nettamente in due parti. I primi sette capitoli costituiscono una specie di unità, un grande blocco costruito in modo concentrico; andiamo però lentamente ad analizzare il testo, è inutile che mi metta a dare dei numeri e delle organizzazioni particolari. Proviamo a vedere come inizia. Non inizia come i libri dei profeti. Provate a leggere tutti gli incipit di tutti gli altri profeti e vedrete che sono diversi da questo.

1,1L’anno terzo del regno di Ioiakìm, re di Giuda, Nabucodònosor, re di Babilonia, marciò su Gerusalemme e la cinse d’assedio. 2Il Signore diede Ioiakìm, re di Giuda, nelle sue mani, insieme con una parte degli arredi del tempio di Dio, ed egli li trasportò nel paese di Sinar, nel tempio del suo dio, e li depositò nel tesoro del tempio del suo dio.
Questa è una citazione dal Secondo Libro delle Cronache capitolo 36. Cominciamo quindi con una frase presa da un altro libro scritto nella stessa epoca tardiva, in un ambiente chassidico, che ci offre il quadro della situazione.
Questa è l‟ambientazione: Nabucodonosor deportò il re Ioiakìm, nel 597.
3Il re ordinò ad Asfenàz, capo dei suoi funzionari di corte, di condurgli giovani israeliti di stirpe regale o di famiglia nobile, 4senza difetti, di bell’aspetto, dotati di ogni sapienza, istruiti, intelligenti e tali da poter stare nella reggia, e di insegnare loro la scrittura e la lingua dei Caldei.
Qui comincia la storia, questa è la prima narrazione, un esempio, un classico esempio agiografico. Il re Nabucodonosor vuole una corte di ragazzi; di tutti i popoli che ha conquistato vuole dei ragazzi, belli, intelligenti, che devono essere istruiti per poter stare a corte, per fare gli inservienti, i valletti, i paggi.
5Il re assegnò loro una razione giornaliera delle sue vivande e del vino che egli beveva; dovevano essere educati per tre anni, al termine dei quali sarebbero entrati al servizio del re. 6Fra loro vi erano alcuni Giudei: Daniele, Anania, Misaele e Azaria; 7però il capo dei funzionari di corte diede loro altri nomi, chiamando Daniele Baltassàr, Anania Sadrac, Misaele Mesac e Azaria Abdènego.
Vengono utilizzati tutti nomi simbolici, sia quelli in ebraico, sia quelli in babilonese, ma non è il caso che ci dilunghiamo. Daniele compare come un ragazzo insieme ad altri tre.

Il problema del cibo

Abbiamo notato che nelle descrizioni, nelle ambientazioni introduttive, si dà un grande rilievo al cibo. Tra tutte le cose che l’autore poteva dire a noi sarebbe interessata proprio poco la nota che il re assegnò a questo gruppo di giovani una razione giornaliera delle sue vivande e del vino che egli beveva; avremmo preferito altre informazioni. All’autore invece interessa soprattutto questo, perché il centro del racconto è proprio il mangiare.
Quale era il problema forte in quel momento? Adattarsi alle abitudini dei greci, mangiare come mangiavano i greci. Non però per tutti! Ci sono infatti delle tradizioni di purità, di rispetto, per cui i chassidîm devoti non mangiano quello che mangiano i pagani e rifiutano decisamente questi cibi immondi; addirittura possono essere uccisi. Ricordiamo i racconti di Eleazaro, dei sette fratelli con la madre, torturati perché mangiassero carne di maiale. Tutti loro si fanno ammazzare piuttosto che mangiarla (2Mc 6-7).
In quella situazione viene raccontata questa storia per formare quei ragazzi che poi saranno pronti a essere martiri. Immaginate quindi i sette fratelli, con la loro madre, come i destinatari di questo racconto; immaginatevi il vecchio maestro Eleazaro che racconta storia. A chi la racconta? A dei giovani chassidîm: “Una volta, tanto tempo fa, al tempo di Nabucodonosor, quando furono deportati, quattro giovani alla corte del re vennero educati per diventare inservienti di corte…
8Ma Daniele decise in cuor suo di non contaminarsi con le vivande del re e con il vino dei suoi banchetti e chiese al capo dei funzionari di non obbligarlo a contaminarsi. 9Dio fece sì che Daniele incontrasse la benevolenza e la simpatia del capo dei funzionari.
Qui ci sono delle reminiscenze del racconto di Giuseppe in Egitto: Daniele entra nella simpatia dei vari capi che lo aiutano.
10Però egli disse a Daniele: «Io temo che il re, mio signore, che ha stabilito quello che dovete mangiare e bere, trovi le vostre facce più magre di quelle degli altri giovani della vostra età e così mi rendereste responsabile davanti al re».
Voi dovete fare bella figura, io voglio mantenervi bene.
11Ma Daniele disse al custode, al quale il capo dei funzionari aveva affidato Daniele, Anania, Misaele e Azaria: 12«Mettici alla prova per dieci giorni, dandoci da mangiare verdure e da bere acqua, 13poi si confrontino, alla tua presenza, le nostre facce con quelle dei giovani che mangiano le vivande del re; quindi deciderai di fare con i tuoi servi come avrai constatato».
Dal momento che non si è sicuri che la carne sia pura, cioè che sia stata macellata bene e il vino può essere contaminato, l’unica soluzione è: verdure e acqua; quasi una dieta rigorosa, un digiuno penitenziale. Proviamo per dieci giorni. Nell’Apocalisse c’è un passaggio in cui si dice: “Avrete una prova di dieci giorni” è diventato un modo di dire: “una prova di dieci giorni”, è questa, è una verifica, è una piccola cosa dove se tu sei fedele sicuramente passi l’esame.

Una prova superata

14Egli acconsentì e fece la prova per dieci giorni, 15al termine dei quali si vide che le loro facce erano più belle e più floride di quelle di tutti gli altri giovani che mangiavano le vivande del re. 16Da allora in poi il sovrintendente fece togliere l’assegnazione delle vivande e del vino che bevevano, e diede loro soltanto verdure. 17Dio concesse a questi quattro giovani di conoscere e comprendere ogni scrittura e ogni sapienza, e rese Daniele interprete di visioni e di sogni.
Ecco che si sta preparando il personaggio; Daniele diventa il grande sapiente che sa interpretare i sogni, sa leggere le Scritture, conosce i misteri reconditi. È la figura di questi saggi chassidîm che hanno delle visioni apocalittiche, cercano di interpretare i segni dei tempi e usano il linguaggio che poi diventerà quello comune che noi chiamiamo “apocalittica”.
18Terminato il tempo, stabilito dal re, entro il quale i giovani dovevano essergli presentati, il capo dei funzionari li portò a Nabucodònosor. 19Il re parlò con loro, ma fra tutti non si trovò nessuno pari a Daniele, Anania, Misaele e Azaria, i quali rimasero al servizio del re; 20su qualunque argomento in fatto di sapienza e intelligenza il re li interrogasse, li trovava dieci volte superiori a tutti i maghi e indovini che c’erano in tutto il suo regno. 21Così Daniele vi rimase fino al primo anno del re Ciro.
Il primo anno di Ciro è 538, siamo quindi sessanta anni dopo la deportazione di Ioiakìm e la conquista del tempio da parte di Nabucodonosor del 597; sessant’anni dopo Daniele c’è ancora. Poi però c’è ancora con Dario e alla fine è… ancora un ragazzino. È un personaggio immaginario, non è una figura storica e di lui si racconta una vita nella quale è sempre giovane, anche sessant’anni dopo.
Che cosa vuole insegnare questo racconto? Bisogna essere coerenti, avere il coraggio della propria identità! Questi giovani non vogliono contaminarsi, vogliono rimanere fedeli alle loro tradizioni ebraiche, studiano la cultura degli altri popoli, ma non perdono le loro caratteristiche e il Signore li approva: sono più belli degli altri e più intelligenti degli altri e mangiano solo cibi leciti. La morale della storia è chiara: non contaminatevi con i cibi immondi.

Il sogno di Nabucodonosor (cap. 2)

Il secondo capitolo è di tutt’altro genere. Non andiamo semplicemente avanti nella storia, ma cambiano completamente ambiente, situazione e genere letterario; qui ci troviamo di fronte a un testo apocalittico, un testo importante della apocalittica giudaica.

2,1Nel secondo anno del suo regno, Nabucodònosor fece un sogno e il suo animo ne fu tanto agitato da non poter più dormire.
Ho già detto che in questo libro ci sono dei ricordi della storia di Giuseppe; lo schema di
questo racconto riprende infatti quello di Giuseppe. Là il faraone aveva fatto un sogno e chi glielo ha interpretato? Giuseppe. Qui c’è una storia simile: Nabucodonosor fa un sogno e l’unico che è in grado di interpretarlo è naturalmente il nostro Daniele.

I maghi di corte

Nabucodonosor rimane molto agitato da questo sogno…
2Allora il re ordinò che fossero chiamati i maghi, gli indovini, gli incantatori e i Caldei a spiegargli i sogni. Questi vennero e si presentarono al re. 3Egli disse loro: «Ho fatto un sogno e il mio animo si è tormentato per trovarne la spiegazione». 4I Caldei risposero al re: «O re, vivi per sempre. Racconta il sogno ai tuoi servi e noi te ne daremo la spiegazione». 5Rispose il re ai Caldei: «La mia decisione è ferma: se voi non mi fate conoscere il sogno e la sua spiegazione, sarete fatti a pezzi e le vostre case saranno ridotte a letamai. 6Se invece mi rivelerete il sogno e la sua spiegazione, riceverete da me doni, regali e grandi onori. Rivelatemi dunque il sogno e la sua spiegazione».
Mica scemo il re! Qui c’è un passaggio in avanti rispetto al faraone. Nabucodonosor convoca tutti i maghi però dice: sulla spiegazione voi mi potete raccontare quello che volete, se siete effettivamente dei maghi dovete però sapere che sogno ho fatto. Se sapete dirmi che sogno ho fatto ho la prova delle vostre capacità e allora io mi fido di voi perché mi diate la spiegazione, ma se non me lo dite trasformo le vostre case in letamai. Originale come immagine.
7Essi replicarono: «Esponga il re il sogno ai suoi servi e noi ne daremo la spiegazione». ! 8Rispose il re: «Comprendo bene che voi volete guadagnare tempo, perché vedete che la mia decisione è ferma. 9Se non mi fate conoscere il sogno, una sola sarà la vostra sorte. Vi siete messi d’accordo per darmi risposte astute e false, in attesa che le circostanze mutino. Perciò ditemi il sogno e io saprò che voi siete in grado di darmene anche la spiegazione». 10I Caldei risposero davanti al re: «Non c’è nessuno al mondo che possa soddisfare la richiesta del re: difatti nessun re, per quanto potente e grande, ha mai domandato una cosa simile a un mago, indovino o Caldeo. 11La richiesta del re è tanto difficile, che nessuno ne può dare al re la risposta, se non gli dèi la cui dimora non è tra gli uomini».
È chiaro che il narratore ha enfatizzato che questa cosa è impossibile agli uomini.
12Allora il re andò su tutte le furie e, acceso di furore, ordinò che tutti i saggi di Babilonia fossero messi a morte. 13Il decreto fu pubblicato e già i saggi venivano uccisi; anche Daniele e i suoi compagni erano ricercati per essere messi a morte. 14Ma Daniele rivolse parole piene di saggezza e di prudenza ad Ariòc, capo delle guardie del re, che stava per uccidere i saggi di Babilonia, 15e disse ad Ariòc, ufficiale del re: «Perché il re ha emanato un decreto così severo?». Ariòc ne spiegò il motivo a Daniele. 16Egli allora entrò dal re e pregò che gli si concedesse tempo: egli avrebbe dato la spiegazione del sogno al re.
Ci accorgiamo che non è possibile una composizione storica. Qui ci troviamo di fronte a un racconto che sa di favola. Nabucodonosor condanna a morte tutti i saggi, naturalmente quello giusto si salva, prende tempo, riesce ad andare da Nabucodonosor come se niente fosse, chiede un po’ di tempo per pensarci e il re glielo concede.

A Daniele è rivelato il mistero

17Poi Daniele andò a casa e narrò la cosa ai suoi compagni, Anania, Misaele e Azaria, 18affinché implorassero misericordia dal Dio del cielo riguardo a questo mistero,
È la prima volta che nella Bibbia compare la parola “mistero”. È il Libro di Daniele, un testo apocalittico, che introduce il linguaggio del mistero, inteso come il progetto di Dio recondito, non facilmente conoscibile. Questo è un testo scritto in aramaico, non in ebraico; a partire dal cap. 2 inizia infatti il testo in aramaico. Mistero si dice “raz”, in greco viene tradotto con «musth,rion» (mystérion), e noi in italiano abbiamo mantenuto la trascrizione del greco “mistero”.
Il gruppetto di questi giovani giudei implora la misericordia dal Dio del cielo riguardo a questo mistero… perché Daniele e i suoi compagni non fossero messi a morte insieme con tutti gli altri saggi di Babilonia.
19Allora il mistero fu svelato a Daniele in una visione notturna; perciò Daniele benedisse il Dio del cielo:
Il saggio prega per avere illuminazione e il mistero viene rivelato. È la manifestazione – in greco apocalisse – la rivelazione del progetto di Dio e allora il saggio Daniele benedice, formula la preghiera di benedizione.
20«Sia benedetto il nome di Dio di secolo in secolo, perché a lui appartengono la sapienza e la potenza. 21Egli alterna tempi e stagioni, depone i re e li innalza, concede la sapienza ai saggi, agli intelligenti il sapere. 22Svela cose profonde e occulte e sa quello che è celato nelle tenebre, e presso di lui abita la luce. 23Gloria e lode a te, Dio dei miei padri, che mi hai concesso la sapienza e la forza, mi hai manifestato ciò che ti abbiamo domandato e ci hai fatto conoscere la richiesta del re».
Questa è una bella preghiera che non conosciamo, non usiamo; è un modo con cui il saggio intelligente ringrazia Dio della illuminazione che gli ha dato. A questo punto è pronto:
24Allora Daniele si recò da Ariòc, al quale il re aveva affidato l’incarico di uccidere i saggi di Babilonia, si presentò e gli disse: «Non uccidere i saggi di Babilonia, ma conducimi dal re e io gli rivelerò la spiegazione del sogno». 25Ariòc condusse in fretta Daniele alla presenza del re e gli disse: «Ho trovato un uomo fra i Giudei deportati, il quale farà conoscere al re la spiegazione del sogno».
Ma Daniele non era già a corte? Non era già uno dei quattro migliori giovani che Nabucodonosor conosceva? Ci accorgiamo allora che questa storia è indipendente dalla precedente. Questo è semplicemente uno dei deportati e il capo della guardie porta dal re questo giovanotto: “C’è uno che dice di essere in grado di spiegare il sogno”.
26Il re disse allora a Daniele, chiamato Baltassàr: «Puoi tu davvero farmi conoscere il sogno che ho fatto e la sua spiegazione?». 27Daniele, davanti al re, rispose: «Il mistero di cui il re chiede la spiegazione non può essere spiegato né da saggi né da indovini, né da maghi né da astrologi; 28ma c’è un Dio nel cielo che svela i misteri ed egli ha fatto conoscere al re Nabucodònosor quello che avverrà alla fine dei giorni.
Daniele afferma che la spiegazione del sogno è la rivelazione di un mistero relativo alla
fine dei giorni, quindi il testo sta contenendo una profezia escatologica, quello che avverrà alla fine. Tutto questo racconto, fino adesso, è stato messo in piedi per avere una cornice narrativa avvincente, adesso arriva il pezzo forte. Questo è un brano apocalittico, è una rivelazione del mistero.
Ecco dunque qual era il tuo sogno e le visioni che sono passate per la tua mente, mentre dormivi nel tuo letto.
Quindi, grazie al Dio che è nel cielo, Daniele può rivelare al re il sogno, cosa che nessuno al mondo potrebbe fare. Ed ecco la descrizione.
29O re, i pensieri che ti sono venuti mentre eri a letto riguardano il futuro; colui che svela i misteri [Dio] ha voluto farti conoscere ciò che dovrà avvenire.
Conoscere quello che avverrà tra centinaia di anni non interessa però ai contemporanei, interessa a quelli che vengono parecchio tempo dopo. Spiegare a Nabucodonosor quello che capiterà secoli dopo non serve; serve a quelli che vivono quasi cinquecento anni dopo perché Daniele spiega la storia dall’esilio fino alla persecuzione dei Maccabei. Lui finge di prevedere un fatto già accaduto, ecco perché viene scelto come protagonista un personaggio antico. È come se voi raccontaste una storia dove santa Teresa interpreta un sogno che riguarda la storia del mondo fino a oggi e dà delle chiavi di lettura per interpretare le varie vicende.
30Se a me è stato svelato questo mistero, non è perché io possieda una sapienza superiore a tutti i viventi, ma perché ne sia data la spiegazione al re e tu possa conoscere i pensieri del tuo cuore.
La capacità di interpretare questo mistero è quindi un dono che viene dall’alto, è una illuminazione che permette di conoscere i pensieri del cuore.

Il sogno

31Tu stavi osservando, o re, ed ecco una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, si ergeva davanti a te con terribile aspetto. 32Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, 33le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte d’argilla. 34Mentre stavi guardando, una pietra si staccò dal monte, ma senza intervento di mano d’uomo, e andò a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e d’argilla, e li frantumò. 35Allora si frantumarono anche il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro e divennero come la pula sulle aie d’estate; il vento li portò via senza lasciare traccia, mentre la pietra, che aveva colpito la statua, divenne una grande montagna che riempì tutta la terra.
C’è  una storia in questo sogno, molto bella come immagine, è una visione apocalittica di prim’ordine.
36Questo è il sogno: ora ne daremo la spiegazione al re.
Abbiamo notato che si parte dalla testa e si scene fino ai piedi e il materiale diminuisce di valore; ci sono quattro metalli diversi: oro, argento, bronzo, ferro, poi c‟è una divisione e i piedi sono misti: ferro e argilla.
Le spiegazioni riguardano gli imperi che si succedono. La testa d’oro rappresenta i babilonesi, il petto d’argento sono i Medi, le gambe di bronzo sono i persiani e le due gambe di ferro sono le due dinastie greche: i Seleucidi di Siria e i Tolomei di Egitto; sono gli ultimi e i piedi sono mescolati, un po’ di ferro e un po’ di argilla. Questa è l’epoca in cui vivono i destinatari del libro, è la situazione peggiore che ci sia, perché peggio di oggi non è mai andata, così dicono sempre tutti.
37Tu, o re, sei il re dei re; a te il Dio del cielo ha concesso il regno, la potenza, la forza e la gloria. 38Dovunque si trovino figli dell’uomo, animali selvatici e uccelli del cielo, egli li ha dati nelle tue mani; tu li domini tutti: tu sei la testa d’oro. 39Dopo di te sorgerà un altro regno [i Medi], inferiore al tuo; poi un terzo regno, quello di bronzo, che dominerà su tutta la terra [i Persiani]. 40Ci sarà poi un quarto regno,
È quello dei greci, il peggiore, perché è quello dei contemporanei, dei lettori del libro.
duro come il ferro: come il ferro spezza e frantuma tutto, così quel regno spezzerà e frantumerà tutto. 41Come hai visto, i piedi e le dita erano in parte d’argilla da vasaio e in parte di ferro: ciò significa che il regno sarà diviso, ma ci sarà in esso la durezza del ferro, poiché hai veduto il ferro unito all’argilla fangosa. 42Se le dita dei piedi erano in parte di ferro e in parte d’argilla, ciò significa che una parte del regno sarà forte e l’altra fragile. 43Il fatto d’aver visto il ferro mescolato all’argilla significa che le due parti si uniranno per via di matrimoni, ma non potranno diventare una cosa sola, come il ferro non si amalgama con l’argilla fangosa.
Questa è storia contemporanea, sono le vicende dei matrimoni tra Seleucidi e Tolomei come tentativi politici di accordo, ma non riescono mai a unirsi.

Una profezia apocalittica

44Al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo:
Ecco, l’elemento più importante non è la statua, ma è la pietra che distrugge la statua. Perché si parla di una statua? Perché ce l’avevano sullo stomaco che Antioco avesse messo una statua di Zeus nel tempio. Allora fanno sognare a Nabucodonosor – che è vissuto quasi cinquecento anni prima – una statua che rappresenta l’impero, i poteri umani. È sempre peggio, più passa il tempo e più i governanti peggiorano e noi siamo alla fine dei tempi. Che cosa succederà? Ecco l’annuncio apocalittico: si stacca una pietra non mossa da mano d’uomo, cioè sarà un intervento divino che colpirà i piedi e manderà in frantumi tutta la statua, cioè il potere umano che diventa come pula che il vento disperde. Quella pietra diventa però una montagna. La pietra è l’intervento di Dio, un intervento non mosso da mano d’uomo. Noi leggiamo questo testo come una autentica profezia della incarnazione: quella pietra è il Messia che si stacca non mossa da mano d‟uomo. È Dio che interviene nella storia per un intervento proprio, divino, non umano. Quella pietra colpisce il principe di questo mondo, rompe il basamento delle forze umane, fa crollare la struttura perversa e diventa una montagna che riempie la terra.
È una autentica profezia che dice molto di più di quello che l’autore pensava. Lui pensava solo che se noi resistiamo riusciremo a far fuori i greci, il Signore ci aiuterà a vincere la guerra. Con questo sogno, però – proprio perché ispirato da Dio – il narratore ha detto qualcosa di molto più grande rispetto a quello che lui stesso pensava. È chiaro che questa storia l’ha inventata di sana pianta e che ha una bella fantasia. Ha inventato il sogno del re, ha inventato la spiegazione, ma – mentre quest’uomo inventava per insegnare – era ispirato da Dio. Certo. L’ispirazione sta nell’invenzione; Dio l’ha ispirato a raccontarti questa storia, perché questa storia ti comunica un messaggio. Non ti comunica che è vero quel che è successo, ma ti comunica veramente che Dio interverrà. Questo è l’elemento profetico. Anche Gesù quando racconta le parabole se le inventa tutte; le parabole di Gesù sono tutte storie inventate, eppure comunicano un messaggio importantissimo. Non è importante che il buon samaritano sia esistito davvero, è importante quello che è descritto in quell‟episodio.
44Al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre. 45Questo significa quella pietra che tu hai visto staccarsi dal monte, non per intervento di una mano, e che ha stritolato il ferro, il bronzo, l’argilla, l’argento e l’oro. Il Dio grande ha fatto conoscere al re quello che avverrà da questo tempo in poi. Il sogno è vero e degna di fede ne è la spiegazione».46Allora il re Nabucodònosor si prostrò con la faccia a terra, adorò Daniele e ordinò che gli si offrissero sacrifici e incensi.
Quest‟uomo è un Dio…
47Quindi, rivolto a Daniele, gli disse: «Certo, il vostro Dio è il Dio degli dèi, il Signore dei re e il rivelatore dei misteri, poiché tu hai potuto svelare questo mistero». 48Il re esaltò Daniele e gli fece molti preziosi regali, lo costituì governatore di tutta la provincia di Babilonia e capo di tutti i saggi di Babilonia; 49su richiesta di Daniele, il re fece amministratori della provincia di Babilonia Sadrac, Mesac e Abdènego. Daniele rimase alla corte del re.
Una carriera strepitosa; questi quattro ebrei sono diventati governatori di tutta Babilonia in forza della loro sapienza.

Nel capitolo 3 i quattro giudei vengono poi condannati a morte perché non adorano la statua e quel Nabucodonosor che li ha adorati e ha conferito loro incarichi prestigiosi, è tornato indietro completamente, non capisce niente ed è presentato come il re pagano violento. Ma la storia del capitolo 3 non ha nulla a che fare con la storia del capitolo 2, è un’altra storia, non è una continuazione. Questo autore ha infatti cucito insieme storie diverse, ognuna con un proprio messaggio.
Il capitolo 2 corrisponde al capitolo 7 con un’altro sogno, quello delle bestie. Invece il capitolo tre, della fornace, corrisponde al capitolo 6 con la fossa dei leoni e il capitolo 4, il giudizio contro Nabucodonosor, corrisponde al capitolo 5, il giudizio contro Baldassar. Il libro è stato compilato con capitoli corrispondenti incrociati, quindi sono stati messi con un certo ordine, però noi dobbiamo imparare a leggerli come quadretti che hanno un messaggio ciascuno. Il primo è un semplice esempio da imitare, il secondo è un trattato di teologia apocalittica, la rivelazione del mistero.

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Corso Biblico tenuto da Don Claudio Doglio alle Monache Carmelitane di Genova nei mesi di ottobre-dicembre 2011

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Questa voce è stata pubblicata il 25/11/2019 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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