COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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I Domenica di Avvento (A) Commento

Prima Domenica di Avvento – anno A
Matteo 24,37-44

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

(Letture: Isaia 2,1-5; Salmo 121; Romani 13,11-14; Matteo 24, 37-44).

Noè

Lo stile dell’Avvento: accorgersi, vivere con attenzione
Ermes Ronchi

Inizia il tempo dell’Avvento, quando la ricerca di Dio si muta in attesa di Dio. Di un Dio che ha sempre da nascere, sempre incamminato e sempre straniero in un mondo e un cuore distratti. La distrazione, appunto, da cui deriva la superficialità «il vizio supremo della nostra epoca» (R. Panikkar). «Come ai giorni di Noè, quando non si accorsero di nulla; mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito e non si accorsero di nulla». È possibile vivere così, da utenti della vita e non da viventi, senza sogni e senza mistero.
È possibile vivere “senza accorgersi di nulla”, di chi ti sfiora nella tua casa, di chi ti rivolge la parola, di cento naufraghi a Lampedusa o del povero alla porta.
Senza vedere questo pianeta avvelenato e umiliato e la casa comune depredata dai nostri stili di vita insostenibili. Si può vivere senza volti: volti di popoli in guerra; volti di donne violate, comprate, vendute; di anziani in cerca di una carezza e di considerazione; di lavoratori precari, derubati del loro futuro.
Per accorgersi è necessario fermarsi, in questa corsa, in questa furia di vivere che ci ha preso tutti. E poi inginocchiarsi, ascoltare come bambini e guardare come innamorati: allora ti accorgi della sofferenza che preme, della mano tesa, degli occhi che ti cercano e delle lacrime silenziose che vi tremano. E dei mille doni che i giorni recano, delle forze di bontà e di bellezza all’opera in ogni essere.
L’altro nome dell’Avvento è vivere con attenzione. Un termine che non indica uno stato d’animo ma un movimento, un “tendere-a”, uscendo da sé stessi. Tempo di strade è l’avvento, quando il nome di Dio è “Colui-che-viene”, che cammina a piedi, senza clamore, nella polvere delle nostre strade, sui passi dei poveri e dei migranti, camminatore dei secoli e dei giorni. E servono grandi occhi.
«Due uomini saranno nel campo, due donne macineranno alla mola, uno sarà preso e uno lasciato»: non sono parole riferite alla fine del mondo, alla morte a caso, ma al senso ultimo delle cose, quello più profondo e definitivo. Sui campi della vita uno vive in modo adulto, uno infantile. Uno vive sull’orlo dell’infinito, un altro solo dentro il circuito breve della sua pelle e dei suoi bisogni. Uno vive per prendere e avere, uno invece è generoso con gli altri di pane e di amore. Tra questi due uno solo è pronto all’incontro con il Signore. Uno solo sta sulla soglia e veglia sui germogli che nascono in lui, attorno a lui, nella storia grande, nella piccola cronaca, mentre l’altro non si accorge di nulla. Uno solo sentirà le onde dell’infinito che vengono ad infrangersi sul promontorio della sua vita e una mano che bussa alla porta, come un appello a salpare.

Una generazione che non si accorge di nulla
Don Angelo Casati

La venuta del Signore è come quella del ladro. L’accostamento è inquietante e, in qualche misura, sembra anche irriguardoso. Quasi dissacrante del volto del Signore. Ma, voi lo intuite, è solo per dire che la visita di Dio è, come afferma Gesù, nell’ora che non immaginiamo.

E così la vigilanza, la vigilanza cui siamo richiamati, proprio perché non sappiamo il giorno né l’ora, va distesa su tutta la vita. Non un istante su cui accendere l’attenzione. No, l’attenzione su tutta la vita: svegli, svegli e lucidi, su tutta la vita.

Perché la venuta, dice Gesù nella pagina di Matteo, sarà come ai tempi del diluvio. È interessante notare come l’evangelista Matteo, riferendosi al tempo del diluvio, non accenni, come invece fa il libro della Genesi, alla malvagità e alla violenza di quella generazione. Scrive il libro della Genesi: “La malvagità era grande sulla terra, ogni disegno concepito nel cuore non era altro che male, la terra per causa loro era piena di violenza”.

Ebbene la generazione del diluvio, nella redazione del vangelo di Matteo, non viene rimproverata per la sua malvagità e violenza. Fa cose, diremmo, normali, fa le cose che fanno tutti, le cose che appartengono al nostro vivere quotidiano: “Mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito”. Il rimprovero dunque non può essere evidentemente per queste cose, ma è per quello che segue. È scritto: “E non si accorsero di nulla, finché non venne il diluvio e inghiottì tutti”.

È una generazione che non si accorge di nulla. Che non ha attenzione e lucidità. È inghiottita dagli eventi. Rimproverata è questa indifferenza, questa incoscienza. Vivere, ma senza sospetto, senza discernimento. Senza interrogazione. Senza interrogazione profonda.
Vedete, noi siamo stati educati a guardarci dalla malvagità e dalla violenza. E non sempre ce ne siamo guardati. Non siamo stati educati invece, o lo siamo stati meno, a guardarci dal sonno dello spirito: “Svegliamoci” diceva oggi Paolo “dal sonno”, dall’indifferenza, dalla cecità. Di qui questo non accorgersi di nulla, questo non interrogarci sulle questioni fondamentali, questo essere trascinati dagli eventi, risucchiati dal trantran delle cose.

“Mangiavano, bevevano, prendevano moglie e marito”. E così anche le cose serie come mangiare e bere, prendere moglie e marito possono essere a tal punto idolatrate da occupare tutto il cuore, tutto il da fare della vita. Non c’è altro. Sommersi! Si fanno tante cose, – oggi più di ieri forse se ne fanno: pensate solo a quante se ne fanno fare ai bambini! – ma come per automatismo, come per una necessità sociale, per obbedienza, più o meno consapevole, alle mode del tempo. Ma rimanendone inghiottiti. Senza capire che cosa sta accadendo più in profondità, qual è il senso di tutto. Con l’esito – a volte devastante! – del non senso. Il non senso di tutto.
L’impressione che a volte se ne ricava è come quella di aver radunate tante cose, ma come pietre gettate. Gettate in un mucchio. Un conto sono le pietre gettate in un mucchio, un conto sono le pietre radunate in un edificio. Manca il disegno, manca l’architetto che vede il disegno, che raduna in un disegno.

Ci è chiesta una vigilanza: scoprire alla luce della parola di Dio la profondità della vita, la profondità degli avvenimenti e della storia. E non rimanere alla superficie. Alla superficie di ciò che sta accadendo. Questa nostra generazione si sta segnalando per una quantità di cose che conosce – sappiamo! – siamo gli uomini e le donne di una moltitudine di notizie, ma spesso facciamo cronaca. Non c’è sapienza di interpretazione.

Oggi le letture erano richiamo in molte direzioni. Io ne sfioro brevemente due.

La prima richiamata nella lettera dell’apostolo Paolo ai Romani: con l’invito a rivestirci di luce. Oggi sta diventando sempre più frequente il lamento, il piagnisteo sulla nequizia dei tempi. Non perdiamo ulteriormente tempo. Poniamo gesti che gettino semi per il futuro. Semi di luce. Germoglieranno. “Rivestitevi del Signore Gesù Cristo”. Per questo veniamo qui la domenica: per cogliere più in profondità il senso che Gesù dava alla vita, il disegno che fa delle pietre un edificio. E farlo nostro.

Seconda indicazione sull’essere svegli, vigilanti: non guardare indietro. E, al contrario, come oggi ci invitava a fare il profeta Isaia, guardare in avanti, al progetto di Dio. Il progetto di Dio, diceva Isaia, va verso un disegno che racconta l’affluire al monte di Dio di tutti i popoli, verso un criterio che non è la soppressione dell’altro o di se stessi, ma la relazione con l’altro. Non marciamo, sembra ammonire il profeta, contro il disegno di Dio, marceremmo verso il nulla. Mettiamo le premesse, se siamo vigilanti, se siamo intelligenti, per un mondo in cui si forgeranno le spade in vomeri e le lance in falci e un popolo non sorga più contro un altro popolo e non ci si eserciti più – brutto esercizio! – nell’arte della guerra.

Il mondo da progettare, se siamo vigilanti e intelligenti, se siamo realmente credenti, dovrebbe essere un mondo in cui gli uomini non siano costretti a minacciarsi a vicenda, fino alla morte, per potere convivere. Perché non è con il gelo che noi schiudiamo i fiori – stolta illusione! – ma con il tepore, il tepore dolce che non violenta le gemme, ma le schiude alla loro bellezza. Così fa Dio, questo è il progetto di Dio, questo il progetto dei credenti, di quelli che veramente credono in Dio.

Vigilate nell’attesa
Clarisse di Sant’Agata 

Con oggi iniziamo un nuovo anno liturgico; potremmo dire che per noi cristiani oggi è il “capodanno della nostra vita di fede”!

Il Signore ci mette davanti il dono di un nuovo anno da passare con Lui, alla Sua presenza, ascoltando la Sua Parola e incontrandoLo nel volto di ogni fratello e di ogni sorella che i giorni che verranno ci daranno la grazia di incontrare.

E questo tempo nuovo che ci viene donato, comincia nello spirito di una attesa che è vigilante.

E’ il tempo in cui scrutare i giorni e nella quotidianità scorgere la Sua presenza. E’ attendere che Lui arrivi a “illuminare chi sta nelle tenebre e nell’ombra di morte” (Lc 1,79).

Facciamoci accompagnare proprio dalla Parola di Dio che la Chiesa ci dona in questa prima domenica di Avvento.

Il profeta Isaia, nella prima lettura, ci parla di una visione. Lui vede ciò che ancora non è, vede il sogno di Dio per questo mondo che Lui stesso ha creato e che tanto ama: “Il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti….. ad esso affluiranno tutte le genti……. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance falci…. Non impareranno più l’arte della guerra” (Is 2,1-5).

Il profeta vede una nuova umanità, dove l’altro non è più qualcuno da cui doversi difendere, ma è il fratello che cammina con me alla luce del Signore: “Venite camminiamo alla luce del Signore” (Is 2,5).

Ogni strumento di “male”, diventa strumento per la vita, per curare e custodire il creato e per far si che la terra produca i suoi frutti.

San Paolo nella lettera ai Romani (13,11-14a) ci parla di luce, di trasparenza, di onestà; ci parla di una salvezza vicina più che mai, nel qui e ora della nostra vita.

La notte, ci dice, non è più notte perché è illuminata da stelle che fanno luce sui nostri incontri senza più paura, ma pieni di fiducia.

Le stelle sono i Santi, coloro che ci hanno preceduto nel cammino della vita alla sequela del Cristo Risorto e che ora sono come luci, discrete e fedeli, che illuminano il nostro cammino qui sulla terra, di noi che viviamo nella speranza e non ancora nella visione.

“La fede è un’offerta di solarità” (E. Ronchi).

Paolo ci vuole svegliare da un sonno pericoloso, quello in cui ci si abitua al miracolo della vita eterna già presente nel nostro oggi.

Nel brano del Vangelo, l’evangelista Matteo (24,37-44), ci parla dei “giorni di Noè” nei quali gli uomini e le donne mangiavano, bevevano, prendevano moglie e prendevano marito….

Cosa c’è di male in quello che facevano? Non era stato Dio stesso che nel giardino dell’Eden aveva detto all’uomo e alla donna: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela.. Ecco io vi do ogni erba che produce seme e che è sulla terra e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo” (Gen 1,28.29)? E allora perché qui ci sembra che Dio rimproveri queste azioni degli uomini? Dio non rimprovera all’uomo di vivere la sua quotidianità nella pienezza, ma di vivere di sola quotidianità, senza più Dio, senza più sogni, senza più l’Essenziale.

Noè costruisce un’arca, una barca enorme, in pieno giorno e in totale assenza di acqua! Per giorni, settimane e mesi fa qualcosa che sembra assurdo agli occhi di chi è capace di guardare solo il contingente, senza sapersi aprire ad orizzonti più grandi dove la Provvidenza di Dio si fa concreta e tangibile.

Emblematico anche l’episodio di Marta e Maria: Gesù non dice che quello che fa Marta è sbagliato, ma dice che Maria si è scelta la parte migliore, cioè l’Essenziale!

Quello che conta è dov’è il nostro cuore: “Là dov’è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore” (Lc 12,34). Se il cuore, la mente, gli affetti sono legati e occupati solo del contingente, delle cose materiali, il Figlio dell’uomo quando verrà ci troverà distratti, impegnati in altro e noi non ci accorgeremo nemmeno della sua venuta!

Pensiamo a figure di chi ha saputo farsi interpellare e riconoscere senza apparentemente vedere nulla di straordinario.

Primi i pastori che all’annuncio degli Angeli lasciano le loro greggi, di notte, e corrono per vedere il Messia da tanto atteso. Arrivano e trovano un normalissimo neonato con accanto un padre e una madre come ce ne sono a milioni nel mondo. Un Messia così diverso da come lo attendevano che aveva scelto di mostrarsi prima a loro piuttosto che ai Sacerdoti o al Sinedrio…… Eppure Lo riconoscono e “tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto” (Lc 2,20).

Poi tre Re, tre personaggi un po’ “strani” anche loro venuti per adorare un Dio che probabilmente non era il loro Dio, ma che anche loro riconoscono e adorano e al quale offrono tre doni ricchi di significato.

E infine, ma non per questo meno importanti, Simeone e Anna che da tutta la vita attendevano di poter vedere il giorno della venuta del Messia. Anche loro vedono un neonato, due semplici e poveri genitori, come forse ne vedevano spesso nel Tempio per presentare i loro figli al Signore, e anche loro riconoscono, adorano, rendono grazie al Padre e affermano che ora sono pronti a morire perché “i loro occhi hanno visto la salvezza preparata da Dio davanti a tutti i popoli” (cfr Lc 2,29-31).

L’uomo diventa ciò che attende e tutta l’esistenza del cristiano è attesa di Colui che deve tornare. Allora questo è il tempo in cui Chi deve venire trovi chi lo aspetta; è il tempo per prepararGli uno spazio perché Lui possa nascere e dimorare nel nostro cuore ogni giorno della nostra vita.

Tempo di Avvento, cioè di attesa di una venuta, di Qualcuno che deve venire, che ci stimola ad entrare nel sogno di Dio per questa umanità ferita, sola, che cammina nel buio e nell’indifferenza reciproca. Ci chiede di essere vigili, svegli, attenti per poter cogliere i segni della Sua presenza nel qui e ora delle nostre giornate.

E’ solo nel qui e ora che possiamo incontrare e riconoscere il volto e l’azione di Dio nella nostra vita ed è sempre nel qui e ora che possiamo incontrare i nostri fratelli in umanità e nei loro occhi vedere il riflesso del volto di quel Padre comune che ama i suoi figli, tutti i suoi figli, nell’amore del Figlio che ha dato la sua vita per noi.

Sorelle Povere di Santa Chiara
http://www.clarissesantagata.it

Un commento su “I Domenica di Avvento (A) Commento

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Questa voce è stata pubblicata il 27/11/2019 da in Anno A, Avvento (A), ITALIANO.

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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