COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Santa Famiglia (A)

Santa Famiglia
Anno A


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I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». […]

(Letture: Siracide 3, 3-7.14-17; Salmo 127; Colossesi 3,12-21; Matteo 2,13-15.19-23)

Giuseppe, un padre concreto e sognatore
Ermes Ronchi

Il Vangelo racconta di una famiglia guidata da un sogno. Oggi noi, a distanza, vediamo che il personaggio importante di quelle notti non è Erode il Grande, non è suo figlio Archelao, ma un uomo silenzioso e coraggioso, concreto e sognatore: Giuseppe, il disarmato che è più forte di ogni Erode. E che cosa fa Giuseppe? Sogna, stringe a sé la sua famiglia, e si mette in cammino. Tre azioni: seguire un sogno, andare e custodire. Tre verbi decisivi per ogni famiglia e per ogni individuo; di più, per le sorti del mondo.

Sognare è il primo verbo. È il verbo di chi non si accontenta del mondo così com’è. Un granello di sogno, caduto dentro gli ingranaggi duri della storia, è sufficiente a modificarne il corso. Giuseppe nel suo sogno non vede immagini, ascolta parole, è un sogno di parole. È quello che è concesso a ciascuno di noi, noi tutti abbiamo il Vangelo che ci abita con il suo sogno di cieli nuovi e terra nuova. Nel Vangelo Giuseppe sogna quattro volte (l’uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio) ma ogni volta l’angelo porta un annunzio parziale, ogni volta una profezia breve, troppo breve; eppure per partire e ripartire, Giuseppe non pretende di avere tutto l’orizzonte chiaro davanti a sé, ma solo tanta luce quanta ne basta al primo passo, tanto coraggio quanto serve alla prima notte, tanta forza quanta basta per cominciare.

Andare, è la seconda azione. Ciò che Dio indica, però, è davvero poco, indica la direzione verso cui fuggire, solo la direzione; poi devono subentrare la libertà e l’intelligenza dell’uomo, la creatività e la tenacia di Giuseppe. Tocca a noi studiare scelte, strategie, itinerari, riposi, misurare la fatica. Il Signore non offre mai un prontuario di regole per la vita sociale o individuale, lui accende obbiettivi e il cuore, poi ti affida alla tua libertà e alla tua intelligenza.

Il terzo verbo è custodire, prendere con sé, stringere a sé, proteggere. Abbiamo il racconto di un padre, una madre e un figlio: le sorti del mondo si decidono dentro una famiglia. È successo allora e succede sempre. Dentro gli affetti, dentro lo stringersi amoroso delle vite, nell’umile coraggio di una, di tante, di infinite creature innamorate e silenziose. «Compito supremo di ogni vita è custodire delle vite con la propria vita» (Elias Canetti), senza contare fatiche e senza accumulare rimpianti. Allora vedo Vangelo di Dio quando vedo un uomo e una donna che prendono su di sé la vita dei loro piccoli; è Vangelo di Dio ogni uomo e ogni donna che camminano insieme, dietro a un sogno. Ed è Parola di Dio colui che oggi mi affianca nel cammino, è grazia di Dio che comincia e ricomincia sempre dal volto di chi mi ama.

Avvenire 2019

Prendi con te il Bambino e sua madre
Clarisse Sant’Agata 

In questa prima domenica dopo Natale, la liturgia ci consegna come ogni anno l’icona della santa famiglia per continuare a contemplare il Mistero di Dio Padre che ci ha donato il suo Figlio, non solo attraverso l’irrompere della Luce nella notte e del canto degli angeli, ma, molto di più, nelle pieghe di un quotidiano fatto di relazioni dove, a volte, l’ascolto e l’obbedienza si fanno difficili e chiedono uno sguardo attento a tutto quello che viviamo.

Ad accompagnarci oggi è l’evangelo di Matteo che ci fa guardare l’evento dell’Incarnazione con gli occhi di Giuseppe, uomo giusto. A lui il Signore, Dio di Israele si rivela per aiutarlo a comprendere eventi e parole intorno al mistero di questo “Figlio Divino” che altrimenti rimarrebbero incomprensibili per la logica “altra” con la quale scelgono di rivelarsi.

Nell’evangelo di oggi ci troviamo subito dopo la visita dei Magi. Il loro ritorno al loro paese “per un’altra strada” (Mt 1,12), senza tornare a Gerusalemme dal re, genera in Erode una reazione violenta e una ricerca ostinata del bambino Gesù per ucciderlo. Nel cuore di questa insidia, il dialogo fra Dio e Giuseppe di Nazareth si fa continuo e attraversa la vita di quest’uomo chiedendogli continuamente di abbracciare il Mistero che vive, di portarlo con sé ovunque e di lasciarsi cambiare la vita in tutte le sue espressioni, dalla relazione con Maria e il bambino, al dimorare stabilmente nella sua città di Betlemme, ad ogni suo progetto per sé e per la sua famiglia.

E’ sempre lo stesso comando quello che Dio rivolge a Giuseppe: “prendi con te il bambino e sua madre …”. Quasi un ritornello nella sua vita che Giuseppe inizia ad ascoltare nel capitolo 1 quando, accortosi che Maria era incinta, “mentre pensava a queste cose un angelo del Signore gli apparve in sogno e gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria come tua sposa perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo…” (Mt 1,20). L’evangelista conclude il racconto scrivendo: “Giuseppe destatosi dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa…” (Mt 1,24).

Ci troviamo di fronte a una sorta di “canto continuo” che Giuseppe prima impara a riconoscere, poi ad ascoltare e infine a cantare. “Prendi con te il bambino e sua madre”: prendili con te in tutto ciò che speri, che progetti, che sogni, che desideri. L’obbedienza di Giuseppe a questo “canto” fa sì che ci si accorga di un altro “canto” che la liturgia della Parola di oggi ci consegna: a: “… affinché si compisse ciò che era stato detto…” (Mt 2,15; 2,23).

Mentre prende con se il bambino e sua madre, Giuseppe compie la Scrittura. Mentre impara a cantare un canto, ne compone uno nuovo, che è un canto antico, quello appunto delle Scritture. Ed è così che, attraverso la sua obbedienza alla Parola di Dio, un uomo entra nella Parola, ne fa la sua vita e diviene egli stesso Parola.

La liturgia di oggi allora ci fa sentire un canto, “prendi con te”, e quest’uomo semplice e
straordinario ad un tempo ci insegna a cantarlo perché anche noi possiamo fare della Parola di Dio la nostra vita e divenire noi stessi Parola. E’ questo quello che fa di Maria, Gesù e Giuseppe una famiglia: tutti e tre cantano il canto dell’ascolto e dell’obbedienza alla Parola e con essa, compiono le Scritture, Maria e Giuseppe dando la vita a Gesù, Gesù, dando la vita per noi.

http://www.clarissesantagata.it

Storia della famiglia di Nazaret
Don Angelo Casati 

Storia della famiglia di Nazaret. Non so se è un caso, ma, se non vado errato, la Bibbia non dà spazio a tante teorizzazioni sulla famiglia, non indugia sulla famiglia in generale, ma su storie, storie di famiglie, e – dobbiamo ammetterlo – anche molto diverse: ognuna con la sua tipicità, quella di Nazaret certamente con una sua particolarissima tipicità, in un certo senso quindi non imitabile.

E dunque dovremmo, per fedeltà alla Parola di Dio, far parlare le storie, le storie così come sono. Mi sono chiesto se non nasca forse di qui un invito ad essere attenti, sempre e comunque, alle biografie, non ce n’è una che sia calco di un’altra. Entriamo nelle storie. Anche in quelle bibliche per come suonano e non idealizzando. Oggi il vangelo di Matteo, della famiglia di Nazaret racconta i giorni del ritorno dall’Egitto.

C’è stata una notte – e immagino non una sola – di fuga verso l’Egitto, su mandato di un angelo. A rischio era la vita del bambino. Ora c’è un ritorno. La narrazione è sobria e non lascia spazio a fantasticherie. Per alleggerire la drammaticità di un viaggio e di un esilio in terra straniera – voi lo sapete – i vangeli apocrifi, che danno ampio spazio al miracoloso, hanno dato stura a racconti di miracoli che accompagnarono il viaggio. Il vangelo non ne racconta uno.

E dunque rimaniamo alla storia, al viaggio. Con tutto quello che di preoccupazione e fatica porta con sé un viaggio simile. A volte sono i poeti a raccontare, facendoci percepire sentimenti profondi. Al cuore mi è ritornata una poesia di Antonia Pozzi, dal titolo “Paesaggio siculo” che parla di questo viaggio. Eccola:

Sul greppo che di tenero verde
il nuovo grano riveste
cavalca
una donna –
tra la sella ed il grembo adagiato
porta il figlio
perché senz’urti
dorma –
lenta guardando il cielo che s’annuvola
rialza
fin sulla fronte
i lembi del mantello –
il bimbo vi si cela
tutto –
Così è dipinta Maria nella sua fuga –

Sella e grembo, cielo che si annuvola, i lembi del mantello, il bimbo che vi si cela. Siamo ricondotti alla storia. E anche alla fatica e alle sorprese di un viaggio. Di un viaggio si tratta. Sempre di un viaggio, il viaggio della vita, si tratta quando, le famiglie le raccontiamo e non ci fermiamo a fare declamazioni. Come fu – potremmo chiedere – il vostro viaggio? Come è ora il vostro viaggio?

Ebbene il viaggio-fuga di Giuseppe e Maria con il loro bambino di che cosa è segno, che cosa può suggerire a questa o a quella famiglia, dentro la sua reale, e non supposta, biografia? Parla di sradicamenti, è una famiglia che vive sulla sua pelle il dramma che milioni e milioni di famiglie vivono oggi: prima un viaggio verso un’altra terra, poi il ritorno alla propria terra.

Verso un’altra terra, perché c’è un agguato di morte. E Dio viene con un angelo nel sonno a comandare una fuga. Altra drammatica realtà sotto i nostri occhi, fughe da terre, perché l’alternativa nella propria terra è la morte. Morte di guerra o di fame o di libertà, ma sempre morte. E Dio non è per la morte.

E io a chiedermi se nei sogni di tanti non ci sia il passaggio dell’angelo. E noi, se abbiamo occhi per la famiglia migrante di Nazaret, come non potremmo averne per le famiglie migranti di oggi? Sarebbe pura schizofrenia!

Ogni volta che sosto su questo brano di fuga e ritorno dall’Egitto, mi viene spontaneo anche pensare come ogni indicazione di Dio – “Va’ in Egitto… Va’ nella terra di Israele” – chieda un prendersi cura. Che tocca la responsabilità di Giuseppe, diremmo dell’uomo: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre”. Che cosa tocca alle nostre famiglie nel concreto. Ascoltare i sogni della notte, forse anche le preoccupazioni della notte, leggervi la Parola di Dio, una indicazione di orizzonte: l’Egitto, la terra di Israele.

Ma poi – lasciatemi dire – il resto è affidato a te. La via di fuga la studi tu, Giuseppe. Ciò che devi portare lo prepari tu con Maria. Lo spaesamento lo provate in due, in due a cercare casa e lavoro – le due cose che si cercano oggi! – . Anche l’indicazione della terra in cui ritornare è fondamentalmente generica, ma Giuseppe è tutt’altro che l’uomo passivo in cui spesso lo incorniciamo. Viene a sapere di Archelao, decide di mettere casa in un’altra regione, va a Nazaret.

Mi sembra – perdonate – di vedere nel racconto quasi un elogio di Giuseppe, della sua intelligenza e intraprendenza. E così dovrebbe essere. Nei testi sacri non sta scritto tutto. Come dovremmo tenerlo presente proprio in questi giorni in cui si parla di famiglie. Prendersi cura. Ma che cosa poi significa prendersi cura? Di questo ci si dovrebbe preoccupare, pensare, confrontarsi, capire, trovare soluzioni.

E Giuseppe – lasciatemi dire anche questo, perché mi sembra messaggio per i nostri giorni – Giuseppe è un laico, non è né un prete né un mezzo prete. E’ chiamato in causa lui, con la sua intelligenza, la sua visione della realtà, il suo coraggio di rischiare, rischia lui.

“La nazione” ci ha ricordato papa Francesco a Firenze “non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose” E ancora: “La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media…

La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia. Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà”.

Mi sembra indicato uno stile: è qualcosa di più di uno stile, è il nostro modo di essere fedeli al vangelo. Lo invochiamo dal Signore in questa eucaristia. E ce lo auguriamo, come credenti.

http://www.sullasoglia.it

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Questa voce è stata pubblicata il 27/12/2019 da in Anno A, ITALIANO, Natale (A).

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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