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Ravasi, La Natività di Gesù spiegata dai Profeti


Gli oracoli dell’Antico Testamento servirono da guida agli evangelisti per leggere e interpretare gli eventi portentosi legati alla nascita e alle fasi iniziali della vita di Cristo


di Gianfranco Ravasi
in “Il Sole 24 Ore” del 22 dicembre 2019

Gli oracoli dell’Antico Testamento servirono da guida agli evangelisti per leggere e interpretare gli eventi portentosi legati alla nascita e alle fasi iniziali della vita di Cristo

Era stata Selma Lagerlöf, Nobel nel 1909, a favorire la fuga a Stoccolma della poetessa tedesca ebrea Nelly Sachs, per sottrarla ai lager e forse alle camere a gas naziste. Nella capitale svedese, ove morirà nel 1970 a 79 anni, dopo aver ricevuto anche lei nel 1966 il Nobel, Nelly potrà comporre le sue opere maggiori spesso ibridate di forme, ritmi e temi biblici. E sono proprio alcuni versi di una sua lirica, simile a una ballata, intitolata Le stelle si oscurano che adottiamo a epigrafe per proporre una sorta di «Natale dei profeti». Ecco le sue parole: «Se i profeti irrompessero per le porte della notte, / incidendo ferite nei campi della consuetudine, / se i profeti irrompessero per le porte della notte / e cercassero un orecchio come patria, / orecchio degli uomini, ostruito di ortiche, / sapresti ascoltare?».

Nella notte oscura della storia risuona la voce dei profeti. Essa incide in profondità come un aratro, ferendo la superficie sassosa e gelata dell’indifferenza e della banalità. Purtroppo, però, gli orecchi delle persone sono ostruiti dalle chiacchiere e dalla sordità dell’egoismo e non lasciano irrompere le parole incandescenti della profezia. Ebbene, l’evangelista Matteo per interpretare gli eventi del Natale di Gesù si è affidato proprio a queste figure bibliche che il filosofo Karl Jaspers considerava uno dei fenomeni spirituali e culturali più originali dell’umanità. Il metodo ermeneutico sotteso alla mente dell’evangelista è quello “prospettico”, come suggeriva anche Pascal: «La prova più grande di Gesù Cristo sono le profezie… Esse sono la preparazione della nascita di Gesù Cristo, il cui Vangelo doveva essere creduto in tutto il mondo. Era necessario che ci fossero le profezie per farlo credere» (Pensieri 706, ed. Brunschvicg).

Il profeta intravede e prevede già il futuro messianico di Cristo. In questa linea per ben cinque volte, all’interno di un breve racconto fatto di soli 31 versetti nei capitoli 1 e 2 del suo Vangelo, Matteo ribadisce che i fatti della vita del piccolo Gesù sono il «compimento» di un annuncio profetico remoto. In realtà, il profeta – come suggerisce l’etimologia del termine – è per eccellenza un uomo pubblico che «parla» (in greco phemí) davanti (pro-) a tutti provocando reazioni morali «in vece» (pro-), cioè a nome di Dio. Certo è che il suo sguardo è proteso verso il futuro messianico, è capace di intuire «prima» (pro-) le traiettorie di orientamento della storia, ma non nei dettagli concreti quasi fosse un indovino. Potremmo, allora, dire meglio che in realtà lo sguardo matteano è “retrospettivo”: sugli atti presenti della famiglia di Nazaret egli getta la luce della profezia, interpretandoli secondo pagine anticotestamentarie più adatte a quello scopo. Il primo passo profetico selezionato è Isaia 7,14: la generazione verginale e quindi divina avviene «perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi» (Matteo 1,22-23). Isaia probabilmente pensava al figlio di Acaz, il re di allora, un erede di nome Ezechia in cui il profeta porrà molte speranze. Per questo nell’originale ebraico, per indicare la madre, si ha il vocabolo ‘almah, «giovane donna», e non «vergine» (betûlah).

L’antica versione greca biblica detta «dei Settanta», scelse questo secondo significato traducendo parthénos, «vergine», e così offrì a Matteo la base per fondare la cristologia del Figlio di Dio, nato sì da una donna, ma non «da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio» (Giovanni 1,13). In tal modo, al concreto re-«messia» (in ebraico la parola significa «consacrato») atteso da Isaia subentra il Messia per eccellenza, pienezza della presenza di Dio nell’umanità («Emmanuele»). Il secondo ricorso alla profezia avviene quando gli esperti gerosolimitani delle Scritture segnalano al sospettoso Erode – che dai Magi ha avuto notizia della nascita di un nuovo «re dei Giudei» – la località ove questo evento si sarebbe compiuto, cioè Betlemme, la patria di Davide.

Il rimando di quegli scribi è a un profeta contemporaneo a Isaia (VIII sec. a.C.), Michea, che annunciava in chiave messianico-davidica: «E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te, infatti, uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele» (Matteo 2,6; Michea 5,1-3). Anche in questo caso il profilo davidico, emblema del Messia, viene applicato al neonato Gesù. L’ossessione di Erode per il potere aveva già generato stragi di pretendenti persino all’interno della sua famiglia. Ecco, allora, la scelta preventiva di Giuseppe, il padre legale di Gesù, di rifugiarsi col neonato e la sposa Maria in Egitto. Agli occhi di Matteo si presenta l’occasione per la terza citazione, questa volta da un altro profeta dell’VIII sec. a.C., Osea, dalla storia familiare piuttosto tormentata. Egli metteva in bocca a Dio questo oracolo, evocato dall’evangelista: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Matteo 2,15; Osea 11,1).

Evidente è il richiamo all’esodo di Israele dall’oppressione faraonica, ora applicata al «figlio» Gesù che ripercorrerà le vie calcate dagli antenati del suo popolo, sia pure in senso inverso, dalla terra promessa all’Egitto. La furia sanguinaria di Erode si scatena con la celebre «strage degli innocenti». Matteo, di fronte al grido disperato di quelle madri (chi non ricorda l’affresco di Giotto nella cappella padovana degli Scrovegni?), fa echeggiare il lamento di Rachele, l’amata sposa del patriarca biblico GiacobbeIsraele, che si erge come una Mater dolorosa statuaria a Rama, luogo della sua morte per parto. Da quella località, secoli dopo, si stanno avviando le colonne degli Ebrei superstiti, suoi figli ideali, deportati a Babilonia in esilio, dopo la distruzione del tempio e della città santa nel 586 a.C. Ora è Geremia a offrire a Matteo la sua voce: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più» (Matteo 2,18; Geremia 31,15). Morto Erode, la sacra famiglia rientra a Nazaret, un villaggio ignoto all’Antico Testamento.

L’evangelista per collocare anche questo dato sotto l’ombrello della profezia ricorre a una formula vaga: «perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: Sarà chiamato Nazareno» (2,23). Arduo è, infatti, decifrare l’allusione matteana: forse egli appella al vocabolo ebraico nazir, «consacrato», applicato a chi praticava un voto descritto nel libro dei Numeri (c. 6), oppure a nezer, «virgulto», un simbolo messianico (Isaia 11,1) o a nazûr, «il resto» degli Ebrei fedeli a Dio, nonostante le prove (Isaia 42,6). Paradossale in questo passo evangelico è che Gesù sia legittimato come Messia non sulla base di Betlemme, la città di Davide, ma sulla sua dimora nell’oscuro e dimenticato paesino di Nazaret, ignorato dalle Scritture. Si chiude qui il «Natale dei profeti».

Già nel II secolo, in un affresco delle catacombe romane di Priscilla sulla via Salaria, un anonimo artista raffigurava la Madonna seduta che regge in grembo il neonato Gesù e che si volge con intensità a un profeta. Costui indica in alto una stella: per alcuni potrebbe essere un profeta pagano, Balaam, che nella Bibbia anziché maledire Israele come vorrebbe un re nemico de popolo ebraico, lo benedice ed esalta, e in uno dei suoi quattro oracoli propone questo annuncio regale messianico: «Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele» (Numeri 24,17). È ciò che farà anche la prima tradizione cristiana, quando curiosamente ricorrerà alla IV Egloga di Virgilio (I sec. a.C.) che evoca un’èra di pace nella quale è in scena un Bambino di origine divina, accompagnato da una Vergine, mentre sono cancellate «le tracce della colpa».

Già san Girolamo, però, faceva notare che Virgilio non parla di un parto da una vergine e l’atmosfera simbolica del testo è più imperiale che teologica. Rimane, quindi, l’Antico Testamento come palinsesto ermeneutico ideale per leggere gli eventi iniziali della vita di Cristo, proiettando su di essi la luce degli antichi oracoli profetici. E come abbiamo iniziato con la voce di una poetessa e di un filosofo per celebrare la forza provocatoria, purtroppo disattesa, della profezia, concludiamo con questa parabola del Diario del filosofo danese Soeren Kierkegaard riguardante l’equivoco e l’insuccesso a cui spesso va incontro il profeta. «Un direttore di teatro si presenta trafelato sulla scena per avvertire il pubblico che è scoppiato un incendio. Gli spettatori, però, credono che la sua comparsa faccia parte della farsa che stanno guardando: così, quanto più quello urla, tanto più forte si leva il loro applauso».

in “Il Sole 24 Ore” del 22 dicembre 2019 Natale.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 29/12/2019 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , .

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