COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

II Domenica dopo Natale (lectio)

Seconda Domenica dopo Natale (lectio)
Giovanni 1,1-18

 

Giovanni apre la sua narrazione teologica con le prime due parole del Libro della Genesi: “In principio (en archē) Dio creò il cielo e la terra…” (Gen 1,1), ponendo tutto il suo lavoro in chiave di creazione, tema che, assieme a quello della Pasqua-alleanza, è una delle linee maestre della teologia di questo evangelista.

1 In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

Giovanni intende correggere sin dall’inizio la concezione teologica della Genesi indicando quale fu il vero inizio: “In principio c’era già la Parola/Logos”. Il significato del termine Logos usato da Giovanni, e qui tradotto con Verbo/Parola/Progetto, sintetizza due concetti dell’AT:

– quello della parola/potenza creatrice (Gen 1)

– quello della sapienza creatrice, il che equivale al piano di Dio nella creazione (Pr 8,22-24. 27; Sap 8,4; 9,19; Sal 104,24). In questo modo il Logos:

– in quanto sapienza= formula il piano o progetto di Dio preesistente alla creazione

– in quanto parola/potenza= lo realizza.

Dio fin dall’inizio ha un progetto. Prima che Dio creasse il mondo con la sua Parola, esisteva il Progetto divino che doveva guidare l’azione creatrice. L’esistenza di questa Parola/Progetto precede quella del principio. È quanto leggiamo a proposito della Sapienza creatrice in Pr 8,22-36, dove si sottolinea come l’accoglienza della Sapienza conduce alla vita, mentre il suo rifiuto conduce l’uomo alla morte: “Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli inizi della Terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata; quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io sono stata generata…Ora, figli, ascoltatemi: beati quelli che seguono le mie vie! Ascoltate l’esortazione e siate saggi, non trascuratela! Beato l’uomo che mi ascolta, vegliando ogni giorno alle mie porte, per custodire attentamente la sapienza. Infatti chi trova me trova la vita, e ottiene favore dal Signore; ma chi pecca, contro di me, danneggia se stesso; quanti mi odiano amano la morte”.

In relazione a questa tematica vita-morte, Giovanni sceglie di iniziare il suo vangelo con il termine Logos/Parola. Infatti questa Parola, esistente ancor prima della creazione, l’evangelista l’antepone alle dieci parole per le quali Dio creò il mondo: “ con dieci parole fu creato il mondo” (Pirqué Aboth 5,1). Il riferimento iniziale ai dieci “vajomer” [e disse] del racconto della creazione (Gen 1,1. 3. 6. 11. 14. 20. 24. 26. 28. 29.) viene esteso nell’Esodo alle dieci parole del v. 34,28: “Dio scrisse sulle tavole le parole dell’Alleanza, le dieci parole (“de,ka lo,gouj”) v. anche Dt 10,4; 31,12; 32,46, ed è commentato nel Talmud con questa espressione: “Il santo, che benedetto sia, consultò la Torah e in base ad essa creò l’universo” (Berakot r.1,1; Pirqè Abot 5,1).

E il Verbo era presso Dio

Il progetto di Dio si formulava in una Parola che si dirigeva a lui stesso; un continuo, costante interpellare, teso quasi a sollecitare Dio alla realizzazione di Essa nell’uomo, culmine della creazione.

e il Verbo era Dio.

Il progetto che Dio aveva sull’umanità prima ancora della creazione sorpassa ogni possibilità di immaginazione da parte dell’uomo: un Dio (Gesù: Uomo-Dio, il Figlio dell’uomo…) Giovanni afferma che il progetto di Dio consiste nell’elevare l’uomo al suo stesso livello e dargli la condizione divina. L’uomo quale espressione della sua stessa realtà divina. L’evangelista supera infinitamente la teologia del salmista che loda Dio per la condizione dell’uomo: “L’hai fatto poco meno degli dèi [elohim]” (Sal 8,6.) L’attributo essenziale degli dèi era il loro potere e i loro privilegi nei confronti degli uomini (immortalità, felicità) dei quali erano estremamente gelosi. Ogni felicità umana, che sorpassava certi limiti, gli dèi la ritenevano un’arroganza che doveva venire irrimediabilmente castigata. Non è questo il sentimento che molti cristiani hanno verso il loro Dio? Come l’atteggiamento del pagano che era di timore/desiderio di evitare il castigo. Il sistema religioso pagano consisteva in un insieme di riti destinati a placare gli dèi e allontanare i loro castighi (fulmini dal cielo). Ma il Dio di Gesù non è geloso della sua condizione divina e, prima ancora della creazione del mondo, desiderava comunicare all’uomo proprio la condizione divina. Piena realizzazione di questo progetto sarà Gesù “il quale, pur essendo di condizione divina non considerò un tesoro geloso l’essere uguale a Dio” (Fil 2,6). L’uomo-Dio è il principio dell’umanità nuova che non perisce ma che ha condizione divina e vita definitiva (Gv 6,40). Rispetto alla teologia giudaica Giovanni presenta una teologia della prossimità di Dio all’uomo. Non c’è alcuna distanza invalicabile (cfr Talmud: “Il viaggio di tremilacinquecento anni” come distanza tra Dio e l’uomo. Midras Sal 103,1).

2 Egli era, in principio, presso Dio:

Questa ripetizione del versetto 1b è un espediente letterario tendente a sottolineare l’urgenza di Dio di tradurre in realtà il suo progetto sull’umanità.

3 tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

L’evangelista adopera il Verbo “è stato fatto”, usato dai LXX per descrivere la creazione: “Dio disse: sia la luce! E la luce fu (Gen 1,3 ss.) Il progetto di Dio sboccia nella creazione del mondo: “sebbene il mondo avesse cominciato ad esistere mediante lui… (Gv 1,10).

4a In lui era la vita

Per la prima volta appare in questo vangelo un tema caro a Giovanni, quello della vita. In questo vangelo il termine zwh, = vita, che indica la qualità di vita non soggetta alla morte, è in contrapposizione al greco, la vita animale, ed apparirà ben 37 volte (contro le 7 di Mt, 5 di Lc e 4 di Mc). Il progetto di Dio consiste nel comunicare vita in abbondanza agli uomini (cfr. Gv 10,10), e tutta l’attività di Gesù va letta in questa chiave.

4b e la vita era la luce degli uomini;

Altro tema caro a Giovanni (25 volte in Gv, 7 in Mt e Lc, 1 in Mc) è quello della luce. Una luce che non giunge dall’esterno ad illuminare l’uomo, ma luce come fonte di vita dell’uomo, una luce che nasce dall’intimo dell’uomo: è la vita che splende e la luce è l’irradiazione dell’esistenza dell’uomo.

L’evangelista propone, rispetto agli influssi della cultura greca, una visione ottimista di Dio nei confronti dell’umanità. Non è con l’annichilimento della propria esistenza, mortificando e reprimendo ogni desiderio ed espressione di vita, che si giunge alla luce, ma attraverso la piena risposta all’anelito, contenuto in ogni uomo, alla pienezza di vita. La risposta agli stimoli vitali, lo sprigionamento di tutte quelle capacità e risorse che fanno fiorire la vita, conducono alla luce, quella che illumina l’esistenza dell’uomo. L’aspirazione alla pienezza di vita orienta e guida l’uomo. La luce non viene da una Legge esterna, oggetto di culto, di osservanza e di obbedienza, ma da una risposta agli impulsi vitali dell’uomo, quelli che portano l’uomo a realizzare il desiderio di pienezza di vita che costituisce il suo essere. Non la repressione ma lo sviluppo.

5a la luce splende nelle tenebre

La luce, quale splendore della vita, brilla in quello che è il suo opposto, le tenebre, espressione e fattore di morte. Sotto la metafora delle tenebre viene raffigurata ogni ideologia o sistema di potere che impedisce all’uomo di conoscere e realizzare in se stesso il progetto creatore che lo porta alla pienezza di vita. Pertanto ogni ideologia che si opponga alla pienezza umana o l’impedisca è la tenebra: quella che inculca la sottomissione invece della libertà, quella che priva l’uomo della capacità di pensare e di decidere e agire nella sua vita. L’eliminazione delle tenebre non avverrà mediante la violenza, ma come la luce, che dissolve le tenebre man mano che aumenta il suo splendore. Così, anche la comunità cristiana, comunicando vita, restringerà progressivamente, fino ad eliminarli, tutti gli spazi di morte.

5b e le tenebre non l’hanno vinta

Il verbo greco significa impadronirsi di qualcosa o qualcuno, sopraffarlo. L’evangelista, con una formulazione positiva che serve ad incoraggiare la comunità dei credenti che si trova sottoposta ad un crescendo di ostilità, annuncia che le tenebre non avranno mai la forza di estinguere questa luce, perché l’ aspirazione alla pienezza di vita è insita nell’uomo, è esistita sempre e sempre esisterà.

6 Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.

È sorprendente constatare che, nei vangeli, un profeta, un inviato di Dio, ha provenienza diversa da ciò che ci aspetteremmo. Quando Dio infatti deve intervenire nella storia sceglie normalmente persone, quasi sempre, non appartenenti all’ufficialità delle istituzioni religiose. Ecco che la parola di Dio, in questo brano evangelico, si rivolge ad un individuo che, per vincoli di sangue, proviene da famiglia religiosa e sacerdotale, ma, per scelta di vita, si è orientato in altra direzione. Dio, il cui progetto è rivolto all’uomo, sceglie un uomo per manifestarlo, uno che non ha altro titolo se non quello di appartenente alla specie umana e oggetto dell’amore di Dio. Unica caratteristica particolare di questa persona è il nome, Giovanni, l’ebraico Yohanan, che significa “Dio è misericordia”.

7a Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce

Ecco perché Dio non ha scelto un rappresentante della gerarchia religiosa: gli occorreva un uomo che fosse testimone della luce che stava per giungere e per questo scopo non poteva scegliere un adepto del mondo delle tenebre che l’evangelista Giovanni identifica con il potere e con l’istituzione religiosa del tempo. L’azione di queste “tenebre” è stata talmente dannosa da essere riuscita ad arrestare il processo di crescita di libere personalità di uomini e donne. Compito di Giovanni è quello di risvegliare il desiderio di vita negli uomini e così renderli coscienti dell’esigenza della luce, per far scoprire in ogni uomo quel che era latente ma non morto. La ripetizione del tema della testimonianza di Giovanni sottolinea la funzione che questi eserciterà, mediante l’invito a prendere le distanze dal passato, appartenente al mondo delle tenebre, mediante un gesto simbolico di morte attraverso l’immersione (battesimo) in un’acqua che cancella l’uomo vecchio e fa nascere il nuovo (Gv 1,26).

7b perché tutti credessero per mezzo di lui.

La missione di Giovanni è universale (tutti). L’evangelista anticipa il programma di Dio: una chiamata non indirizzata quindi solo ad un determinato popolo, ma a tutti quelli che hanno in sé un anelito alla pienezza di vita e che sono destinatari del suo progetto .

8 Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.

L’evangelista chiarisce che il ruolo di Giovanni non è quello di essere luce, ma testimone di questa. La sottolineatura è dovuta al fatto che il fascino di Giovanni non si è spento con la sua morte, ma ancora al tempo della stesura di questo vangelo esistevano dei discepoli che non avevano accettato Gesù e credevano che Giovanni fosse il Messia (Gv 1,20). Tra l’altro la testimonianza su Gesù costituirà una pesante difficoltà. La difficoltà, specialmente da parte dei religiosi di accettare Gesù come Messia, nasce dal fatto che egli si presenta come una persona tanto normale da non aver nessuna di quelle qualità che ci si aspetta da un uomo in comunione con Dio. Gesù non si distingueva in nulla – se non per l’alta capacità di amare – dal resto degli ebrei. Nessuna distinzione di Gesù nei vangeli viene messa in risalto: mangia e beve come tutti, anzi lo fa pure nei giorni dedicati al digiuno; perde la pazienza e si indigna, gioisce, si stanca, si riposa… è umano! Per di più non indossa alcun distintivo religioso, non abita in luoghi religiosi ma passa sanando e beneficando tutti!

9a Veniva nel mondo la luce vera

È la prima delle sostituzioni operate nell’ambito di quelle che erano verità teologiche indiscutibili e che ora, come fatto nuovo, vengono attribuite a Gesù che oltre ad essere: – la luce vera – è lui il vero pane del cielo (Gv 6,32), l’acqua viva che disseta per sempre (Gv 4,10) – è la vera vite (Gv 15,1) – è il vero pastore (Gv 10). Sottolineando che quella che sta per giungere è la vera, l’evangelista insinua l’esistenza di altre luci, false. L’allusione evidente è a quella che pretendeva, secondo l’estremizzazione religiosa dei farisei, scribi e sommi sacerdoti, il ruolo di luce assoluta: la Legge. Era questa che si poneva come guida delle persone.

Ma in nome di quella Legge, che secondo la deformazione in atto a quel tempo non trasmetteva più vita, Gesù verrà assassinato: “Noi abbiamo una Legge e secondo questa Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio” (Gv 19,7). La Legge è diventata nemica di Dio! È la tenebra che tenta di soffocare la luce, la morte che cerca di sopraffare la vita. L’evangelista mette in guardia la comunità dal farsi abbagliare dalle false luci, quelle che sembrano attrarre e condurre verso Dio mentre rischiano solo di bruciare quanti si avvicinano ad esse, come narrerà Paolo, autorevole rappresentante della Legge che in Fil 3,5-6 dirà: “Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla Legge, irreprensibile quanto all’osservanza della Legge” ma successivamente in Fil 3,8 dirà: “Dopo che ho conosciuto Gesù ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come rifiuti ”.

9b quella che illumina ogni uomo.

Effetto che distingue l’azione della vera luce dalle false è la continua effusione di questa luce al mondo. Nonostante l’azione negativa delle tenebre, Dio sempre riesce a far giungere ad ogni uomo il richiamo verso quella pienezza di vita che la Legge finiva col bloccare. Per quanto fossero spesse le tenebre, l’amore di Dio riesce sempre a raggiungere l’uomo.

10 Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

Il tema della conoscenza è un’altra caratteristica di Giovanni. Il termine deriva da ghinṓsco =conosco, un verbo che nel vangelo di Giovanni appare 54 volte, contro le 20 in Mt, 14 in Mc e 28 in Lc. Giovanni torna al tema del Logos (il parallelismo con 1,3 indica che di questo ora sta trattando). Quanti aderiscono al Potere, fanno parte di un’ideologia di morte che impedisce, all’istinto naturale insito in ogni uomo, di poter riconoscere la fonte della vita. Quello della mancata conoscenza dell’azione di Dio e di Gesù è un tema costante in questo vangelo:

– “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete…” (Gv 1,26)

– “Colui che mi ha mandato non lo conoscete…” (Gv 7,28)

– “Voi non sapete io da dove vengo né dove vado” (Gv 8,14)

– “Voi non conoscete né me né il Padre mio, se mi conosceste, conoscereste anche il Padre mio” (Gv 8,19)

– “Essi non conoscono colui che mi ha mandato…” (Gv 15,21).

Questa mancata o tradita conoscenza di Dio non apporterà alcun bene al popolo: la gerarchia religiosa che pretendeva far conoscere la volontà di Dio era la prima a non conoscerla. Eppure Dio aveva messo in guardia, attraverso i profeti, contro questo pericolo come denuncia Osea, individuando nei sacerdoti la responsabilità verso il popolo: “Contro di te, sacerdote, muovo l’accusa. Tu inciampi di giorno ed il profeta con te inciampa di notte e fai perire tua madre. Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza. Poiché tu rifiuti la conoscenza, rifiuterò te come mio sacerdote…” (Os 4,5-6). Il profeta inoltre sembra anche associare la conoscenza di Dio con il tema dei sacrifici: “Poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,6). Quando si conosce il vero Dio, gli olocausti perdono la loro funzione. Per questo quanti vivono di sacrifici non arriveranno mai a conoscere un Dio che non chiede nulla all’uomo se non di accogliere l’immensità del suo amore gratuito.

11 Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.

Dopo aver denunciato il rifiuto del mondo, l’evangelista illustra il tragico rifiuto del suo popolo. Proprio “i suoi” avevano elementi per poter assumere altro atteggiamento nei confronti di Gesù. Ma proprio il suo popolo, che nel tempo ha curato un particolare rapporto con Dio, fatto di alleanze, leggi ed anche eventi particolari che lo hanno aiutato a crescere al punto da essere anche faro di santità in mezzo alle nazioni pagane (cfr. Dt 27,9; 32,9; Es 15,16; 19,5; Sal 135,4), quando Dio si manifesterà in mezzo a loro, in una strabiliante donazione, non saprà riconoscerlo. Per di più quelli che non hanno accolto Gesù, l’hanno fatto in nome di Dio! Il verbo prendere = parélabon come azione diretta verso Gesù, viene usato dall’evangelista solo qui e al momento della crocifissione, quando Pilato consegna Gesù (Gv 19,16): quanti non accolgono Gesù, come progetto di vita, lo accoglieranno per ucciderlo. È la tenebra che tenta di soffocare la luce. L’evangelista è radicale: o si accoglie la vita o si è portatori di morte. L’autore però non intende solo recriminare la mancata accoglienza di Gesù da parte della quasi totalità del suo popolo, ma vuole avvertire di questo pericolo i credenti in Gesù: perché il Logos/Progetto continuamente si propone e la comunità dei credenti continuamente corre il rischio di non accoglierlo.

Mentre la tradizione religiosa giudaica presentava Dio come “colui che era, colui che è e che sarà”, la scuola giovannea propone la formulazione: “Colui che è, che era e che viene” (Ap 1,4). Non si insiste tanto sull’ attesa di Dio nel futuro quanto nel riconoscerlo in un presente in continua evoluzione. L’attuale esperienza di Dio che è, e la tradizione dei padri sul Dio che era, devono servire come base per andare incontro al Dio che viene e che manifesta continuamente se stesso nella creazione (Gv 5,17; Is 43,19): quanti non lo accolgono rimangono custodi del mausoleo al Dio che era (cfr. Mc 2,24; 3,1ss; 7,1ss) e rischiano, come i contemporanei di Gesù (e i guardiani della fede di ogni tempo), di sapere tutto su Dio (cfr Gv 5,39-40) ma di non riconoscerlo quando si presenta. In più, paradossalmente, in nome del Dio del passato rischiamo di perseguitare il Dio presente (“Chi sei, o Signore? Io sono [evgw, eivmi] Gesù, che tu perseguiti” At 9,5; Lc 11,47).

12a A quanti però lo hanno accolto

È il versetto posto dall’autore al centro del “Prologo” e quindi il più importante, sul quale verte tutta la composizione. C’è stata una risposta positiva al progetto di Dio, una parte del suo popolo si è liberata dal potere delle tenebre, specialmente le donne e gli emarginati tra la sua gente, e al di fuori di Israele, l’eretico popolo dei Samaritani (Gv 4,39) e pagani in genere. Quindi, secondo i vangeli, i primi a comprendere ed accogliere Gesù, saranno donne (Maria in primis), emarginati, eretici e pagani! (Mc 15,39). È il paradosso dei vangeli! Gesù arriverà anche a dire: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio!” (Mt 21,31). Le categorie di persone ritenute escluse da Dio per il loro comportamento (pubblicani) o il loro stato morale e sociale (prostitute), percepiscono per primi la chiamata alla vita e rispondono.

Alcune categorie di persone “addetti ai lavori” rischiano parecchio: “È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia (fedeltà alla Legge) e non gli avete creduto. I pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli” (Mt 21,32). L’evangelista, distanziandosi dalla tradizione giudaica, non parla di un Dio da cercare (Sal 34,5) ma da accogliere. Con Gesù, “Dio con noi” (Mt 1,23), Dio non è più da cercare ma da accogliere e con lui e come lui andare verso gli altri. Il tema della ricerca di Dio, fondamentale nell’AT, trova un nuovo sbocco e una diversa soluzione nei vangeli e nel NT. Accogliere Gesù significa essere disponibili a modificare ogni nostra idea di Dio per accogliere tutta la verità che troviamo concretamente in Gesù.

Mentre la ricerca di Dio è tanto vana ed astratta quanto confusa è l’immagine di Dio ricercata, un Dio che “nessuno ha mai visto” (Gv 1,18; 1Gv 4, 12), l’accoglienza di Gesù è immediata e concreta. La ricerca di Dio può anche isolare dal mondo e sfociare in alienanti e sterili misticismi (Col 2,18; 1Tm 4,7), mentre l’accoglienza di Gesù inserisce l’uomo nel sociale con un’azione positiva ed efficace a favore della costruzione del Regno, che comincia nel concreto della nostra terra e poi si completerà nell’aldilà.

12b ha dato potere di diventare figli di Dio

Giovanni usa uiós=figlio, soltanto per Gesù, il Figlio unico (Gv 3,16-18), per gli altri usa tékna, dal verbo partorisco che indica una realtà che cresce, che diviene. Mentre Gesù è il Figlio, già completo, gli altri sono in cammino verso questa figliolanza. Il culmine del “Prologo” illustra il progetto di Dio sull’umanità: comunicare la sua stessa condizione divina agli uomini per renderli come Lui. L’evangelista è molto distante dalla pessimistica concezione dell’uomo che troviamo, abbondantemente diffusa, nella teologia giudaica: “…l’uomo, questo verme, l’essere umano, questo bruco! (Gb 25,6). Definizione che viene peggiorata nel Talmud: “Tu tratti gli uomini come un verme che non ha padrone” (Aboth 1,14). La condizione dell’uomo nei riguardi di Dio non è più quella dello schiavo o del servo verso il suo signore, ma l’uomo è chiamato a l’incredibile dignità di raggiungere la pienezza della condizione divina.

Mentre Mosè, servo di Dio (Ap 15,3), ha proposto una relazione tra servi ed il loro signore, Gesù, il Figlio di Dio (Eb 4,14), inaugura la nuova relazione tra figli ed il loro padre. Gesù rivoluziona i rapporti esistenti tra Dio e l’uomo. Non l’uomo a servizio della divinità, ma il contrario. Come Gesù, nei vangeli, non viene chiamato servo di Dio, ma Figlio del Padre, ugualmente quanti gli danno adesione non saranno suoi servi, ma, in quanto figli del Padre, fratelli che come lui intendono collaborare al disegno del Padre sull’umanità. Nel vangelo di Giovanni viene anche sottolineato molto la tensione esistente tra figliolanza divina e figliolanza diabolica, presentando in antitesi la tipologia di Gesù/Figlio di Dio e Giuda/Figlio di Satana: mentre Gesù alimenta i suoi, Giuda si alimenta dei suoi. Gesù invita a condividere ciò che è proprio, in modo da liberare la creazione dall’accaparramento egoista che la rende sterile, per convertirla in dono di Dio per tutti; moltiplicando così l’atto creatore che comunica vita, ad imitazione del Padre suo che ha la vita (Gv 5,26), perché l’uomo non giunge al massimo del suo sviluppo finché non ha imparato a darsi del tutto, come Gesù (Gv 13,34).

Questo equivale a considerare la propria vita come pane e vino che esistono soltanto per essere mangiati e bevuti perché solo così danno la vita all’uomo (Gv 6,1-13). Giuda al contrario, è ladro, e fa il processo inverso: ciò che appartiene a tutti passa ad essere sua esclusiva proprietà, strozzando così il movimento della vita che è espansivo: “Era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro” (Gv 12,6). Solamente chi impara a donare, ritrova la vita, chi la vuole tenere per sé, la perde. Gesù comunica vita e così la ritrova: “Io offro la mia vita per poi ritrovarla” (Gv 10,17).

12c a quelli che credono nel suo nome

Credere significa dare adesione a Gesù e al suo messaggio. Il verbo pistéuo=credo compare in Giovanni ben 92 volte contro le 13 di Matteo, 11 di Marco e 9 di Luca. Contrariamente a questo uso diffuso del verbo, bisogna registrare che il termine pístis=fede (in astratto) non compare mai in Giovanni. Nel nome indica l’identificazione con il Signore. Si diventa Figli di Dio dando l’adesione a Gesù, il Figlio. Essere figlio non è una condizione data una volta per sempre, ma che si sviluppa con un’attività che assomiglia a quella di Dio stesso: comunicare vita con le opere d’amore. Mediante questo processo l’uomo realizza se stesso e diventa più assomigliante al Padre. Per questo, essere davvero Figli di Dio, significa rinunciare radicalmente alle tre grandi ambizioni: l’avere, il salire, il comandare (potere) che suscitano negli uomini rivalità mimetica, odio e violenza, e collaborare con Gesù alla costruzione del Regno di Dio, quella società differente dove l’uomo possa essere libero e felice, rinunciando volontariamente ai tre falsi valori del: denaro, dell’ambizione e del potere, sostituendoli con la condivisione e il servizio. Gesù non chiede di aderire a delle verità di fede, a ideologie teologiche e neanche l’obbedienza a determinate norme religiose o morali, ma l’adesione a colui che è il datore di vita all’umanità, ovvero, fedeltà all’amore. Infatti l’adesione a Gesù comporta, come lui, fare della propria vita un dono d’amore.

13 i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

L’evangelista scrive che quanti diventano figli di Dio non nascono da ex aimátōn= (lett.) da sangui. Questa strana formula si riferisce ad un testo conosciuto, quello del Libro apocrifo di Enoc dove Dio rimprovera i “figli di Dio” di essersi uniti alle donne e di avere quindi generato i Giganti, dei quali si trova traccia nel Libro della Genesi (Gen 6,1-4): “Eravate santi, spirituali ed immortali, eppure vi siete macchiati con sangue di donna ed avete generato figli con il sangue della carne, giacché avete generato il sangue degli uomini come coloro che sono mortali e caduchi” (Hen. aeth. 15,4). Giovanni sottolinea, opponendoli, i due tipi di nascita, quella umana e quella divina (“Se uno non rinasce dall’alto non può vedere il Regno di Dio…Se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel Regno di Dio” Gv 3,3. 5).

14a E il Verbo si fece carne

Se al v. 1, il Logos/Progetto era, ora “si fece”= diviene carne. Se il Logos/Progetto era presso Dio, ora viene ad abitare tra gli uomini. Il Logos/Progetto che era Dio ora si fa carne, sottolineando il contrasto tra quel che è eterno (il Verbo/Parola) e quel che è transitorio (la carne): “Ogni carne [uomo] è come l’erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo. Secca l’erba, il fiore appassisce…ma la Parola del nostro Dio dura sempre” (Is 40,6-8). Adoperando la tecnica letteraria del chiasmo, l’autore riprende il tema della venuta del Logos già espresso al v. 9: “Veniva nel mondo la luce vera…” L’evangelista evita il termine che sarebbe stato più consono “uomo”, ed opta per “sarx = carne” che significa l’umanità legata alla terra (Gv 3,6), debole e caduca (Gv 6,63).

Il progetto divino si è realizzato nella debolezza di un’esistenza umana, non in un super-uomo (“Abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia la potenza straordinaria che viene da Dio e non da noi” 2Cor 4,7). La pienezza della vita brilla in un uomo, visibile, accessibile, palpabile (cfr. 1Gv 1,1-3). Per la prima volta appare quale è la meta della creazione di Dio, a cosa tendeva tutta la sua opera: che l’uomo mortale avesse la condizione divina, e questo si manifesta in colui che incarna il suo progetto. È quello che l’evangelista chiamerà “il Figlio dell’uomo” (Gv 1,51), cioè l’uomo nella sua pienezza, il modello di uomo, colui che avendo realizzato in pienezza la sua umanità giunge alla condizione divina.

14b e venne ad abitare in mezzo a noi

Il verbo scelto dall’evangelista eskḗnōsen, “installo la tenda” o “attendare” o “accampare” deriva dal termine greco skēnḗ “tenda” (riparo provvisorio). L’evangelista ha usato questo termine anziché il più adatto “oikéō=abitare” perché intende allacciarsi al tema della presenza di Dio nella tenda dell’incontro, luogo dove Dio mostrò la sua gloria, manifestazione visibile della sua santità e potenza, così come viene riportata nel Libro dell’Esodo. Dio che aveva promesso a Mosè di essere con il popolo (“Io camminerò con voi”, Es 33,14) ordina di fabbricare una tenda nella quale andrà ad abitare (Es 40,1ss). La presa di possesso della tenda da parte di Dio viene così descritta: “Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria [ebr. Kavo.d] del Signore riempì la dimora. Mosè non potè entrare nella tenda del convegno, perché la nube dimorava su di essa e la gloria del Signore riempiva la dimora” (Es. 40,34-35). Ora, scrive l’evangelista, la tenda di Dio, il luogo dove il Signore abita in mezzo agli uomini e manifesta la sua gloria, è un uomo. Con questo l’evangelista annuncia la sostituzione del tempio e di qualsiasi luogo sacro (Gv 4,20-24). Gesù sarà il nuovo santuario e, come la vecchia tenda, camminerà insieme al suo popolo nel cammino verso il Padre (Gv 14,6). È terminata la distinzione tra sacro e profano, il luogo riservato a Dio e quello separato da lui. Come poi Giovanni esporrà al capitolo 4, nell’incontro di Gesù con la donna di Samaria, è terminata quella che era diventata la funzione del Tempio per l’istituzione religiosa di allora:

– “ …viene l’ora in cui non darete culto al Padre né su questo monte né a Gerusalemme…i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il padre vuole che siano quelli che lo adorano” (Gv 4,21-23);

– “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà con loro ed essi saranno il suo popolo ed Egli sarà il Dio con loro” (Ap 21,3);

– “Non vidi alcun tempio in essa; perché il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo Tempio” (Ap 21,22).

Il culto a Dio non avrà alcun luogo privilegiato sarà bensì il prolungamento del suo amore agli uomini. Dare culto a Dio significa dare adesione a Gesù, e con lui e come lui prolungare la forza dell’amore che lui stesso è, e comunica. Un culto che anziché privare di qualcosa l’uomo, lo eleva, rendendolo ogni volta più somigliante al Padre.

14c e noi abbiamo contemplato la sua gloria,

La gloria di Dio, splendore della presenza divina che manifestava visibilmente la sua presenza e la sua santità (Es 40,34-48), ora non è più legata a un luogo materiale, ma risplende in Gesù.

Il verbo etheasámetha indica un vedere meravigliato che porta alla lode, alla contemplazione. Qui indica la gloria di Dio, e l’ultima volta che compare nel vangelo è in relazione alla resurrezione di Lazzaro (Gv 11,45). La gloria di Dio si manifesta in una vita capace di superare la morte. Con Gesù, realizzazione del progetto di Dio sull’umanità, scompare la distanza tra Dio e l’uomo. Per incontrare e conoscere Dio non occorre andare in un luogo particolare, ma entrare nella sfera dell’amore, realizzabile ovunque, come scrive Matteo nel suo vangelo: “Dove due o più sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,19), a differenza del Talmud che prescrive: “Quando, due persone stiano insieme e fra di loro, siano parola di Torah; la “shekinàh” (la Gloria-Presenza di Dio) stessa risiede fra loro” (Pirqè Aboth 3,3).

Quanto scrive l’evangelista è in difformità con ciò che viene affermato in alcuni passi dell’AT dove leggiamo di un Dio geloso della sua gloria, come dimostra anche l’episodio di Es 33,18-23: “[Mosè] gli disse: rispose: <Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia.> Soggiunse: Aggiunse Dio: ” Mostrare la schiena era un segno di rifiuto (“Mostrerò loro la schiena e non il volto nel giorno della loro rovina” Ger 18,17).

Gesù manifesta la sua gloria nell’episodio delle nozze di Cana (Gv 2,11), dove l’antica alleanza, basata sull’osservanza della legge, era stata svuotata di contenuto, necessitando di essere sostituita da una nuova alleanza fondata sull’amore gratuito, una forza-spirito vivificante. La gloria si è manifestata nell’annunciare una nuova relazione tra Dio e l’uomo non più basata sull’obbedienza-sottomissione, servile e passiva, ma sulla somiglianza attiva e divinizzante. Ora con Gesù non solo si può vedere la gloria di Dio, ma questa viene addirittura comunicata ai credenti che vengono così introdotti nell’intimità divina realizzando l’unità tra i credenti e Gesù e il Padre: “La gloria che tu mi hai dato l’ho data a loro perché siano uno come noi siamo uno” (Gv 17,22). [cfr. Gesù: luce del mondo Gv 8,12 e i discepoli: luce del mondo Mt 5,14]. La comunità dei credenti è il nuovo santuario da dove si irradia la presenza di Dio, che si traduce in opere di amore nei confronti degli uomini. Il fatto che la comunità cristiana possa contemplare la gloria di Dio presente in Gesù, segna la differenza tra Antica e Nuova Alleanza. Vedere la gloria di Dio non solo non provoca la morte (Es 33,20; Lv 16,2; Nm 4,20), ma è condizione per la vita.

14d gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre,

Per Figlio unico o primogenito si intende, nella cultura dell’epoca, l’erede (Mt 17,5: agapētós; Gen 22,2. 12. 16), colui che riceve tutto quello che ha suo padre. Gesù non è come Dio, ma è Dio che è come Gesù. La presenza di Gesù manifesta quella del Padre. Ecco perché di fronte alla richiesta di Filippo: “Mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14,8), Gesù risponderà: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: Non credi che io sono nel Padre ed il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.” (Gv 14,9-11). Filippo, ancorato alla mentalità religiosa tradizionale, separa Dio dall’uomo. Non ha compreso ancora l’ampiezza del progetto di Dio e la grandezza del suo amore. Non concepisce che nell’uomo possa essere presente e si manifesti quel Dio che la religione rendeva tanto lontano e inaccessibile. La presenza del Padre in Gesù e nell’uomo si manifesta attraverso le opere che prolungano l’azione creatrice di Dio, quindi opere che creano vita.

14e pieno di grazia e di verità.

Giovanni si rifà all’espressione che si trova nel Libro dell’Es 34,6 dove si riferisce la manifestazione divina sul Sinai, con la rivelazione di chi è Dio: “Dio, Dio, Dio misericordioso e pietoso…ricco di grazia e di fedeltà”. L’aggettivo ebraico che significa ricco si può anche tradurre con “pieno” e questa è la scelta dell’evangelista. La pienezza del Figlio consiste nell’amore. Il greco cháris significa un amore generoso che si traduce in dono. Un amore che non nasce dal bisogno dell’uomo, ma che lo precede. Un amore che cerca di comunicare la sua ricchezza. L’altro termine usato dall’evangelista è il greco alḗtheia, traduzione dell’ebraico “’emet”, che significa fermezza, realtà, verità. Con questo termine l’evangelista intende indicare un amore vero, quindi un amore fedele. Si può tradurre l’espressione con “pieno di amore fedele” che è la caratteristica di Dio. Un amore fedele che non si lascia condizionare dalle risposte dell’uomo.

Fedeltà nell’amore che spingerà lo sposo a cercare ancora la sposa adultera offrendole un amore di una qualità sconosciuta: “Se tu conoscessi il dono di Dio!” (Gv 4,10), dirà Gesù alla donna Samaritana, figura del popolo di Samaria che oltre al Dio di Israele, adorava pure altre cinque divinità (2Re 17, 29ss). Fedeltà all’amore che spingerà Gesù a donarsi anche al discepolo traditore (Gv 13,26ss). Il suo amore non solo non esclude nessuno ma include anche lo stesso nemico mortale. E, alla cena, difende il discepolo traditore dall’investigazione inquisitoria degli altri con un gesto che vuol essere espressione di amore preferenziale. Offrire ad un commensale un boccone di pane inzuppato nella salsa era un segno di deferenza, ed era un gesto riservato per le persone più importanti presenti alla cena. Gesù offrendogli il suo boccone non solo non lo tradisce e lo protegge dagli altri, ma vuol far comprendere a Giuda che è il discepolo più importante per lui, perché sta per tradire l’amico. Gesù non rompe con colui che sta per tradirlo diventando strumento della sua morte: lui non è venuto a giudicare, ma a salvare (Gv 12,47). Con il pane gli offre il suo amore: fino all’ultimo sta offrendo se stesso, mettendo la propria vita nelle mani di Giuda: tocca a lui fare la sua scelta. Se accettare l’amore di Gesù e rispondere a lui o indurirsi nel suo atteggiamento e consumare il tradimento. Anche per altri personaggi del Vangelo c’è la totale offerta dell’amore di Gesù per convincerli con la forza del suo amore, vedi Tommaso e Pietro.

15 Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me».

L’evangelista riassume le tre tappe della Parola/Verbo/Progetto:

– era prima di me = esistenza prima della creazione

– è avanti a me = presenza nell’umanità

– viene dopo di me = realizzazione storica.

Adoperando la tecnica detta del chiasmo, dove ogni versetto corrisponde ad un altro, l’evangelista richiama la figura di Giovanni Battista già presentata nel v. 6: il tema della testimonianza da parte di Giovanni viene espresso insistentemente dall’evangelista, in particolare, in questo capitolo:

– 1,19: “E questa è la testimonianza di Giovanni…”

– 1,32: “Giovanni rese testimonianza dicendo…”

– 1,34: “E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio…”.

L’evangelista torna a sottolineare quale è il ruolo del Battista, che è quello di testimone dello sposo, non lo sposo. Quanto afferma in questo versetto verrà ancora ripreso ed esplicitato dopo il prologo al versetto 27.

16 Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.

“Grazia su grazia”, amore su amore. All’amore generoso e incondizionato del Padre corrisponde l’amore altrettanto generoso e incondizionato del credente al fratello, in una dinamica d’amore dove l’amore alimenta se stesso. Al dono della vita e della luce (v. 5) corrisponde qui il dono dell’amore fedele. Come prova per quanto espresso finora, l’evangelista porta l’amore che regna nella comunità dei credenti, amore che è stato comunicato loro da Gesù, portatore dello Spirito che rende possibile l’amore vicendevole. L’evangelista sottolinea il “tutti noi”. L’esperienza e la partecipazione dell’amore-vita è lo specifico cristiano.

La trasmissione del messaggio di Gesù non va fatta attraverso un proclama dottrinale ma attraverso la trasmissione di percezioni vitali che comunichino vita. Questo è il linguaggio che tutti possono comprendere. Per questo motivo, anche negli altri evangeli l’incarico finale di Gesù non è tanto quello di annunciare una novità teologica, ma praticare e quindi trasmettere una qualità d’amore che l’uomo prima non aveva mai conosciuto: “Fate discepole tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo e insegnando a praticare tutto quello che vi ho comandato”, Mt 28,20. Gesù non incarica “i suoi”, tanto dell’annuncio di un messaggio, quanto della pratica di questo. Non li manda ad insegnare una dottrina (Mt 23,8), ma a praticarla. È questa la condizione che assicura la sua presenza: “Ed ecco io sono con voi tutti i giorni…” (Mt 28, 20).

È il servizio che comunica vita quello che deve precedere la comunicazione del messaggio e non viceversa. Prima occorre trasmettere percezioni vitali, e poi, una volta che questo procedimento ha fatto effetto, comunicare il messaggio. Mentre le formulazioni teologiche sono inevitabilmente inadeguate in quanto espresse con un linguaggio e una cultura destinati a mutare nel tempo, i gesti che comunicano vita sono compresi universalmente e in ogni epoca. E la prova che porta la comunità cristiana è quella di una risposta d’amore che risponde all’amore ricevuto. Risposta che permette al Signore di effondere ancora più forza d’amore e questo in un dinamismo senza fine che condurrà l’uomo alla crescita concreta. Per questo Giovanni scrive che il Signore “dà lo spirito senza misura…” (Gv 3,34).

Quello che gli evangelisti ci presentano è un Dio che non si lascia vincere in generosità: quanto più grande è la risposta dell’uomo all’amore per gli altri tanto più grande sarà l’effusione dello spirito sopra di lui, azione che lo trasformerà in Figlio di Dio. L’azione di Dio nell’uomo è quella di un Padre che continuamente comunica vita al Figlio permettendogli così di crescere. È l’azione del vignaiolo che pulisce i tralci permettendo a questi di produrre sempre più frutto: “E ogni tralcio che produce frutto, lo pulisce (purifica) perché produca più frutto” (Gv 15,2). Chiunque produce amore attira l’azione del Padre la cui attività, sempre positiva, elimina progressivamente quei fattori di morte che impediscono al tralcio di produrre frutto e quindi di essere se stesso. La risposta del Padre all’uomo che produce amore è l’eliminazione progressiva di tutti quegli aspetti che impediscono di sprigionare tutta la capacità di amore che l’uomo ha.

17 Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Si sottolinea come la figura di Mosè è quella di un mediatore al quale la Legge viene data. Mosè non ne è l’autore ma un mero trasmettitore (Dt 9,11; 10,4). L’azione di Gesù consiste nel comunicare la realtà divina presente in lui. Per Gesù il ruolo è diverso. Come l’evangelista già aveva scritto, tutto è esistito attraverso lui (vv. 3. 10). È l’amore che crea e comunica vita. La Legge non può farlo (“La Legge infatti non ha portato nulla alla perfezione” Eb 7,19). Mentre l’amore è una realtà interna all’uomo, la Legge sarà sempre un codice di comportamento esterno. Il richiamo esplicito di Giovanni è al cambiamento di alleanza profetizzato già da Geremia (Ger 31,31). Per l’evangelista è stato Gesù l’autore del cambio di alleanza, accogliendo la quale, pure il peccato, il grande ostacolo alla comunione tra Dio e l’uomo, viene cancellato ed annullato, rendendo inutili tutti i rituali di purificazione prescritti nell’antica alleanza: “Dove c’è il perdono di queste cose non c’è più bisogno di offerta per il peccato” Eb 10,18).

18 Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Unigenito (monoghenḕs= lett. di un unico <monos> genere <ghenos>), che non significa unico generato. La Vetus Latina traduceva correttamente con unicus anziché unigenitus; monoghenḕs è usato dall’evangelista per indicare l’unicità di Gesù così come l’ebraico yachid, unico, prezioso, è usato in Gen 22,2. 12. 16. per Isacco figlio di Abramo, (Eb 11,17). Isacco non fu l’unico figlio di Abramo (cfr. Ismaele, Gen 16), ma prediletto, cioè quello più importante. L’evangelista contraddice quanto la stessa Scrittura, parola di Dio, affermava. Nessuno, scrive Giovanni, ha mai visto Dio. Eppure nella Bibbia si trova chiaramente asserito che molti personaggi lo hanno visto: Mosè con Aronne, Nabod, Abiu e Settanta anziani al momento della conclusione dell’Alleanza al Sinai (“Essi videro il Dio di Israele…e tuttavia mangiarono e bevvero” Es 24, 10-11; 33,11; Nm 12,6-8; Dt 34,10).

Con la sua affermazione l’evangelista relativizza l’importanza di queste esperienze: nessuno ha mai visto Dio. Per cui tutte le descrizioni di Dio che ne sono state fatte sono tutte parziali, limitate e a volte false. Escludendo qualunque persona, di fatto l’evangelista esclude pure Mosè. No, non ha visto Dio e per tanto la Legge che Mosè ha trasmesso non può riflettere la pienezza della volontà divina. La Legge non era altro che una tappa necessaria, graduale, propedeutica per preparare il popolo ad una rivelazione piena di Dio. Averla assolutizzata ha di fatto snaturato e reso la Legge l’impedimento principale per arrivare a conoscere il volto di Dio.

L’autore seguendo la tecnica del chiasmo si richiama al primo versetto, mettendo in relazione, da una parte il Verbo e Dio e dall’altra il Figlio con il Padre. Appare qui nel Prologo, e quindi nel vangelo, per la prima volta la definizione di Dio come Padre. Ecco chi è Dio, è Padre. Per ben comprendere questa importante affermazione, occorre comprendere il significato della paternità nella cultura dell’epoca. Nel concepimento del Figlio è il Padre che ha il ruolo principale. Il ruolo della madre è quello di una semplice incubatrice: lei non trasmette nulla al Figlio. Costui, la vita la riceve direttamente dal Padre. Pertanto affermando che Dio è Padre, l’evangelista intende dire che è solo da lui che riceviamo la vita. Dio viene chiamato Padre perché è colui che per amore comunica vita.

Con questa definizione, l’evangelista supera la teologia dell’AT per la quale l’uomo era stato creato “ad immagine e somiglianza” di Dio (Gen 1,26-27). Ma mentre Dio crea cioè compie un’azione esterna, il Padre genera, cioè compie un’azione interna. Solo Gesù, l’unico Figlio, per la sua piena esperienza personale ed intima, può far conoscere chi è Dio. Per questo occorre dimenticare quel che si sapeva di Dio per imparare da Gesù “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15) che ne è l’unica spiegazione. Questa frase: “Egli ne è stato la spiegazione” fa da cerniera tra il Prologo che chiude e il racconto evangelico che inizia.

L’evangelista invita il lettore a prestare attenzione alla persona di Gesù perché in lui si può conoscere il vero volto di Dio. È importante quel che Giovanni scrive. Non si deve partire da un’idea preconcetta di Dio per poi concludere che Gesù è esattamente uguale a lui. Il punto di partenza non è Dio ma, dopo l’incarnazione, è Gesù. Ogni idea di Dio che non possa verificarsi in Gesù va eliminata. L’espressione che l’evangelista usa per indicare la pienezza di intimità che Gesù ha col Padre, “ho ṑn eis tòn kólpon= lett. “colui che è rivolto verso il grembo/seno del Padre”, è la stessa che nella cena indicherà l’atteggiamento del discepolo amato: “Si trovava a tavola al fianco di Gesù (Gv 13,23). Stare nel grembo/seno indica piena intimità e, nel convitto, il posto d’onore (cfr. Lazzaro nel seno di Abramo, Lc 16,22ss). La stessa intimità che Gesù ha col Padre è possibile averla tra noi e Lui e fra noi.

Riflessioni…

  • In principio era il Verbo. Nel linguaggio trova inizio ogni cosa.
  • In un brusio ininterrotto o in vocianti profezie, e in molti modi, la Parola ha attraversato i Tempi, alla fine si è fatta Carne, si è trasformata in parola carnale, per realizzare desideri di salvezza, dando un’autentica interpretazione di sé.
  • E noi l’abbiamo accolta con animo refrattario, privandola di senso, contaminandola con discorsi insensati, sottoponendola ad interpretazioni accomodanti, soggiogandola con la teatralità della parola umana.
  • Abbiamo preteso di controllarla con equivoci ed ambiguità propri dell’esperienza umana, abbandonando la parola poetica, propria di Dio che crea in vista del Verbo/Parola eterna, e valido approccio per noi al mistero e alla novità creativa.
  • Ma la Parola, sul filo di un percorso ad onde, ma armonico, ha espresso desideri struggenti, si è persino soffocata per annunciare un’amorevole salvezza, e ci ha confermato l’interpretazione autentica di sé come garanzia di significati: promessa, giuramento, conferma di speranze, azione creativa e ricreativa divina.
  • Diventerà Grido di dolore, annuncio di ricerca tra gli uomini per trovare simili a sé, si farà impeto di gioia di risurrezione.
  • E la Parola risulterà così esistenza eterna, progetto di vita, strumento creativo, luce, vita per ogni uomo. In tal modo Dio ha sussurrato all’uomo, ha parlato con lui nelle piane del Giardino, l’ha richiamato e, dolorante, l’ha ricercato, per amarlo e trasformarlo da indifferente creatura a figlio eletto, insieme al Prediletto.

File PDF II DOMENICA DOPO NATALE (B)

http://www.ilfilo.org

 

Un commento su “II Domenica dopo Natale (lectio)

  1. Pingback: Prepararsi alla Domenica (II Natale) | My Blog LeggiAmo La Bibbia

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Questa voce è stata pubblicata il 01/01/2020 da in Anno A, anno B, Anno C, ITALIANO, Natale (A), Natale (B), Natale (C).

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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