COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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II Domenica del Tempo ordinario (A) Commento

II Domenica del Tempo Ordinario (A)
Giovanni 1, 29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
(Letture: Isaia 49,3.5-6; Salmo 39; 1 Corinzi 1,1-3; Giovanni 1,29-34)

Ecco l’agnello di Dio.jpg

Un agnello inerme, ma più forte di ogni Erode
Ermes Ronchi

Giovanni vedendo Gesù venirgli incontro, dice: Ecco l’agnello di Dio. Un’immagine inattesa di Dio, una rivoluzione totale: non più il Dio che chiede sacrifici, ma Colui che sacrifica se stesso.
E sarà così per tutto il Vangelo: ed ecco un agnello invece di un leone; una chioccia (Lc 13,31-34) invece di un’aquila; un bambino come modello del Regno; una piccola gemma di fico, un pizzico di lievito, i due spiccioli di una vedova. Il Dio che a Natale non solo si è fatto come noi, ma piccolo tra noi.
Ecco l’agnello, che ha ancora bisogno della madre e si affida al pastore; ecco un Dio che non si impone, si propone, che non può, non vuole far paura a nessuno.
Eppure toglie il peccato del mondo. Il peccato, al singolare, non i mille gesti sbagliati con cui continuamente laceriamo il tessuto del mondo, ne sfilacciamo la bellezza. Ma il peccato profondo, la radice malata che inquina tutto. In una parola: il disamore. Che è indifferenza, violenza, menzogna, chiusure, fratture, vite spente… Gesù viene come il guaritore del disamore. E lo fa non con minacce e castighi, non da una posizione di forza con ingiunzioni e comandi, ma con quella che Francesco chiama «la rivoluzione della tenerezza». Una sfida a viso aperto alla violenza e alla sua logica.
Agnello che toglie il peccato: con il verbo al tempo presente; non al futuro, come una speranza; non al passato, come un evento finito e concluso, ma adesso: ecco colui che continuamente, instancabilmente, ineluttabilmente toglie via, se solo lo accogli in te, tutte le ombre che invecchiano il cuore e fanno soffrire te e gli altri.
La salvezza è dilatazione della vita, il peccato è, all’opposto, atrofia del vivere, rimpicciolimento dell’esistenza. E non c’è più posto per nessuno nel cuore, né per i fratelli né per Dio, non per i poveri, non per i sogni di cieli nuovi e terra nuova.
Come guarigione, Gesù racconterà la parabola del Buon Samaritano, concludendola con parole di luce: fai questo e avrai la vita. Vuoi vivere davvero, una vita più vera e bella? Produci amore. Immettilo nel mondo, fallo scorrere… E diventerai anche tu guaritore della vita. Lo diventerai seguendo l’agnello (Ap 14,4). Seguirlo vuol dire amare ciò che lui amava, desiderare ciò che lui desiderava, rifiutare ciò che lui rifiutava, e toccare quelli che lui toccava, e come lui li toccava, con la sua delicatezza, concretezza, amorevolezza. Essere solari e fiduciosi nella vita, negli uomini e in Dio. Perché la strada dell’agnello è la strada della felicità.
Ecco vi mando come agnelli… vi mando a togliere, con mitezza, il male: braccia aperte donate da Dio al mondo, braccia di un Dio agnello, inerme eppure più forte di ogni Erode.

Avvenire

Testimone del Figlio
Clarisse di Sant’Agata 

Ci siamo appena affacciati nel tempo ordinario della sequela del Signore Gesù e la liturgia ci fa confrontare con il profeta che ha preparato la venuta del Signore e che ci ha accompagnato durante il nostro Avvento. È ancora lui, Giovanni Battista, che ci indica oggi chi seguire.

Il vangelo di questa domenica si apre con il compimento dell’Avvento: “vedendo Gesù venire verso di lui…”, letteralmente Giovanni Battista “vede Gesù, il veniente a lui…”. Nel tempo di Avvento la liturgia ha posto innumerevoli volte sulle nostre labbra l’invocazione “vieni, Signore Gesù” (Ap 22,20) e ora possiamo vedere con gli occhi della nostra fede che “viene” Gesù! Sì, Gesù viene, Lui è il Veniente perché questo è ora il suo nome per sempre: “Colui che è, che era e che viene!” (Ap 1,4.8). Dio ha approfondito il nome rivelato a Mosé nel roveto (“Io sono colui che è, che era e che sarà” Es 3,14), mostrando che è la Sua venuta la promessa di futuro contenuta nel Suo nome (“Colui che viene”).

Dio viene all’uomo, a Giovanni Battista, a tutti coloro che osano lasciarsi provocare dalla Sua parola…

La venuta di Gesù a lui, apre Giovanni Battista alla testimonianza: nel vangelo di oggi, Giovanni indica alcuni tratti essenziali del volto di Gesù, tutti compresi fra la prima la prima e l’ultima parola su di Lui: “ecco l’Agnello di Dio” (Gv 1,29) e “il Figlio di Dio” (Gv 1,34). Si tratta di una testimonianza pasquale perché è sulla croce che questi due titoli cristologici assumono tutta la loro portata. L’evangelista Giovanni infatti ci presenterà la morte di Gesù come “Agnello condotto al macello” (Is 53,7) nell’ora stessa in cui venivano uccisi gli agnelli nel tempio; inoltre troviamo la proclamazione ultima di Gesù come “Figlio di Dio” sulle labbra del centurione sotto la croce: “davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39).

La testimonianza di Giovanni Battista di questa domenica, quindi, potrebbe essere collocata di fronte al Crocifisso! E così infatti è stato rappresentato il Battista da un famoso dipinto di Grunewald: Giovanni Battista è il testimone del volto pasquale di Gesù, del Figlio di Dio innalzato sulla croce, dell’Agnello immolato (cfr. Ap 5).

         A conferma di ciò la conclusione della testimonianza del Battista (“io ho visto e ho testimoniato…”) corrisponde a ciò che l’evangelista riporta subito dopo l’evento della croce: “chi ha visto ne da testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero perché anche voi crediate” (Gv 19,35).

Giovanni Battista è testimone perché ha visto!

Ma sappiamo bene che il Battista non era sotto la croce (era morto da tempo). Che cosa ha visto allora Giovanni così da farne un testimone così preciso?

“Vedere” è fondamentale per un testimone. Infatti ogni testimonianza, anche in ambito giuridico, è possibile solo se si è visto quell’evento o quella persona sulle quali si è chiamati a dire qualcosa (si parla infatti di “testimoni oculari”). Tuttavia Giovanni è un testimone “diverso” perché è uno che allo stesso tempo “ha visto” (“ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui”, Gv 1,32 e “e io ho visto e ho testimoniato…” Gv 1,34) e “non ha visto”. Nel vangelo di oggi infatti risuona con forza un’affermazione ripetuta due volte: “io non lo conoscevo”. Nel testo greco il verbo “conoscere” è espresso con il verbo “vedere” (e questo è comprensibile perché ogni conoscenza procede dall’esperienza di aver visto e incontrato). Quindi il Battista proclama per bene due volte: “Io non lo conoscevo/vedevo” (Gv 1,31.33).

Torniamo allora alla nostra domanda iniziale: cosa ha visto/non visto Giovanni per farne il testimone per eccellenza?

         Mi sembra di poter dire che la testimonianza del Battista attinge la sua forza proprio dal fatto che Gesù è “un uomo” molto diverso da come lui lo aspettava. Nel vangelo di Matteo, il Battista manderà i suoi discepoli a chiedere a Gesù: “sei tu o dobbiamo attendere un altro?” (Mt 11,3). Gesù sfugge a ogni precomprensione, è sempre altro rispetto ad ogni nostra attesa. Quel “io non lo conoscevo” costringe il Battista alla conversione, a cambiare la propria immagine di Messia per accogliere quella che Dio gli offre in Gesù. Il Battista è il profeta che invita alla conversione ma che vive lui stesso la conversione. Proprio questa conversione permette a Giovanni Battista di “vedere” altro e oltre l’apparenza di questo “uomo che è avanti” a lui. Ciò che Giovanni “vede” è la corrispondenza fra una Parola ascoltata da Dio e l’esperienza che egli ne fa. Egli vede che la Parola che aveva udito da Dio si compie in Gesù: “colui che mi ha inviato (…) mi disse: colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui…”. E “ho contemplato lo Spirito discendere (…) e rimanere su di lui” (cfr. Gv 1,33.34).

L’evangelista Giovanni non narra dell’attività di battezzatore di Giovanni, ma vi fa riferimento qui dicendo: “sono venuto a battezzare nell’acqua perché egli fosse manifestato a Israele”- E di qui accenna al battesimo che riceve Gesù dicendo che lo Spirito discende e rimane su di Lui. È vedendo questo che il Battista riconosce che Gesù è “il Figlio di Dio” (come avviene nel racconto del battesimo dei sinottici dove è la voce del Padre a proclamare Gesù Figlio: “tu sei il Figlio mio…” Mc 1,11; Mt 3,17; Lc 3,22).

La discesa permanente dello Spirito su Gesù, lo fa riconoscere come “il Figlio” proprio perché lo Spirito è il vincolo d’amore che lo lega al Padre, sempre. Ed è solo Gesù che vive una relazione filiale permanente con il Padre, in tutto quello che fa e vive, fino alla sua Pasqua, altro battesimo dove il Figlio diviene colui che dona lo Spirito (“consegnò lo spirito” Gv 19,30), diviene “spirito datore di vita”, come afferma san Paolo (“l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita” 1Cor 15,45).

Questo è il senso di “è lui che battezza nello Spirito santo”. Qui Giovanni non parla dell’attività di battezzatore di Gesù e neppure del nostro battesimo cristiano in senso proprio, ma del dono dello Spirito che solo Gesù può fare all’uomo, rendendolo partecipe della Sua relazione filiale con il Padre, che è lo Spirito. E questo vincolo d’amore di cui ci rende partecipi (che fa anche di noi dei “figli nel Figlio”) è la forza mite dell’Agnello che toglie il peccato del mondo. Il Figlio è l’Agnello che toglie dal mondo il peccato portandone tutto il peso su di sé, perché l’uomo, reso figlio, non ne sia più schiacciato, ma sia libero di vivere nella libertà dei figli mossi dallo Spirito (cfr. Rm 8).

Questa è la testimonianza di Giovanni Battista.

E’ Gesù che dobbiamo guardare: “ecco l’Agnello di Dio” (letteralmente: “vedi l’Agnello di Dio”); è seguendo Lui dovunque vada che possiamo entrare nell’esperienza di essere figli, fino alla “rivelazione dei figli di Dio” (cfr. Rm 8), fino a che saremo manifestati pienamente come figli di Dio, secondo la verità del nostro battesimo (cfr. 1Gv 4).

www.clarissesantagata.it

Brevi note sulla prima lettura
Enzo Bianchi

Isaia 49,3.5-6

Questo brano dell’Antico Testamento scelto in parallelo a quello del vangelo secondo Matteo, è un “canto”, il secondo “canto del Servo del Signore”, tra i quattro incastonati come perle nel libro di Isaia (cf. Is 42,1-7; 49,1-7; 50,4-9; 52,13-53,12). Si tratta di oracoli che sembrano formare un libretto indipendente dal resto della predicazione del profeta. In essi si intravede e viene descritto un Servo del Signore (‘ebed ’Adonaj) anonimo, la cui identità non è svelata. È stato chiamato dal Signore, quale persona rappresentativa del piccolo resto di Israele, e a lui è affidata una missione presso il popolo di Dio, riscattare e radunare gli esiliati, ma anche una missione universale, che riguarda tutte le genti, l’umanità intera. Questo servo sarà “luce delle genti” (cf. anche Is 42,6), porterà la salvezza fino all’estremità della terra e sarà riconosciuto anche dai governanti della terra (cf. Is 49,7). I discepoli di Gesù hanno interpretato questa profezia come annuncio del Servo del Signore Gesù di Nazaret.


Mathis Gothart Nithart (Grünewald), particolare dell’altare di Isenheim, tra il 1512 e il 1516..jpg

Riconoscere e rendere testimonianza a Gesù
Enzo Bianchi


Terminato il tempo liturgico delle manifestazioni del Figlio di Dio fattosi uomo e venuto tra di noi, prima di riprendere con la lettura cursiva del vangelo secondo Matteo l’ordo liturgico ci fa sostare ancora su un’epifania di Gesù, una rivelazione a Israele tramite Giovanni il Battista (anno A), una rivelazione ai primi discepoli attraverso la chiamata (anno B), una rivelazione dell’alleanza nuziale tra lo Sposo Messia e la chiesa a Cana (anno C).

Il vangelo di questa domenica ci presenta la rivelazione che Giovanni il Battista riceve da Dio e fedelmente trasmette a quanti vanno da lui per ascoltarlo. Gesù è un discepolo di Giovanni, lo segue (opíso mou: Gv 1,27), stando al vangelo secondo Luca è un cugino nato poco dopo di lui (cf. Lc 1,36). Anche Giovanni è un dono che solo Dio poteva dare (cf. Lc 1,18-20), eppure non conosce l’identità più misteriosa e profonda di Gesù, come confessa: “Io non lo conoscevo”, in parallelo alle parole che aveva rivolto alle folle: “In mezzo a voi sta uno che non conoscete” (Gv 1,26). Solo una rivelazione da parte di Dio può fargli conoscere chi è veramente Gesù, al di là del suo essere “un veniente dietro a me” (Gv 1,26), come il Battista lo definisce.

Prima di essere un profeta, uno che parla a nome Dio, Giovanni è un ascoltatore della sua parola, esercitato a discernere l’azione di Dio, e per questo ha visto lo Spirito santo scendere dal cielo e posarsi su Gesù come colomba per rimanere su di lui. Sì, perché l’ascolto rende possibile la “visione”, l’esperienza dello Spirito santo che alza il velo, rivela e fa conoscere per grazia l’inconoscibile. Dalla non conoscenza alla conoscenza: questa è stata la dinamica della fede di Giovanni, che sempre si è posto domande su Gesù, fino a porle a Gesù stesso (cf. Mt 11,2-3; Lc 7,18-20), e sempre ha ascoltato, facendo obbedienza e rendendo testimonianza alla luce venuta nel mondo (cf. Gv 1,6-9). Due volte confessa: “Io non lo conoscevo”, eppure sa riconoscerlo. Anche la chiesa dovrebbe sempre ricordare e saper vivere questo atteggiamento di Giovanni, perché ancora oggi Gesù Cristo è presente nell’umanità che non lo conosce: come un rabdomante riconosce la presenza dell’acqua, così la chiesa deve riconoscere la presenza di Cristo nell’umanità, nelle culture, nella storia. Si tratta sempre di ascoltare la voce del Signore, di “vedere” l’umanità nel suo oggi, di discernere il Cristo sempre presente nell’umanità plasmata secondo la sua immagine di Figlio di Dio (cf. Col 1,15-17).

Quando Giovanni “vede” Gesù venire verso di lui, confessa ad alta voce: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”. L’“ecco” iniziale indica frequentemente una rivelazione (cf. Is 7,14; 42,1, ecc.). Gesù appare innanzitutto come un agnello, titolo presente solo nella letteratura giovannea (quarto vangelo e Apocalisse), ma non come un agnello guerriero che assume la difesa del gregge trionfando sui nemici, secondo l’immaginario diffuso nell’apocalittica giudaica di quel tempo, bensì come un mite agnello che porta e toglie il peccato del mondo. Le due parole “agnello” e “peccato” non sono molto presenti nel nostro linguaggio, anche se le cantiamo in ogni liturgia eucaristica. Sono parole ricche di significato, che vanno conosciute. L’agnello è segno della mitezza, della non aggressività, dell’essere vittima piuttosto che carnefice. Agli ebrei ricordava l’agnello pasquale, segno della liberazione, e l’agnello immolato ogni giorno al tempio, per ottenere l’assoluzione e il perdono del peccato del popolo. Poteva anche ricordare il Servo del Signore descritto da Isaia e Geremia come animale innocente, perseguitato e ucciso (cf. Is 53,7; Ger 11,19). Nella letteratura giovannea “agnello di Dio” è un titolo relativo a Gesù, che nell’innocenza di chi non ha peccato, nella mitezza di chi non ha mai commesso violenza, prende su di sé e quindi toglie da noi il peso del nostro cattivo operare, l’ingiustizia di cui tutti siamo responsabili. Questa la liberazione radicale che ci ha portato Gesù, l’Agnello della Pasqua unica e definitiva, l’Agnello che ci riconcilia con Dio per sempre.

Giovanni gli rende dunque testimonianza perché questa è la sua missione. Perciò proclama la propria esperienza: “Ho contemplato lo Spirito discendere e rimanere su di lui”. Questa esperienza corrisponde a una parola ricevuta in anticipo da Dio: “L’uomo sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito santo”. Egli aveva solo immerso nell’acqua per preparare la venuta del Signore: anche il Signore immergerà, ma nel fuoco dello Spirito santo (cf. Mc 1,8 e par.). E la testimonianza risuona con forza: “Sì, io visto e ho rendo testimonianza che questi è il Figlio di Dio, l’Eletto di Dio”. Questa la vera conoscenza di Gesù da parte di Giovanni, conoscenza non acquisita una volta per tutte ma sempre da rinnovare, come ricordano gli altri vangeli (cf. Mt 11,2-6; Lc 7,18-23).

E ciò vale anche per noi: non dobbiamo mai pensare di avere una conoscenza, un’immagine di Gesù nostra definitivamente acquisita, ma dobbiamo sempre rinnovarla con l’assiduità al Vangelo. Altrimenti, se prevalgono le nostre proiezioni su di lui, anche Gesù può essere per noi un idolo. Non basta affermare: “Ciò che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Gesù”, occorre che sia il Gesù che è Vangelo e il Vangelo che è Gesù! Il rischio è confessare un Gesù nostro idolo, manufatto da noi. Solo la confessione che non conosciamo pienamente Gesù ci spinge a conoscerlo invocando la sua rivelazione da parte di Dio.

http://www.monasterodibose.it

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Questa voce è stata pubblicata il 14/01/2020 da in Anno A, ITALIANO, Tempo Ordinario (A).

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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