COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Amedeo Cencini, “La vita al ritmo della Parola”

In seguito alla Domenica della Parola, vi invitiamo ad approfondire il metodo privilegiato per la lettura della Parola di Dio: la Lectio Divina, rileggendo alcuni testi classici sul tema. Questo è un libretto di Amedeo Cencini.

Testo doc Cencini – La vita al ritmo della Parola
Testo pdf Cencini – La vita al ritmo della Parola

Estratto (formato A5) Cencini – La vita al ritmo della Parola (estratto)


Domenica della Parola di Dio3


LA VITA AL RITMO DELLA PAROLA
Como lasciarsi plasmare dalla Scrittura

AMEDEO CENCINI

INTRODUZIONE

La riscoperta della centralità della Parola di Dio e della necessità della formazione permanente sono due frutti della feconda e complessa stagione post-conciliare. Due frutti, dunque, nati nello stesso terreno. Non c’è l’uno senza l’altro. La Parola di Dio accompagna la vita, che è realizzata solo se si lascia ogni giorno plasmare dalla Parola, che – a sua volta – si compie in essa.

Ma non sempre questa connessione è stata evidente nella nostra vita e nei nostri piani formativi, raramente abbiamo assistito alla contemporanea fioritura di questi due frutti. Il Sinodo su “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa” (5-26 ottobre 2008) è un’occasione preziosa per capire le ragioni di questo mancato raccordo, e per riprendere il cammino, affondando le radici del seme della Parola nel tessuto vivo della nostra esistenza quotidiana, perché essa stessa ne sia grembo e frutto, come la vita di Maria, Parola dell’Eterno.

Questo libro parte da questo sogno e cerca d’indicare qualche passo perché divenga realtà.

1. PAROLA DI DIO E FORMAZIONE PERMANENTE

In questo primo capitolo vorremmo chiarire il rapporto esistente tra Parola di Dio e formazione permanente, almeno teoricamente. Oltre a esser il sottotitolo di questa pubblicazione, e rappresentare dunque un suo obiettivo specifico, l’analisi di tale rapporto è fondamentale nella vita d’ogni discepolo, che senza por mano a essa rischierebbe di non capire in cosa consista la formazione continua e privarla del suo naturale fondamento.

Confido allora di far emergere il senso di questa relazione strategica dall’insieme di questa riflessione, ma forse già qualcosa possiamo e dobbiamo dire fin d’ora, almeno a livello di premesse. Fondamentalmente due: l’idea di formazione permanente, o di formazione permanente ordinaria e straordinaria, e il concetto del ritmo, del ritmo della vita, cioè del rapporto con Dio e con la sua Parola come ciò che dà ritmo alla nostra esistenza nelle sue varie scansioni, da quella quotidiana a quella annuale.

1.1 Formazione permanente ordinaria e straordinaria

Come abbiamo visto in precedenti pubblicazioni (1) la formazione permanente è di due tipi, o ha due anime: ordinaria e straordinaria.

Due anime

In sintesi: la prima abbraccia tutta la vita e si compie in ogni istante d’essa, rimanda alla responsabilità del singolo e alla sua disponibilità intelligente e intraprendente (= docibilitas) a lasciarsi formare dalla vita (= dagli altri e dagli eventi, belli e meno belli…) per tutta la vita (= in ogni età e stagione), e rappresenta in realtà la vera formazione permanente, che consiste essenzialmente nell’azione del Padre che plasma in noi l’immagine del Figlio per la potenza dello Spirito. Proprio per questo, a ben pensare, la formazione è continua, perché è nelle mani del Padre, e in quelle mani gli strumenti ordinari e discreti della vita d’ogni giorno (a cominciare dalle persone con cui si convive) diventano strumento e mediazione formativa.

Ma la formazione permanente è anche straordinaria, ovvero portata avanti dall’istituzione attraverso iniziative particolari ed eventuali, che mirano soprattutto all’aggiornamento del credente, a seconda dell’ età, o alla ripresa della vita spirituale. Se per la prima occorre la docibilitas dell’individuo, perché funzioni la seconda è sufficiente la docilitas di chi deve partecipare ai vari incontri.

Ovviamente l’ideale è che le due componenti stiano insieme, o che la disponibilità del singolo si saldi con le iniziative dell’istituzione. Ma non è quel che sembra succedere oggi. Anzi, diciamo pure che oggi la formazione permanente è ancora prevalentemente intesa nel secondo senso ora illustrato, ovvero secondo un’interpretazione evidentemente parziale (non abbraccia la vita intera) e mirante a un obiettivo altrettanto parziale (il semplice aggiornamento), e che stenta pure a decollare come progetto di rinno­vamento autentico e di formazione continua vera e propria (vedi la riluttanza con cui spesso vengono accolte le proposte di formazione permanente programmate dalla solita commissione incaricata).

Ma un’altra questione s’impone dinanzi a questa interpretazione: quale è, all’interno di questo schema, il ruolo della Parola delle Scritture sante?

La Parola di Dio

Non sembri una domanda retorica cui rispondere con un obbligato e quasi rituale riconoscimento della centralità della Parola nell’economia della crescita cristiana. Non basta dire ciò; è possibile e importante riconoscere il ruolo specifico che la Parola di Dio ha e potrebbe occupare proprio nello schema proposto, forse come l’elemento essenziale della formazione ordinaria, ciò che la rende quotidiana, o come ciò che fa la differenza tra formazione ordinaria e formazione straordinaria. Proprio perché la Parola di Dio ci è data ogni giorno, come pane quotidiano del cammino e strumento ordinario di crescita.

Non basta allora parlare del compito della Parola di Dio in generale, ma si dovrebbe parlare della Parola-del-giorno, dando a questa espressione (2) tutto il senso teologico che essa possiede, come Parola che il Padre ha preparato oggi per me, cibo che la sua provvidenza mi dona, così come un giorno Dio-Jhwh preparò la manna nel deserto per il suo popolo, perché di essa si nutrisse, Parola che la comunità dei cristiani è chiamata a leggere e che dunque è la mia meditazione obbligata, perché “oggi” quella Parola mi è data perché si compia nella mia storia, come quella volta che Gesù commentò il brano di Isaia nella sinagoga (“Oggi si è adempiuta questa scrittura”, Lc 4,21).

Di conseguenza, e tornando al nostro schema, potremmo dire che la Parola-del-giorno, proprio perché scandisce ogni giorno, fa parte rigorosamente della concezione ordinaria della formazione permanente, è ciò che l’accompagna e rende tale, è quel contenuto formativo specifico e sempre nuovo attorno al quale dovrebbe ogni giorno articolarsi l’itinerario di crescita nella fede, è il riferimento autorevole che riconosce concretamente al Padre, e a nessun altro, il ruolo di formatore nel processo educativo d’ogni figlio suo, chiamato a nutrirsi d’ogni parola che esce dalla sua bocca. Mentre, di fatto (e di solito), contenuto formativo della formazione straordinaria sono varie sollecitazioni, anche spirituali, che emergono dalle particolari necessità contingenti delle persone o dei gruppi in questione.

Potremmo allora raffigurare con questo schema la differenza tra formazione permanente ordinaria e straordinaria, differenza che anche la Parola-del-giorno contribuisce a marcare e rendere significativa.

Tav. l: Formazione permanente ordinaria e straordinaria

Formazione permanente
ORDINARIA

Formazione permanente
STRAORDINARIA

Agente responsabile

Il singolo

L’istituzione

Riferimento temporale

Quotidiano

Eventuale

Finalità

Spirituale-essenziale
(aver in sé i sentimenti del Figlio)

Funzionale-operativa
(aggiornamenti di vario genere)

Ambito formativo

Totalità della persona (cuore-mente-volontà…)

Competenze settoriali specifiche

Condizione intrapsichica

Docibilitas

Docilitas

Contenuto formativo

La Parola-del-giorno

Contenuti e stimoli vari

Riconoscere questo ruolo della Parola in relazione con la formazione permanente non è cosa da poco, né tanto meno scontata, neppure nelle nostre Ratio formationis e prassi educative. Esistono oggi tante spiritualità con relativi cammini, pur pregevoli nella forma e ben articolati nella struttura pedagogica, ma che rischiano tante volte di mettere tra parentesi l’essenziale, ciò senza del quale i nostri percorsi rischiano d’essere interrotti o devianti, o qualunquisti e banali, o assomigliare più a percorsi della salute o dell’igiene psichica che non a processi di conversione vera e propria.

1.2 Parola di Dio e ritmi della vita

Nella vita dell’essere umano esistono vari ritmi, ritmi naturali che non sono decisi dall’uomo, e che anzi egli deve rispettare nei suoi stessi interessi, a partire da quello fondamentale, tra giorno e notte (che davvero fonda tutti gli altri), e poi ritmi naturali e convenzionali assieme, ossia almeno in parte stabiliti dall’uomo per dare una certa cadenza ordinata al proprio vivere nel tempo (3).

Ritmo e ritmi

Oltre al ritmo quotidiano, così, abbiamo il ritmo settimanale, poi quello mensile e quello annuale (4).

Ritmi diversi, com’è facile intuire; vive bene chi riesce a viverli tutti e a conciliarli tra loro, in modo che uno non “litighi” con l’altro o ne venga soffocato, affinché ogni ritmo abbia la sua ritualità, ovvero possa esprimersi in modo appropriato e caratteristico, ordinato e specifico, arricchendo la vita e la persona. A partire – come detto – da quel ritmo essenziale e fondante che è il ritmo quotidiano.

Ma cos’è, in realtà, il ritmo? È la cadenza costante e regolare che consente di ordinare e organizzare il proprio tempo (nell’arco d’un giorno, e poi d’una settimana, e d’un mese…) in vista dell’obiettivo che si vuole realizzare nella vita, perché sia di fatto raggiungibile. Ogni unità di misura temporale (il giorno, la settimana, il mese, l’anno) ha di conseguenza il suo proprio ritmo: aver un buon ritmo quotidiano, per esempio, vorrà dire organizzare il proprio giorno in modo che in esso vi sia sempre spazio per ciò che è essenziale e centrale nella propria vita, così essenziale da non poter essere trascurato neanche un giorno, così centrale che tutto il resto gli gira attorno. Mentre aver un buon ritmo settimanale o mensile o annuale significherà che vi sono altre cose od operazioni che hanno ,un altro tipo d’importanza e d’essenzialità, o per natura loro si prestano a esser compiute in un lasso di tempo più ampio, per esempio, d’una settimana, oppure d’un mese, o d’un anno.

Ne segue che, a partire dagl’intervalli di tempo indicati (giorno, settimana, mese…), l’importanza del ritmo è inversamente proporzionale all’ampiezza dell’arco di tempo che gli fa da riferimento: più piccolo o breve è tale limite temporale, più rilevante è quel ritmo nell’economia generale esistenziale. Ecco perché il ritmo quotidiano è quello più strategico e decisivo nella vita d’una persona e della sua formazione permanente.

Esso per natura sua è compreso negli altri ritmi, ovvero continua in essi, e dovrà esser attento il singolo a ripartire sempre da esso, a rispettarlo e non ignorarlo mai; così il ritmo settimanale continua in quello mensile e annuale, e via dicendo. Forse non sempre sarà facile combinare tra loro i vari ritmi della vita umana, coordinarli e metterli in relazione tra loro, tutti attorno – lo ribadiamo – al ritmo quotidiano. Ma sarà importante farlo, poiché nessuno di essi basta, ma ognuno è indispensabile per dare il giusto passo al cammino e rendere concretamente raggiungibile la meta che si è posta alla vita.

Trovare questo giusto rapporto tra i vari ritmi è come scalare le marce nella guida della macchina o come passare da un rapporto all’altro quando si va in bicicletta. La formazione permanente, infatti, è una gara di resistenza e di lunga durata (quanto la vita), non si decide in una volata o in uno strappo d’alta montagna, non consiste in una sola tappa né in un solo tipo di tracciato, pianeggiante o pendente, ma è una prova continua che prevede tutti i tipi di percorso e di asperità, e in cui è decisivo avere – sempre in termini ciclistici – il rapporto giusto, quello che consente la pedalata più fluida e meno dispendiosa, e il passaggio intelligente e sempre più spontaneo, dunque, da un rapporto all’altro.

Cosa vuol dire tutto ciò nella vita del credente?

Dio segna i ritmi del mondo”

Vuol dire ammettere che non è l’uomo o solo lui a imprimere un ritmo alla propria esistenza, ma riconoscere che essa è già segnata da un ritmo fissato da Dio, quel Dio immutabile ed eterno, come dice la liturgia, che segna “i ritmi del mondo: i giorni, i secoli, il tempo” (5). È dunque entro questo ritmo impresso da Dio, oggettivo e già stabilito, generale e macrocosmico, che dovrà cercare d’inserirsi l’azione del discepolo che vuole vivere il suo proprio tempo come tempo di formazione permanente, e non di evasione permanente, e il microcosmo della sua vita come un mondo ordinato e ritmato da Dio, il Creatore dei mondi e il Formatore d’ogni creatura.

Più in concreto, questo ritmo è scandito da Dio attraverso la Parola che ci dona ogni giorno, è esattamente quella Parola, sempre nuova, stabilita dalla Chiesa e non scelta dal singolo, che “dà il tempo” a ogni nostra giornata; ma in modi diversi la Parola di Dio è anche ciò che scandisce il ritmo della settimana, e poi del mese, dell’anno, delle stagioni della vita e della morte ecc.

Si conferma così anche sul piano teologico la centralità del ritmo quotidiano, anima di tutti gli altri ritmi e dunque anche della formazione permanente; ritmo che gira attorno alla Parola di Dio, alla Parola-del-giorno.

È proprio questo che vorremmo vedere più da vicino nelle pagine che seguono, per cogliere come la Parola di Dio entri nel ritmo complesso della vita e ne sia come il cuore pulsante, il respiro segreto.

2. LECTIO DIVINA: RITMO QUOTIDIANO

Iniziamo allora col ritmo quotidiano. Essendo quello fondante e centrale gli dedicheremo uno spazio maggiore rispetto agli altri ritmi. La formazione permanente è legata in buona parte alla capacità del credente di lasciarsi formare ogni giorno da quella spada a doppio taglio che è la Parola, e la Parola-del-giorno, quella che in quel giorno si legge in ogni comunità di credenti, in ogni parte della terra. Tale disponibilità nei confronti della Scrittura la potremmo chiamare docibilitas biblica (6), come una particolare forma di apprendimento della Parola che giunge fino alla libertà di lasciarsi educare, formare e trasformare da essa ogni dì (7).

Oggi, in effetti, la lectio divina è autorevolmente raccomandata (8), si parla molto d’essa, senz’altro ancor più di quanto la si pratichi realmente e quotidianamente. Noi ora vorremmo offrire qualche semplice suggestione sulla natura, ovvero sul concetto e sulla metodologia, di questa preghiera che apre ogni giorno la nostra vita di credenti, perché anche la segni profondamente.

La vedremo alla luce di cinque caratteristiche: lectio matutina, divina, scripta, continua, vespertina (o nocturna).

2.1 Lectio matutina

La maturità spirituale o la sintonia coi desideri di Dio nasce e cresce ogni giorno esattamente attraverso la lettura per eccellenza nella vita del credente, quella delle Scritture sante, e più in particolare tramite la lettura della Parola-del-giorno. Non potrebbe avere altra fonte e scuola, altro contenuto e maestro, altro ritmo quotidiano e mattutino.

Lectio straordinaria?

Forse non è particolarmente originale sottolineare quanto appena detto, tanto ormai la lectio è entrata nella cultura del credente. Eppure si ha l’impressione che si stenti ancora a comprenderne la natura profonda, ben oltre il fatto d’esser una pratica di pietà, in realtà facoltativa (9). La meditazione della Parola è ciò che normalmente apre la giornata del credente e del discepolo, il quale è tale proprio perché crede nella Parola, si nutre d’essa, e solo d’essa, secondo il menù preparato dal Padre ogni giorno, e dunque della Parola-del-giorno, quella di cui tutti i credenti in tutta la Chiesa sono invitati a nutrirsi. Natura e funzione della Parola-del-giorno è quella di aprire e accompagnare la giornata, come costituisse il passo cadenzato, il punto di riferimento d’ogni giorno della vita, senz’ alcuna eccezione, e senza pure esser essenzialmente in funzione del proprio ministero, della catechesi o della predicazione o dello studio personale, quasi usandola in modo interessato.

Ogni giorno, ogni mattino

Per questo motivo non può esser solo qualcosa di speciale, da fare una volta alla settimana o quando mi va, perché costituisce invece ciò che dà il ritmo a ogni giorno, quasi la sua unità di misura, ciò che la raccoglie attorno a un centro che le affida un compito, qualcosa che non può mancare per nessun motivo e che va collocato ragionevolmente all’inizio della giornata: ogni vocazione, infatti, è mattutina (10), prima ancora che io mi svegli e dia il via alle corse quotidiane essa è già all’opera, già pensata e pronunciata dall’Eterno, alta e luminosa come il sole che sorge sul giorno che sta per cominciare.

E così la Parola-del-giorno: è mattutina per natura sua, perché contiene e svela la vocazione di colui che la legge, perché non solo la Parola-del-giorno apre la giornata, ma ha la precedenza su tutto il resto, sulla mia agenda, su quella fila di pensieri che affollano la mia mente non appena mi sveglio, pretendendo ognuno la precedenza, e che spesso hanno il potere di diventare subito pre-occupazioni; e al tempo stesso la Parola di oggi è ciò che dà senso e ordine a quel che farò durante il giorno, ciò che infonde intelligenza al mio essere e rende attento il mio agire.

Il buongiorno di Dio

La Parola-del-giorno è il buongiorno di Dio al mio risveglio, come un messaggio puntuale e sempre nuovo, che non cessa di trasmettermi giorno per giorno il suo piano amoroso; per questo non può che essere una lectio amorosa. Per questo, soprattutto, senza la lectio del mattino io perdo la chiave di lettura della mia persona, come fossi privo d’intelligenza e ignorante, il giorno si preannuncia vuoto e insensato, gl’impegni diventano dispersivi, i rapporti umani superficiali o ambigui, gl’imprevisti una rottura che viene a spezzare il ritmo che io pretendo aver impresso al mio tempo, mentre l’agitazione nervosa di fronte alle tante cose da fare prende il sopravvento e mi ruba la gioia (come in Marta), e poi siccome sono tante, davvero tante, devo correre e non posso stare a fare meditazione o dedicarle troppo tempo… Mica sono un novizio, poi!

Che tristezza quando la meditazione diventa semplice pratica di pietà od obbligo disciplinare, e non è cercata come dono, come dono di Dio che m’illumina, come regola di vita o ordo che dà ordine alla mia giornata, come parola autorevole che mi assegna un compito da attuare durante il giorno, come gesto affettuoso di chi si prende cura di me, come amore preveniente che ha la precedenza su tutti i miei appuntamenti, oasi che calma la fretta e sgonfia le ansietà.

2.2 Lectio divina

La lectio si chiama divina proprio perché è Dio l’autore di quella parola, è Dio che mi parla attraverso essa, è l’Eterno che l’ha ispirata, e non un Dio lontano nel tempo, ma quello che oggi mi rivolge questa parola, e “se lo Spirito ha ispirato Isaia, quello stesso Spirito ha scelto anche questo momento e questo versetto, sul quale io mi soffermo…, per darmi un aiuto e quasi una seconda ispirazione” (11); e se Dio ne è il soggetto, ne è anche l’oggetto, è Dio che mi parla di sé, che mi svela il mistero, sempre secondo la sua sapiente pedagogia che tiene conto delle mie limitate capacità, cioè ogni giorno svelandomene un aspetto nuovo, inedito, che risponde alle mie reali necessità del momento, che lui conosce molto meglio di me, “per la razione d’un giorno” (Es 16,4), come la manna un tempo, e risponde pure alle domande profonde del cuore in questo preciso oggi della mia esistenza, quelle che Dio stesso ha posto in me e che lui solo conosce.

Teofania e antropofania

E non solo Dio mi parla di sé, ma anche di me; non è solo una teofania che apre la mia giornata di credente e discepolo della Parola, ma un’antropofania. Attraverso la quale il Padre e Creatore mi svela progressivamente la mia personale identità, la mia vocazione, quello che sono chiamato a essere per divenire conforme al Figlio suo e avere i suoi sentimenti. E anche questa rivelazione è situata nell’oggi, ovvero mi dice quel che oggi il Signore mi dona e pure mi chiede. Quasi potremmo dire che mi consegna il compito per questa giornata che va a cominciare, e che io potrò accogliere e portare a termine solo se lo accetto dalle sue mani, dentro un dialogo d’amore, come è e dev’essere la meditazione del mattino.

E la cosa singolare, e misteriosa, è che le due rivelazioni in qualche modo coincidono, poiché la mia identità è dentro quella di Dio, per così dire, perché in quella stessa Parola che parla di Dio sono invitato a cogliere anche la mia vocazione, il mio modo di rassomigliargli, il mio progetto esistenziale, il mio nome nascosto nel suo. Proprio perché viene da Dio e parla del Dio eterno e immutabile, la Parola-del-giorno parla anche di me nell’ oggi della mia vita. E allora va accolta nel silenzio delle parole umane, nel raccoglimento interiore con cui ci s’avvicina al mistero, nell’ attesa di chi si prepara a ricevere un tesoro che gli verrà messo tra le mani, con la meraviglia di chi conosce l’agire di Dio ed è abituato alle sue sorprese cui non ci si abitua mai. In una parola va accolta con atteggiamento tipicamente mariana.

Come Maria

Perché la Parola-del-giorno mi viene incontro, in realtà, come l’angelo che apparve a Maria il giorno dell’ Annunciazione e Maria è l’immagine dell’autentico credente che l’accoglie davvero da discepolo della Parola, con tutto il suo carico di mistero, con il timore e tremore di chi sa di trovarsi dinanzi a Dio, dinanzi a una Parola che è dolce nella bocca, ma amara nelle viscere (cfr. Ap 10,9), ma pur sempre dinanzi a un progetto che ha Dio per autore, e che dunque sarà Dio a portare a termine.

Nel mosaico di padre Rupnik nella cappella della “Casa incontri cristiani” dei padri Dehoniani a Capiago, la scena dell’Annunciazione è resa in modo da sottolineare proprio questo turbamento umano che poi s’apre alla fiducia, perché illuminato dalla certezza che si tratta d’una iniziativa divina. Maria, infatti, nel mosaico volge stranamente le spalle all’angelo che le parla e guarda pensosa addirittura dall’altra parte. L’angelo, allora, ne rimane così intenerito che, per proteggerla, allunga la sua ala, quasi avvolgendola, ma insieme scosta l’ala stessa, per non fare rumore e incutere spavento, sconcertando ulteriormente Maria. Gesto d’infinita dolcezza! Maria, a questo punto, lascia cadere la mano, ma al tempo stesso la apre. È ancora il suo turbamento, ma è anche gesto di disponibilità. Non capisce – come potrebbe? -, ma ha compreso che è il Signore e questo le basta: “Sono la tua serva, fa di me quello che a te piace”. È l’Ecce ancilla, che incontra l’Ecce venia di Gesù (cfr. Eb 10,9), il Verbo che bussa alla sua porta (12).

Parola-del-giorno e “giorno fatto dal Signore”

Come può una giornata diventare “giorno fatto dal Signore” (Sal 118,24, come canta la liturgia del giorno di pasqua), messo in atto da lui per compiere la salvezza attraverso una creatura chiamata per questo, se non partendo dalla Parola, accolta con atteggiamento tipicamente mariano? Se non grazie all’atteggiamento di colui che accoglie e legge la Parola come lectio divina, non umana, con tutto ciò che questo significa e implica in pratica per la coscienza del credente? Solo allora quella giornata qualsiasi, feriale e ordinaria, è riscattata dalla banalità dei giorni che scorrono rotolando uno sull’altro senza lasciar traccia alcuna sul vivente, come “giorno che ho fatto io”, con la mia frenesia o con la mia pigrizia, e si preannuncia invece come giorno di formazione permanente.

È Dio che mi dà l’appuntamento, non io che assolvo a un obbligo o che scelgo di fare una cosa bella, ma tutto sommato opzionale, che posso permettermi di fare quando mi sento di farla, quando c’è un testo che mi piace o andando a scegliermelo (o aprendo, peggio ancora, la Bibbia a caso), o quando e finché sono nella formazione iniziale e se l’orario lo prevede, e magari comprimendola nel ritaglio di tempo che le posso “concedere” (bontà mia! con tutto quel che ho da fare…).

Non si tratta d’esser moralisti (e non è questo, in genere, il problema oggi), bensì di capire, ancora, che siamo di fronte a un dono che anticipa l’agire umano, che l’iniziativa è di Dio, il Padre-maestro della mia formazione permanente, che gode di stare con me, che ogni giorno pone mano al suo progetto e mi chiama e mi propone un passo avanti, una nuova meta definita da lui e dalla sua Parola, proprio perché la mia formazione abbia un preciso punto di riferimento, ogni giorno, e non giri a vuoto. E io non corra il rischio di divenire uno splendido ignorante (quanto analfabetismo biblico-teologico di ritorno in tanti consacrati!) (13).

Come potrei non tenere conto di questo invito, sottovalutarlo e trattarlo con sufficienza, o ritenere che il mio cammino di crescita possa avere altri punti di riferimento al di fuori della sua Parola, nella quale anch’io, come tutte le cose, sono stato creato, pensato, amato?

2.3 Lectio scripta

Ma per imparare a leggere la Parola, si deve apprendere a scrivere la lectio. Così come, nel normale apprendimento umano, non basta saper leggere, occorre anche saper scrivere. Perché non basta leggere?

Qualità spirituale dello scrivere

Perché è proprio lo scrivere – in generale – che aiuta a prendere coscienza dell’esperienza fatta, qualsiasi essa sia, anche quella intellettuale-spirituale com’è la lectio, a elaborarla e valorizzarla, a concretizzarla e personalizzarla, a comprenderne meglio il senso oggettivo e soggettivo, a coinvolgersi in esso, a tornare sul già scritto per arricchirlo o correggerlo o approfondirlo, senza rischiare di dimenticarlo, a trattenerne il valore, a dare un tocco di definitività alla propria riflessione, ad assumersi in qualche modo la responsabilità della riflessione, ma soprattutto della vita, a fare in modo che quell’esperienza diventi sapienza, ovvero che l’illuminazione d’un momento non sparisca, ma divenga parte, anche modificandolo, del proprio pensare e leggere la storia, del percepire gli altri e interpretare la relazione, parte della propria identità, in modo stabile e definitivo. Quante ispirazioni abbiamo perso o sono rimaste solo esperienza d’un momento senza diventare sapienza, anche perché non abbiamo avuto l’umiltà e la pazienza di sottoporle alla complessa elaborazione dello scritto (14)!

Sì, perché scrivere è la più alta forma del pensare; ovviamente per chi ha imparato a non ridurlo a inconscia autoproiezione o a fame un’operazione di generica cronaca. Anzi, per molti “scrivere è necessario per pensare. Il fatto di scrivere obbliga ad esprimere ciò che si cela dentro di noi. Ci permette di fare il punto, di orientarci” (15). In ogni caso lo scrivere chiama a raccolta tutte le risorse intellettuali ed emotive, tutto l’essere pensante e amante, dunque obbliga a (e consente di) pensare di più e meglio, a pescare più profondamente nel cuore e nella mente, a giungere alla conclusione della riflessione, a scegliere alcune parole per esprimere un determinato pensiero, a comprometterci con esse, anche se forse incapaci di dire tutto fino in fondo quel che abbiamo in cuore. A volte è proprio lo scrivere (o il dover scrivere) che fa capire quanto abbiamo ancora le idee confuse circa un determinato argomento, e quante volte le idee si chiariscono proprio scrivendo, mentre il prodotto finale è molto diverso da quello inteso all’inizio! Per questo, forse, per tutto questo travaglio interiore lo scrivere è poco amato; anche lo scrivere la propria esperienza spirituale, o quella esperienza spirituale che è, e dovrebbe essere, la meditazione quotidiana della Parola.

Perché scrivere la lectio

Eppure vi sono buone ragioni per sostenere che una buona lectio potrebbe e dovrebbe essere in qualche modo scritta, così come vi sono diversi modi concreti d’intendere questa scrittura.

Scrivere la lectio è chiudere il circolo ispirativo o ermeneutico, al cui inizio c’è la Scrittura opera dello Spirito di Dio, che prosegue con l’ascolto o la lettura d’essa da parte del credente e che termina ora ancora con una scrittura, con la quale lo stesso credente fa suo il verbo delle Scritture sante, calandolo nella propria esistenza, quasi a purificarla e vivificarla, o immerge la propria esistenza in quella parola (come intingesse la propria vita nell’inchiostro della Parola). Ed è bello pensare che lo Spirito, che ha ispirato l’autore sacro, è il medesimo Spirito che ispira e illumina il lettore a comprendere il brano biblico e infine ispira e tocca cuore e mente del lettore-scrittore a scrivere il proprio testo, partendo sempre dal testo sacro.

È certa una cosa: lo scrivere la lectio è un’espressione ulteriore di coscienziosità, di quanto il credente prenda sul serio questo appuntamento quotidiano mattutino con la Parola, e cerchi ora, fissandolo sulla carta, di non perderne il senso, l’illuminazione, la novità.

Ma andiamo a vedere come questa scrittura sia realizzabile in concreto. Abbiamo detto che la lectio andrebbe scritta “in qualche modo”, cioè questa “scrittura” personale è possibile in vari modi. Gratry dice che si dovrebbe meditare “sempre con la penna in mano” (16). È indicazione tanto semplice quanto saggia; naturalmente rivolta ai semplici e umili, non agli “intelligenti e sapienti”, che non hanno bisogno di questi suggerimenti. Vediamo qualcuno di questi modi, senza enfatizzarne alcuno; ognuno ha la sua “calligrafia” o il suo stile di scrittura.

Le sottolineature

È già una scrittura la semplice sottolineatura, come un primo passo d’un processo di personalizzazione cui mira la scrittura stessa. Sottolineando una parola o un versetto, o evidenziando una frase-chiave o un gesto del Signore narrato nel vangelo il lettore manifesta una particolare relazione con quella parola che come scintilla di luce – innesca a sua volta una serie di reazioni: per esempio l’interesse che quella parola suscita in lui, la concentrazione su di essa dell’attenzione orante per farla propria, la sosta meditativa di fronte a essa per scrutarla, scavarla, ruminarla, per scoprirvi un senso particolare e magari inedito e riconoscersi in essa, la preghiera vera e propria per lasciar sedimentare nel cuore quella parola e dialogare con essa.

Le sottolineature d’un testo indicano esattamente il tipo di lettura del credente, le zone d’attrazione e di maggior provocazione, il suo peculiare modo di appropriarsi di ciò che legge. Sono il segno della personalizzazione della lettura. Per questo vanno usate con criterio, ovvero, non avrebbe senso sottolineare tutto o quasi, sarebbe segno d’una lettura piatta, che pone tutto allo stesso livello. C’è chi sottolinea semplicemente, chi usa l’evidenziatore, magari con colori diversi (proprio a dire il diverso grado di significatività soggettiva di ciò che è letto), chi riproduce nel testo uno schemino riassuntivo servendosi d’immagini, di frecce, di simboli. Va tutto bene ciò che sta a esprimere un contatto reale, un dialogo iniziato e destinato poi a continuare, uno scambio che poi durerà tutta la giornata. Ovvio che queste sottolineature, comunque, potranno esser apportate anche al termine del giorno, riprendendo in mano il testo della meditazione mattutina, a evidenziare un’attenzione o una comprensione forse nuove e sollecitate dagli eventi.

Insomma, la Bibbia o almeno il commentario quotidiano della Parola-del-giorno su cui si fa la riflessione mattutina, dovrebbe un po’ recare i segni della lettura o della lotta mattutina, dell’incontro o dello scontro d’ogni giorno con essa. Il libro della Scrittura diventa, allora, come la cosa più personale che uno possiede, ed è tale nella misura in cui uno se ne è appropriato e il testo è divenuto davvero un testo usato, fino a esser persino logorato dall’uso, segnato e sottolineato, a esprimere in qualche modo la pluralità dei sentimenti del credente verso di essa: l’amore, la paura, la venerazione, il fascino, e così pure le ispirazioni, le luci, i dubbi, gl’interrogativi del momento. Perché la Bibbia non è un testo da biblioteca, bello a vedersi, da conservare integro e intonso, intatto e incontaminato. A che servirebbe in tal modo? È testo ispirato solo se ispirante; è sacro solo se incarnato in vicende umane; è una pagina bella solo se è un campo di lavoro o di battaglia; è amico fedele e quotidiano solo se interlocutore abituale e franco.

La riflessione personale

Tanto meglio, in tal senso, se il lettore va oltre la semplice sottolineatura e registra in un modo o in un altro, in un suo testo a parte, le sensazioni e riflessioni che la Parola ha depositato e seminato nel suo cuore: dal semplice commento del brano all’orazione modulata su di essa, dal richiamo-rimprovero che sale dalla Parola e gli “trafigge il cuore” (cfr. At 2,37) al versetto da portarsi via durante la giornata (magari da scrivere su un foglietto a vista), dalla decisione presa a partire dalla Parola alla “traduzione” personale e applicazione creativa del dettato biblico, dall’intuizione soggettiva alla frase dell’autore spirituale, antico o moderno, che ne ha estratto in modo originale il senso. Il lettore che non vuole perdere tutto ciò diventa uno scrittore che si annota con cura questa ricchezza nel suo personale commentario alla Parola-del-giorno, per non smarrirne il frutto. Tale annotazione sarebbe ancora parte della lectio, come la sua parte finale, gesto orante che la conclude chiedendo a Colui che ha seminato la Parola, il dono di portarla a maturazione, perché si compia.

Forse qualcuno sorriderà o troverà la cosa eccessiva e artificiosa, ma in realtà cosa c’è di più logico e naturale del tenere una sorta di “diario della Parola-del-giorno”, come un resoconto quotidiano della propria lectio? Di fatto è un modo di custodire il dono del Signore, o di raccontarsi attraverso questa manna che ha nutrito e alimentato la vita, in cui giorno per giorno il discepolo s’è riconosciuto. Quella Parola ha scandito la sua vita e la sua crescita, formazione permanente è anche questo custodire il tesoro e riandare poi a esso per lasciarsi sempre più investire dalla potenza di quella Parola.

Semmai, è sconcertante pensare quanta Parola di Dio, seminata ogni dì nei nostri cuori, incontri terreno arido e sassoso, spine e rovi (cfr. Lc 8,4-15) e resti perciò incompiuta!

Scrivendo in vario modo la lectio, tra l’altro, si aiuta enormemente la lectio medesima, nel senso che non si corre il rischio di dimenticarla, di scordare (= staccare dal cuore) durante il giorno la Parola-del-giorno, di perdere nel tempo le ispirazioni e le luci ricevute durante la meditazione; magari lo scrivere la lectio può aiutare la preghiera della sera, particolarmente nel momento della verifica, e “solleva e libera dal peso del senso dell’inesprimibile e dell’ineffabile” (17), che a volte diventa anche alibi, comoda scusante che dispensa dalla fatica di dire in parole semplici la ricchezza della Parola.

In tal senso lo scrivere la lectio diventa esercizio tra i più salutari: abitua a raccontare la Parola, a se stessi anzitutto (e poi agli altri, e libera dalla illusione di chi pensa d’aver capito tutto, così tutto e così tanto da non poter né saper trovare le parole per dire quanto ha capito. E invece è esattamente il contrario: la Parola divina sopporta d’esser tradotta in parole umane. Chi non sa scrivere non solo non sa leggere, ma mostra d’aver capito poco di quel che in qualche modo ha letto; applicato al nostro contesto, chi non s’accontenta di parole umane, semplici e limitate, per dire il divino, s’illude forse d’esser un mistico che ha visto l’indicibile (e teme che la parola umana rovinerebbe la bellezza di quel che ha visto-sentito), ma in realtà, se non trova parole umane per comunicare l’esperienza, dimostra di non esser mai entrato in contatto con la Parola di Dio (18).

2.4 Lectio continua

Nei primi due paragrafi abbiamo indicato soprattutto il contenuto della nostra formazione quotidiana, nel terzo e soprattutto nei prossimi due indichiamo in particolare il metodo che ci porta allo stesso obiettivo formativo.

La lectio nella giornata

La lectio è continua quando segue in modo regolare il medesimo libro della Scrittura, senza interruzioni o salti di sorta. Ma non è questo il senso che noi attribuiamo ora all’espressione: la lectio è continua quando l’approccio meditativo mattutino alla Parola-del-giorno continua lungo la giornata. Ovvero, quando la Parola che ha aperto la giornata la accompagna nel suo svolgersi, d’istante in istante, fino a sera, in qualche modo compiendosi in essa. È per questo, in fondo, che la Parola è stata detta da Dio, non per una semplice consolazione spirituale del pio lettore, ma per incarnarsi nella storia, nella piccola storia di ciascuno di noi, e realizzare salvezza. Altrimenti siamo simili a quel terreno pietroso di cui Gesù dice, che ha accolto all’inizio con entusiasmo la Parola e fatto germogliare i semi, lasciandoli poi inaridire (cfr. Lc 8,6.13). Non basta la prima adesione mattutina.

La Parola fecondata dagli eventi

Quella Parola, allora, come dice il profeta (Is 55,10-11), non tornerà al Padre così come è uscita dalla sua bocca, bensì ricca di ciò che ha operato nel cuore del credente; ciò avverrà solo se la giornata del credente, e dunque la sua vita, la sua persona, i suoi affetti, le sue relazioni, persino i suoi fallimenti e delusioni, tutto, insomma, diventa come un grembo, come il grembo di Maria, che ogni giorno partorisce una parola sempre nuova di Dio.

È lo schema rigorosamente biblico della Parola fecondata dagli eventi. La Parola-del-giorno è seme divino, da Dio seminato nel terreno della nostra giornata: sarà solo l’incontro tra i due elementi che consentirà alla Parola di svelarsi pienamente, d’esser compresa in tutta la sua ricchezza, di compiersi in maniera sempre nuova e inedita per la salvezza. Quel compimento, o tutte quelle fasi che portano a esso, è la nostra formazione permanente ordinaria.

A che serve, infatti, una meditazione accurata e condotta secondo le moderne e classiche regole della lectio, se resta confinata in uno spazio rigoroso? A che pro meditare, passando ordinatamente e con certo sussiego attraverso lectio, meditatio, oratio, contemplatio, discretio, se questo non continua poi lungo il giorno? Come si può parlare di unità di vita attorno alla Parola se il credente non trova il modo di proseguire durante le attività quotidiane il suo rapporto con quella Parola specifica? Sarebbe come uno che si nutre anche abbondantemente (della Parola), ma poi non fa movimento (= non fa circolare la Parola lungo la giornata). Ovvero c’è in noi una certa abbondanza di conoscenza della Scrittura, quasi un’obesità intellettuale, ma con scarso risvolto e coinvolgimento esistenziale; la Parola rimane sterile in un discepolo sterile, che magari non ricorderà nemmeno, durante il giorno, quale Parola gli ha dato l’avvio, e – quel ch’è peggio – non se ne darà alcuna pena, come fosse un ricordo non necessario. Quale esperienza potrà dire d’aver fatto, un discepolo dimenticone del genere, della Parola come roccia della vita, come lampada ai miei passi, come cibo che dà forza?

Credo che sia uno dei limiti dell’interpretazione odierna della lectio, che finisce per relegare l’incontro con la Parola a un momento della giornata, per quanto dignitosamente gestito. È tutto sommato un’interpretazione riduttiva e debole, che fa della lectio una pratica di pietà qualsiasi e non rispetta la centralità assoluta della Parola nella vita del discepolo, non solo in teoria o nella sua testa di studioso (quando va bene). In particolare nella vita così dinamica e complessa dell’apostolo oggi è fondamentale chiarire questo punto, nel quale consiste buona parte di quella che chiamiamo formazione permanente ordinaria e che è ciò che dà il ritmo al giorno.

Sarà certo indispensabile l’approccio mattutino con la Parola-del-giorno, ma senza pretendere d’esaurire in quel momento il rapporto con la Parola stessa. Quello è solo il primo approccio, destinato a segnare la giornata e continuare in maniera sempre più intensa e articolata nella giornata stessa. In che modo?

Con alcune attenzioni metodologiche riguardanti sia il momento specifico della meditazione che il seguito poi della giornata.

Custodire la Parola

Anzitutto, in concreto, dalla meditazione del mattino è importante che il lettore venga via con una Parola, un versetto, una scena o immagine precisa, qualcosa in cui sente concentrarsi il dono e l’appello del Signore per quella giornata. Dice infatti Bossuet che, quando si medita e si coglie una verità rilevante per la propria persona, è importante fermarsi e non passare da un pensiero all’ altro, da una verità all’altra: “Tenetene una, stringetela finché penetri in voi; legate a essa il vostro cuore, estraetene, per così dire, tutto il succo a forza di strizzarla con la vostra attenzione” (19). La meditazione mattutina è più il momento dell’accoglienza che non quello della comprensione, è il momento nel quale si lascia che la Parola o una parte d’essa entri nel proprio cuore, per esservi custodita e conservata lungo la giornata come un tesoro, anche se non è stata “capita” in tutto il suo senso (è l’ascolto verginale, di chi, come Maria, non fa alcuna violenza alla Parola, neppure per capirla o per capirla subito, cfr. Lc 2,19.51).

Quella Parola così custodita assumerà sempre più un ruolo attivo nella vita del credente, diventerà suo custode: “Se conserverai e custodirai la Parola… in modo che scenda nel profondo della tua anima e si trasfonda nei tuoi affetti e nei tuoi costumi…, non c’è dubbio che tu pure sarai conservato da essa”, dice infatti san Bernardo. E qui inizia la lectio nella giornata o durante la giornata.

Rimanere nella Parola

Quella stessa Parola conservata-custodita dovrà concretamente durante il giorno diventare la radice d’ogni gesto e pensiero, affetto e desiderio, in modo che tutto nell’essere e nell’agire della persona trovi in essa la propria sorgente e forza, come fosse piantato in essa, esattamente come il tralcio che è unito alla vite (cfr. Gv 15), o come se il credente desse in ogni circostanza la parola a Gesù, fidandosi del vangelo e andando ben oltre il buon senso umano o le proprie esclusive congetture. Così nasce di fatto la familiarità profonda e appassionata con la Scrittura, mentre la Parola “rimane” nel cuore e nella mente; ed è proprio questo rapporto costante e vitale tra la Parola-del-giorno e il credente che dà luogo lentamente a quel processo d’incarnazione della Parola stessa nella vita del discepolo, processo che ne renderà sempre più comprensibile il mistero.

La formazione permanente è parte e frutto di questo processo, ed è già in atto a questo punto, rinnovando la mente e mantenendola giovane e creativa. Come ben dice Origene: “La nostra mente si rinnova, mediante l’esercizio della sapienza e la meditazione della Parola di Dio e la comprensione spirituale della sua legge, ed uno, nella misura in cui ogni giorno progredisce leggendo la Scrittura, nella misura in cui si accresce la sua conoscenza, sempre e quotidianamente si rinnova. Non so, però, se può rinnovarsi una mente che è pigra nei confronti delle Scritture divine e dell’esercizio proprio della comprensione spirituale, mediante cui possa non solo di comprendere ciò che è scritto, ma anche spiegarlo più chiaramente e rivelarlo con maggior precisione” (20).

Scommettere sulla Parola

Il passo successivo in tale cammino è il riferimento esplicito alla Parola-del-giorno quando c’è da prendere qualche decisione lungo la giornata. Ovvero si tratta di rendere la Parola che Dio ha in qualche modo consegnato al credente criterio di discernimento in generale e punto di riferimento specifico delle proprie scelte, piccole o grandi che siano; e noi sappiamo quante siano o quante potrebbero essere le scelte che riempiono un giorno. La Parola-del-giorno è compresa solo se e quando ogni progetto passa attraverso di essa, ne è filtrato e purificato nelle sue componenti impure, e solo quando quella stessa Parola diventa l’unico motivo, l’unico fondamento, l’unica spiegazione della decisione.

Anzi, lì nasce il credente, quando uno può dire, come Pietro quella volta sul lago: “Signore, questa scelta la faccio solo poggiandomi sulla tua Parola, non perché una certa logica umana potrebbe portarmi in questa direzione, ma perché mi pare che tu mi chieda questo attraverso quella Parola che ha aperto oggi la mia giornata; anzi, un certo criterio umano mi condurrebbe altrove, ma io voglio scommettere su quella Parola che m’hai donato, e proprio perché me l’hai donata oggi so che essa ha qualcosa da dire a questa mia giornata e può dar senso e vigore alle mie scelte, voglio credere che essa è vera e non inganna, voglio provare cosa diventa la mia vita costruita solo in verbo tuo”. Rigorosamente parlando, chi non ha mai fatto questo tipo di scommessa tratta la Parola come un libro interessante, come lo è un libro che parla di Marte e dell’ipotesi di vita su quel pianeta. Ovvero, chi non ha mai scommesso sulla Parola non è credente, tutt’al più è un’ipotesi di credente, anche piuttosto remota.

Compiere la Parola

Quando invece c’è il coraggio di scommettere sulla Parola allora la Parola si compie e anche la nostra formazione si compie, ovvero diventa permanente nel giorno qualsiasi. Si compie la Parola per la sua forza intrinseca, come disse quella volta Gesù nella sinagoga di Nazaret (cfr. Lc 4,21); ma anche perché di fatto il credente la compie, le dà vita e sembianze umane, le dà visibilità e calore nella sua persona, le dà originalità e novità nell’imprevedibilità del proprio vivere quotidiano. Anzi, “uno diventa la Parola che ascolta (…). La assimila come latte” (21). La compie come in Maria si compirono i giorni del parto e diede alla luce Gesù.

Torniamo ancora per un attimo al mosaico dell’ Annunciazione di padre Rupnik: Maria vi è rappresentata con in mano un gomitolo di lana rossa appoggiato discretamente sul suo grembo, mentre il filo già in parte srotolato dal gomitolo giunge all’altra mano, la sinistra, tenuta aperta a significare l’assenso della Vergine. Il filo rosso che dal grembo di Maria va fino alla mano girando attorno alle dita indica che la decisione contenuta nel suo “sì”” è già un tessere la carne del Verbo. È il mistero dell’Incarnazione: mistero grande che può essere racchiuso nella misura piccola e limitata di ogni nostra giornata, di ogni nostra scelta!

La Parola-del-giorno è come il filo rosso che lega tra loro tutti gl’istanti della giornata, li connette tra loro dando unità alla vita e alla personalità del credente, ma è anche il filo rosso con cui ognuno di noi tesse la carne al Verbo nel grembo verginale della sua giornata, d’ogni sua giornata. Con gelosa vigilanza e pazienza testarda, con senso di responsabilità e cuore pensante. Senza pretendere che ogni giorno venga fuori chissà quale ricamo, o che ogni giorno vi sia chissà quale rivelazione e scoperta, ma semplicemente “accontentandosi” di realizzare la propria vita in coerenza con quella Parola o di compiere quella Parola nel tessuto della vita.

Detto in altre parole: la formazione diventa davvero permanente e “si compie”, nell’ordinarietà della vita, grazie al dono quotidiano e sempre nuovo della Parola, che trova terreno disponibile nel discepolo, nel suo impegno fattivo, nella serietà con cui accoglie la Parola ogni giorno, la conserva e la custodisce in sé come un tesoro, rimane in essa facendone la radice d’ogni espressione vitale, e il punto di riferimento d’ogni sua scelta. È come un tessere e ritessere il tessuto della vocazione con il filo della Parola. Così quella Parola si compie nella sua vita.

Formazione permanente nella dimensione ordinaria vuol dire in fondo passare dalla concezione antica della meditazione come preghiera del mattino a questa logica della Parola-del-giorno che abbraccia tutta la giornata. O, altrimenti detto, la formazione iniziale sta alla formazione permanente così come la lectio matutina sta alla lectio continua (nel senso che le stiamo dando noi ora).

2.5 Lectio vespertina (o nocturna)

E siamo alla fine della giornata. L’appuntamento con quella Parola che ha aperto la giornata e che è proseguito lungo la giornata stessa, non cessa ma continua ancora. Anzi, è sempre quella stessa Parola, che ha aperto la giornata, che ora la chiude. Logico che sia così, in teoria e in pratica.

Contemplazione grata

In altre parole, la lectio prosegue, prosegue con quella preghiera della sera che è posta al termine del giorno del discepolo. Potremmo addirittura dire che è più lectio quella della sera, che non quella del mattino. Perché? Perché al termine della giornata il credente ha di fronte a sé non solo la Parola, ma la Parola più gli eventi del giorno nei quali la Parola stessa s’è compiuta, dunque una Parola più chiara e comprensibile, più evidente nel suo significato, più bella da contemplare e magari anche più inquietante, più viva e vivente. È, in effetti, il momento della contemplazione. Di quella cognitio vespertina o visione nuova, serale, forse notturna, comunque conclusiva della giornata, in cui la luce s’oscura e il sole scompare, le voci tacciono e le tensioni s’allentano, ed è un’ altra la luce quieta che illumina gli occhi e rende mente e cuore capaci di intus-legere.

È la tipica contemplazione dell’apostolo, come contemplazione piena di gratitudine per quanto il Signore ha rivelato di sé, ma anche contemplazione ruspante, terra terra, intrisa di storia, di vicende umane anche complesse, di domande magari rimaste inevase, di ansie che si sono riversate nel cuore dell’ apostolo: tutto questo è riconsegnato a Dio o rimesso nelle sue grandi mani, al termine della giornata, perché il Padre si prenda cura dei suoi figli, in particolare di coloro che soffrono, sani le ferite e consoli i cuori affranti, intervenga ove l’apostolo ha constatato la propria incapacità o la sproporzione tra necessità e urgenza dei problemi e i suoi cinque pani e due pesci. Proprio per questo tutto ciò è ora lasciato aperto alla potenza della Parola e della Parola-del-giorno, è luogo misterioso di grazia, per una rivelazione ancora non del tutto chiara, per certi versi opaca, ma quanto basta perché l’apostolo vi scorga il seme del Regno che sta per venire, i germi di quella salvezza che si sta per compiere.

«Buona notte, mio Dio»

E allora può pregare con Simeone: “Ora lascia, Signore che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza” (Lc 2,29-30). Simeone pregò così al termine della sua lunga vita, dopo aver finalmente “visto” la salvezza; il discepolo della Parola prega così al termine della sua giornata, di ogni giornata, perché ogni giorno vissuto alla luce della Parola è per lui giorno in cui si compie la salvezza. È la maturazione e maturità della fede, favorita dall’intelligenza delle Scritture: gli occhi e tutti i sensi si sono resi attenti, cuore e mente sono sempre più “intelligenti”, capaci di “leggere dentro” il mistero, la persona intera sempre più docibilis per lasciarsi formare ogni giorno dalla Parola-delgiorno.

E così il cantico del vecchio credente che saluta la vita diventa simile alla buonanotte che il credente di oggi rivolge a Dio con cuore grato; come la lectio matutina è il buongiorno di Dio, così la lectio vespertina o nocturna è la buonanotte del discepolo. La giornata è proprio finita, attraversata dalla Parola che s’è compiuta in essa. E l’animo è pieno di gioia, quella gioia serena e distesa che concilia il sonno, e prepara una nuova giornata, in cui un’ altra Parola si compirà.

Pace e distensione

L’apostolo che ha faticato tutta la giornata non potrebbe concludere diversamente la sua giornata, non potrebbe trovare altra distensione al di fuori di quella che gli è offerta dal ritorno a quella Parola che ha aperto la giornata e che ora vede come dispiegarsi lungo la giornata medesima, raccogliendola e dandole un cuore e quasi illuminarsi così d’una luce nuova. Questo, ripeto, è distensivo, oltreché intrinsecamente formativo, perché profondamente rappacificante, armonico, divino e umano, lineare e coerente (e nulla è distensivo come la coerenza). L’apostolo che ha vissuto la fatica dell’annuncio evangelico ai piccoli e agli umili, ai lontani e a chi gli ha opposto resistenza ha bisogno di distensione, di distensione vera, del corpo e della mente; al termine della fatica quotidiana, ne ha diritto.

Nessuno dica, allora, che non fa la preghiera della sera perché è stanco, perché vorrebbe dire che non ha capito nulla della natura della stessa preghiera della sera, e perché sarebbe contraddittorio: proprio perché è stanco ha bisogno dell’ orazione della lectio vespertina e di quella pace profonda e rilassante che solo dalla Parola può venire (22).

E stia attento, semmai, a non cercare forme strane e improprie di distensione a fine-giornata (dando una sorta di libera uscita, più o meno trasgressiva, a certi impulsi e istinti, in modi irriflessi, o semplicemente cliccando e navigando), forme strane e improprie nel senso che, al di là dell’esser moralmente rilevanti, non sarebbero in linea con la sua identità e verità, e dunque sarebbero anche incapaci di dargli quel che lui cerca e che esse sembrano promettergli; esse non potrebbero mai assicurargli la vera distensione della mente e del cuore, ma tutt’al più solo qualche briciola di gratificazione dei sensi, subito bruciata da un retrogusto doloroso, ma pronta poi a ripresentarsi sempre più esigente e prepotente, fino a renderlo dipendente. Altro che distensione, qui nascono pian piano nuove schiavitù!

Ancora una volta, al di là della virtù o della fedeltà in senso morale, c’è poca intelligenza e molta stoltezza nella facilità e leggerezza con cui molti non s’accorgono di questi tranelli finendo per svendere dignità e libertà personale e per smarrire la pace interiore.

D’altro canto è pure importante che l’apostolo superi un’altra illusione o pretesa, prima intravista, quella dell’ onnipotenza, che spinge certuni a prolungare – più stoltamente che eroicamente – l’attività lavorativa, come se la salvezza dipendesse da loro e dovessero per forza risolvere tutti i problemi di tutta la gente, col risultato prima o poi di scoppiare o di esaurirsi in breve tempo! Ancora una volta il contatto con la Parola-che-salva è esperienza proprio di quella redenzione che da essa solo può venire, è accettazione serena del proprio limite, è affidamento di tutto e di tutti, a cominciare dalle persone affidate, alla potenza della Parola, esattamente come faceva Paolo con coloro che non avrebbe più visto (cfr. At 20,32) e come dovrebbe fare ogni annunciatore e seminatore della Buona Novella, che non pretende di raccogliere, ma lascia che altri lo facciano.

Verifica di fronte alla Parola

Al tempo stesso la Parola dinanzi alla quale si conclude la giornata diventa anche verifica molto realistica, punto di riferimento per un esame di coscienza puntuale. Ed è del tutto logico e coerente con quanto abbiamo detto: la contemplazione della Parola che s’è compiuta negli eventi del giorno, renderà inevitabilmente più chiari ed evidenti quei momenti della giornata in cui alcuni atteggiamenti del discepolo non hanno consentito alla Parola, per quanto dipende dall’uomo, di compiersi e operare salvezza.

D’altronde è nella natura della Parola: non sei tu che la leggi e contempli, ma è essa che ti guarda, ti fissa, ti rivolge uno sguardo tenero e pure severo, ti accusa e ti ferisce, ti risana e salva, ti chiama e t’accarezza, ti trafigge il cuore. Per questo la Bibbia appartiene a chi la legge, perché ogni lettore sa che in un rotolo del libro c’è qualcosa scritto su di lui e per lui (cfr. Sal 40,8). E proprio questo, forse, sente e scopre ancor più nella preghiera della sera.

E così l’esame di coscienza assume importanza a partire anch’esso dalla Parola-del-giorno, perché può esser fatto solo dinanzi a essa, per cui non sarà mai ripetitivo e scontato (e poi finire per esser abbandonato come cosa non così importante), ma mi darà di conoscere sempre aspetti nuovi della mia povertà e debolezza. E così la conoscenza di me, del mio mondo interiore, cresce assieme alla conoscenza di Dio e della sua Parola. Mentre si realizza uno dei primi obiettivi della formazione permanente: la capacità di lettura della vita alla luce dell’intelligenza delle Scritture.

Ma soprattutto la vita del credente comincia ad avere il suo ritmo fondamentale.

3. SINE DOMINICO NON POSSUMUS: RITMO SETTIMANALE

La seconda grande cadenza ritmica della vita umana, dopo quella del tutto naturale costituita dall’alternarsi del giorno e della notte, è quella ancora naturale segnata da un’altra alternanza, quella tra il riposo e il lavoro, tra la festa e la feria(lità), che normalmente si distende nell’arco della settimana, culmina nella domenica, giorno di festa e riposo, e s’estende ai giorni della settimana. Si tratta dunque d’un ritmo naturale, carico, al contempo, di significati e sottolinea tu re convenzionali e culturali, che a volte, per esempio nella cultura di oggi, rischiano anche di alterarne il senso.

Ma c’è soprattutto un modo credente di vivere questo ritmo, con inevitabili ricadute positive, quanto mai fruttuose, sulla stessa formazione permanente del credente.

3.1 La Parola della domenica: Parola da annunciare

Se il ritmo settimanale è scandito dall’alternanza riposo-lavoro e festa-feria (23), appare subito la centralità della domenica, vero punto di tensione e di riferimento della vita cristiana per i motivi teologici che sappiamo e che non è necessario ripetere.

Ma forse vale la pena ribadire che la domenica, giorno del Signore per eccellenza, giorno della resurrezione di Gesù dai morti, è sempre una domenica nuova, non solo per via dello scorrere dell’anno liturgico, ma per quella Parola che essa annuncia, Parola che appartiene a quella domenica, scelta per dare un preciso messaggio, parte d’una rivelazione progressiva che s’arricchisce ogni domenica e che arricchisce la fede della comunità dei credenti, chiamati a celebrare assieme il memoriale della Pasqua, ma ancor prima ad ascoltare assieme la Parola, nutrendosi di essa.

Se il ritmo quotidiano è scandito dalla Parola-del-giorno, il ritmo settimanale è scandito dalla Parola-della-domenica. Che in qualche modo dovrebbe svolgere nei confronti della settimana lo stesso ruolo che la Parola-del-giorno ha nei confronti del giorno, almeno idealmente. Se, infatti, ogni giorno, come abbiamo detto, il Padre prepara per chi crede in lui la manna di quanto esce dalla sua bocca, ancor più presenti ed evidenti sono nella celebrazione settimanale il dono della provvidenza del Padre, da un lato, e la risposta della comunità che non solo accoglie il dono, ma che è formata in quanto tale da esso nel momento in cui lo celebra, dall’ altro. E non solo la comunità, allora, ma in qualche modo anche il singolo credente, particolarmente chi quella Parola ha il compito di annunciare.

Cosa può voler dire, allora, questo in concreto?

Il primo destinatario

Vuol dire prendere quanto mai seriamente il compito dell’annuncio della Parola, in particolare di quell’annuncio che avviene attraverso l’eucaristia domenicale, momento nevralgico, come detto, di crescita della comunità credente.

E prenderlo seriamente significa anzitutto sentirsi come il primo destinatario d’essa, il primo a lasciarsene metter in crisi e coglierne tutta la potenza d’urto, fino a lasciarsene “trafiggere” (cfr. At 2,37), il primo a cercare di scrutarne il mistero e le ricchezze nascoste, il primo a tentare di declinarla nella propria storia, di calarla nella misura piccola e discreta dei propri giorni. Rigorosamente parlando l’apostolo del vangelo può annunciare agli altri solo quella Parola che prima ha detto a se stesso, lasciandola risuonare e lasciandole fare la rivoluzione dentro di sé, o, in termini ancor più radical-paradossali, solo la Parola che mi ha fatto male può far del bene a chi mi ascolta!

Solo allora la Parola è punto di riferimento, origine e centro della propria formazione, luce che illumina oscurità e brutture della propria persona, ma che pure apre strade e spalanca orizzonti verso cui orientarsi; cibo amarissimo e dolcissimo. E solo a questo punto, soprattutto, la formazione diventa permanente, quasi provocata e sollecitata, in modi sempre nuovi o con sempre nuovi stimoli, dalla liturgia, perché il cammino d’identificazione coi sentimenti del Figlio sia completo, portato avanti con paziente regolarità, di domenica in domenica. E il credente cresca nella docibilitas, nella docibilitas biblica, in particolare, in questo libero e intelligente lasciarsi plasmare dalla Parola, di sentimento in sentimento.

Quando, invece, il compito dell’ annuncio non è preso abbastanza seriamente? Esattamente quando il ministro scavalca e annulla la fase della personalizzazione soggettiva, sostanzialmente vanificandola, e interpretando il suo ministero dell’annuncio come operazione culturale-didattica o moralistico-esortativa, rischiando di scadere ora nella dotta e astratta conferenza (magari letta-recitata), lontana dalla vita e morta prima d’esser pronunciata, ora nell’insopportabile predicozzo castiga costumi, più o meno gridato e lontano dalla gente; o copiando in modo indecoroso da altri e dal solito commentario (oggi ce n’è per tutti i gusti) o copiando da se stessi e dalla predica preparata l’anno prima (o addirittura diversi anni prima), tirata fuori dal proprio archivio come da un congelatore all’ultimo momento, dunque fredda, lontana dal mistero, senza cuore e incapace di parlare al cuore; o improvvisando e rifilando all’incolpevole uditorio polpettoni indigeribili, infarciti dei soliti pii luoghi comuni, desolatamente insipidi e spesso anche deprimenti, lontani dalla buona e bella notizia dell’evangelo. In realtà è lo stesso annunciatore della Parola che mostrerà d’esser lui per primo lontano dalla Parola che annuncia agli altri (24). Lontano, perché non s’è fatto “visitare” da essa, non s’è fatto suo discepolo, non l’ha annunciata a se stesso prima che agli altri.

Gnosticismo clericale

Non è un caso isolato, purtroppo. Non sono pochi gli annunciatori della Parola, presbiteri e non solo, che “dimostrano di non avere stabilito alcun contatto personale con la verità e bellezza di quel che annunciano, che non hanno sufficientemente scoperto che quella verità è la loro personale identità. C’è come una schizofrenia latente e pure patente nel loro organismo (poco) credente. Probabilmente si sono fermati alla fase della conoscenza nel percorso che – a partire dall’approccio intellettuale o dallo studio – dovrebbe portare prima all’esperienza e poi alla sapienza. Il loro è come un clericale gnosticismo verbale, che può giungere persino ad allontanare dalla verità, o a renderla sterile, come una verità solo intellettuale” (25).

Allora, prendere sul serio il ministero dell’annuncio della Parola e sentirsi il primo destinatario d’essa implica in concreto un certo modo di preparare l’annuncio stesso, ovvero considerare l’omelia domenicale non come un’operazione qualsiasi, come la fatica della domenica o come momento a se stante e circoscritto alla Messa festiva, ma come punto d’arrivo d’una preparazione accurata che coinvolge anzitutto la propria persona e abbraccia la settimana. Implica fare dell’omelia (e della sua preparazione) l’elemento che dà un ritmo alla settimana e che scandisce i sette giorni nel loro insieme, dedicando un giorno o un momento particolare della settimana a questa preparazione, oppure ritornando con una certa frequenza e regolarità durante i giorni alla Parola della domenica, attendendola prima con ansia e portandosela poi in cuore.

Solo allora, quando il credente servo della Parola trasmette agli altri una Parola incarnata in sé, passata attraverso un tempo congruo di riflessione-personalizzazione, e nata da un colloquio amoroso con essa, quella Parola è diventata fonte di sapienza, agente di formazione per l’annunciatore stesso, e non solo il tempo di preparazione, ma l’annuncio stesso diventa momento formativo e sapienziale. Il ministero come luogo di formazione permanente!

3.2 La Parola della domenica: Parola da condividere

Tanto meglio se in questo tempo di preparazione c’è anche la possibilità di condividere questa stessa Parola con un gruppo di credenti, come potrebbe essere un gruppo di fedeli della parrocchia, o i confratelli della propria comunità religiosa o presbiterale.

Sarebbe la collatio, ovvero la lectio comunitaria, manifestazione al tempo stesso della dimensione intrinsecamente fraterna della fede e della modalità dell’ adesione credente. La collatio, infatti, è “un ascolto comune del Signore, durante il quale ogni fratello cerca di edificare la sua famiglia manifestando in semplicità di cuore la sua ‘reazione’ di fronte all’interpellanza della Parola” (26); dunque la collatio è essenzialmente “ascolto comune del Signore”, e non semplicemente tra membri d’una stessa convivenza.

Ora, delle tante cose che potremmo dire al riguardo, a noi interessa puntualizzare il rapporto tra collatio e formazione permanente, per cogliere poi la funzione della stessa condivisione nei ritmi della settimana.

Il magistero del fratello

Anzitutto, se la formazione permanente è la disponibilità intelligente della persona a lasciarsi formare dalla vita per tutta la vita, essa ha molto a che vedere con la capacità relazionale e l’apertura verso gli altri, poiché la vita ci forma soprattutto attraverso la relazione. Relazione che, per il credente, rappresenta la mediazione normale, ancorché misteriosa, dell’azione di Dio: Dio, infatti, ci raggiunge attraverso gli altri, con tutti i loro limiti e imperfezioni. Sarebbe illusorio e sottilmente diabolico restringere e ridurre razione di Dio nella nostra vita semplicemente alle situazioni o alle persone che noi giudichiamo buone e sante, o pensare che possiamo condurre la nostra formazione permanente solo in contesti umani ottimali (diocesi, parrocchie, comunità religiose, famiglie…), circondati da persone perfette o quasi, e considerarla impossibile in tutte le circostanze e presenze che secondo il nostro punto di vista sarebbero troppo limitate e imperfette per ospitare il tre volte Santo!

Dimenticheremmo, con tale pretesa, che Colui che è perfetto, proprio perché tale, sopporta l’imperfezione delle mediazioni e ci può raggiungere, e di fatto ci raggiunge, anche (e soprattutto?) attraverso esse. Anzi, nella vita terrena non vi sono altre possibilità di contatto con Dio, visto che tutto attorno a noi e in noi è segnato dall’ imperfezione.

Ebbene, la collatio è esattamente questo, un’applicazione di questo principio sul quale è costruita tutta la logica della formazione permanente: è ascolto della Parola divina che passa attraverso una parola umana, è Parola di Dio dentro una parola d’uomo, o parola umana come rivestimento del Verbo divino; parola debole, limitata, che non coglierà certo tutto il senso o che non sarà originale o profonda, o mi sembrerà scontata e forse banale… Eppure Dio ora non ha altro tramite per giungere a me al di fuori di questa persona (membro della stessa comunità religiosa o presbiterale, o fedele qualsiasi della parrocchia) che io non ho scelto e da cui non sono stato scelto, o – detto diversamente – non c’è altro modo, finché siamo su questa terra, di accogliere la Parola se non lasciando che essa risuoni sulle labbra dell’altro, d’ogni altro, che mi diventa fratello solo a questo punto, quando io gli riconosco tale singolare magistero, quello di dirmi la Parola di Dio con parole sue, il mistero grande con parole poverette!

In ogni caso la mia disponibilità (o docibilitas) verso questo tipo d’accoglienza fraterna sta a dire il mio livello di maturità spirituale. Per questo può dire san Paolino da Nola: “Pendiamo dalla bocca di tutti i fedeli, perché in ogni fedele soffia lo Spirito di Dio” (27), e qui – badiamo bene – si parla della semplice comunità di fedeli; quanto più questo sarà vero per una fraternità presbiterale o religiosa!

Per questo è bene che la collatio abbia cadenza almeno settimanale.

Collatio e formazione permanente

Se la formazione è una lunga lectio, come un lento processo di assimilazione della Parola ispirata, la collatio favorisce nel tempo una sempre miglior comprensione individuale del testo sacro. Le intuizioni di uno, infatti, diventano luce per tutti, e la fraternità-comunità riscopre sempre più il proprio ruolo educativo in un’ottica di formazione continua, ove ognuno, anche il più giovane o il meno istruito, il più semplice o il meno dotato, può arricchire l’altro o, per lo meno, chi ha imparato a esser docibilis (28).

Ancora, l’abitudine a confessare fraternamente, al di là del registro omiletico, il dono ricevuto dallo Spirito, è un salutarissimo esercizio che allena a esporre in modo chiaro e pure molto personale cose e misteri non semplici né facili da trasmettere. Il dover tradurre per gli altri, per quelli di casa, impone così di approfondire, esemplificare, cogliere l’essenziale, mostrare le implicanze, ecc. del dono ricevuto. Ma anche questo è quanto mai formativo, specie in tempi di nuova evangelizzazione, che chiedono sempre più agli annunciatori di esser anzitutto testimoni d’una esperienza personale, più che maestri d’una sapienza solo imprestata. In tal senso la collatio ha pure un riflesso importante in prospettiva apostolica.

Sul piano interpersonale la collatio abitua e abilita a camminare davvero insieme, cercando in ciò che ci convoca e ci unisce, ossia nella Parola, il punto di riferimento dello stesso vivere insieme nella sua globalità e di tante operazioni comunitarie che diversamente rischierebbero di dividerci. Penso alle scelte quotidiane, ai processi di discernimento comunitario, al cammino di ricerca della volontà di Dio, nelle comunità come nei consigli pastorali, ma pure in una famiglia. Da questo punto di vista la condivisione della Parola non è semplicemente un mezzo che si può proporre come interessante, ma costituisce il metodo d’una comunità di credenti, pellegrini nel cammino faticoso verso il monte santo di Dio, perché non può esistere altro mezzo o itinerario, in questo percorso, al di fuori di quello tracciato dalla stessa Parola di Dio accolta da una fraternità. Imparare pazientemente e costantemente a leggere assieme questa Parola è metodo quanto mai efficace di formazione permanente (29).

E la formazione permanente, allora, non è solo una lunga lectio, ma anche una lunga collatio. Che dà il ritmo, lo ripetiamo, alla settimana del credente.

3.3 Primato di Dio e festa dell’uomo

C’è un altro significato proprio del giorno del Signore che mi sembra prezioso, e che forse invece non sempre è correttamente recepito dal credente, e in modo singolare dal presbitero, con rischi gravi.

Ma il prete santifica la festa?

Mi riferisco al significato classico del giorno del Signore come giorno di riposo, di festa, di interruzione dell’attività lavorativa non solo per avere un giusto relax, ma per celebrare il primato del Signore, il suo venir prima di tutto il resto, il suo esser l’unico nella vita d’ogni uomo e tanto più del discepolo, il quale deve dunque riconoscere che la sua Grazia val più della vita (Sal 63,4), che la lode a lui e la contemplazione del suo volto e l’ascolto della sua parola sono l’attività più connaturale per la creatura, il modo migliore di vivere il tempo, poiché un giorno nella casa di Dio vale più di mille altrove (Sal 84,11) ed è più importante di tutte le attività e ministeri dell’uomo di culto. Lode, contemplazione e ascolto significano gratuità, tempo libero dato a Dio, liberato dall’ affanno e dalla fretta, anzi, scoperta che tutto ciò non è dovere e fatica, ma torna a vantaggio dell’uomo, è il massimo della distensione, è il riposo di cui ha bisogno l’uomo, è la sua festa.

Ora si ha l’impressione che particolarmente il presbitero, come accennavamo, viva spesso la domenica non proprio come una festa rilassante, o – più in generale – viva un rapporto un po’ strano col suo ministero festivo, in particolare oggi, con la contrazione numerica delle forze lavorative che gl’impone spesso un duro superlavoro festivo. Le conseguenze le conosciamo: stress, burn-out (30), sfinimenti ed esaurimenti vari (da quello spirituale a quello apostolico), con progressiva incapacità di godere del tempo donato gratuitamente al “suo” Signore e finale abbandono di questo tempo, senza del quale un prete è psicologicamente inconsistente e spiritualmente morto, o è depresso-disperato e cercherà compensazioni, false come droghe, correndo il rischio d’esser proprio lui, che la domenica bina o trina, tra quelli che non santificano la festa (31).

Bocca a bocca parlo con lui” (32)

Ecco allora l’importanza di “celebrare il giorno del Signore”, ovvero di riservarsi uno spazio in un giorno della settimana, non necessariamente la domenica, in cui poter vivere la dimensione della signoria di Dio, del tempo liberamente, gratuitamente, generosamente concesso a Colui, cui appartengono i giorni, i secoli, il tempo, per riappropriarsi in qualche modo del tempo, uscendo dalla vecchia e triste logica dell’obbligo, che riduce la preghiera (33) a un dovere, fissato entro spazi rigidi, o impone al “don” di non aver mai tempo a causa di quel malinteso “culto della disponibilità” che lo porta prima a essere “sbranato” dalle richieste della gente, e poi, per reazione, a fregarsene o quasi. Ecco la necessità d’un tempo congruo dedicato all’ascolto orante della sua Parola, magari nello studio d’essa o nell’esercizio del discernimento alla sua luce, ai piedi del Maestro in un silenzio pieno d’amore (34), per contemplarne il volto e godere di dar del tu a Dio (35), di parlare con lui “faccia a faccia” (Es 33,11), anzi, “bocca a bocca”, senza l’assillo dell’orologio, ma col gaudio pacato nel cuore, di giorno o di notte.

Forse non potrà ogni giorno disporre di questo tempo un po’ esteso e soprattutto intenso, ma una volta alla settimana sì. Il ritmo settimanale, costruito attorno alla Parola festiva, garantisce e custodisce questo tempo, come un tesoro. Indispensabile come “l’aria ai polmoni e l’ossigeno al sangue” (36) per il prete. Non nel senso che debba per forza pregare di più, deve solo pregare meglio, nella libertà del cuore che ascolta la Parola e si lascia accarezzare da Dio, come “al principio”: “Dio passeggia nel paradiso anche ora, quando leggo le Scritture divine” (37). Allora la Parola è anche amata, non solo pregata e meditata, studiata e predicata.

Davvero “sine Dominico non possumus”, il coraggioso grido dei martiri di Abitene, dovrebbe essere anche la testimonianza d’ogni credente oggi, specie dell’annunciatore della Parola.

4. CONFESSIO LAUDIS, CONFESSIO VITAE: RITMO MENSILE

Vi sono, abbiamo detto, ritmi fissati dalla natura e ritmi almeno in parte stabiliti dall’uomo per dare una cadenza ordinata al proprio vivere nel tempo. I ritmi quotidiano e settimanale sono ritmi naturali, quello mensile e annuale che andiamo ora a vedere sono assieme naturali e convenzionali; per i primi abbiamo constatato un riferimento immediato e quasi spontaneo nella Parola di Dio (feriale-quotidiana e festiva-settimanale), per i secondi non possiamo aspettarci la stessa automatica corrispondenza, ma nondimeno la Parola può avere ed ha anche un suo ritmo mensile, come un respiro diverso che si distende su un arco maggiore di tempo; ossia c’è un modo di vivere la Parola nell’arco dei trenta giorni. Ed è tutto nostro interesse cercarlo e trovarlo, perché in esso c’è qualcosa di specifico e importante per la nostra formazione permanente e la nostra docibilitas biblica, qualcosa che va a rinforzare ancor più una vita spirituale già alimentata dal cibo quotidiano e settimanale della Parola, già allenata a porsi in un certo modo dinanzi a essa.

Una seconda premessa parte a sua volta proprio da qui, da questa presunzione, che spesso, però, è solo tale, e indica una realtà per nulla scontata nella vita del credente: la necessità, cioè, d’un rapporto d’amore con la Parola. Vi abbiamo fatto cenno alla fine del capitolo precedente, parlando del dono libero e gratuito del proprio tempo al Signore del tempo. Proprio perché il ritmo mensile non è così naturale e non v’è una corrispondenza immediata e spontanea tra esso e la Parola come nei primi due ritmi già visti, è ancor più importante che il discepolo della Parola viva questo tipo di rapporto con la Parola stessa.

Partiamo, allora, da questa seconda premessa.

4.1 Dalla lectio alla dilectio

In realtà questo è il punto fondamentale, quel che dovrebbe essere il frutto d’una familiarità assidua con la Parola, d’una consuetudine quotidiana con essa: l’amore per la Parola. A nulla varrebbe la lectio se non divenisse dilectio; inutile sarebbe la meditazione quotidiana della Parola, o rischierebbe di ricadere anch’ essa nelle secche sterili dell’“orazione d’ufficio”, se non diventasse passione per essa.

Qui non parliamo solo di libertà nella scelta di riservare del tempo per l’incontro con Dio, come già detto, ma di amore, e d’un amore tipico e specifico, per quell’oggetto mirato e preciso che è la Parola, al punto di poter dire: “Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca… Lampada per i miei passi è la tua parola” (Sal 119,103.105).

È un sentimento nuovo, da non confondere semplicemente con interesse per la Parola, intuito spirituale, gusto per lo studio, capacità d’esposizione, e nemmeno da ridurre a rispetto e venerazione per essa, a fedeltà del contatto quotidiano; tutto questo, semmai, è condizione che favorisce la nascita d’un atteggiamento inedito e originale; tutto questo ha senso solo se da questa fedeltà e assiduità nasce una passione, un amore intenso e vibrante per la Parola stessa. Perché è inedito e originale per l’uomo amare la parola, esserne innamorati, ma questo accade per chi dietro e dentro a essa impara a cogliere Colui che non cessa di pronunciarla, Colui che si rivela attraverso essa.

La Parola, per un credente, è il segno immediato dell’amore di Dio, e del Dio rivelato da Gesù Cristo, un Dio che ha così tanto amato l’uomo da rivolgergli la sua parola, sia inviando il Verbo, sia instaurando con l’uomo un dialogo ricco di segni e simboli, suoni e voci, visioni e storie, parabole e parole, ora dolcissime ora amarissime, tutto contenuto nel giardino delle Scritture sante, così simile al giardino del sepolcro, ove solo occhi amanti, infatti, sanno riconoscere il volto dell’Amato (cfr. Gv 20,15-16).

E questo a motivo della particolare identità del Dio dei cristiani: se questo Dio è relazione, allora “la Parola di Dio è Dio stesso nel segno della Sua parola! Essa partecipa della Sua potenza” (38): Dio vive, quasi respira o palpita il suo cuore in essa, e la parola ne è la manifestazione spontanea e subito accessibile, è la relazione in atto, è l’evidenza dell’amore che cerca comunione. Per questo dice san Gregorio: “Impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio” (39). Se Dio mi parla vuol dire che mi ama; il suo amore è subito svelato dalla sua parola, qualsiasi essa sia, prim’ancora che dal suo contenuto; ed è amore personale perché è parola rivolta a me, qui e ora, per intessere dialogo con me. Amare la Parola, dunque, è scoprire in essa il Dio amante per lasciarsi da lui amare (40).

E non solo; amare la Parola è accettare concretamente d’entrare in contatto con Colui che mi parla, è iniziare a rispondergli con la risposta la più logica e naturale, quella dell’ amore e della gratitudine, da un lato accogliendo e lasciando risuonare nelle profondità del mio piccolo mondo interiore la Parola dell’Eterno, e, dall’altro, lasciando mi avvolgere da questa corrente d’amore che mi abilita a mia volta a parlare, o mi educa a vivere la relazione, a essere pur io relazione, perché così il Creatore mi ha voluto, a dire e ridire a Dio le parole che lui ha detto a me, parole d’amore. Mistero grande!

Qui nasce il credente, come un bambino che impara a parlare in forza dell’amore della mamma e ripetendo le parole della mamma. Ma qui cresce anche l’adulto, quel “bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131,2), che il Padre Dio ha reso suo partner e interlocutore.

Solo questo adulto-bambino, che non va “in cerca di cose grandi”, ma è “tranquillo e sereno”, può vivere la vita al ritmo della Parola amata, e ancor prima scoprire tale ritmo, da quello quotidiano a quello mensile.

4.2 Liturgia delle Ore

La Liturgia delle Ore è uno di questi ritmi; anzi, è il cuore pulsante della giornata del credente, anzitutto, in qualche modo ne struttura il tempo, rendendolo esperienza abitata. Infatti essa riesce a svelare il mistero del tempo nella vita cristiana (41), e svela che al centro di esso c’è il mistero pasquale: “La preghiera cristiana nasce, si nutre e si sviluppa intorno all’evento per eccellenza della fede, il mistero pasquale di Cristo. Così, al mattino e alla sera, al sorgere e al tramonto del sole, si ricorda la Pasqua, il passaggio del Signore dalla morte alla vita. Il simbolo di Cristo “luce del mondo” appare nella lampada durante la preghiera del Vespro, chiamato per questo anche lucernario. Le ore del giorno richiamano a loro volta il racconto della passione del Signore, e l’ora terza anche la discesa dello Spirito Santo a Pentecoste. La preghiera della notte infine ha carattere escatologico, evocando la veglia raccomandata da Gesù nell’attesa del suo ritorno (cfr. Mc 13,35-37) (…) Questo orizzonte nel suo insieme costituisce l’habitat naturale della recita quotidiana dei Salmi” (42).

Ma di per sé la Liturgia delle Ore segna il ritmo mensile: essa, infatti, è costruita su uno schema di quattro settimane, che si ripete mensilmente, per consentire all’orante di pregare una buona parte dei Salmi, d’entrare nel loro spirito, d’appropriarsi della loro ricchezza, ritmando su di essi l’arco dei trenta giorni. I Salmi sono la preghiera di Cristo, la sua lode al Padre, ma anche la memoria della sua passione; sono la preghiera della Chiesa, che cammina verso il Regno in ogni tempo e luogo, spesso a fatica, lottando contro forze avverse; sono la supplica dell’umanità intera, speranze e drammi di tutti gli uomini e donne di ieri, oggi e sempre. Chi prega i Salmi trova in essi tutto ciò che vorrebbe dire a Dio. Dalla confessio laudis alla confessio vitae, con la sua complessità e ambivalenza (43).

Per questo ha senso ed è importante percorrere ogni giorno e ripercorrere lungo un mese questa ricca preghiera, nelle sue molteplici sfumature, poiché in essa c’è tutta la vita, ed è ciò che davvero le dà un ritmo cristiano; perché questo nostro tempo così contorto e faticoso sia tempo di Dio, che conduce verso lui, perché ogni credente viva ogni istante come “un continuo rituffarsi, sull’onda dello Spirito e in comunione con l’intero popolo di Dio, nell’oceano di vita e di pace in cui è stato immerso col Battesimo” (44), ossia nel mistero della “Trinità dolcissima e beata, che sempre sgorga e sempre rifluisce nel quieto mare del suo stesso amore” (45). Mistero grande!

4.3 Ritiro spirituale

L’idea e la prassi del ritiro spirituale mensile ci viene da una classica tradizione ascetica, sempre molto attenta alla crescita dell’uomo interiore.

Non è dunque idea nuova né originale, e forse qualcuno potrebbe trovare eccessivo che l’indichiamo qui come elemento specifico del ritmo mensile. In effetti la sensazione è che spesso il ritiro mensile sia qualcosa che si trascina stancamente, un po’ imposto da una qualche regola o da una certa prassi, oggi per altro sempre più sbiadita e debole; un po’ contenitore universale e generico di iniziative e appuntamenti i più disparati (dalla riunione del clero all’incontro di commissioni varie, ecc.), con lo “spirituale” a fare da sfondo o sottofondo (così tanto in fondo da non vederlo quasi più).

Non intendo qui commentare il senso religioso del ritiro per dimostrare la sua importanza, né pretendere di mostrare come dovrebbe esser interpretato e realizzato, ma solo sottolineare un aspetto che è essenziale e che spesso resta invece tra parentesi: il riferimento alla Parola. Più in concreto. Il ritiro mensile, per una comunità di credenti, è parte d’un programma di animazione spirituale annuale, e segue di conseguenza un filo logico, non è cosa occasionale o legata – almeno normalmente – a eventi e temi contingenti. C’è insomma una questione di contenuti (il tema generale) e di metodo (la concatenazione degli argomenti da trattare), che devono esser il più possibile coerenti tra loro: ebbene, sia l’uno che gli altri vanno cercati nella Parola, vanno definiti a partire da essa; non può esserci piano e progetto di crescita spirituale in una comunità di credenti (presbiterale, religiosa o parrocchiale) che possa cercare altrove i propri punti di riferimento, sia a livello di obiettivo finale che di tappe intermedie, e se crede di trovar li altrove s’inganna. Forse la tradizione ascetica di cui dicevamo non teneva sufficiente conto di questa legge della crescita dell’uomo interiore, determinando un po’ la crisi di questa espressione della vita spirituale (46).

Non che quanto stiamo dicendo risolva come per incanto qualsiasi problema o renda improvvisamente affascinante l’appuntamento spirituale mensile, ma favorisce senz’altro il nascere d’una mentalità nuova al riguardo o promuove quella docibilitas biblica di cui abbiamo detto, rendendo non solo sempre più familiare a tutti il testo sacro, ma sempre più normale il riferimento quotidiano per la propria formazione continua a esso, cibo che nutre e luce che illumina, e provocando con forza poi il predicatore della Parola a riconoscersi come servo della Parola, godendo d’esser tale (47), e ad apprendere uno stile pastorale e omiletico biblico, che ridia decenza ed eleganza, serietà e credibilità al ministero dell’annuncio (48).

Allora, e questo sì avverrà naturalmente anche se lentamente, il ritiro assumerà sempre più la sua fisionomia spirituale ideale: di tempo dedito all’“esercizio di raccoglimento”, come lo chiama Guardini (49), di raccoglimento della vita attorno a ciò che è centrale, attorno a quel che Dio fa e dice in essa, di gusto del silenzio che fa gustare anche la Parola di Dio e mette ordine nell’esistenza, di allontanamento dalla falsità e superficialità che attenta anche alla vita del credente, di cura dei desideri autentici, della passione vera, quella radicata nell’essenziale, che è Gesù, e che diventa innamoramento dell’ essenziale, che è ancora e solo lui, la Parola del Padre! (50)

Allora il ritiro è momento di crescita nella vita dello Spirito, e lo spirituale davvero non rischia di restare sullo sfondo. È necessario che la vita sia ritmata da questo appuntamento mensile con la Parola della vita.

4.4 Celebrazione della misericordia

Infine, ulteriore elemento che imprime una cadenza ordinata all’intervallo dei trenta giorni è la celebrazione penitenziale della misericordia. Anche questo è parte d’una tradizione spirituale che ha a cuore il cammino di conversione del credente, ma anche questo è oggi in crisi, una crisi sottile e pure evidente, dalle conseguenze serie, prima fra tutte, la crisi di quella immagine di Dio che può esser solo frutto d’una esperienza precisa, quella della sua misericordia, quale si dà particolarmente nella celebrazione del sacramento della misericordia.

Perché la Parola può esser importante in questo discorso? Perché in qualche modo è all’origine di questa esperienza, ovvero all’origine della coscienza del proprio peccato. Vi sono, infatti, due regole apparentemente semplici, per chi vuol imparare a leggere la Parola di Dio. Vediamole.

Lasciarsi leggere-trafiggere dalla Parola (la verità dell’io)

Secondo la prima regola non siamo noi a leggere la Parola di Dio, ma è la Parola di Dio che ci legge, non siamo noi a interpretarla, ma è essa che ci scruta svelando il caos che a volte abita il nostro cuore. La Parola di Dio non ci parla solo di Dio, ma anche di noi, di ciascuno di noi (51). Anzi, proprio perché racconta l’amore di Dio finisce per indicare anche le strategie umane messe in atto per difendersi da quest’amore, e dunque svela la verità del singolo, perfino quella più penosa e nascosta, andando ben oltre la sua sincerità. La Bibbia parla della nostra vita e del nostro cuore, delle sue mura e dei suoi sotterranei; ne descrive in particolare certi dinamismi obliqui e perversi. Proprio in tal senso è spada a doppio taglio, che penetra nel punto più recondito della psiche (cfr. Eb 4,12), ovvero nell’inconscio. E fa anche male (“e si sentirono trafiggere il cuore”, At 2,37). Se non fa male, vuol dire che ne abbiamo fatto una lettura superficiale e difensiva; se non sentiamo a partire da essa l’esigenza di riconciliare con Dio, anche attraverso il sacramento, la parte debole e malata del nostro cuore, vuol dire che siamo riusciti a disarmare la Parola. Altro che coscienza adulta. Chi non ha sensi di colpa dinanzi alla Parola non può star tranquillo e beato, che se li faccia venire!

Esemplare, a tal riguardo, il brano di 2Sam 12, ove il profeta, attraverso una storia abilmente costruita (il ricco che toglie al povero la sua unica pecorella), mette Davide dinanzi alle sue responsabilità, sino a quel momento ignorate: “Tu sei quell’uomo” (2Sam 12,7). Il brano biblico, e sostanzialmente ogni brano biblico, è in grado di evocare la verità dell’io e puntare il dito sulla persona; quasi per contrasto fa emergere i nostri demoni, quel che siamo senza saperlo (cfr. Sal 138,1). Proprio questa è docibilitas biblica: la libertà di lasciarsi leggere e trafiggere dalla Parola.

Lasciarsi giudicare-riconciliare dalla Parola (la coscienza di peccato)

L’altra regola dice all’incirca così: solo la Parola può far maturare nel credente la coscienza di peccato, poiché, da un lato, solo l’Amore fa scoprire il mio non amore (e l’abbiamo già visto), dall’altro solo la Parola di Dio mi svela un Amore che mi accoglie in ogni caso, un Dio che fa festa se io mi pento, un Pastore buono che mi viene a cercare se mi sono disperso: e proprio questo, in realtà, mi fa sentire la gravità del peccato, poiché offendere chi mi ama è intrinsecamente grave, non posso non soffrirne. La coscienza di peccato (realtà teologica) mette insieme le due cose: l’amore e il dolore (o il figlio e il peccatore), e fa coincidere la scoperta dell’amore divino con la consapevolezza della propria umana infermità. Ma solo la familiarità assidua con la Parola che mi legge dentro, e dunque la docibilitas, mi consente di vivere questa coscienza penitenziale, andando ben oltre i sensi di colpa (realtà solo psicologica).

Chi approda a questa coscienza non può non avvertire il bisogno di celebrare con una certa frequenza nel sacramento la riconciliazione con Dio, confessando la lode e la vita. Perché è come l’esperienza d’una ri-creazione, come un rimettere nelle mani del Creatore la propria vita, supplicandolo che ripeta le parole delle origini: “Facciamo quest’uomo a nostra immagine e somiglianza”.

La formazione permanente è questa creazione permanente, grazie alla potenza della Parola. Mistero grande!

5. CHRISTUS TOTUS: RITMO ANNUALE

C’è una ricchezza e densità di senso nella fede cristiana che non può esser detta e contenuta entro il ritmo quotidiano, settimanale e mensile, ma che ha bisogno di distendersi lungo una sequenza più lunga di tempo e di tempi. È quella stessa ricchezza e densità significativa che è connessa al mistero del Figlio, al suo volto umano e divino, fascinoso e drammatico, alla sua storia di kenosi e innalzamento, di passione e resurrezione… Questo mistero sono i misteri della vita di Gesù, attraverso i quali s’è compiuta la storia di salvezza del genere umano, e che la tradizione della chiesa ha sapientemente distribuito lungo l’anno, in una successione che consente di cogliere e vivere quel mysterium salutis adombrato in ognuno d’essi e rivelato dall’insieme.

L’anno diventa così “anno liturgico” e i suoi tempi vengono segnati e ritmati da quegli stessi misteri, anzi ne assumono il nome: sequenza temporale non più scandita dallo scorrere anonimo e monotono di giorni, l’uno che inciampa o si ripete nell’altro, ma riempita di sacro e di quella Parola, in particolare, che la rende spazio ove il mistero s’annuncia e si celebra, svelandosi in tutta la sua sfolgorante bellezza: il Christus totus (52).

Teo-logia

Strumento di questa formazione permanente è ancora una volta la Parola. Poiché è attraverso essa che il mistero si svela o si propone in tutta la sua densità. È sempre la Parola che prende per mano il credente, e lo conduce verso la comprensione del mistero celebrato, da quello dell’incarnazione a quello della morte e resurrezione. È la fase che potremmo chiamare “teologica”, quella in cui la mente cerca, e la Parola –logos è oggetto di riflessione. La prima fase.

Se il contatto è fedele e regolare, sincero e docile, il credente inizia a percepire nel mistero studiato la fonte della propria identità, o quanto meno avverte che quella Parola lo riguarda da vicino. Ma corre anche un rischio, quello di intellettualizzare la cosa e di porre come centro dinamico del riflettere il suo proprio io, girandogli vanamente attorno e generando così una situazione statica, come se la Parola non fosse persona viva o fosse solo una cosa da capire. Molti credenti si fermano qui, specie certi “dottori della legge”.

5.1 Mistagogia dell’anno liturgico: dalla teo-logia alla teo-patia

In tal senso l’anno liturgico è autentica scuola o preciso cammino formativo, l’unico, quello da percorrere ogni giorno di vita. Poiché in quel mistero il credente ritrova anche se stesso e il compimento della propria identità; rispecchiandosi nel Figlio e nel suo volto coglie la propria dignità e il proprio volto (53); contemplando e celebrando i suoi misteri intravede da dove egli stesso viene e a cosa è chiamato; lasciandosi educare e formare dal ritmo dell’anno liturgico coi suoi tempi raggiunge la sua piena maturità, quella che conviene a chi ha scoperto la propria identità “nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3). È il senso mistagogico della liturgia celebrata lungo l’anno. Senso che normalmente procede attraverso queste tre tappe.

Teo-fania

Il mistero celebrato nel tempo liturgico è ora contemplato. Non più solo la riflessione, ma la visione e l’ascolto; non più solo l’applicazione intellettuale, ma la partecipazione dell’uomo intero, con tutti i suoi sensi; non più una verità da scrutare, ma un volto da contemplare, dunque un tu, che pro­nuncia quella parola. Soprattutto non più solo ricerca soggettiva, per quanto accurata, ma ascolto d’un altro, baricentro che si sposta sempre più verso l’esterno, verso qualcosa che mi è donato gratuitamente, che ha una sua propria fisionomia, che non dipende da me, ma al tempo stesso, e qui è il punto decisivo e straordinario, mi indica il mio volto, la mia fisionomia, il mio modo d’essere. È la mia verità!

Ma è ancora e sempre la Parola che conduce lungo questo percorso in cui il credente ripercorre i misteri della vita del Figlio, celebrati e resi “visibili” nell’ anno liturgico, come una storia che in qualche modo anticipa la sua personale storia e ne lascia intravedere le tappe in quei misteri. È Parola viva e dinamica, che apre orizzonti impensati. Ma chiede tempi di silenzio e ascolto, di contemplazione orante e adorante, per non correre il rischio di voler vedere e capire tutto. Un po’ come Mosè dinanzi al roveto ardente.

Teo-patia

È il punto d’arrivo: non solo riflettere o vedere/ ascoltare e basta, ma giungere a vivere il mistero celebrato, rivivendo sulla propria pelle il senso dell’ attesa d’Israele, come poi della kenosi del Figlio, o del drammatico cammino verso Gerusalemme o della solitudine del Getsemani o dei giorni della Pasqua ecc. Quei misteri sono le stagioni esistenziali del credente che si succedono davvero durante l’anno, concorrendo tutte verso la nascita in lui dell’uomo nuovo, perché il Padre ritrovi in lui il Figlio suo amato, in un intreccio di sentimenti che riproducano sempre più in lui gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, nell’incontro con l’inevitabile dramma della vita.

Qui, infatti, la Parola va vissuta con passione, nel senso più pieno dell’ espressione, in un contatto e confronto vitale che fa emergere demoni e fantasmi del cuore umano e giunge alla lotta con Dio, che espone alla prova e alla tentazione, ma fa pure assaporare la gioia di dare a Dio lo spazio intero della vita perché in essa continui la vita del Figlio, quasi un’incarnazione da cui fluisce ancora salvezza (54). Mistero grande!

È la piena docibilitas dinanzi alla Parola.

5.2 Una Parola all’anno

Il ritmo annuale è quello dunque dato dall’anno liturgico e da quella Parola che lo accompagna, fase per fase. Ma il singolo può fare anche qualcosa di più per compiere un cammino sempre più personale nell’incedere dei giorni e degli anni.

Sappiamo quanto sia importante, ai fini della formazione permanente, non subire la vita che scorre, ma esser intraprendenti e vigilanti in ogni età della vita, per portare avanti un programma ben pensato di crescita personale, particolarmente dando attenzione alle aree più deboli, e cercando le ragioni profonde della propria conversione. Insomma, è importante che ognuno si costruisca ogni anno il proprio progetto formativo, così com’è importante che esso parta dalla Parola e trovi in essa la forza della metanoia, i suoi passi e il suo punto d’arrivo.

Potrebbe, in concreto, scegliere un versetto o un brano della Scrittura o una parabola evangelica per articolare attorno a esso il proprio cammino annuale. Da metter magari per iscritto e tenere di frequente sotto gli occhi. E rivederlo, in sede di verifica, in occasione dei ritiri mensili e degli esercizi annuali.

C’è di nuovo chi sorride con sufficienza dinanzi a queste semplici proposte, c’è chi invece le prende con serietà e ne fa uso intelligente.

Forse è da ricercare anche qui la differenza tra chi vive nella formazione permanente e dà, per questo, valore a tutto e resta “giovane”, e chi invece non sa più riconoscere il ruolo delle normali mediazioni formative, invecchia precocemente e muore lentamente nella frustrazione permanente; o tra chi si lascia formare dalla Parola e chi ha paura di lasciarsi leggere dalla Parola; o tra la docibilitas di chi impara da ogni Parola che esce della bocca del Padre e cresce sempre, e la indocibilitas di chi pretende di essere lui a scegliere il cammino e non si muove mai!

Esercizi spirituali

Come il ritiro scandisce il ritmo mensile, così gli esercizi scandiscono quello annuale. In effetti potremmo qui sostanzialmente ripetere quanto detto a proposito del “vecchio” ritiro mensile, che aveva finito per assumere un tono piuttosto qualunquistico di generica conferenza spirituale su temi ascetici, e dell’esigenza di caratterizzarlo oggi come momento di risonanza della Parola nella vita del credente. Ma potremmo anche aggiungere un paio di suggerimenti.

Dall’esame-di-coscienza all’esame-alla-coscienza

Nel momento degli esercizi annuali è normale fare una verifica, guardando indietro all’anno trascorso, magari facendo un bell’esame di coscienza alla luce della Parola-del-giorno, come già sottolineato. Ma ci si potrebbe spingere un po’ oltre, per fare un bell’esame alla coscienza (o della coscienza), sempre dinanzi alla Parola, s’intende. Quale la differenza, per quanto sottile? Nell’esame (classico) di coscienza è essa stessa il soggetto, è la mia coscienza che, pur prendendo lo spunto dalla Parola, indaga sul mio operato, dai sottili moti del cuore agli evidenti gesti esteriori; nell’ esame della coscienza è invece la Parola del Signore nel suo insieme, come criterio di giudizio, che indaga sulla coscienza, la scruta e mette in discussione, le chiede se sta operando secondo la Parola stessa o se sta usando, forse senz’avvedersene, altri criteri di giudizio. Una specie di radicale revisione del motore, o di formazione permanente della coscienza, gestita dalla Parola (55).

È importante ogni tanto fare questo secondo tipo d’esame, per impedire che poco per volta s’infiltrino modalità strane di discernimento, con concessioni e compromessi vari, troppo condizionati dal proprio io e dai suoi gusti. E domandarsi, ad esempio: “Come mai oggi il mio cuore o la mia sensibilità morale mi fa sentire lecita quella cosa o quell’atteggiamento? Sono proprio sicuro che è un giudizio secondo Dio e la sua Parola?” (56). È grazie a questo tipo d’esame che la sensibilità morale può esser monitorata e corretta, per formarsi nella direzione giusta.

Diario spirituale (o la mia storia-di-salvezza)

Nel cap. 1 abbiamo detto della lectio scripta, e dei vantaggi dello scrivere a livello psicologico e spirituale. Allo stesso modo ribadiamo ora che potrebbe essere cosa buona annotare la propria esperienza interiore alla luce della Parola, precisare anche con lo scritto il proprio cammino, affidare al pezzo di carta le proprie attese e ansie, non solo per formulare meglio tutto ciò, ma per prenderne più coscienza, e non solo dinanzi a sé. Anche il rapporto con Dio, infatti, può avvantaggiarsi enormemente dallo scritto, perché in fondo il credente scrivendo di sé parla di Lui, o risponde con sue parole alle Parole di Dio, o scrivendo la propria storia vi legge più chiaramente il mistero della Parola che in essa s’è compiuta rendendola storia sacra, storia-di-salvezza. E così anche questa operazione nasce dalla Parola e a essa torna (57).

Non è detto che il diario debba esser fatto ogni giorno: ognuno deve avere la propria cadenza al riguardo, ma nemmeno negare a priori la cosa. Una volta all’anno potrebbe essere la misura minima, e magari pian piano estendersi ad altri momenti.

Ciò che conta è che anche questo piccolo strumento divenga parte del ritmo della vita, sempre più scandito dalla Parola dell’Eterno, di colui che “segna i ritmi del mondo: i giorni, i secoli, il tempo” (58).

CONCLUSIONE

Nessuna pretesa di novità in queste pagine; abbiamo solo indicato una modalità di vita o un metodo attraverso il quale portare e riportare ogni giorno la Parola di Dio al centro della vita dell’uomo e del credente. Potremmo definirlo “lo stile del pellegrino della Parola” , ovvero di colui che cammina per le strade della vita, cammina sempre, di giorno e di notte, senza fermarsi mai, ma assumendo varie andature, ora a passo lento, ora più spedito, a seconda del percorso e delle sue personali condizioni, ma pure del tempo che sta vivendo. Sono i ritmi della vita: quotidiano, settimanale, mensile e annuale.

Ricapitoliamo, allora, con una tavola riassuntiva quanto fin qui visto.

Tav.2: La vita al ritmo della Parola

Ritmi

Attività spirituale centrale

Articolazioni del ritmo

Finalità specifica

Modalità ascetica

Quotidiano

Lectio divina quotidiana Lectio matutina-divina- -scripta-continua-
vespertina (nocturna)
La Parola,
inizio e termine,
cuore e centro d’ogni giorno
Regolarità della lectio quotidiana

Settimanale

Parola della domenica

Parola da contemplare,
annunciare e condividere
Amare e vivere la Parola che si annuncia Equilibrio tra festa e lavoro, azione e contemplazione

Mensile

Liturgia delle Ore
Ritiro
Confessione
Dalla lectio alla dilectio Lasciarsi leggere, giudicare e riconciliare dalla Parola Fedeltà orante,
adorante,
penitente

Annuale

Anno liturgico
Esercizi spirituali
Diario spirituale
Teo-logia
Teo-fania
Teo-patia
Celebrare la Parola per rivivere in sé i misteri di Cristo La liturgia come formazione permanente

Quelli presentati accanto sono anche i modi diversi di riferirsi a una Parola che assume significati diversi nelle varie fasi della vita: luce di verità nel cammino, pane fresco che dà vigore ai passi, spada che penetra nelle profondità dell’io, compagna fedele di viaggio, ma pure mistero e attesa, sorpresa e ricerca, amarezza e dolcezza.

Al termine del viaggio questa Parola si svelerà, o svelerà il volto e il cuore da cui senza sosta proviene. Sarà il tempo in cui non ci sarà più bisogno di parole, e vi sarà un solo ritmo: quello dei battiti del cuore dell’Eterno!

AMEDEO CENCINI

LA VITA AL RITMO DELLA PAROLA.

Como lasciarsi plasmare dalla Scrittura”

San Paolo 2008

NOTE

[1] Vedi, in particolare, Il respiro della vita. La grazia della formazione permanente, Cinisello Balsamo 20022, e idem, L’albero della vita. Verso un modello di formazione iniziale e permanente, Cinisello Balsamo, 2005.

[2] Non sono tre parole, ma un’unica parola, come stanno a dire i due trattini.

[3] Ho approfondito l’argomento in A. Cencini, Il respiro, 56-74.

[4] E forse potremmo aggiungere il ritmo stagionale, legato alle stagioni della vita, e se esiste un ritmo ordinario c’è pure il ritmo straordinario, connesso con certe situazioni critiche della vita (crisi, trasferimenti, cambi di ruolo, infermità d’una certa serietà…). In questa analisi ci fermeremo ai quattro ritmi classici appena menzionati.

[5] Dall’Inno di Nona della Liturgia delle Ore.

[6] Circa la docibilitas vedi A. Cencini, Il respiro, 34-39.

[7] Sostanzialmente riprendo quanto esposto nel già citato volume La verità della vita, 312-328, ma con 1’aggiunta di una caratteristica significativa.

[8] Cfr. Benedetto XVI, Esortazione Apostolica postsinodale “Sacramentum caritatis”, Roma, 2007, 45; Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica postsinodale “Vita consecrata”, Roma 1996, 6; 94; 101. Vedi anche in questa collana il volumetto di L Gargano, La lectio divina nella vita dei credenti, Cinisello Balsamo 2008.

[9] Ancor più in generale sembra lecito chiedersi: «Si pratica ancora la preghiera mentale? È sentita come un elemento portante d’una seria vita spirituale? …Ci sembra piuttosto che, di fatto, ci si contenti della preghiera vocale, magari liturgica…» (G. Mucci, È passata di moda la preghiera mentale?, in «La Civiltà Cattolica», 3761 [2007] 430).

[10] Nuove vocazioni per una nuova Europa. Documento finale del Congresso sulle Vocazioni al Sacerdozio e alla Vita Consacrata in Europa, Roma, 5-10 maggio 1997, 26 a).

[11] J. Guitton, 1/ lavoro intellettuale. Consigli a coloro che studiano e lavorano, Cinisello Balsamo 1996,89.

[12] Cfr. L. Guccini, Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto,Capiago 2006,13-14.

[13] Al IV convegno della chiesa italiana, celebrato a Verona, il monaco Mosconi ha stimolato soprattutto sacerdoti e consacrati a chiedersi, a quarant’anni dal Concilio: «Questo tempo – che per la Bibbia è il segno d’una intera generazione – quanto è stato inquietato e trasformato dalla Parola? Cosa ne abbiamo fatto della Parola?» (F. Mosconi, Meditazione, in «Avvenire», 18.X.2006, 10).

[14] Sul senso del passaggio dall’ esperienza alla sapienza cfr. A. Cencini, La verità, 401-409.

[15] J. Guitton, Il lavoro, 98.

[16] Antonin-Dalmace Sertillanges, La vita intellettuale, Roma 1998, 182.

[17] J. Guitton, Il lavaro, 98.

[18] «Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: “In principio era il … Logos significa insieme ragione e parola, una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi» (Benedetto XVI, Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni, in «L’Osservatore Romano», 14.IX.2006, 6), se dunque Logos significa capacità comunicativa, chi ne fa esperienza deve saper “comunicare” con parole il contatto con tale Parola.

[19] J. Bossuet, Méditations sur l’Evangile, citato da G. Ravasi, Meditare e masticare, in «Avvenire», 17.V.1997, 1.

[20] Origene, Commento alla Lettera ai Romani, a cura di F. Cocchini, Volume Il, Genova 1986, 95 (In epistulam ad Romanos IX, 1 commento a Rm 12, 1-2).

[21] F. Mosconi, Meditazione,10.

[22] Racconta la tradizione orale del mio Istituto (i Canossiani) che i nostri primi Padri, semplici fratelli che consumavano i giorni nell’umile lavoro dell’oratorio giovanile quotidiano, arrivavano stanchi morti alla fine delle loro giornate, ma non potevano rinunciare all’ appuntamento serale-notturno con il Signore. Per non rischiare d’addormentarsi ricorrevano allora a questo singolare stratagemma: si bagnavano la nuca con un panno d’acqua fredda. Credo che la preghiera che usciva da quei cuori non fosse particolarmente elevata sul piano mistico, ma certo era preghiera che saliva gradita a Dio, tipica orazione di fine giornata dell’ apostolo che ha speso tutte le energie per annunciare il Signore e che ora avverte l’esigenza insopprimibile di concludere il giorno laddove era cominciato, di raccontare al suo Signore la trama del giorno trascorso, di rimettere tutto nel suo cuore, per trovare pace nel suo abbraccio.

[23] Vedi, sul ritmo settimanale, A. Cencini, Il respiro, 119-127.

[24] Cfr. C. Napoli, Caro don Franco, perdona mi, ma certe omelie…, in «Settimana» 26 (2007) 2.

[25] A. Cencini, La verità della vita. Formazione continua della mente credente, Cinisello Balsamo 2007, 24.

[26] B. Baroffio, Lectio divina e vita religiosa, Torino-Leurnann 1981, 31.

[27] San Paolino di Nola, Epistolario 123,36 a Sulpicio Severo, CSEL 29,193; citato in Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica “Novo Millennio ineunte”, Roma 2001, 45.

[28] Secondo Gregorio, dice B. Calati, «la comunità ecclesiale è la norma dell’intelligenza della Parola e della sua vitalità» (B. Calati, Gregorio Magno, in AA.VV., La lectio divina nella vita religiosa, Bose 1994,168).

[29] Cfr. A. Cencini, “.. .come olio profumato.. . Strumenti d’integrazione comunitaria del bene e del male, Milano 1999, 86-87.

[30] Normalmente con tale termine s’intendono questi tre “sintomi” nell’ambito clericale: esaurimento emotivo, spersonalizzazione, inefficienza personale,

[31] Secondo un’interessante ricerca sulla presenza del fenomeno del burn-out tra i preti della diocesi di Padova sono risultate queste sei categorie: 124 d’essi appartengono a quelli cui “tutto va bene”; altrettanti 124 sono “bruciati” (alti livelli di esaurimento, spersonalizzazione e bassa efficienza personale); 24 sono gli “insoddisfatti” del loro ministero; 19 gli “stanchi” (si sentono sottoposti a una forte pressione emotiva e/ o fisica che non reggono); 14 gli “efficienti sofferenti” (coscienti di svolgere bene il loro compito, ma anche d’un certo disagio della propria condizione); 12 “quelli del ruolo” (che li fa sentire più come “dispensatori di servizi religiosi” che “pastori”). Da notare che dei preti tra i 25 e i 29 anni d’età ben due terzi fan parte del gruppo più a rischio (cfr. M. Pizzighini, Anche i preti pos sono “bruciarsi”, in «Settimana», 23 [2007] 5).

[32] Nm 12,8,

[33] O le cosiddette «pratiche di pietà», espressione già povera di fantasia e libertà.

[34] «La parola di Dio è silenzio e Cristo è il silenzio di Dio» (S. Weil, citata in M.L. Spaziani, Donne in poesia, Venezia 1992, 264).

[35] Cfr. G. Angelini, Difetto di preghiera e difetti del/’ idea di preghiera, in «La Rivista del Clero Italiano», 84 (2003) 416.

[36] G. Bemanos, Diario di un curato di campagna, Milano 1997, 88.

[37] Sant Ambrogio, Discorsi e lettere Il/I: Lettere (1-35), a cura di G. Banterle, Milano-Roma 1988, 317 (Epistola 33 [49], 3).

[38] B. Forte, La Parola per vivere. La Sacra Scrittura e la bellezza di Dio, Lettera pastorale per l’anno 2006-2007, Chieti-Vasto 2006, 2.

[39] Gregorio Magno, Lettere (IV-VII), a cura di V. Recchia, Roma 1996,229 (Registrum Epistularum V,46).

[40] Dice infatti S. Kierkegaard: «Si esige, quando tu leggi la Parola di Dio, che tu ricordi a te stesso di continuo: è a me che si parla, è di me che si parla» (citato da B. Forte, Contro i teologi sonnifero, in «Avvenire», 4.XII.1996, 19).

[41] Cfr. al riguardo A. Grillo, Tempo e preghiera. Dialoghi e monologhi sul “segreto” della Liturgia delle Ore, Bologna 2000.

[42] Giovanni Paolo II, Nei Salmi il ritmo cristiano dei giorni, udienza generale di mercoledì 4 aprile 2001, in «Avvenire», 5.IV.200l, 20.

[43] «Apri la Bibbia, meditala con amore, lascia che la Parola di Gesù parli al tuo cuore; leggi i Salmi, dove troverai tutto ciò che vorresti dire a Dio; ascolta gli apostoli e i profeti; innamorati delle storie dei Patriarchi e del popolo eletto e della chiesa nascente, dove incontrerai l’esperienza della vita vissuta nell’ orizzonte dell’ alleanza con Dio. E quando avrai ascoltato la Parola di Dio, cammina ancora a lungo nei sentieri del silenzio, lasciando che sia lo Spirito a unirti a Cristo, Parola eterna del Padre. Lascia che sia Dio Padre a plasmarti con tutte e due le Sue mani, il Verbo e lo Spirito Santo» (B. Forte, Preghiere, Napoli 2002).

[44] Giovanni Paolo II, Nei Salmi, 20.

[45] Tratto da un inno tradizionale.

[46] «Chi non ricorda com’ erano gli esercizi spirituali e i ritiri mensili per i religiosi una volta? Una serie di conferenze spirituali su temi “spirituali”, spesso di tipo ascetico e morale, temi di riflessione che hanno formato dei santi – nessuno lo vuoi negare – ma che raramente avevano come punto di partenza e come sfondo la Parola nel suo compiersi come storia di salvezza. Essi venivano da autori, certo rispettabili, della vita spirituale del tempo, e sembravano costruire delle teorie autonome e autarchiche per i religiosi: più una filosofia o un’ etica che una teologia della vita religiosa» (G. Ferrari, I religiosi e la parola di Dio, in «Testimoni», 12 [2007] 5).

[47] Bellissima la preghiera di san Gregorio Nazianzeno: «Servo della Parola, io aderisco al ministero della Parola; che io non acconsenta mai di trascurare questo bene. lo l’apprezzo e la gradisco, ne traggo più gioia che da tutte le altre cose messe insieme» (Grégoire de Nazianze, Discours 6-12, Sources Chrétienne 405, Paris 1995,134 [Oratio 6,5]).

[48] Ricordo poco tempo fa la strana sorpresa d’un sacerdote, un po’ in età, che raccontava d’aver fatto «un corso di esercizi spirituali davvero originale, mai fatto così prima, con un predicatore che, pensa un po’, a ogni predica partiva sempre dalla Parola di Dio…».

[49] R. Guardini, Il testamento di Gesù, Milano 1993,40.

[50] Cfr. A. Cencini, Il respiro, 128-145.

[51] Cfr. quanto dicono al riguardo S. Kierkegaard (nota 40), o Clemente Alessandrino: «La Parola di Dio è lo specchio del cristiano».

[52] Cfr. A. Cencini, Il respiro, 157-163.

[53] Cristo, Dio e uomo qual è, «svela pienamente l’uomo all’uomo» (Gaudium et Spes, 22).

[54] Penso qui non solo alle grandi prove di certi mistici, da Giovanni della Croce a Teresa di Calcutta o a Adrienne von Speyr, ma alla normale fatica di vivere la fede nella dimensione della pasqua. È la prospettiva teologica della «grazia a caro prezzo» di D. Bonhoeffer (cfr. Sequela, Brescia 1971) o della Teodrammatica di H.V. Von Balthasar (cfr. Teodrammatica, Milano 1982-1983).

[55] È bene infatti ricordare che esiste certo libertà di coscienza, ma non esiste libertà (nel senso di assenza di criteri) nella forma­zione della coscienza, almeno per il credente.

[56] È utile e forse indispensabile fare questo esame quando, ad esempio, in una relazione affettiva la persona si trova a mettere in atto gesti e modalità comunicative che forse in altro tempo più “tranquillo” avrebbe giudicato meno convenienti: «Come mai la mia coscienza ora giudica in modo diverso?». Su questo problema cfr. A. Cencini, Verginità e celibato oggi. Per una sessualità pasquale, Bologna 2006,115-120; 147-157.

[57] Ho approfondito il tema in A. Cencini, La verità, 379-384.

[58] Dall’inno di Nona della Liturgia delle Ore.

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Questa voce è stata pubblicata il 28/01/2020 da in ITALIANO, Lectio Divina con tag , .

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