COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Commento al Vangelo della V Settimana del Tempo Ordinario

V settimana del Tempo Ordinario
Commento  di Paolo Curtaz


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Lunedì 10 Febbraio >
(Memoria – Bianco)
Santa Scolastica
1Re 8,1-7.9-13   Sal 131   Mc 6,53-56: Quanti lo toccavano venivano salvati.
Martedì 11 Febbraio >
(Feria – Verde)
Martedì della V settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Re 8,22-23.27-30   Sal 83   Mc 7,1-13: Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini.
Mercoledì 12 Febbraio >
(Feria – Verde)
Mercoledì della V settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Re 10,1-10   Sal 36   Mc 7,14-23: Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo.
Giovedì 13 Febbraio >
(Feria – Verde)
Giovedì della V settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Re 11,4-13   Sal 105   Mc 7,24-30: I cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli.
Venerdì 14 Febbraio >
(FESTA – Bianco)
SANTI CIRILLO E METODIO
At 13,46-49   Sal 116   Lc 10,1-9: La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai.
Sabato 15 Febbraio >
(Feria – Verde)
Sabato della V settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Re 12,26-32; 13,33-34   Sal 105   Mc 8,1-10: Mangiarono a sazietà.
Domenica 16 Febbraio >
(DOMENICA – Verde)
VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)1
Sir 5,16-21   Sal 118   1Cor 2,6-10   Mt 5,17-37: Così fu detto agli antichi; ma io vi dico.

Lunedì  della V settimana del Tempo Ordinario 
Mc 6,53-56: Quanti lo toccavano venivano salvati.

Marco 6,53-56 – Il mantello del Signore. Chi lo sfiora guarisce, dice Marco. La folla fa ressa attorno a Gesù per poterlo vedere, ascoltare, per guarire. Alcuni lo scambiano per un santone guaritore, uno dei molti che calcano le strade degli uomini, di tanto in tanto. Ma a lui va bene anche così: richiama le persone all’essenziale, non spettacolarizza ma fa della guarigione il segno della venuta del Regno in mezzo a noi. Anch’io sono stato sfiorato dal mantello del Signore. Più volte. Anche tu, amico lettore. Durante una messa che ci ha aperto il cuore, di fronte ad una parola del Vangelo che ci ha scossi, durante un tramonto al mare e in montagna in cui abbiamo misurato il limite delle nostre pretese, davanti ad gesto di amore puro che ci ha commosso nell’intimo. Continua a passare, il Signore, e ci sfiora col suo mantello, ci guarisce nel profondo, ci rende uomini e donne nuovi. E anche noi possiamo diventare mantello del Signore che sfiora gli ammalati e gli scoraggiati, con le nostre parole, con la nostra pazienza, col nostro bene. Non ci è dato di incontrare il Signore Gesù se non attraverso dei segni, sempre eloquenti, spesso intensi e anche noi siamo chiamati a diventare sacramento dell’attenzione di Dio, oggi.

Lunedì 10 Febbraio – Santa Scolastica (Memoria – Branco)

Il nome di Scolastica, sorella di Benedetto da Norcia, richiama al femminile gli inizi del monachesimo occidentale, fondato sulla stabilità della vita in comune. Benedetto invita a servire Dio non già “fuggendo dal mondo” verso la solitudine o la penitenza itinerante, ma vivendo in comunità durature e organizzate, e dividendo rigorosamente il proprio tempo fra preghiera, lavoro o studio e riposo. Da giovanissima, Scolastica si è consacrata al Signore col voto di castità. Più tardi, quando già Benedetto vive a Montecassino con i suoi monaci, in un altro monastero della zona lei fa vita comune con un gruppetto di donne consacrate.
La Chiesa ricorda Scolastica come santa, ma di lei sappiamo ben poco. L’unico testo quasi contemporaneo che ne parla è il secondo libro dei Dialoghi di papa Gregorio Magno (590-604). Ma i Dialoghi sono soprattutto composizioni esortative, edificanti, che propongono esempi di santità all’imitazione dei fedeli mirando ad appassionare e a commuovere, senza ricercare il dato esatto e la sicura referenza storica. Inoltre, Gregorio parla di lei solo in riferimento a Benedetto, solo all’ombra del grande fratello, padre del monachesimo occidentale.
Ecco la pagina in cui li troviamo insieme. Tra loro è stato convenuto di incontrarsi solo una volta all’anno. E Gregorio ce li mostra appunto nella Quaresima (forse) del 542, fuori dai rispettivi monasteri, in una casetta sotto Montecassino. Un colloquio che non finirebbe più, su tante cose del cielo e anche della terra. L’Italia del tempo è una preda contesa tra i Bizantini del generale Belisario e i Goti del re Totila, devastata dagli uni e dagli altri. Roma s’è arresa ai Goti per fame dopo due anni di assedio, in Italia centrale gli affamati masticano erbe e radici. A Montecassino passano vincitori e vinti; passa Totila attratto dalla fama di Benedetto, e passano le vittime della violenza, i portatori di tutte le disperazioni, gli assetati di speranza…
Viene l’ora di separarsi. Scolastica vorrebbe prolungare il colloquio, ma Benedetto rifiuta: la Regola non s’infrange, ciascuno torni a casa sua. Allora Scolastica si raccoglie intensamente in preghiera, ed ecco scoppiare un temporale violentissimo che blocca tutti nella casetta. Così il colloquio può continuare per un po’ ancora. Infine, fratello e sorella con i loro accompagnatori e accompagnatrici si separano; e questo sarà il loro ultimo incontro.
Tre giorni dopo, leggiamo nei Dialoghi, Benedetto apprende la morte della sorella vedendo la sua anima salire verso l’alto in forma di colomba. I monaci scendono allora a prendere il suo corpo, dandogli sepoltura nella tomba che Benedetto ha fatto preparare per sé a Montecassino; e dove sarà deposto anche lui, morto in piedi sorretto dai suoi monaci, intorno all’anno 547.
(Domenico Agasso – Famiglia Cristiana)

Martedì della V settimana del Tempo Ordinario 
Mc 7,1-13: Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini.

Marco 7,1-13 – Gesù si schiera chiaramente contro l’osservanza pedissequa della Legge orale. Le famose dieci parole date al popolo attraverso Mosè non erano sufficienti ad aiutare il fedele ad osservare l’alleanza e, così, già diversi secoli prima di Cristo i rabbini avevano chiesto di erigere una siepe a protezione della Torah. Al tempo di Gesù i precetti erano diventati 613, di cui 365 negativi, uno per ogni giorno dell’anno, e i restanti positivi, secondo il numero delle ossa che formavano il corpo umano. E, tanto per farli gradire, i nuovi precetti erano stati attribuiti a Mosè, cosa del tutto fasulla. Gesù non contesta la Legge ma l’interpretazione restrittiva che ne fanno i farisei, giungendo al paradosso, come nel caso citato oggi, in cui si preferisce finanziare le casse del tempio piuttosto che sostenere i proprio genitori anziani! Stiamo attenti anche noi, cattolici praticanti, che a volte filtriamo il moscerino e ingoiamo il cammello. Gesù è venuto a liberarci da una visione di Dio piccina, fatta di regole e di minuzie, per darci una prospettiva ampia, adulta, liberante. Che la libertà acquistataci a caro prezzo, direbbe san Paolo, non venga vanificata da nuove regole inventate dagli uomini, anche se devoti!

Mercoledì della V settimana del Tempo Ordinario
Mc 7,14-23: Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo.

Marco 7,14-23 – Gesù contesta l’interpretazione restrittiva della Legge che fanno i farisei. Contesta il fatto di mettere sullo stesso piano le norme che derivano dall’alleanza da tanti piccoli precetti osservati con scrupolo. L’idea dei farisei era che osservando tutte le prescrizioni (!) si era graditi al cospetto di Dio. Gesù, invece, ci ricorda che a Dio siamo graditi sempre, con o senza osservanza delle Leggi e che, eventualmente, le norme servono a farci vivere meglio, non a meritarci Dio che è gratis. Quelle che regolano la purità rituale, ad esempio, vengono ricondotte al loro significato profondo di regole di igiene alimentare, senza far diventare matte le persone. Ma, si sa, fatichiamo ad imparare e se le Leggi dell’Antico Testamento sono finite in soffitta, noi cattolici siamo stati bravi a ricreare tante piccole norme per sentirci la coscienza a posto. L’amore non è anarchico, si assume delle responsabilità, certo, e la fedeltà si manifesta anche nell’osservanza di alcune regole. Ma tutto e sempre nell’orizzonte di una manifestazione d’amore e non nell’illusione di metterci “in regola” davanti a Dio! Dio ci chiede di essere dei figli adulti e responsabilmente liberi, non dei fantocci!

Giovedì della V settimana del Tempo Ordinario
Mc 7,24-30: I cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli.

Marco 7,24-30 – Il racconto della guarigione della figlia della donna pagana è presente anche in Matteo ma qui, in Marco, ci sono meno particolari. Stupisce, però, l’insistenza che fa Marco sulla totale estraneità di questa donna dalla tradizione biblica: l’evento avviene a Tiro, quindi fuori dai confini di Israele, questa donna è siro-fenicia (due popoli storicamente nemici di Israele!) e parla pure in greco! In Israele la purezza e la santità erano inversamente proporzionali alla distanza dal tempio di Gerusalemme: già i galilei erano visti con sospetto, figuriamoci questa donna! Eppure Gesù la incoraggia e accetta la sua fede superstiziosa e superficiale: se il banchetto del Padre è rivolto anzitutto ai figli di Israele, anche i cagnolini possono sfamarsi delle briciole che cadono dalla mensa. Lasciamo a Dio giudicare il cuore delle persone, di coloro che, ancora oggi, consideriamo “lontani” solo perché non hanno fatto la nostra esperienza di fede. Non esistono “stranieri” agli occhi di Dio ma ogni uomo che cerca in sé risposta e consolazione può incrociare misteriosamente lo sguardo del Signore. Lasciamo a Dio il giudizio e siamo disponibili verso ogni uomo che oggi incontreremo!

Venerdì 14 Febbraio (FESTA – Bianco) SANTI CIRILLO E METODIO
Lc 10,1-9: La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai.

Oggi la Chiesa celebra la festa dei santi Cirillo e Metodio, fratelli, che evangelizzarono l’Europa dell’est. Ma la devozione popolare ricorda anche san Valentino, patrono degli innamorati.
Nativi di Salonicco, siamo nel primo millennio, furono inviati dal vescovo di Costantinopoli a evangelizzare i popoli della Pannonia e della Moravia. Tradussero in slavo le Scritture, adattando l’alfabeto latino (il cirillico), Cirillo si fece poi monaco a Roma e Metodio fu eletto vescovo. Papa Giovanni Paolo li volle patroni d’Europa insieme a Benedetto. L’Europa è nata grazie alla passione di uomini come questi, che hanno desiderato condividere il prezioso tesoro del Vangelo e hanno avuto l’intelligenza di adattare il messaggio alla cultura dei popoli che incontravano, come ha saputo fare anche Benedetto nei suoi monasteri. Sarebbe interessante che l’Europa dei burocrati, delle banche e delle regole si ricordasse di avere un’anima cristiana. Solo recuperando l’essenziale, il desiderio della conoscenza della felicità, della ricerca di senso, possiamo superare la terribile impasse in cui si è arenata l’Unione. Per amore Cirillo e Metodio, a prezzo di grandi sacrifici e di persecuzioni, annunciarono il Vangelo, e sempre di amore parliamo ricordando la figura di Valentino, vescovo di Terni, patrono di chi si ama.

Santi CIRILLO e METODIO, patroni d’Europa

Non pochi sono i casi di fratelli venerati come santi dalla Chiesa, fra i quali vogliamo ricordare in particolare i patriarchi Mosè ed Aronne, gli apostoli Pietro ed Andrea, i martiri Cosma e Damiano, i protomartiri russi Boris e Gleb, Sant’Annibale Maria ed il Servo di Dio Francesco Maria Di Francia, San Paolo della Croce ed il Venerabile Giovanni Battista Danei, i Beati Giovanni Maria e Luigi Boccardo, i Venerabili Antonio e Marco Cavanis, i Servi di Dio Flavio e Gedeone Corrà. Papa Giovanni Paolo II, il 31 dicembre 1980 con la lettera apostolica “Egregiae virtutis” volle porre due fratelli, Cirillo e Metodio, quali patroni d’Europa insieme con San Benedetto, in quanto evangelizzatori dei popoli slavi e dunque della parte orientale del vecchio continente. Trattasi di due santi mai canonizzati dai papi, dei quali soltanto nel 1880 il pontefice Leone XIII aveva esteso il culto alla Chiesa universale.
Originari di Tessalonica, città greca a quel tempo facente parte dell’Impero Bizantino, Cirillo e Metodio evangelizzarono in particolar modo la Pannonia e la Moravia nel IX secolo. Poco notizie ci sono state però tramandate circa Cirillo e suo fratello Metodio. Sappiamo che Cirillo in realtà si chiamava Costantino ed adottò in seguito il nome Cirillo come monaco, verso il termine della sua vita. Ulteriori informazioni circa le loro attività sono pervenute sino a noi grazie a due “Vitæ”, redatte in paleoslavo, nota anche come “Leggende Pannoniche”. Si conservano inoltre le lettere che l’allora pontefice indirizzò a Metodio e la “Leggenda italica”, scritta in latino. Quest’ultima narra che a Velletri il vescovo Gauderico, devoto del papa San Clemente, le cui reliquie furono traslate in Italia proprio da Cirillo, volle redarre un resoconto sulla vita di quest’ultimo. A causa della innegabile scarsità di fonti storicamente attendibili, sono fiorite numerose leggende attorno alle figure di Cirillo e Metodio.
Nativi di Salonicco (in slavo Solun), rampolli di una nobile famiglia greca, loro padre Leone era drungario della città, posizione che gli conseguiva un elevato status sociale. Secondo la “Vita Cyrilli”, quest’ultimo era il più giovane di sette fratelli e già in tenera età pare avesse espresso il desiderio di dedicarsi interamente al perseguimento della sapienza. In giovane età si trasferì a Costantinopoli, ove intraprese gli studi teologici e filosofici. La tradizione vuole che tra i suoi precettori vi fu il celebre patriarca Fozio ed Anastasio Bibliotecario riferisce dell’amicizia che intercorreva fra i due, così come di una disputa dottrinaria verificatasi tra loro. La curiosità tipica di Cirillo dimostrava il suo eclettismo: egli coltivò infatti nozioni di astronomia, geometria, retorica e musica, ma fu nel campo della linguistica che poté dar prova del suo genio. Oltre al greco, Cirillo parlava infatti correntemente anche il latino, l’arabo e l’ebraico. Da Costantinopoli, l’imperatore inviò i due fratelli in varie missioni, anche presso gli Arabi: fu durante la missione presso i Càsari che Cirillo rinvenne le reliquie del papa San Clemente, un Vangelo ed un salterio scritti in lettere russe, come narra la “Vita Methodii”. La missione più importante che venne affidata a Cirillo e Metodio fu quella presso le popolazioni slave della Pannonia e della Moravia.
Il sovrano di Moravia, Rostislav, poi morto martire e venerato come santo, chiese all’imperatore bizantino di inviare missionari nelle sue terre, celando dietro motivazioni religiose anche il fattore politico della preoccupante presenza tedesca nel suo regno. Cirillo accettò volentieri l’invito e, giunto nella sua nuova terra di missione, incominciò a tradurre brani del Vangelo di Giovanni inventando un nuovo alfabeto, detto glagolitico (da “глаголь” che significa “parola”), oggi meglio noto come alfabeto cirillico. Probabilmente già da tempo si era cimentato nell’elaborazione di un alfabeto per la lingua slava. Non tardarono però a manifestarsi contrasti con il clero tedesco, primo evangelizzatore di quelle terre. Nel 867 Cirillo e Metodio si recarono a Roma per far ordinare sacerdoti i loro discepoli, ma forse la loro visita fu dettata da un’esplicita convocazione da parte del papa Adriano II insospettito dall’amicizia tra Cirillo e l’eretico Fozio. Ad ogni modo il pontefice riservò loro un’accoglienza positiva, ordinò prete Metodio ed approvò le loro traduzioni della Bibbia e dei testi liturgici in lingua slava. Inoltre Cirillo gli fece dono delle reliquie di San Clemente, da lui ritrovate in Crimea. Durante la permanenza nella Città Eterna, Cirillo si ammalò e morì: era il 14 febbraio 869. Venne sepolto proprio presso la basilica di San Clemente.
Metodio ritornò poi in Moravia, ma durante un successivo viaggio a Roma venne consacrato vescovo ed assegnato alla sede di Sirmiun (odierna Sremska Mitroviča). Quando in Moravia a Rostislav successe il nipote Sventopelk, favorevole alla presenza tedesca nel regno, iniziò così la persecuzione dei discepoli di Cirillo e Metodio, visti come portatori di un’eresia. Lo stesso Metodio fu detenuto per due anni in Baviera ed infine morì presso Velehrad, nel sud della Moravia, il 6 aprile 885. I suoi discepoli vennero incarcerati o venduti come schiavi a Venezia. Una parte di essi riuscì a fuggire nei Balcani e non a caso in Bulgaria si venerano come Sette Apostoli della nazione proprio Cirillo, Metodio ed i loro discepoli Clemente, Nahum, Saba, Gorazd ed Angelario, comunemente festeggiati al 27 luglio. Il Martyrologium Romanum ed il calendario liturgico dedicano invece ai fratelli Cirillo e Metodio la festa del 14 febbraio, nell’anniversario della morte del primo.
Se l’immane opera dei due fratelli di Tessalonica fu cancellata in Moravia, come detto trovò fortuna e proseguimento in terra bulgara, anche grazie al favore del sovrano San Boris Michele I, considerato “isapostolo”, che abbracciò il cristianesimo e ne fece la religione nazionale. La vastissima attività dei discepoli di Cirillo e Metodio in questo paese diede origine alla letteratura bulgara, ponendo così le basi della cultura scritta dei nuovi grandi stati russi. Il cirillico avvicinò moltissimo i bulgari e tutti i popoli slavi al mondo greco-bizantino: questo alfabeto si componeva di trentotto lettere, delle quali ben ventiquattro prese dall’alfabeto greco, mentre le altre appositamente ideate per la fonetica slava. Ciò comportò una grande facilità nel trapiantare in slavo l’enorme tradizione letteraria greca. La nuova lingua soppiantò ovunque il glagolitico e rese celebre sino ai giorni nostri il nome del suo ideatore.
(Fabio Arduino – http://www.santiebeati.it)

Venerdì della V settimana del Tempo Ordinario
Mc 7,31-37: Fa udire i sordi e fa parlare i muti.

Marco 7,31-37 – Fa bene ogni cosa, il Signore Gesù, allora come oggi. Fa parlare i muti e udire i sordi. Noi, sordi ai richiami di Dio, storditi dalle troppe informazioni che abbiamo, travolti dagli impegni, dalle chiacchiere televisive, dai comizi, dagli opinionisti. E resi muti in un mondo che non sa ascoltare e che ci fa diventare delle fotocopie, che ci obbliga a schierarci da una parte o da un’altra, sempre in conflitto, sempre in affanno. Ci libera le orecchie, il Signore Gesù, ci permette di ascoltare la Parola come mai l’abbiamo ascoltata, senza cantilene, senza insopportabili prediche, senza paroloni incomprensibili. E ci permette di parlare, di dire, di raccontare le grandi opere che egli compie in ciascuno di noi. Incontrarlo ci apre ad una dimensione nuova, conoscerlo ci spalanca la mente e gli orizzonti. Sì: fa bene ogni cosa il Signore, ci cambia prospettiva. Senza clamore, senza sbandierare ai quattro venti la nostra fede, senza fare gli ossessi. Fa bene ogni cosa, il Signore: ci spalanca ad una visione di fede, tutto acquista senso, tutto assume una coloritura diversa. Fa bene ogni cosa, il Signore, ancora oggi, se lo lasciamo fare.

Sabato della V settimana del Tempo Ordinario
Mc 8,1-10: Mangiarono a sazietà.

Marco 8,1-10 Ha compassione della folla, il Signore. Ha compassione di noi uomini, sa bene che la vita è un cammino impegnativo, sa bene che, lontani da lui, possiamo mancare per strada, perdere il sentiero, smarrire la direzione giusta. E allora ci offre un pane per il cammino, un nutrimento per tornare alle nostre case, al luogo del ristoro, alla meta ultima. Un pane del cammino che si moltiplica a partire da ciò che i discepoli mettono a disposizione. Il Signore amplifica la nostra generosità, il pane del cammino altro non è che il nostro pane condiviso e, perciò, moltiplicato. Siamo noi discepoli a sfamare la folla, a permettere ad ogni uomo di camminare verso casa. Ma ad una condizione: mettere in gioco tutto quello che siamo, fino alla fine, fino all’ultimo respiro. Sono sette i pani dei discepoli, sette: il numero della perfezione. Guai a noi se mettiamo in gioco la nostra fede solo a metà, guai a noi se, davanti alla folla affamata, scarichiamo le responsabilità su Dio. A noi è chiesto di sfamare le folle di cui Dio ha compassione. E non abbiamo di che temere: una volta condiviso il pane, ne avanzeremo sette sporte: ciò che avremo interamente donato ci sarà restituito cento volte tanto.


da http://www.lachiesa.it

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Questa voce è stata pubblicata il 10/02/2020 da in ITALIANO, Settimana - commento.

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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