COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Martini: Non sprecate parole – Esercizi spirituali con il Padre Nostro (1)

Una proposta di ritiro per la nostra Quaresima 

Il volume raccoglie i testi delle meditazioni che il Cardinal Martini ha tenuto a un gruppo di sacerdoti durante un corso di esercizi spirituali “con il Padre Nostro”. Esse intendono accompagnare il lettore in un cammino che, a tappe successive, lo introduca a scoprire gli inesauribili tesori di una preghiera che ben a ragione è stata definita  breviarium totius Evangelii: «Il Padre Nostro riserva sempre delle sorprese, è sempre nuovo, polivalente, e spesso non arriviamo a coglierne tutte le ricchezze».

Introduzione

Anzitutto desidero ringraziare il Signore che ancora una volta mi permette di tenere un corso di esercizi spirituali.
È infatti per me un dono grande incontrare ciascuno di voi, incontrare i vostri cammini spirituali e camminare un poco insieme con voi. Ogni volta che do gli esercizi mi viene in mente la parola di Paolo all’ inizio della lettera ai Romani, là dove dice: «Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io» (Rm 1,11-12).
Questo comune cammino di fede è un aiuto anche per me.
È utile richiamare, all’inizio di una nuova esperienza, che cosa sono gli esercizi spirituali. Spesso infatti si chiamano esercizi le settimane bibliche, gli aggiornamenti catechetici, le riflessioni ascetiche, le esercitazioni di preghiera.
Cose ottime che è molto utile fare e che si usano anche negli esercizi propriamente detti. Ma ciò che ritengo il punto nodale è che gli esercizi sono un ministero dello Spirito, un mettersi in ascolto dello Spirito perché ci aiuti a conoscere la volontà di Dio nell’oggi, per abbracciarla e compierla con gioia e con fiducia. Lo Spirito infatti non lascia immobili, fa sempre danzare e ci scioglie dai nostri movimenti rigidi.
Occorre dunque creare le condizioni ottimali perché, nell’apertura allo Spirito, la Parola dica a me e a me soltanto ciò che vuole da me adesso, quest’anno, con questa salute, queste relazioni, questi superiori, queste difficoltà e malumori, con queste temperie spirituali, sociali e politiche.
Possiamo quindi parlare anche di ministero dell’immediatezza.
Come spiega molto bene il teologo Karl Rahner, Dio opera immediatamente in me e parla al mio cuore, cerca il contatto immediato con l’anima di ciascuno, per chiedere a ciascuno una cosa che non chiederà a nessun altro.
Nel desiderio di aiutarvi ad entrare in questi giorni con le giuste disposizioni, vi suggerisco di rispondere, magari per iscritto, a due domande.
La prima: come arrivo agli esercizi? Ogni anno ci arriviamo in maniera diversa: una volta stanchi, forse disgustati, turbati, con ripugnanza; un’ altra volta siamo disposti a farli volentieri; o ancora ci ritroviamo pieni di distrazioni, di amarezze, di preoccupazioni, di risentimenti; oppure iniziamo gli esercizi col desiderio di mettere a fuoco un tema particolare che ci pesa. È molto utile prendere coscienza del proprio stato d’animo.
La seconda domanda è: come vorrei uscire dagli esercizi? Che cosa vorrei soprattutto chiedere come grazia per uscirne contento?
In questi giorni potremo anche reciprocamente edificarci vivendo qualche momento di comunicazione nella fede, durante il quale chi lo vuole potrà esprimere con semplicità ciò che, in quello che ha ascoltato e meditato, lo ha maggiormente colpito e può aiutare anche altri.
Ciascuno potrà pure comunicare personalmente con me, in un colloquio o mettendo per iscritto un pensiero, un suggerimento, una domanda, una riflessione.
Da parte mia il lavoro è molto semplice: vi suggerirò qualche pagina della parola di Dio, dei pensieri biblici, non perché siano il tema degli esercizi (che è appunto la ricerca di obbedienza allo Spirito santo), bensì quale sfondo. E questa volta sono stato ispirato a scegliere come sfondo biblico il Padre Nostro.
Verrebbe spontaneo dire: ma lo conosciamo a memoria, l’abbiamo recitato infinite volte! È vero, tuttavia riserva sempre delle sorprese, è ogni volta nuovo, misterioso, polivalente, e spesso non arriviamo a coglierne tutte le ricchezze. Possiamo pure considerare il Padre Nostro una sintesi del Vangelo.
Non a caso Tertulliano lo chiamava breviarium totius Evangelii. È una definizione che mi attrae e che il mio grande e indimenticabile padre spirituale Michel Ledrus*, defunto ormai da molti anni, dava come titolo a un suo piccolo libretto: Il Padre Nostro preghiera evangelica. È una preghiera che riassume infatti tutto il Vangelo; e, se lo comprendiamo bene, ci accorgeremo che il Padre Nostro poteva dirlo soltanto Gesù e solo lui poteva insegnarlo. Perché c’è una corrispondenza, una omologia perfetta tra Padre Nostro, insegnamento evangelico, vita di Gesù Figlio di Dio morto e risorto per noi.
Esporrò brevemente alcuni temi di riflessione sul Padre Nostro, supponendo l’esegesi che è propria dei libri scientifici. La collezione dei commenti americani su questa preghiera, dal titolo Ermenèia, dedica cento pagine fittissime al testo, con decine di pagine di bibliografia. Noi non facciamo esegesi in questa sede, ma dobbiamo comunque tenere presente che sul Padre Nostro ci sarebbe materia per un anno intero di corso.
Vengono alla mente a questo punto le testimonianze che della loro esperienza ci hanno lasciato i santi. Penso per esempio alle vibranti esclamazioni con cui santa Teresa d’Avila, nel suo Cammino di perfezione, introduce il commento alle prime parole della preghiera: «”Padre Nostro che sei nei cieli!”… Il nostro intelletto dovrebbe andarne così rapito e la nostra volontà così compenetrata da non essere più capaci di pronunciare parola… Come converrebbe che qui l’anima si raccogliesse per elevarsi al di sopra di sé ad ascoltare ciò che le insegna questo Figlio benedetto intorno al luogo dove abita suo Padre, quando dice che è “nei cieli”!» (Cammino di perfezione 27, 1).
E ancora è bello ricordare ciò che diceva santa Teresa di Gesù Bambino, quando raccontava che cosa le suggeriva la preghiera di Gesù: «Qualche volta, quando il mio spirito è in una tale aridità che mi è impossibile tirar fuori un qualunque pensiero per unirmi al buon Dio, io recito molto lentamente un Padre Nostro e poi la salutazione angelica; allora queste preghiere mi rapiscono, nutrono la mia anima ben più che se le avessi recitate precipitosamente un centinaio di volte» (Manoscritto C, 318). Questo era per lei il Padre Nostro.
E la testimonianza di una consorella attesta: «La sua unione con Dio era continua. Pregava senza sosta. Un giorno la trovai nella sua celletta. Cuciva con grande velocità e tuttavia aveva l’aria così raccolta che gliene domandai la ragione. “lo recito il Pater”, mi disse. “È così bello dire Padre Nostro”, e alcune lacrime brillavano nei suoi occhi».
Questo è il nostro desiderio: penetrare nel cuore, nello spirito della preghiera insegnataci da Gesù.
Signore Gesù, tu ci vedi qui davanti a te col desiderio di pregare più intensamente in questi giorni. Ma come tante altre volte, noi ti rivolgiamo la domanda: Insegnaci a pregare!
L’esperienza della nostra vita ci mostra, anno dopo anno, che non sappiamo pregare, che abbiamo bisogno di imparare continuamente l’atteggiamento giusto della preghiera. Per questo ti chiediamo di donarci il tuo Spirito. Vorremmo che tu ci insegnassi a pregare come hai insegnato a sant’Ignazio di Loyola, a san Pietro, a san Paolo, a santa Teresa d’Avila, a santa Teresa di Lisieux, a tutti i tuoi santi. Vorremmo vivere il Padre Nostro come tu lo hai vissuto. Fa’ che sentiamo il tuo sostegno,
il tuo conforto e che, con la tua grazia, possiamo perseverare in questi giorni nell’orazione.
Maria, Madre della pietà, Regina della preghiera, patrona della vita interiore, prega per noi.
* M. LEDRUS, Il Padre Nostro preghiera evangelica, Borla, 1981.

I MEDITAZIONE
I contesti evangelici del Padre Nostro

La prima meditazione che vi propongo sarà piuttosto breve, direi introduttiva e anche un po’ esegetica, formale, pur restando valido quanto abbiamo detto. La dividerò in tre parti.
Una prima parte di lectio, dove ci fermeremo sui versetti di Lc 11 e di Mt 6 riferiti al Padre Nostro. Poi una seconda parte di meditatio, in cui proporrò qualche riflessione sintetica sui contesti del Padre Nostro, sull’ occasione in cui viene insegnato. Per concludere con una contemplatio nella quale vorrei mettere a fuoco quali atteggiamenti ci sono suggeriti per questi giorni dai brani evangelici.
Sappiamo che i vangeli in cui il Padre Nostro è riportato sono due. E c’è da stupirsi, perché vorremmo che fossero tre, vorremmo che pure in Marco ci fosse il Padre Nostro. Gli esegeti discutono se non l’ha riferito perché non lo conosceva oppure perché non era preoccupato di tramandare tutte le parole di Gesù.

Il Padre Nostro nel vangelo di Luca

Leggiamo anzitutto Lc 11. Il contesto in cui il Padre Nostro viene insegnato si situa durante il viaggio di Gesù a Gerusalemme che inizia in 9,51, quindi già abbastanza avanti nella sua biografia. Ricordiamo che a Gerusalemme c’è una tradizione, testimoniata dalla basilica del Pater noster, secondo cui la preghiera sarebbe stata insegnata là, sul monte degli Ulivi, verso la fine della vita di Gesù. In ogni caso, per Luca l’insegnamento del Padre Nostro è tardivo.
– «Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare» (11, la). Questo è avvenuto molte volte nella vita di Gesù: per esempio la notte precedente la scelta dei dodici apostoli (cf Lc 6, 12); la notte seguente la moltiplicazione dei pani, sempre presso il lago («Salì sul monte, solo, a pregare» – Mt 14,23); la mattina dell’inizio del suo ministero a Cafarnao, quando si alza presto e va in un luogo appartato a pregare (<<Al mattino si alzò quando era ancora buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava» – Mc 1,35); al Getsemani, sul Tabor e in altre circostanze ancora.
– E proprio in una di queste occasioni, «quando ebbe finito» – nessuno ha voluto interromperlo, vedendolo molto raccolto e concentrato – «uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare”» (11, 1b).
È interessante che la domanda sia posta da uno dei discepoli, non da tutti e non da un discepolo qualificato come Pietro o Giacomo o Giovanni. Egli esprime il desiderio comune, che gli altri non osavano manifestare.
– E continua: «Come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» (11,1c). Noi non sappiamo nulla della preghiera insegnata dal Battista ai suoi discepoli, ma è probabile che egli, come avveniva nella comunità di Qumran, desse indicazioni in proposito. Qui comunque si suppone che il Battista insegnava a pregare.
Non è facile capire che cosa il discepolo chiedeva veramente. Potremmo rivolgerci a lui e domandargli: spiegaci che cosa volevi. Volevi che Gesù ti insegnasse con quale contenuto bisogna pregare? Lo si dedurrebbe dalla risposta; e tuttavia ci stupisce, perché di contenuti gli Ebrei ne avevano già tanti, basti pensare all’immensa ricchezza dei salmi. Oppure la tua domanda era sul modo di pregare, quel modo che Gesù indica in Mt 6, 6: «Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto»? Era dunque sull’ atteggiamento esteriore: in ginocchio, con gli occhi chiusi, in un luogo appartato? Oppure era sull’atteggiamento interiore, che sviluppa distesamente Luca quando raccomanda la perseveranza dell’ orazione (11,5-8) e afferma: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete» (v. 9)?
Quale delle tre ipotesi interpreta la richiesta del discepolo? Probabilmente tutte e tre. In ogni caso Gesù prende la domanda come riferita al contenuto.
– «Ed egli disse loro: “Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, / venga il tuo Regno; / dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, / e perdonaci i nostri peccati, / perché anche noi perdoniamo ogni nostro debitore, / e non ci indurre in tentazione» (11,2-4).
L’istruzione viene poi prolungata nel riferimento all’ atteggiamento interiore con cui pregare, piuttosto ampio mentre la preghiera è di per sé brevissima – tre versetti, cinque domande espresse in modo lapidario.
Cerchiamo di capire le parole di Gesù.
– Comincia da un esempio concreto: «Poi aggiunse: “Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti, e se quegli dall’ interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzèrà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza”» (vv. 5-8). È un esempio concreto più lungo del Padre Nostro.
Gesù passa quindi all’ esortazione diretta, triplice: «Ebbene, io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto» (vv. 9-10).
E ancora un esempio molto incisivo: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?» (vv. 11-12).
Infine la conclusione: «Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono!» (v. 13). È interessante che non sia ripresa nessuna delle domande del Padre Nostro, ma si parla dello Spirito santo. Forse per questo una variante di manoscritti molto antichi aggiunge, dopo la richiesta del pane quotidiano: «Il tuo Spirito santo venga su di noi e ci purifichi».
Gesù inizia da un contesto concreto, dalla sua preghiera, e risponde a una domanda, prima con un contenuto, poi esplicando a lungo gli atteggiamenti di perseveranza instancabile nell’ orazione. Atteggiamenti di perseveranza che saranno ripresi anche altrove nel vangelo secondo Luca, come nella parabola del giudice iniquo e della vedova importuna: «Disse loro una parabola stilla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: “C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un
certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi. E il Signore soggiunse: Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”»(18,1-8). È questo l’atteggiamento di cui Gesù sottolinea l’importanza.

Il Padre Nostro nel vangelo di Matteo

Il contesto matteano del Padre Nostro si colloca nel quadro del Discorso della montagna, che comprende i capitoli da 5 a 7 del vangelo.
Dopo le antitesi del c. 5, Gesù passa, nel c. 6, a descrivere tre atti di culto, di religione: elemosina, preghiera e digiuno. Di ciascuno insiste che non vanno compiuti per essere visti dagli uomini. In tale contesto, a proposito del secondo atto di culto, è inserito il Padre Nostro.
– Anche in questo caso la descrizione è assai ampia. Dapprima Gesù stigmatizza la preghiera per così dire dei religiosi ipocriti del suo popolo: «Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini». Segue il giudizio negativo: «In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa» (6,5); a dire: ciò che hanno fatto non serve a niente.
In un secondo momento sottolinea l’atteggia
, mento positivo: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (v. 6). È un’istruzione anzitutto sull’ atteggiamento esteriore, e successivamente interiore, della preghiera: nel silenzio, nel raccoglimento, nel nascondimento.
– Riprende quindi l’esortazione riferendosi ai pagani: «Pregando, poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di essere ascoltati a forza di parole» (v. 7). Accenna probabilmente alle monotone invocazioni nei templi che venivano recitate all’infinito. Ricordo di aver visto in qualche rappresentazione o in qualche film, e anche visitando monasteri o templi orientali, la ruota della preghiera che viene girata ininterrottamente, così che l’invocazione sia sempre ripetuta davanti a Dio.
«Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (v. 8). Viene perciò criticata la preghiera che pretende di far conoscere a Dio ciò di cui abbiamo bisogno. Notiamo che c’è una certa tensione rispetto al passo di Luca che affermava: insistete nella preghiera. Gesù ammonisce: non pensate che la vostra insistenza sia magica.
– Proprio in tale contesto insegna il Padre Nostra «Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli / sia santificato il tuo nome; / venga il tuo Regno; / sia fatta la tua volontà, / come in cielo così in terra. / Dacci oggi il nostro pane quotidiano, / e rimetti a noi i nostri debiti / come noi li rimettiamo ai nostri debitori, / e non ci indurre in tentazione, / ma liberaci dal male» (vv. 9-13). Preghiera più lunga di quella di Luca che comprende due domande più tre; in Matteo sono tre più tre e addirittura, secondo alcuni, se si calcola l’ultima sdoppiandola, sono tre più quattro cioè sette.
Gesù continua parafrasando la penultima richiesta: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (vv. 14-15).

Qualche osservazione esegetica

Passando al momento della meditatio, possiamo domandarci: quale dei due contesti è il più originario? Quale delle due formule la più antica?
– Gli esegeti ritengono – penso con buone ragioni- che il contesto lucano è il più antico: non siamo all’inizio dell’attività pubblica, in un primo discorso programmatico, ma forse già un po’ avanti nel ministero. E si tratta di un’ occasione concreta, la preghiera di Gesù, immersa nell’ esperienza vissuta. In Matteo invece l’insegnamento sembra inserito all’interno di un discorso: «Non sprecate parole… ma dite così» (cf 6,7-9).
Riteniamo perciò più probabile il contesto di Luca, pur se la questione non disturba molto l’esegesi.
Anche sull’ antichità della formula si è discusso: è più antica la formula breve o la formula lunga?
Oggi ci si accorda su una specie di compromesso: è più antica la formula breve di Luca, ma è più originaria la formula matteana; Matteo ha parole più arcaiche, Luca ha il contenuto più antico.
Noi useremo dell’una e dell’altra delle formule; mi è sembrato tuttavia utile introdurvi alla complessità della ricerca.
– Gli esegeti fanno inoltre notare che la preghiera in Luca è la terza di tre pericopi successive: la parabola del samaritano – la carità – (10, 29-37); il dialogo con Marta e Maria – l’ascolto della Parola – (10,38-42); la preghiera del Padre Nostro (11,1-4). Quasi a mettere in luce che carità, ascolto della Parola e preghiera sono inscindibili.
– Nel Padre Nostro di Matteo c’è poi una peculiarità interessante. Un’ analisi attenta mostra infatti che il Padre Nostro sta esattamente al centro del Discorso della montagna.
È un insegnamento per noi, perché siamo ammoniti che il Discorso della montagna non lo vive se non chi prega.

Indicazioni per la preghiera

In conclusione, vi suggerisco qualche applicazione per la preghiera personale.
Tutti noi, come il discepolo inno minato, abbiamo detto tante volte: «Signore, insegnaci a pregare!». Che cosa chiedevamo?
– Penso che molta gente, quando pone tale domanda, non di rado desidera anzitutto raggiungere quell’unità interiore, quel raccoglimento, quel possesso di sé, quella gioia di tenersi bene in mano che è caratteristica di una preghiera profonda. Si tratta di atteggiamenti positivi e utili, ma siamo ancora nell’ ambito di una preghiera psicologica, tesa a ottenere alcuni benefici: imparare a essere calmo, tranquillo, raccolto, pacificato, coordinato, senza una sarabanda di pensieri che mi frulla per la testa . Di fatto coloro che si dedicano alle pratiche yoga o zen imparano simili cose: il raccoglimento, il dimenticare tutto, l’astrarsi dal mondo esteriore, il concentrarsi su un unico punto, magari sul nulla, l’eliminare ogni pensiero per vivere nella calma più assoluta.
Forse noi pure abbiamo bisogno di tali atteggiamenti per pregare bene. Ci vuole un minimo di concentrazione e unità, proprio perché la preghiera è anche salute psicologica.
– Noi vogliamo tuttavia chiedere a Gesù di insegnarci a pregare nello Spirito, soprattutto di insegnarci la disposizione interiore e quali siano le richieste da presentare.
Spesso quando iniziò la preghiera apro il testo della lettera ai Romani, là dove si dice che nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare (cf 8,26a) e dico: Signore, vedi che non so pregare. Però tu hai promesso lo Spirito in aiuto alla mia debolezza e lo Spirito intercede per me «con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (8, 26b-27).
Quindi per me, per noi imparare a pregare vuol dire imparare ad affidarci allo Spirito che ci muove a recitare il Padre Nostro, fino a raggiungere quel bellissimo stato d’animo su cui ho meditato molte volte, in tanti momenti della mia vita: «Non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19-20).
– Oltre a questa disposizione fondamentale di abbandono allo Spirito, per il cammino degli esercizi, vorrei suggerirne qualche altra che Gesù ha messo in luce.
Abbiamo visto che ne ha evidenziate soprattutto quattro: il nascondimento, la sobrietà delle parole, la perseveranza e la fiducia filiale.
Pregando davanti a Dio, ognuno può scegliere quale di questi atteggiamenti gli è più necessario.
Certamente è necessaria la fiducia filiale: il Padre non mi lascerà mancare il pane quotidiano quando glielo chiedo.
Altrettanto necessaria è la perseveranza: in questi giorni proveremo fatica, caldo, sonno, nervosismo, aridità. Donaci, Signore, di perseverare!
E naturalmente abbiamo bisogno del nascondimento, perché gli esercizi sono la preghiera nascosta per eccellenza, sconosciuta al mondo e conosciuta solo da Dio.
Abbiamo inoltre bisogno di una certa sobrietà, che consiste non tanto nel pregare poco, bensì nell’imparare una preghiera distesa, non nervosa, che non cerca di forzare Dio, ma si affida amabilmente a Lui.

Ripreso da http://www.atma-o-jibon.org/

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Questa voce è stata pubblicata il 06/03/2020 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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