COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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“Stiamo già cambiando”. Intervista a Vito Mancuso


VITO MANCUSO, TEOLOGO


“Stiamo già cambiando”. Intervista a Vito Mancuso
Per lo scrittore e teologo con la pandemia di coronavirus una nuova spiritualità sta nascendo. “Chi chiede di aprire le Chiese fa parte di quel genere di uomini che hanno sempre usato Dio per i loro traffici terreni”
Nicola Mirenzi
https://www.huffingtonpost.it/

Dal punto di vista spirituale: “Questa può essere la più autentica di tutte le Pasque che abbiamo celebrato fin qui, anche se non potremo andare a messa, né uscire di casa”. La ragione, secondo Vito Mancuso, teologo e scrittore, è inscritta nella parola: “Pasqua è un termine di origine ebraica. Gli studi più accreditati concordano nel dire che significhi ‘saltare’, dal gesto che l’angelo del Signore compì quando – in Egitto – passò davanti alle case degli ebrei, segnate dal sangue dell’agnello: le saltò, risparmiando la vita ai loro primogeniti. Oggi, la passione che sta vivendo il mondo ci passa dentro, ci attraversa, ci segna a fondo. E segnandoci, ci insegna che la vita è un nodo che intreccia due funi: una che è fatta di piacere, gioia, felicità; l’altra di dolore, disperazione e malessere. È una dialettica che hanno ben chiara tutte le religioni del mondo, e tutte le grandi filosofie. Stavolta, però, il salto dobbiamo farlo noi, scegliendo quale di queste due parti che compongono la vita vogliamo privilegiare”.

Autore di libri che sono riusciti a porre interrogativi religiosi al grande pubblico, Mancuso rifiuta molte delle metafore usate in queste settimane per descrivere la condizione in cui ci troviamo: “Non siamo né in guerra, né siamo rinchiusi in una cella come i detenuti”. Non nega che ci sono persone che si possono sentire prigioniere nello spazio angusto del proprio appartamento. Ritiene che anche così si può essere liberi: “La libertà non è uno stato definito: è un processo. Fino a poche settimane fa, potevamo fare quello che volevamo. Andare in giro, al cinema, a cena, a casa di amici. Eppure eravamo pieni di costrizioni, di imperativi, di cui nemmeno ci rendevamo conto”.

A cosa si riferisce?

Al fatto che gli esseri umani sono condizionati dal proprio corpo (è sano o malato?) dalla sociologia (sono ricchi o poveri?) dalla geografia (vengono dal nord o dal sud del pianeta?) e da tantissime altre cose. Anche prima di adesso, eravamo chiusi nella casa del nostro io, nella casa della nostra cultura, nella casa della nostra identità, nella casa delle nostre paure.

E allora?

E allora riconoscere che si è incatenati è la prima condizione per potersi liberare. Che cos’è l’esodo, di cui parla la Bibbia, se non questo lasciarsi alle spalle l’oppressione? Ecco il senso di questa Pasqua, che può unire sia i credenti, sia i non credenti: riconoscere le altre case dentro cui siamo chiusi, per poi scegliere se vogliamo rimanerci, oppure preferiamo uscire.

La scienza è una di queste case-prigione?

Se non ci fosse la scienza, non sapremmo nulla di questa malattia, né avremmo idea di come combatterla. Semmai, è l’idolo della scienza che ci tiene prigionieri, illudendoci di essere nelle condizioni di dominare tutte le forze della natura. Finanche, la morte.

Non è una negazione della morte anche l’idea della resurrezione, che oggi celebrano i cristiani?

Il cristianesimo non ha le idee chiare sulla morte. C’è un filone, che risale a San Paolo, che considera la morte figlia del peccato, dunque l’ultima nemica da battere, prima del trionfo del Regno. E poi c’è un altro filone, più minoritario, che invece si richiama a San Francesco d’Assisi, che nel Cantico delle creature loda Dio per averci donato “sora nostra morte”. Una visione che la considera parte del ritmo della vita, non come qualcosa di estraneo, da negare. Questo è il modo in cui io guardo alla morte.

E gli italiani che pregano, in questo momento?

Le parole non mentono. Pregare viene dal verbo latino precari da cui anche l’aggettivo ‘precario’. Chi non ha problemi non prega. Chi prega, invece, sente il desiderio di trovare un senso, avere giustizia, essere accolto. Lo fa perché avverte che nel mondo questo senso viene umiliato, insultato, tradito. In questa condizione, ci troviamo oggi. E abbiamo davanti a noi una scelta: credere che questo senso di fragilità che vogliamo consolare sia futile e passeggero, oppure osservare che dentro di esso è racchiusa la possibilità di un altro mondo, dove si può trovare senso, giustizia, accoglienza.

Secondo lei in quale direzione andremo?

Non so se, come dicono alcuni, cambieranno le strutture sociali, economiche e politiche del mondo. Oppure, come dicono altri, tutto sarà come prima. Quello che credo è che una spiritualità nuova nascerà da questo momento drammatico. Anzi, ho l’impressione che stia già nascendo.

Da cosa lo intuisce?

Questa malattia attacca i polmoni, ricordandoci quanto dipendiamo dal respiro. In greco, in latino, in ebraico, in sanscrito, nella lingua indù, la parola spirito significa proprio respiro, aria che si muove, vento. La domanda è: perché tutte queste lingue, tra la tantissime parole che avevano a disposizione, sono andate a prendere proprio questa per nominare quella parte dell’essere umano che noi chiamiamo spirito?

Ha la risposta?

Suppongo che sia perché l’aria è la cosa più imprendibile che ci sia. Non si vede. Non si sa da dove viene. Né dove va. È imprevedibile e inclassificabile.

Cosa vuol dire questo?

Che la spiritualità non è andare in Chiesa: è qualcosa che riguarda tutti gli essere umani che vogliono essere liberi, cioè tutti quelli che si pongono il problema di gestire le raffiche di vento che hanno dentro. Non di eliminarle, né di rimuoverle. Perché è questo caos che ci distingue da tutti gli altri esseri viventi e ci rende uomini.

Non è stato spirituale chiedere di aprire le chiese per Pasqua?

Non conosco nessuna grande religione del mondo che non dia grande importanza alle celebrazioni pubbliche. Come non ne conosco nessuna che non dia estrema importanza al raccoglimento. Quando doveva scegliere tra l’uno e l’altra, Gesù Cristo diceva: ‘Non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto’.

Non mi ha risposto.

Quelli che hanno chiesto di aprire le Chiese per guadagnare qualche punto nei sondaggi, fanno parte di quel genere di uomini che hanno sempre usato Dio per i loro traffici terreni. Ci sono sempre stati. Non hanno mai avuto niente a che fare con la spiritualità.

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Questa voce è stata pubblicata il 15/04/2020 da in Attualità ecclesiale, Attualità sociale, ITALIANO con tag .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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