COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Atti degli Apostoli (cap. 6-7) Stancari (3)

Atti degli Apostoli (cap. 6-7)
IL VOLTO E LO SPECCHIO
Lectio divina – Padre Pino Stancari



La prima evangelizzazione

Nei primi 5 capitoli degli Atti degli apostoli si assiste alla prima evangelizzazione a Gerusalemme. Destinatario di questa prima evangelizzazione è il popolo d’Israele, la prima evangelizzazione riguarda Israele. Per evangelizzazione si intende quella profezia nel nome di Gesù che testimonia la vita nuova di coloro che sono stati a loro volta evangelizzati e che sono in grado di incrociare la vita di altri uomini, e, quindi, di chiamare altri alla relazione con Gesù: relazione con il Figlio di Dio che è risorto dai morti, che si realizza malgrado la distanza, malgrado l’abisso che separa la nostra condizione umana dalla sua realtà glorioso di Figlio intronizzato.  (…)
Nel nome di Gesù, ogni giorno non cessavano di insegnare e portare l’evangelo che Gesù è il Cristo. Coloro che man mano vengono interpellati, coloro che aderiscono a questo invito, intraprendono il cammino di una vita nuova, ancora in modo incerto e stentato, ma si tratta comunque della vita battesimale, vita di comunione con Gesù, Messia e Signore, che è morto e che è risorto, che è vivente, che è intronizzato nella gloria.

Giudei ellenisti e giudei palestinesi: il dibattito

E’ importante che ci fermiamo a considerare il particolare significato, il valore specialissimo di questa svolta che segna la maturità della evangelizzazione. Siamo appena all’inizio di una vicenda che si sviluppa poi nel corso dei secoli e dei millenni fino a noi oggi. Ma la svolta che qui l’evangelista Luca ci illustra segna già il raggiungimento di quello stato di vita adulta che consentirà ai discepoli di intraprendere le strade della missione che si svilupperà nel corso delle generazioni future fino agli estremi confini della terra. Quella che sarà la missione nella quale sarà impegnata la chiesa, tutte le chiese fino a noi oggi. L’evangelizzazione procederà oramai a pieno regime.
«In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana».

Non c’è dubbio, siamo inseriti in una prospettiva di crescita. Ma ancor più importante è segnalare l’aspetto qualitativo di questa crescita. Qui si parla di ellenisti e di ebrei, siamo sempre all’interno dell’unico popolo d’Israele: giudei che parlano greco (ellenisti) e giudei che dimorando nella terra d’Israele parlano l’aramaico. L’ebraico è per tutti la lingua della preghiera, della lettura, la lingua dell’insegnamento rabbinico. Ci sono ebrei che parlano greco. Ebrei: in questo caso il termine diventa ambiguo. Nel linguaggio del nostro evangelista, Luca, gli ebrei sono i giudei palestinesi che parlano aramaico nella loro vita quotidiana. Ma il popolo d’Israele è una realtà molto ampia e sfaccettata, complessa e articolata. Il fatto di distinguere qui tra ellenisti ed ebrei allude alla ricchezza di componenti che è presente nell’ambito dell’unico popolo d’Israele nell’epoca tra Antico e Nuovo Testamento. E’ una ricchezza di componenti ben più interessante, affascinante, direi quasi per noi motivo di meraviglia, rispetto alla immagine che poi il popolo d’Israele assumerà nei secoli seguenti, dopo quel grande momento di crollo e di rilancio che sarà determinato dalla distruzione del tempio nel 70 d.C. Il giudaismo che cresce e si sviluppa nei secoli successivi assumerà una fisionomia molto più circoscritta, molto più univoca. E’ sempre vero che le componenti, le varietà, le sfumature rimangono innumerevoli, ma niente di simile in ogni caso alla ricchezza di espressioni, di testimonianze, di spiritualità, di movimenti di cui dava prova il popolo d’Israele nell’epoca antecedente. Il fatto che esistano giudei ellenisti e giudei palestinesi, giudei di lingua greca e giudei di lingua aramaica è quanto mai sintomatico. Israele è disperso e molti vivono presso i popoli pagani, molti vivono nei territori della cosiddetta diaspora, sono disseminati di qua e di là, in contatto con le realtà del paganesimo che è dominante sulla scena del mondo, comunità qualche volta anche molto qualificate, altre volte piccole sinagoghe sperse, molto frantumate. Comunque sia giudei che parlano greco, perché questa è la lingua del mondo, mediante la quale ci si inserisce nel contesto del grande funzionamento civile, sociale, culturale che è proprio del mondo pagano all’interno dell’impero romano e ancora all’esterno dei confini dell’impero.

Ci sono giudei palestinesi che continuano a parlare l’aramaico e vivono nella terra d’Israele in una situazione privilegiata, essi sono in contatto con Gerusalemme e, ancora più importante, in contatto con il tempio. Ciò non è possibile per i giudei della diaspora: parlano greco e sono lontani dalla terra di Gerusalemme; possono salire al tempio periodicamente, qualche volta una volta all’anno, qualche volta una volta nella vita. Si registra una sovrabbondanza di anziani ellenisti, è probabile che molti di questi salissero e restassero a Gerusalemme per trascorrervi gli ultimi anni della loro vita. Gerusalemme era già all’epoca, e ancora oggi, un immenso cimitero, un complesso di cimiteri.
Ci sono delle tensioni, delle differenze che alludono a distinzioni molto più profonde per quanto riguarda il modo di sentire, di impostare, di affrontare la propria vocazione, il modo di testimoniare l’identità di coloro che appartengono la popolo d’Israele. All’interno della comunità dei discepoli del Signore si ripropongono quelle tensioni problematiche che sono presenti all’interno del popolo d’Israele.

Le questioni fondamentali erano due. Una prima questione riguarda la dottrina del tempio per l’ovvio motivo che coloro che vivono lontani dalla terra, da Gerusalemme, dal tempio, non sono in grado di frequentare il culto. Il tempio è unico e il culto viene celebrato solo a Gerusalemme, motivo di grande commozione per i pellegrini. Noi siamo venuti per vedere la sua gloria. Tutta la devozione del giudaismo ellenista tende a trasformare il culto che si svolge nell’unico tempio di Gerusalemme in un valore spirituale; tende a sostituire a quel culto che si svolge secondo le modalità liturgiche gestite da tutto l’apparato levitico-sacerdotale nel tempio di Gerusalemme, in un complesso di testimonianze interiori che si ricapitolano in quella terna di elementi su cui per altro ritorna Gesù nel discorso della montagna: il digiuno, la preghiera, l’elemosina.

C’è un altro tema su cui è registrata la tensione tra i giudei della diaspora e gli altri: i giudei ellenisti non sono in grado di osservare una gran parte di quelle prescrizioni che sono stabilite nella legge. Vivere fuori della terra, lontano da Gerusalemme e dal tempio è non potere osservare in pienezza l’osservanza, mentre le osservanze sono praticate da coloro che si trovano inseriti in un contesto corrispondente a quello che già la legislazione antica aveva indicato. “Quando sarai nella terra farai così e così”.. ma quando uno non è più nella terra non può fare così e così. E questo non è poco. Non c’è dubbio che il popolo di Dio, il popolo dell’alleanza si identifica in rapporto alla legge, ma come intendere la legge visto che non può essere osservata da coloro che sono in diaspora? Anche in questo caso tutto il giudaismo ellenista tende a interpretare la legge e le osservanze conseguenti in una dimensione più interiore: quel che conta è la conversione del cuore, la circoncisione del cuore, l’apertura dell’anima alla relazione con il Dio vivente. C’è un’insistenza particolarissima su questi valori che per altro sono già presenti nella rivelazione biblica. Solo per coloro che vivono nella terra d’Israele è possibile essere puntuali e rigorosi nell’adempimento di tutte quelle osservanze che sono impraticabili da parte di quelli che vivono in diaspora. Coloro che vivono in diaspora hanno sviluppato questo particolare senso della appartenenza al Signore che si esplicita non già nella concreta osservanza delle prescrizioni, ma si esplicita nella apertura di un cuore che si apre, che si converte. Si potrebbero dire tante altre cose. Il giudaismo ellenista è in contatto con i pagani, ma ha una problematica di carattere missionario in senso ampio, ha assunto oramai una problematica riguardante il modo di presentarsi, di dialogare, di interloquire. Non a caso questo giudaismo parla greco, che è la lingua del mondo, dei pagani. Viceversa il giudaismo palestinese dà l’impressione di essere più arroccato in posizioni conservatrici. Sono certamente considerazioni banali, in realtà ci sono degli incroci, ci sono dei capovolgimenti di fronte ieri e ancora oggi.

C’è un problema: le vedove degli ellenisti sono trascurate. Siamo all’interno della comunità dei discepoli del Signore e c’è un problema riguardante gli anziani degli uni che sarebbero svantaggiati rispetto agli altri. Siamo, insisto, all’interno della comunità dei discepoli. Le problematiche si ripropongono là dove la comunità sta crescendo in continuità con quella realtà ampia, articolata, complessa che è il popolo d’Israele. Viene approntata una soluzione: «I Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense». E’ in questione l’impegno didattico e la testimonianza orante. Quei tali che parlano greco talvolta non sanno parlare aramaico e viceversa. E’ evidente che ci sono delle difficoltà e si giunge alla decisione di distinguere, di riconoscere il valore di due diverse componenti della stessa comunità, i 12 e adesso acconto ai 12 i 7. I 12 continueranno ad occuparsi dei giudei palestinesi e i 7, altri sette personaggi di cui adesso qui viene indicato il nome, si occuperanno dei giudei provenienti dalla diaspora di lingua greca: «Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola. Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia». Sette nomi tutti greci, fino ad arrivare al settimo che è un proselito di Antiochia, cioè un pagano convertito, un pagano divenuto giudeo. «Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani. Intanto la parola di Dio si diffondeva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme; anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede».

Il fatto essenziale è che siamo alle prese con una comunità in crescita che non è registrata semplicemente nei numeri, che pure vanno assumendo proporzioni sempre più ingenti, ma che comporta una progressiva articolazione all’interno di quella comunità dei discepoli, non foss’altro perché essa ripropone quelle problematiche che già erano registrate all’interno del popolo d’Israele.

Stefano: l’uomo della pienezza

Adesso l’attenzione si concentra su Stefano, il primo dei 7, e voi già sapete dove andremo a finire.
«Stefano intanto, pieno di grazia e di fortezza, faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo».

Stefano è caratterizzato come l’uomo della pienezza: Stefano pieno di grazia e di fortezza. E’ identificato non solo per la lingua che parla, ma per la spiritualità che ha acquisito, per le esperienze vissute, per la sua provenienza, per tutto un mondo che gli sta attorno e che gli sta nell’animo: generazioni e generazioni forse di giudei ellenisti stanno a monte della sua esistenza personale. Un personaggio pieno. Questo particolare è interessante: come è possibile essere pieni nel particolare? Come è possibile essere pieni là dove l’identità è specificata nei suoi contenuti limitanti, costrittivi. Stefano è pieno: è già una allusione a una vicenda che il nostro evangelista ci racconterà in modo preciso e dettagliato. Stefano è pieno: abbiamo a che fare con un personaggio che fin dall’inizio ci è presentato come testimone di una comunione che non è in contraddizione con la sua particolare identità. Una pienezza di comunione che trasuda proprio dal suo modo di presentarsi limitato, particolarmente identificato, circoscritto nel suo vissuto.

Stefano si dà da fare pieno di grazie e di energia. «Sorsero allora alcuni della sinagoga detta dei “liberti” comprendente anche i Cirenei, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell’Asia, a disputare con Stefano». Scoppia il conflitto a riguardo di coloro che provengono dalle sinagoghe nelle quali si raccolgono i giudei della diaspora. I liberti sono i giudei rientrati a Gerusalemme dopo essere stati liberati, passati attraverso una esperienza di schiavitù. Sono tutti giudei provenienti dalla diaspora, ellenisti. A Gerusalemme esistono sinagoghe nelle quali si ritrovano e pregano e li sviluppano le loro ricerche teologiche e danno corpo ai movimenti di spiritualità, a impegni pastorali e così via.
Questi tali disputano con Stefano. Il conflitto sorge all’interno dell’ambiente ellenista, che è l’ambiente di Stefano. Le antiche solidarietà dottrinali diventano un buon motivo per contestare Stefano, per denunciarlo. D’altronde il gioco è facile perché questi sanno bene a quali argomenti ricorrere per denunciare Stefano presso l’autorità giudaica.
E infatti sono in difficoltà perché: «non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava. Perciò sobillarono alcuni che dissero: Lo abbiamo udito pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio», cioè contro la legge e il tempio. Sono i due grandi temi di tensione e di discussione a livello teologico e pastorale nell’ambito del giudaismo: l’interpretazione della legge e il riferimento al tempio. Quale sia mai la possibilità di sostituire il culto che si svolge nel tempio con quelle forme di impegno interiore o comunque a portata di mano, di cuore, di tasca quali: la preghiera, il digiuno e l’elemosina. Stefano viene accusato pubblicamente. Tradiscono loro Stefano che proviene dal loro medesimo ambiente, si sentono loro traditi da Stefano, si sentono loro contestati da Stefano. Per questo lo denunciano in modo aspro, violento e drammatico. La questione non riguarda più questi due grandi temi di disputa all’interno del popolo d’Israele: la questione riguarda Gesù e solo Gesù. E infatti: «così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo trascinarono davanti al sinedrio. Presentarono quindi dei falsi testimoni, che dissero: Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge». C’è di mezzo una falsa testimonianza come nel racconto della passione del Signore. Insisto: le questioni non sono più queste.

La svolta: il volto è lo specchio. Dal racconto alla testimonianza

La questione è una sola: è quella novità che ha segnato la vita di Stefano: l’incontro con Gesù. Gesù è il tempio eterno, Gesù è la parola realizzata, la parola osservata. Per Stefano la questione non è più quella che era impostata secondo le forme dottrinarie rabbiniche nella quale erano coinvolte le diverse componenti del popolo d’Israele. Per Stefano non si tratta più di contrapporre l’osservanza della legge nei suoi termini empirici e rigorosi, all’osservanza della legge in un senso spirituale ed interiore, né si tratta di sostituire il culto del tempio di Gerusalemme con quell’altro culto che passa attraverso il vissuto nelle cose dell’esistenza quotidiana. Per Stefano tutto è ricapitolato nella novità di Gesù. Le accuse non lo riguardano più. Falsi testimoni dichiarano che «lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e sovvertirà i costumi tramandatici da Mosè». Quello che conta è appunto il riferimento al luogo, il tempio, il riferimento alle norme mosaiche. Stefano non ha mai affermato che Gesù distruggerà il tempio e sovvertirà i costumi, anzi l’incontro con Gesù vivente e glorioso non è l’incontro con colui che distrugge il tempio, ma con colui che oramai è il tempio!. Non è l’incontro con colui che sovverte le norme mosaiche, ma con colui che ha realizzato in pienezza la parola di Dio. Stefano non risponde, non si difende, non può aderire a una questione che è impostata in termini che non sono più i suoi. E a questo punto: «E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo». Un volto da guardare. Adesso Stefano prenderà la parola ma, fateci caso, non si difende, non pronuncia un discorso valido come quelle difese cui normalmente si ricorre in una sede giudiziaria. Il discorso di Stefano è una vera e propria testimonianza. L’evangelista Luca ci tiene a segnalare il voto di Stefano, un volto da guardare, rivolto alla rivelazione del servo glorificato. Gesù Messia e Signore è l’interlocutore di Stefano, è il referente della sua vita evangelizzata. Il volto di Stefano è specchio di quella novità che è entrata una volta per tutte nella storia umana dal momento che il Figlio di Dio è disceso ed è risalito, è morto ed è risorto. Stefano non si difende, offre la testimonianza del suo volto. Il suo discorso è la illustrazione, il commento di quella immagine piena di luce che il suo volto offre in quanto specchio dell’evangelo. «All’udire queste cose, fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui. Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse…». Noi ascoltiamo il discorso di Stefano nel momento stesso in cui contempliamo il volto di colui che è diventato specchio del servo glorificato. La evangelizzazione sta assumendo una nuova andatura, per dire così. C’è qualcuno che offre la realtà del proprio volto come specchio, il volto come specchio del mistero che ci ha visitato, specchio di colui che è intronizzato nella gloria. L’evangelizzazione non più semplicemente come chiamata ad entrare in relazione con Gesù, ma come consegna di una vita che attraverso il volto è divenuta specchio di Gesù vivente. Un conto è intendere l’evangelizzazione come chiamata, un conto è intenderla come l’offerta di una vita: attraverso quel volto è una vita intera che viene esposta perché si esprima come testimonianza di Gesù, una testimonianza che riproduce nel vissuto di una esistenza umana e nel dramma della storia umana il mistero del Signore vivente.

Cap 7, vv. 1-53 il lungo discorso di Stefano è organizzato in modo tale da passare in rassegna tutta la storia della salvezza, da Abramo, all’inizio della storia. Abramo riceve le promesse e poi dopo di lui gli altri patriarchi. Da Abramo fino all’epoca contemporanea, fino al Messia e quello che sta succedendo nel momento attuale. Tutta la storia della salvezza viene ricapitolata da Stefano. Il racconto è stracarico di citazioni. Il testo è tutto un intarsio di citazioni dell’AT. Stefano sta rileggendo per intero tutto il testo biblico dall’inizio in poi, sta ripercorrendo tutta la storia della salvezza, per tappe, con una sosta attorno ad alcuni personaggi. Tappa dopo tappa ci sono dei personaggi di riferimento a partire da Abramo, passando attraverso gli altri patriarchi. Diverse tappe sono dedicate a Mosè, poi il tempo del deserto, il tempo dell’ingresso nella terra, e poi gli avvenimenti contemporanei.
Stefano ricostruisce questo itinerario in modo tale da mettere in risalto che la storia della salvezza è sistematicamente segnata da situazioni di rifiuto, dall’esperienza di sconfitte, dal dramma di molteplici smentite. Tra l’altro il discorso di Stefano si apre proprio così, il sommo sacerdote lo ha interrogato e Stefano risponde: «Fratelli e padri, ascoltate: il Dio della gloria apparve al nostro padre Abramo». E’ una citazione di Sal 29 (il Salmo responsoriale nella festa della Presentazione di Gesù al tempio). Chi è questo re della gloria? Stefano nel suo discorso parte dal Dio della gloria, quello del Salmo 29. La storia della salvezza è la storia di una rivelazione del Dio della gloria, una rivelazione che cresce e si intensifica passando attraverso quelle tappe che Stefano sta ricostruendo con un cumulo di citazioni e montando la ricostruzione delle vicende in modo confacente al suo intento catechetico, alla sua testimonianza. Il Dio della gloria si è rivelato passando attraverso tanti suoi rifiuti, passando attraverso l’esperienza di tante sconfitte, passando attraverso il dramma di coloro che sono stati smentiti. Eppure è passando di là, attraverso situazioni amare e deludenti. Fino ad arrivare alla tappa finale.

v. 51: «O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato?».
Stefano è quanto mai determinato nel denunciare questo fenomeno che per altro è confermato da tutta la tradizione biblica. «Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto», del Messia. Quelli che preannunciavano la venuta del giusto sono stati espulsi, maltrattati, incompresi, rifiutati. Adesso il Giusto è venuto e il Giusto è stato rifiutato. Il Giusto «del quale voi ora siete divenuti traditori ed uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata».
Questo è quello che è avvenuto ancora a riguardo del Giusto e questo è quello che sta avvenendo adesso a riguardo di Stefano. Stefano sta spiegando il senso di una storia passata, una storia che è giunta al suo momento decisivo, ricapitolativo, chiarificatore per eccellenza. Il Giusto rifiutato è proprio lui che ha attirato a sé, ha preso su di sé, ha accolto in sé il rifiuto che gli è stato imposto. Il Dio della gloria ha trasformato quella storia di rifiuti, di contestazioni, di ribellioni, in storia di salvezza. Il Giusto rifiutato, proprio lui, ha coinvolto coloro che l’hanno rifiutato in una relazione nuova, gratuita. Ha trasformato quel rifiuto in una rivelazione. Là dove è stato rifiutato si è rivelato. Là dove è stato ucciso, ha riversato il dono vittorioso della sua volontà di amore. Là dove è stato condannato a morte ha aperto la strada della vita: è il Giusto, è il Signore.

Quello che è avvenuto adesso avviene

Quel che è avvenuto adesso avviene. Stefano sta spiegando quel che succede a lui e come mai quei tali che lo hanno accusato lo uccideranno. Il rifiuto a cui Stefano va incontro è l’occasione di offrire una testimonianza di amore più grande. Questo è un passaggio fondamentale. C’è per così dire una necessità nella storia della salvezza, una necessità che è interna alla storia umana: c’è una provvidenza d’amore per cui là dove gli uomini rifiutano, irrompe la gloria del Dio vivente; là dove gli uomini hanno contestato e si sono opposti, sono stati coinvolti in una opera di amore che è traboccante, che è soverchiante, che apre strade di vita nuova per coloro che hanno rifiutato.
E questo è quello che capita adesso a Stefano: va incontro alla opposizione di quei tali che non ne vogliono più sapere di lui. Stefano è rifiutato, ma sa che non è una questione ideologica quella che si sta disputando, non è nemmeno un fatto ascetico il suo. Stefano è rifiutato per ragioni che nemmeno si riesce ad oggettivare e si rende conto di essere chiamato a offrire la testimonianza di un amore più grande, un amore che trasforma il rifiuto in benedizione. Questo è il punto, qui sta la testimonianza, qui sta il martirio: il rifiuto è trasformato in benedizione. Per questo il martirio diventa il segno della maturità raggiunta. «All’udire queste cose, fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui. Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra».
Vide la gloria di Dio. Tra l’altro il sommo sacerdote l’ha interrogato. Il sommo sacerdote è colui che passa attraverso il velo e entra nel santo dei santi una volta all’anno. Adesso il sommo sacerdote non ha a che fare con il velo del santuario, ha a che fare con il volto di Stefano: questo velo sta dinanzi al sommo sacerdote. Cosa c’è da vedere? Vedere la gloria. Il martire è il testimone di un amore che là dove viene rifiutato benedice. E’ questo il martirio. Per questo il martirio pone il fondamento di una evangelizzazione senza confini.

«Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio. Proruppero allora in grida altissime turandosi gli orecchi; poi si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo».
Fuori della città come anche Gesù è stato crocifisso fuori delle mura. Stefano viene lapidato. «E i testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo». E’ la prima volta che viene citato il nome di Saulo. Nei versetti che seguono Saulo sarà citato ancora altre due volte per arrivare al v. 4 del cap. 8. Per 3 volte viene citato il nome di Saulo in questa brevissima sequenza narrativa che pure già si affaccia sull’orizzonte di una vicenda che avrà sviluppi ben più ampi e ben più duraturi. Qui c’è Saulo in relazione al martirio di Stefano. Già compare Saulo e compare in atteggiamento anch’egli di ostilità nei confronti di Stefano. E’ già una premonizione, un accenno, un’allusione.

«E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: Signore Gesù, accogli il mio spirito». Ricordate le parole del Signore quando muore sulla croce: Padre nelle tue mani il mio Spirito. E qui: nel nome di Gesù accogli il mio spirito. E’ la evangelizzazione nel nome di Gesù, la chiamata alla relazione con Gesù. E qui la chiamata è divenuta addirittura la consegna di una vita, fino alla morte, nel nome di Gesù.
«Poi piegò le ginocchia e gridò forte: Signore, non imputar loro questo peccato»
. Ricordate come Gesù morente, stanno al racconto della passione secondo Luca, invoca misericordia su quelli che lo hanno crocefisso. Adesso è Stefano a compiere lo stesso gesto. Sotto il cielo che si è spalancato, Stefano è presente con il cuore aperto. E’ in grado di benedire. Non ripete semplicemente in modo meccanico le parole di Gesù. E’ la sua testimonianza così come essa si configura nuova e rimane nuova per la storia delle generazioni future. Era necessario che il Cristo patisse per entrare nella storia, era necessario che… C’è una necessità: della passione? Della sofferenza? Perché necessità? E’ una necessità provvidenziale, è una provvidenza d’amore. Quella necessità è una necessità teologica: è il Dio della gloria che è entrato e ha realizzato la sua opera di salvezza, passando attraverso il male del mondo, la cattiveria degli uomini, la durezza del cuore umano. Tutte le realtà negative sono prese dentro alla gloria: è necessario.
E’ una fecondità d’amore quella che Stefano sta testimoniando, una fecondità d’amore che assume lo stesso rifiuto che lo condanna a morte fino allo strazio supremo, al modo di un’occasione propizia per benedire.

Questa non è soltanto l’evangelizzazione da intendere come chiamata alla relazione con Gesù. Questa è l’evangelizzazione che è giunta alla fase della maturità perché è lo specchio, perché è sacramento di Gesù, perché è Gesù, è la vita dei discepoli del Signore, ed è la vita della comunità dei discepoli del Signore. E’ la presenza della chiesa nella storia umana che conferisce alla attualità il valore pieno e definitivo dell’oggi eterno, l’oggi del Figlio di Dio che è risorto dai morti, perché l’oggi è il giorno in cui l’amore trabocca fino a trasformare la stessa esperienza dolorosissima e mortifera della cattiveria in un buon motivo per benedire.
D’altra parte non diremmo niente di nuovo: l’amore dei nemici è annuncio che già nella predicazione di Gesù, e poi nell’adempimento della missione a lui affidata, è contenuto primario di tutta la predicazione dei discepoli fino a noi.
L’amore dei nemici non è un principio teorico, o un’indicazione normativa, o una qualche immagine ideale che poi resta così ideale da non dire più niente, da non significare più niente. L’amore dei nemici coincide con la crescita dell’evangelo, coincide con l’attualità della vita cristiana, con l’attualità della missione della chiesa e porta in sé l’evangelo e lo testimonia.

«Detto questo, morì. Saulo era fra coloro che approvarono la sua uccisione».
Per la seconda volta è citato il nome di Saulo. Questo martirio già viene collocato nella prospettiva di una straordinaria fecondità futura, addirittura prossima: «Saulo era fra coloro che approvarono la sua uccisione. In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme e tutti, ad eccezione degli apostoli, furono dispersi nelle regioni della Giudea e della Samaria». Il fenomeno della persecuzione dilaga, sono coinvolti soprattutto gli ellenisti, calamità su calamità. A ben vedere, invece, le cose prendono una nuova piega. Intanto «persone pie seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui». «Saulo infuriava contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione». «Quelli però che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio».
La persecuzione subita da Stefano fino alla morte, a cui poi si aggiunge la persecuzione subita da altri, è già indicata da Luca come l’occasione per una crescita che non si arresterà mai più. E’ il momento di una fecondità vittoriosa. Coloro che sono stati dispersi diffondo la parola di Dio. L’evangelo cresce là dove l’amore viene testimoniato nel nome di Gesù vittorioso sulla morte. E viene testimoniato da coloro che fino alla morte e attraverso la morte ancora benediranno. E’ posto il fondamento della chiesa. D’altra parte, una tradizione antichissima vuole che non sia possibile nemmeno costruire un edificio che noi chiamiamo chiesa se non sulle reliquie dei martiri.

http://www.incontripioparisi.it


 

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Questa voce è stata pubblicata il 26/04/2020 da in ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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